Le 10 salite più dure al mondo

di Riccardo Tempo – strada-bicilive.it, 03/03/2016

Quali sono le dieci salite più dure al mondo in bicicletta? Per rispondere a questo interrogativo, prendiamo spunto dalla classifica stilata sul sito Climbbybike.com, dove ognuno di noi può dare il proprio voto alle varie ascese scalate.

Troveremo delle salite italiane? Quante tra queste dieci sono famose a livello globale? Ne vedremo delle belle!

Le 10 salite più dure al mondo in bicicletta secondo Climbbybike.com

Stati Uniti, Venezuela, Francia, Nepal, Cina, Perù e Italia sono le nazioni presenti nella top ten.

10. Casma-Huaraz, Perù

Il profilo della salita Casma-Huaraz in Perù
La salita di Casma-Huaraz, situata nella regione di Ancash (Perù), prevede una lunghezza di 112,3 km a una pendenza media del 4,1%. La partenza è posta a 85 m s.l.m., mentre la cima è a quota 4.225 m per un totale di 4.140 metri di dislivello. La pendenza massima raggiunge il 5%.
Pendenza media/max Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
4,1% / 5% 112,3 km 85 m s.l.m. 4.225 m s.l.m. 4140 m

9. San Glisente Pozza – Esine, Italia

Profilo della salita in bicicletta Esine Pozza San Glisente
L’ascesa di San Glisente Pozza-Esine è piuttosto breve, ma presenta pendenze impressionanti. Situata in Val Camonica (provincia di Brescia), è lunga 8,2 km a una pendenza media del 17,6% con una punta massima al 35%. La partenza è posta ai 297 m s.l.m. di Esine e, dopo 1.448 metri, si raggiunge il traguardo a quota 1.745 m.
Pendenza media/max Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
17,6% / 35% 8,2 km 297 m s.l.m. 1.745 m s.l.m. 1.448 m

8. Mauna Kea – Access Road Turnoff, USA

Profilo della salita sul vulcano Mauna
Il Mauna Kea è un vulcano in stato quiescente nelle isole Hawaii. Per chi non potesse pedalare l’intero tracciato (che parte dal livello del mare), il tratto più duro, conosciuto come Mauna Kea – Access Road Turnoff, parte da quota 2.004 m e, in seguito a 19,36 km di lunghezza a una pendenza media dell’11%, termina in vetta a 4.150 m. La maggiore pendenza raggiunge il 26% a 3.218 m.
Pendenza media Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
11% 19,36 km 2.004 m s.l.m. 4.150 m s.l.m. 2.146 m

7. Mauna Kea – Kona – Spencer Park, USA

Il profilo della salita al Mauna Kea dal versante di Spencer Park
Il Mauna Kea propone diversi versanti, tra cui quello con partenza da Spencer Park a 57 m s.l.m. Lunga 90,3 km a una pendenza media del 4,5%, è piuttosto semplice fino a quota 2.100 m, ma dopo… preparatevi per l’inferno!
Pendenza media Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
4,5% 90,3 km 57 m s.l.m. 4.163 m s.l.m. 4.106 m

6. Barhabise (Nepal) – Tong La Pass (Tibet), Cina

Il profilo della lunga salita tra Tibet e Nepal
L’ascesa con inizio a Barhabise, in Nepal, è la più lunga in assoluto grazie ai suoi 220,9 km e raggiunge un’altitudine di 5.130 metri in vetta al Tong La Pass, in Tibet (Cina). La quota di inizio è posta a 770 m, la pendenza media è al 3,3% e la punta massima all’8%.
Pendenza media/max Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
3,3% / 8% 220,9 km 770 m s.l.m. 5.130 m s.l.m. 4.360 m

5. Thorong La – Dharapani, Nepal

Il profilo della salita Thorong La Dharapani in Nepal
Dai 1924 m s.l.m. di Dharapani, si può giungere sulla cima di Thorong La, posta a 5.416 m, dopo aver pedalato per 60,224 km al 5,8%. Secondo la mappa, tra il 27º e il 28º km dovrebbero esserci 711 metri di dislivello (da 3.307 a 4.018 m) per una pendenza media del 71,1%! Dopodiché, dovrebbe essere presente una discesa grazie a cui, in circa 3 km, si scenderebbe a 3.380 m per poi risalire fino alla vetta, i cui ultimi 5 km proporrebbero pendenze fino al 24,5%.
Pendenza media Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
5,8% 60,22 km 1.924 m s.l.m. 5.416 m s.l.m. 3.492 m

4. Berbenno di Valtellina – Caldenno, Italia

Il profilo altimetrico della salita più dura d'Italia
Dai 390 m di Berbenno di Valtellina (SO) parte la quarta ascesa più difficile al mondo, nonché la prima nel ranking italiano. In appena 15 km si sale fino a quota 2.405 con pendenza media al 13,4% e massima al 40%. Tra l’8º e il 9º km la media è del 25,2%.
Pendenza media/max Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
13,4% / 40% 15 km 390 m s.l.m. 2.405 m s.l.m. 2.015 m

3. Col de l’Herpie – Bourg d’Oisans, Francia

Il profilo della salita più dura d'Europa
La Francia è terza grazie al Col de l’Herpie via Bourg d’Oisans. I numeri parlano chiaro: 19,2 km di lunghezza, 12% di pendenza media, 2.318 m di dislivello (da 729 a 3.047 metri) e il tratto fra il 15º e il 16º km al 30,2%.
Pendenza media Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
12% 19,2km 729 m s.l.m. 3.047 m s.l.m. 2.318 m

2. Via a Galipan – Urbanizacion Alamo, Venezuela

L'altimetria della salita in bicicletta più impegnativa del Sud America
Il Venezuela è secondo per merito dell’incredibile pendenza media della salita di Galipan: 14,4%! La partenza è posta a 20 m s.l.m. presso Macuto e il traguardo a 2.098 m per un totale di 14,4 km di lunghezza. I dati proposti dal sito non collimano però con quelli della mappa, secondo cui la lunghezza sarebbe di 12,97 km e, conseguentemente, la pendenza media al 16,02%.
Pendenza media Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
14,4% 14,4 km 20 m s.l.m. 2.098 m s.l.m. 2.078 m

1. Mauna Kea – Hilo, USA

L'altimetria della salita in bicicletta più dura al mondo
Il Mauna Kea ricompare per la terza volta fra i primi dieci grazie al versante con partenza da Hilo, a 1 metro s.l.m. La lunghezza misura 68,6 km a una media del 6,1%. L’altitudine della cima, secondo questo caso a 4.192 m, differisce tra una fonte e l’altra addirittura all’interno dello stesso sito.
Pendenza media Lunghezza Quota partenza Quota Arrivo Dislivello
6,1% 68,6 km 1 m s.l.m. 4.192 m s.l.m. 4.191 m

Per ulteriori info, visitate Climbbybike.com.

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Dai campi abbandonati le erbe magiche delle nonne

Iniziativa nell’Ossola, presto sarà un’ e-commerce

di Cristina Pastore – lastampa.it, 26/08/2016

Né lei né le socie si sentono epigoni delle «streghe del Cistella», montagna dell’Ossola che porta con sé tante leggende. Niente sabba ma la conoscenze delle proprietà curative delle erbe sì, che in valle Antigorio, dove ha sede il loro consorzio, è patrimonio comune.

Vittorina Prina è la figura di riferimento di questa esperienza di piccola imprenditoria femminile alpina, nata per riscattare appezzamenti agricoli dall’abbandono e contribuire all’integrazione al reddito superando il frazionamento dei terreni. Tanti proprietari per un piccolo campo, conseguenza di passaggi ereditari di cui si è persa memoria, che vanno rintracciati tutti prima di procedere.

La maggioranza acconsente volentieri a cederli alle coltivazioni del consorzio Erba Böna, evoluzione dell’associazione costituita nel 2001 grazie a un progetto di cooperazione transfrontaliera con la Svizzera. Da un primo essiccatoio a Cavaglio Spoccia, in valle Cannobina, si è passati a quello di Verampio di Crodo.

Qui i quindici soci conferiscono le specie coltivate a diverse altitudini. Mentre in alta Formazza la produzione è tipica di montagna con l’achillea moscata, la genziana lutea, il genepì, l’arnica e le stelle alpine, scendendo a valle si è riusciti – con l’aiuto dell’agrotecnico Antonello Bergamaschi – a far crescere ciò che in natura si trova ad altre fasce climatiche.

Le sette socie lavoratrici di Erba Böna hanno come materia prima anche melissa, menta piperita e citrata, iperico, arnica, calendula, lavanda, timo, malva, rosmarino, salvia e nei campi più esposti al sole – sulle rive del Lago Maggiore a Cannero e Cannobio – origano e lippia. Con il supporto del farmacista Eugenio Maddaloni tutto ciò diventa filtri di tisane digestive, dissetanti, per la tosse e, novità di quest’anno, «di cui siamo particolarmente orgogliose» bevande per combattere i disturbi femminili dice Vittorina Prina.

Nel piccolo spaccio ricavato nell’essiccatoio di Verampio – dove si è creato un campetto didattico per le scolaresche – Prina elenca tutti i prodotti. Caramelle, liquori, oli per massaggi e poi cuscini che conciliano il sonno (alcuni con versi in lingua walser della formazzina Anna Bacher), aromatizzatori per vivande, scalda-collo, sacchettini riempiti di fieno ed erbe da appoggiare sulle parti doloranti.

«Abbiamo per ora una distribuzione limitata a negozi delle zona, ma l’intento è di partire con l’e-commerce. Tra noi sette ci siamo distribuite le mansioni, ognuna seguendo una propria attitudine», aggiunge Prina, che indica come negli ultimi anni il bilancio è sempre positivo, con 60/70 mila euro di utile da reinvestire, risultato dell’impiego di un raccolto fresco di 6 quintali che, essiccato, si riduce a due.

La coltivazione si estende su 5 ettari, uno «in conversione», che significa ancora nel periodo di prova di tre anni richiesto per rientrare nella produzione certificata «bio». Un valore aggiunto che costa molta fatica. La rinuncia all’utilizzo di fertilizzanti chimici impone la rotazione delle coltivazioni: in media dopo tre anni le piantine di una specie vanno strappate, per ricominciare da capo da un’altra parte. E in queste zone il ricorso a macchinari è impossibile: non si può far altro che chinare la schiena e usare le mani.

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Lagusèl

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Per la serie “in montagna con lo gnomo” ecco a voi un’escursione formato famiglia, contenuta in termini di lunghezza e dislivello, che, tramite una forestale con fondo buono ma con tratti parecchio ripidi, vi conduce in un posto delizioso e un po’ nascosto, tutto sommato non molto frequentato.

Il Lagusèl si trova in sinistra idrografica della Val San Nicolò, è un piccolo lago originato dal rimodellamento dei versanti operato dai ghiacci e dall’accumulo di materiale franato dalle vette circostanti. I prati circostanti sono utilizzati da alcuni secoli come pascolo e per produzione di fieno, come testimoniato dalle numerose baite presenti nelle vicinanze (una risale al 1600 e rotti). Non ha immissari, è alimentato dall’acqua che filtra nel terreno lungo le sponde.

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Mezzo di trasporto

Si possono seguire tre diversi percorsi per arrivare qui:

  • Tramite una forestale (segnavia 640) che si stacca dalla Strada dei Rossi in corrispondenza di un sentierino che conduce a Mezza selva (è l’itinerario descritto in seguito);
  • Tramite un sentiero (n°641) che parte dalla Val Monzoni in località Pont da Ciàmp, poco sotto le rovine del rifugio omonimo, svalica in corrispondenza della Forcella dal Pièf e si affaccia su una conca a monte del lago;
  • Tramite un sentiero (n°641) che parte sempre da Strada dei Rossi in corrispondenza di un guado sul torrente, sale fino Sella Palàcia (situata circa 100m più in alto rispetto al lago) e scende nella conca; il sentiero è il proseguimento di quello che sale dalla Val Monzoni.

L’idea iniziale era quella di scendere per quest ultimo percorso, ma lo gnomo ha detto no, quindi abbiamo fatto avanti e indietro sullo stesso percorso.

Una piccola avvertenza: in tanti anni in val di Fassa l’unica zona dove ho visto delle vipere (sempre morte, a dire il vero…) è proprio questa. Sarà stata solo sfiga…ma occhio, non si sa mai…

mappa lagusèl

Mappa Val San Nicolò

Il percorso

Il punto di partenza è costituito dal parcheggio di Sauch (oltre con l’auto non si può andare) e si prende la Strada dei Rossi, che passa proprio accanto al parcheggio. Questa strada sterrata, che risale la valle abbastanza dolcemente costeggiando il torrente, è stata costruita dai prigionieri russi durante la Grande Guerra. Grazie all’esposizione e al fatto che corre quasi interamente nel bosco, costituisce una valida alternativa estiva alla strada di fondovalle, che è asfaltata ed interamente al sole.

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Maerins e cresta Buffaure da Strada dei Rossi

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Tronco #1

Si risale la valle per 15-20 minuti e si incontra la deviazione per il Lagusèl. E’ ben segnalata (l’indicazione riporta un tempo di percorrenza di 1h15′), lumgo il percorso sono presenti anche alcuni pannelli tematici, a dire il vero un po’ danneggiati. Proprio all’inizio della forestale per il lago c’è una cartina schematica con una poesia scritta dai bambini della quinta elementare di Pozza di… vent’anni fa. Ora questi bambini hanno trent’anni, magari hanno a loro volta figli che scrivono poesie sui luoghi magici della loro infanzia…

Da qui il percorso si fa decisamente più ripido, quasi interamente in un bosco abbastanza fitto, che comunque consente di ammirare la Val San Nicolò e la cresta che la separa da val Jumela e conca del Ciampac, con il rumore delle campane delle mucche al pascolo che via via si affievolisce. Lungo il tragitto si incontrano alcune deviazioni, non segnalate: si prosegue sempre lungo il tracciato principale.

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Sullo sfondo, la cresta del Buffaure

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Il Lagusèl

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Piccoli fotografi crescono

La strada passa successivamente su una frana relativamente recente, per poi rientrare nel bosco e risalire verso i primi pascoli, costellati da alcune baite. Si prosegue passando accanto ad una stalla in fase di ultimazione, sbucando poco oltre nella conca occupata dal lago.

Vi trovate davanti una pozza di acqua verdissima, con l’acqua che si increspa leggermente quando soffia una leggera brezza, cancellando momentaneamente l’immagine delle vette circostanti e delle nuvole che qui si riflettono come in uno specchio. Concedetevi una pausa qui, fate il giro del lago. A meno che non ci siano comitive rumorose, qui si sente solo l’occasionale fischio delle marmotte. Se poi volete proseguire da qui si può raggiungere la Val Monzoni, oppure, tramite il sentiero attrezzato Gino Badia, il lago delle Selle e l’omonimo passo (per questa escursione, dalla deviazione lungo la strada dei rossi, sono segnalate almeno tre ore, e ovviamente non è per bimbi…).

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Pic nic

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Tronco #2

 

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Non vorrei fare pubblicità…

…ma questa cosa è fantastica!!!

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Il Piave mormorava…

Piano piano… la rete ciclabile italiana si amplia…

dal sito cicloturismo.it

Sul Piave in bicicletta: una pista da 135 chilometri

Poco più di due milioni di euro per rendere percorribili le sponde del fiume. Dal ponte di Fener alle grave di Papadopoli, pronta tra poco più di un anno.

la tribuna di Treviso, 20/03/2016

In bicicletta dal ponte di Fener agli argini di Zenson, attraversando la garzaia di Pederobba, le grave di Ciano, le distese di mamai dell’isola dei morti, il passo barche di Falzè, le straordinarie Fontane bianche, il vecchio approdo degli zattieri di Nervesa, le vecchie fornaci di Colfosco, le coltivazioni intensive nelle grave di Papadopoli, il porto fluviale veneziano di Lovadina, casa Parise a Ponte di Piave e le draghe e i nastri trasportatori di ghiaia abbandonati.

La ciclopista del Piave non è più un sogno. Perché il progetto di pista ciclabile, della lunghezza di 135 chilometri, lungo un anello steso su entrambe le sponde, sarà presto realizzato. Il cantiere aprirà quest’estate ed entro la fine dell’anno prossimo potrebbe essere concluso. Giusto in tempo per l’anno del Centenario. Questa volta nessuna operazione mista pubblico-privato, nessuna nuova cubatura da realizzare e fondi interamente pubblici: 2,2 milioni di euro. Un’inezia, al tempo dei costosi progetti di finanza che con la stessa cifra farebbero appena cento metri di autostrada a pedaggio.

Il committente è il Consorzio Bim Piave, insieme agli Osservatori del paesaggio Medio Piave, Montello Piave e Colline dell’Alta Marca. Ma tra i protagonisti c’è il Genio civile e il suo dirigente, Alvise Luchetta, che ha accompagnato il progetto. La pista ciclabile avrà uno sviluppo parallelo: 68 chilometri in Destra Piave, 67 in Sinistra Piave. Il progetto è firmato dallo studio Michelangelo Bonotto di Conegliano. Nei prossimi giorni la conferenza di servizi tra tutti gli enti coinvolti che, nel caso del Piave, non sono pochi. Insomma, ci siamo.

La pista che consentirà di pedalare lungo il Piave rappresenta il naturale collegamento tra la Drava austriaca e l’Adriatico, tra la storica pista Dobbiaco-Lienz e il percorso del fiume «sacro alla Patria». Ed anche una sorta di tacito risarcimento allo stupro di cui il Piave è vittima da decenni: i prelievi a monte, con una rete di undici laghi artificiali creati nell’ultimo secolo e decine di centraline autorizzate, nonostante le proteste di comitati e cittadini; e la grande spoliazione legata all’attività dei «signori della ghiaia» che avevano trasformato il Piave nel bancomat dello sviluppo edilizio del Veneto. Fino allo stop imposto dopo l’inchiesta dell’ex pretore d’assalto Francesco La Valle nel 1977.

Il progetto nasce con l’idea di valorizzare la rete esistente di sentieri, sia arginali che agricoli, e consentire una «mobilità slow» e creare un indotto tutto da calcolare in termini di presenze turistiche e spesa media. Il raccordo è con gli analoghi percorsi in corso di realizzazione nel Bellunese a nord, nel Veneziano a sud. Caratteristica principale del percorso ciclabile è – nelle intenzioni dei promotori – l’assoluto rispetto dell’ecosistema del fiume, tanto che l’intero tracciato correrà su tappeto sterrato, erboso o ghiaioso. Al massimo ci saranno delle coperture di tout venant, prelevato direttamente sull’alveo. Punto di debolezza, secondo alcuni, è il fatto che l’intera pista corre su area golenale e dunque è soggetta alle bizze del fiume, che nel corso dei secoli sono state ricorrenti e talvolta disastrose.

Il progetto, che porta il nome di «La Piave, paesaggi, percorsi, territori», è il naturale «erede» di un precedente progetto che nel 2010 vinse un concorso di idee bandito dalla Provincia di Treviso ma che non superò lo scoglio del finanziamento. A vincerlo, all’epoca, furono tre giovani architetti (Elena Cattarossi, Cristina Boghetto e Monica Lenhardy), che avevano realizzato due anni prima un progetto europeo Italia Austria dal titolo «Drava-Piave, fiumi e architetture». Quinto fiume d’Italia, sorgenti sul Peralba e foce nell’Adriatico, il Piave – o «la Piave» come ancora lo chiamano i rivieraschi – è il fiume più caro ai veneti. Non solo per i riferimenti storici e alla guerra ma anche per quella identità che porta gli abitanti delle due sponde, divisi dalla atavica appartenza ad una invece che all’altra, a «riconoscersi» nelle acque e negli spazi tra le due sponde. Una lunga e travagliata esistenza che porta Gian Antonio Stella a definire il Piave «Fiume simbolo del coraggio, dell’eroismo, del patriottismo degli italiani. Fiume simbolo, oggi, della loro cecità».

 

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Sette giorni senz’auto

Sette giorni senz’auto, Parigi lancia la sfida

Biciclette, auto elettriche e mezzi di trasporto pubblici saranno a disposizione gratuitamente, per sperimentare la “mobilità dolce” e “i trasporti alternativi più rispettosi della qualità dell’aria”.

di Cristina Barbetta – vita.it, 23/08/2016

Sette giorni senz’auto, dal 19 al 25 settembre. E` la sfida che il Comune di Parigi lancia agli abitanti dell’Île-de-France (la regione in cui si trova la capitale francese). Che potranno usufruire gratuitamente di altri mezzi di trasporto: biciclette, mezzi pubblici e le auto elettriche Autolib, per sperimentare la “mobilità dolce” e i “trasporti alternativi più rispettosi della qualità dell’aria”.

Il comune di Parigi lancia questa sfida “ludica ed eco-cittadina” insieme ad Ademe ( Agenzia per l’ambiente e il controllo dell’energia) e all’associazione Wimoov, che accompagna soggetti fragili (persone con handicap, anziani, persone in inserimento professionale…) verso una mobilità autonoma e duratura.

Gli obiettivi dell’iniziativa sono, spiega il comune di Parigi in un comunicato stampa, “sensibilizzare i parigini sul fatto che l’auto e le motociclette possono essere sostituite da mezzi di trasporto o servizi di mobilità alternativa per la maggior parte dei tragitti che si effettuano quotidianamente” e ancora “promuovere un cambiamento progressivo di comportamento in materia di mobilità e ridurre così l’uso dei mezzi di trasporto individuali”.

Venti volontari (automobilisti o motociclisti che abitano o lavorano a Parigi), che utilizzano veicoli inquinanti, saranno selezionati a sorte, e ricompensati “nel corso di una cerimonia di assegnazione di premi organizzata dal comune di Parigi”.

Questo “sacrificio” ecologico di una settimana precederà la “giornata senz’auto” (“La journée sans voiture“). Quest’anno alla sua seconda edizione, la giornata si tiene il 25 settembre a Parigi, per sensibilizzare sul problema dell’inquinamento legato al traffico.

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Bardo E-bike

Siccome Mercalli mi sta simpatico lo posto😉

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Il terremoto che rivoluzionò il corso del Po

Proprio qualche giorno fa ho ritrovato questo articolo, e, visti gli scenari di distruzione che ci arrivano tramite TV e social, mi sembra giusto postarlo. La natura ha una forza immensa e non dobbiamo mai dimenticare che, più che governare questa forza, dobbiamo adeguarci ad essa, tenerne conto quando dobbiamo intervenire sull’ambiente ed evitare azioni che possano aumentarla, questa forza…

17 novembre 1570: il  terremoto che rivoluzionò il corso del Po

di Paolo Rumiz – repubblica.it, 09/08/2015 (tramite blueplanetheart.it, 12/08/2015)

L’hanno trovata, nella pancia della pianura, più di quattro secoli dopo, la faglia madre del terremoto che ha fatto entrare il Po nel suo letto attuale. Che lo ha spostato di 40 km sul ramo principale del delta. Era il 17 novembre del 1570 e la botta, ben documentata dai contemporanei, seminò il panico a Ferrara, provocando morte e distruzione. Ma il danno più grave fu che il fiume abbandonò rapidamente la città degli Estensi privandola del suo secolare ruolo portuale. Fino ad allora il braccio principale del Po aveva tagliato in diagonale la pianura dal meandro di Stellata (confluenza col Panaro) fino alle grandi dune a Nord di Ravenna. Dopo il sisma, nulla fu più come prima e l’acqua prese a incanalarsi nel ramo di Venezia, fino ad allora marginale nell’immensità del Delta.

Si tratta di una sorta di cartolina illustrata per informare la famiglia sui rilevanti danni del terremoto che l’autore, un militare svizzero, aveva visto di persona. Gli effetti sismici a Ferrara furono descritti in corrispondenze diplomatiche, documenti amministrativi e cronache. (Zentralbiliothek Zurich, E. Guidoboni e J. Ebel, 2009)

Questo del 1570 è, da oggi, il terremoto più antico a livello mondiale di cui si sia riusciti a risalire alla forma della frattura in profondità e al suo meccanismo di rottura, rileggendo matematicamente le testimonianze d’epoca sui danni provocati. Del lavoro, portato a termine grazie a un “algoritmo genetico” da due sismologi dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di geofisica Sperimentale, Livio Sirovich e Franco Pettenati, ha dato notizia una delle riviste scientifiche più attendibili del Pianeta, il Journal of Geophysical Research, che con un comunicato stampa ha pubblicizzato i calcoli e le spiegazioni dell’Ogs, compresa l’appendice di carattere storico fornita dai due ricercatori, fatto del tutto inusuale nel panorama scientifico statunitense.

“Fù detto dopo ancor per gli Munari (mugnai) che mentre trete (avvenne) questo quarto terremoto (la quarta scossa, che fu la più forte) il Po gonfiette e fermette il corso suo e tanto crescette l’acqua che era a pari delle rive, e dopo cessato il terremoto calete l’acqua al basso con tanta velocità che quasi tutti li molini che erano alla Stellata nel Po se spicorono dai loro pali dove erano attaccati”. All’origine di tutto sta questo documento dell’epoca, “Memoria de’ gran Terremoti, e Ruine causate da essi nella cità di Ferrara l’anno 1570”, la cui trascrizione settecentesca è stata rinvenuta alcuni anni fa dalla storica della sismologa Emanuela Guidoboni negli archivi della Biblioteca comunale ariostea di Ferrara.

Che il terremoto del 1570 e lo spostamento del Po potessero essere collegati tra loro, era già stato ipotizzato nel 2003 dal geologo Pierfrancesco Burrato, sulla base dello stesso manoscritto e della geologia della regione. Un innalzamento del letto — oggi si sa che potrebbe essere stato anche di soli 10-20 centimetri — poteva aver rallentato e impaludato momentaneamente il fiume prima di fargli riprendere il corso con una piccola onda di piena. In fondo, era da millenni che Po subiva spostamenti verso Nord per via del lento sollevamento dell’Appennino al di sotto delle alluvioni. A Sud dell’attuale corso del fiume, la pianura è segnata da numerosi meandri abbandonati e in secca, come quelli tra Guastalla e Ferrara, ricchi di manufatti antichissimi legati al commercio fluviale.

In questo quadro “errabondo” del Po, i terremoti, assieme alle grandi piene (la più famosa quella che generò la cosiddetta “Rotta di Ficarolo” nel 1152), diventano eventi di rottura di un processo lento, millimetrico, in atto da tempi immemorabili. È la stessa spinta dell’Appennino che ha provocato il doppio sisma del maggio 2012 tra Mirandola e Ferrara e che fa ballare la pianura da sempre. Nel 1117, tanto per dare un’idea, ci fu un terremoto che, secondo un manoscritto trovato in Germania, gonfiò il Po al punto da “formare un arco” fra cielo e terra, “finché l’acqua ripiombò nel suo alveo con un rumore così grande che si sentì per miglia”.

È certo che già prima del terremoto in questione gli Estensi vivessero con allarme una lenta perdita di portata del corso principale sotto le mura di Ferrara e, a causa di questa emorragia, avessero intrapreso, proprio alla vigilia del sisma, importanti lavori di dragaggio. Altrettanto certo è che nel 1580, dieci anni dopo il botto, il corso del fiume aveva già abbandonato la città, decretandone la decadenza, come certifica l’iniziativa di papa Gregorio XIII di far dipingere due mappe (oggi nella Galleria delle carte geografiche dei Musei vaticani), una col nuovo corso del Po e una con il suo tracciato precedente.

Per costruire solidamente il nesso fra sisma e trasloco del fiume a partire dal 1570 bisognava individuare la faglia. Una base di partenza esisteva, ed erano i rapporti dell’epoca sui danni: resoconti immediati di ambasciatori e relazioni diaristiche manoscritte di testimoni diretti, di cui le più importanti sono i tre libri sul terremoto pubblicati in ebraico dal medico ferrarese Azaria Min Haadumim e le testimonianze del grande architetto Pirro Ligorio, successore di Michelangelo alla fabbrica di S. Pietro.

Partendo da qui, si era già arrivati a individuare la distribuzione dei danni nella regione, classificati in intensità tipo Mercalli. È partendo da questa banca dati, curata dall’Ingv, che oggi si è trovata la frattura profonda che riproduce al meglio i danni del 1570. Sirovich e Pettenati ci sono riusciti ipotizzando 4000 faglie possibili e poi altre ancora, fino a trovare la migliore in assoluto: un piano inclinato verso sud-sud-ovest lungo il quale l’Appennino da sotto alle alluvioni risale verso nord-nord-est nell’area fra Rovigo e Ferrara, e del tutto scollegato dalla linea di rottura del terremoto del maggio 2012.

Padania inquieta dunque, da sempre. E il curioso è che quel terremoto provocò anche i suoi sconvolgimenti politici. Il Papa tuonò che il sisma e la fuga del fiume verso Nord erano stati il castigo di Dio contro gli Estensi, rei di aver accolto gli Ebrei in fuga dalla Spagna. Pochi anni dopo il Vaticano si sarebbe riappropriato di Ferrara.

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La Conturbina

di Jacopo Felix Narros – ARSENALE+, 08/04/2015

Il conturbino è un bambino alto tre spanne che non può muoversi e percepisce l’ambiente in maniera confusa.

Ad un certo punto del suo sviluppo le estremità gli fioriscono in protesi mobili che prendono la forma di una bicicletta. Prima il conturbino stava fermo nel luogo dove l’uovo da cui era nato era stato deposto, aveva messo radici e si nutriva di sassi.

Se uno passava e gli parlava, per lui era come ascoltare uno sciaquìo d’acqua, lo guardava come si guarda un cespuglio, senza neanche capire che non capiva quello che il passante gli diceva. Oppure se il conturbino vedeva una pigna cadere, la vedeva cioè prima sull’albero, e poi la vedeva per terra, non riusciva a legare insieme le due cose.

Però, dal momento in cui le radici gli si annodano in maniera inedita e si intrecciano alle sue dita in grumi assurdi e filamentosi, il conturbino scopre un nuovo modo di esistere. Su imitazione dell’acqua che va dall’alto verso il basso, il conturbino comincia a muoversi come una pioggia orizzontale, pedala su ruote vegetali e scopre l’albero dietro all’albero dietro all’albero dietro all’albero, poi il rigagnolo grigio, la campagna, i fili del telegrafo che lo guidano come all’amo di palo in palo.

Se incontrasse adesso un passante le sue parole avrebbero ora un altro ritmo, un altro sapore: la successione delle sillabe come pali del telegrafo, come l’albero e la cravatta al collo del passante, il passero che sfreccia, i sassi della strada (mangiarli?), il vento, i pensieri, ecco: nascono nel vento i pensieri, in questa prima corsa del conturbino, che si svezza dal terriccio e si getta per le vie.

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Ciampedie, la terrazza.

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Vista su Catinaccio, Vajolet e Larsech

Chi è stato almeno una volta in Val di Fassa il Ciampedie lo conosce bene. E’ un panettone apparentemente insignificante che sovrasta Vigo e Pera (frazione di Pozza), raggiungendo i 2000m slm. Andateci, non importa come… a piedi, in mtb, d’inverno con le ciaspole o, come la maggior parte delle persone, in funivia… E vi renderete conto che non è affatto insignificante!!!

È una balconata, una terrazza con vista Catinaccio, con lo sguardo che, da Roda di Vael e Cresta del Majaré (e Latemar sullo sfondo), spazia fino ai Dirupi di Larsech passando per Cigolade, parete del Catinaccio e gruppo del Vajolet. E, ancora oltre, a Sassopiatto e Gruppo del Sella, mentre alle spalle vi ritrovate Buffaure, il Gruppo della Vallaccia, Lusia e, più lontano, le Pale di San Martino. Insomma… Praticamente tutte le cime che avreste voluto vedere in zona ma non avete mai osato chiedere (semicit.). E, più che una meta, è da considerarsi proprio punto di partenza (strategico) per escursioni verso i gruppi sopra citati.

A piedi

Si può arrivare in cima partendo da Vigo (segnavia 544, parte da una via che si stacca dal centro paese in direzione della chiesa di Santa Giuliana) o da Pozza / Pera, portandosi sulla passeggiata “sora i prè” e seguendo i cartelli per rif. Ciampedie (543b e 543).  Il dislivello da Pozza è di 700m (da Vigo è minore), per salire ci vogliono circa due ore.

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Noi siamo saliti da Pozza, la partenza è dal ripido acciottolato che, dalla rotonda in corrispondenza del ponte per Val San Nicolò, passa accanto all’Hotel Ladinia.

Il primo tratto risale il prato lungo la linea di massima pendenza fino alla passeggiata Sora i prè, da qui si alternano tratti di sterrato comodo a sentieri anche ripidi, attraverso un bosco interrotto qua e là da radure e pascoli.

La vista si allarga progressivamente da Pozza e la Val San Nicolò verso tutta la val di Fassa, quando il sentiero inizia ad aggirare il Ciampedie verso Nord  via via appaiono i Dirupi di Larsech e poi il gruppo del Catinaccio. Si sbuca su uno dei sentieri tematici tracciati nei boschi e da qui sulla pista da sci. Risalendola la vista si apre sulle vette circostanti. Un autentico spettacolo!!!

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Dal sentiero 543 vista verso il Gruppo del Sella

“Centro escursioni”

È punto di partenza ideale per molte escursioni, principalmente verso la Roda di Vael (esistono due diversi sentieri, il “classico”, n°545, e il “troi da le faede”, ovvero il sentiero delle pecore, che passa più alto per scendere nella conca sotto il passo delle Cigolade), oppure, imboccando il sentiero verso il Gardeccia ci si può dirigere verso il Passo delle Coronelle, Vajolet, Passo Principe e da qui all’Antermoja.

In MTB

Nota dolente… Esisteva un bellissimo percorso che portava alla meta partendo dall’abitato di Vallongia (Vigo), ma un paio di anni fa ho trovato la strada transennata causa frana. Si era mosso un ampio fronte sotto Malga Vael, interessando la forestale che dovevo percorrere e il sentiero diretto che saliva verso il rifugio Roda di Vael (547).

L’anno successivo sono andata a chiedere all’APT se la strada era stata ripristinata e mi hanno risposto… che la strada non c’è più ed è anche stata tolta dalle loro mappe. In effetti il tour segnalato in origine è sparito dal sito dell’APT e dalla carta topografica.

Peccato, perché si poteva fare un bellissimo giro ad anello scendendo verso Pera lungo gli sterrati di servizio delle piste. Ora si può salire da Pera direttamente (ne parlerò a proposito dell’escursione al Gardeccia) oppure passando dal Gardeccia (attenzione che il sentiero diretto indicato con il n°540, molto bello, potrebbe essere vietato alle bici, soprattutto  in alta stagione).

Con gli impianti

Da Vigo si può salire in funivia, oppure da Pera si può prendere la seggiovia: ci vuole un po’… sono tre tronconi diversi e gli impianti non sono molto recenti.

Per i bimbi

In cima c’è un parco giochi con animazione.

D’inverno con le ciaspole

Indicativamente si può fare lo stesso percorso che si fa in mtb da Pera (oppure si può passare dalla Baita Regolina per riportarsi sul medesimo percorso). Io l’ho fatto alcuni anni fa, e da Pian Pecèi sono salita di lato alla pista da sci.

Tra l’altro a inizio stagione le piste che scendono verso Pera sono chiuse, quindi si può tranquillamente risalire lungo le piste da sci, battute dalle motoslitte. Attenzione perché c’è un (breve) tratto in cui spazio di lato alla pista non ce n’è e ci sono le reti di protezione: una volta (stavamo salendo al Gardeccia) un operatore degli impianti ci ha cazziato perché secondo lui di lì non potevamo passare. Ma ne parlerò in altra occasione…

Altra opportunità è passare dal Gardeccia, ma il giro è un po’ lungo.

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