Al Gardeccia in mtb – video

Finalmente sono riuscita ad assemblare il video dell’escursione di questa estate al Gardeccia, di cui avevo parlato in questo post.

Eccolo qua.

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Una giornata storica per il mondo della bicicletta in Italia

fiab-onlus.it, 15/11/2017

COMUNICATO STAMPA

Ieri l’approvazione all’unanimità alla Camera della Legge Quadro sulla Mobilità Ciclistica

 Una giornata storica per il mondo della bicicletta in Italia

 I positivi commenti della presidente FIAB Giulietta Pagliaccio, che lancia un appello al Senato, dove si attende l’approvazione definitiva prima della fine della legislatura: “Non interrompete un sogno che vorremmo diventasse realtà!”

Milano, 15 novembre 2017 ­– L’approvazione all’unanimità, ieri alla Camera, della Legge Quadro sulla Mobilità Ciclistica (che ora passa al Senato) rappresenta anche secondo Giulietta Pagliaccio, presidente FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta un grande momento storico che sottolinea il cambiamento in corso sul tema della mobilità. Cambiamento certamente sostenuto da altri provvedimenti messi in campo da questo Governo negli ultimi anni, come le risorse per la rete nazionale delle ciclovie e il collegato ambientale, che ha premiato progetti di città impegnate nello sviluppo di temi come bike2work e il bike2school”.

Il risultato della votazione sancisce, infatti, un’adesione reale e un impegno concreto del mondo politico verso i temi di mobilità sostenibile e ciclistica in particolare“Non mi stancherò mai di ribadire come la bicicletta sia un mezzo che, insieme al trasporto pubblico e al muoversi a piedi, può dare risposte ai gravi problemi delle nostre città, in tempi brevi e con investimenti contenuti: inquinamento dell’aria, congestione da traffico, sicurezza sulle nostre strade”, prosegue Giulietta Pagliaccio.

“Lo straordinario traguardo raggiunto ieri con l’approvazione della Legge sulla mobilità ciclistica premia le tante città che faticosamente portano avanti politiche per la mobilità sostenibile e che, oggi, possono avere il supporto di una politica nazionale. Auspicando che la legge passi all’approvazione del Senato prima della fine delle legislatura, mi piace oggi vedere un po’ di ‘luce in fondo al tunnel’, che ci sproni a percorrere con coraggio la lunga strada per portare la mobilità ciclistica italiana al livello dei migliori paesi europei”.

Con un caloroso messaggio affidato nella notte ai social, la presidente di FIAB ha voluto ringraziare in particolare l’onorevole Paolo Gandolfi, che ha sostenuto questo provvedimento fin dalla sua prima presentazione in Parlamento nell’aprile 2014, “per aver messo in campo, insieme alla sua esperienza di amministratore pubblico, la competenza tecnica e la tenacia, ma, soprattutto, il cuore”.

Giulietta Pagliaccio esprime apprezzamento per i frutti del lavoro fatto negli anni da FIAB: “penso, ad esempio, all’impegno di due soci storici della nostra Federazione come Lello Sforza e Claudio Pedroni, che hanno contribuito alla stesura del primo testo diventato poi proposta di legge, o alla lunga e faticosa azione di promozione della bicicletta svolta con costanza e dedizione dal nostro fondatore, Gigi Riccardi”.

Condivise in pieno da FIAB anche le dichiarazioni del Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrioche ieri ha detto: “Oggi si celebra soprattutto un fatto culturale: lo Stato assume pienamente la pianificazione della mobilità ciclistica, insieme alle Regioni. Esattamente come il sistema autostradale o il sistema ferroviario, con questa legge la ciclabilità fa parte di una strategia di mobilità che diventa prioritaria nei centri urbani e  per lo sviluppo del turismo nel nostro Paese.” E ancora: Se si riesce a stimolare l’uso della bicicletta nei primi 5 km, si possono ottenere riduzione del traffico cittadino del 40%: cose che non nessuna tecnologia può fare”(fonte: http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/approvata-legge-mobilita-ciclistica).

Guardando al passaggio che ora la legge deve fare in Senato per l’approvazione definitiva, Giulietta Pagliaccio lancia un appello: Non interrompete un sogno che vorremmo diventasse velocemente realtà: l’Italia ha finalmente intrapreso un percorso virtuoso per lo sviluppo di un nuovo modello di mobilità, ma ha bisogno di essere sostenuta da coerenti politiche nazionali, norme nuove come quelle legate al Codice della strada e finanziamenti continuativi nel tempo”.

Ufficio Stampa FIAB-Federazione Italiana Amici della Bicicletta – http://www.fiab-onlus.it

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Appunti per ciclisti incalliti

Se ti trovi a Milano Lambrate 10min prima dell’arrivo del treno, e non hai voglia di stare sul binario sovraffollato, magari vai a dare un’occhiata alle vetrine della libreria.

A parte lo sdegno e il raccapriccio per vedere, quasi accostati, il bellissimo libro su Walter Bonatti “Il sogno verticale” e nientepopodimenoche… il libro di Benji & Fede (!!!), c’è da dire che, pur essendo piccola e facendo parte di una nota catena legata ad una notissima casa editrice, è ben fornita, ed ha spesso libri che possono stuzzicare il viaggiatore, anche quello su due ruote. E, avvicinandosi il periodo natalizio, magari si può trarre spunto per qualche regalo ai malati delle due ruote.

Oltre a quelli che potete trovare sotto l’etichetta “libri” di questo blog, ecco qualche altro titolo. Mi scuso per la pessima qualità delle immagini, ma fotografare attraverso una vetrina non è proprio il massimo.

Se poi state dalle parti di Cremona, mio fratello fa il libraio.

#sapevatelo 😉

 

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Escursione Anello del Tracciolino

Dato che il Tracciolino è nell’elenco delle “cose da fare”, lo ribloggo così non mi perdo i riferimenti… 😉

AGENDA DEGLI APPUNTI

Nel territorio tra la Val Codera e la Valle dei Ratti si trova il sentiero del tracciolino, una spettacolare opera di ingegneria che io e Claudia abbiamo deciso di andare a scoprire in un caldissimo sabato di fine luglio

Costruito negli anni trenta [del vecchio millennio, nda] il sentiero del tracciolino è lungo 10 chilometri e si sviluppa lungo il fianco della montagna all’altezza costante di 920 metri s.l.m..

anello del tacciolino novate mezzole verceia 7 Uno dei tratti “all’aperto” delle gallerie scavate nella roccia sul tracciolino. Un vero spettacolo!

Collegamento tra le dighe della Valle dei Ratti e della Val Codera, il tracciolino in se è un “sentiero” abbastanza monotono, se non fosse reso un pelo più interessante da:

  1. le spettacolari gallerie scavate nella roccia e comprese tra la diga della Valle dei Ratti ed il sentiero che scende a San Giorgio
  2. il panorama mozzafiato del quale si può godere cammino facendo
  3. la diga della Valle dei Ratti

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Se ci fosse la forestale

Le immagini che arrivano dalla Val di Susa, da Campo dei Fiori e da molte altre località di montagna sono agghiaccianti. E, oltre a dare la caccia ai criminali che hanno causato tutto ciò, forse sarebbe il caso di farsi qualche domanda…

Incendi in Val di Susa, il generale della forestale accusa: “E’ anche colpa dell’abolizione del corpo”

Frame tratto da Youtube. Fonte: archivio foto Ansa

giornalettismo.com, 30/10/2017

Di chi è la colpa degli incendi che stanno devastando la Val di Susa? Nei giorni dei roghi tornano gli interrogativi che erano già emersi in estate, quando in Campania le fiamme hanno avvolto buona parte del Parco nazionale del Vesuvio. Le responsabilità vanno certamente individuate nella mano dell’uomo, perché è chiara la natura dolosa del disastro. Ma va evidenziato anche come ci sia qualche difficoltà sul fronte degli interventi. A lanciare delle accuse è Silvano Landi, ex generale del Corpo Forestale dello Stato in pensione ed ex direttore della Scuola di Cittaducale, dove è stato docente per generazioni di forestali.

In un’intervista rilasciata a Fabrizio Assandri per il quotidiano La Stampa, Landi, in passato anche docente universitario di lotta agli incendi spiega che «è stato un anno disastroso sul fronte degli incendi», anche per colpa della «disorganizzazione»:

Quest’estate in Abruzzo i boschi del monte Morrone sono bruciati per venti giorni consecutivi, altrettanti al monte Giano, ora in Val di Susa. Ritengo che in parte la colpa dipenda dalla riforma Madia, con il passaggio di consegne dal Corpo forestale agli altri corpi, i carabinieri e i vigili del fuoco, la cui specificità erano fino a poco tempo fa le città e gli edifici, non i boschi.

 L’ex generale lamenta una scarsa preparazione ed anche mezzi che restano fermi:

Ogni giorno ricevo lettere di ex forestali, transitati nei pompieri, che non vengono impiegati per gli incendi boschivi. Tra loro ci sono anche piloti. E, per problemi burocratici, una parte degli elicotteri passata ai vigili del fuoco non si è alzata in volo. Problemi che probabilmente si risolveranno, ma non si deve perdere tempo.

Il primo rogo in Val di Susa è scoppiato domenica 22 ottobre a Bussoleno, in località Calusetto. Si pensava all’inizio che si trattasse di fiamme che potevano essere circoscritte nel giro di poco tempo. Le cose sono andate diversamente. Da quell’incendio, grazie anche alla siccità e al vento soffiato da Est verso Ovest, l’incendio ha colpito anche altre zone, come Falcimaglia e Campobello, per poi estendersi al parco naturale del Foresto. Sono andati in cenere centinaia di ettari. Finora risultano evacuate 600 persone, compresi i circa 200 pazienti di una casa di cura.

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Al cospetto del Catinaccio

Dove andiamo oggi?

La Conca del Gardeccia è un punto nodale in val di Fassa. Situata in un anfiteatro naturale costituito dalle Cigolade, dal Catinaccio, dal Dirupi di Larsech, è il punto di partenza (o di transito) per numerose escursioni in questi gruppi (Torri del Vajolet, Passo Principe e Catinaccio d’Antermoja, Passo Coronelle, Passo Scalette e Lago Antermoja). E’ servita da servizio bus navetta ed è raggiungibile dal Ciampedie (circa 45 min di gradevole passeggiata nel bosco) o mediante seggiovia da Pera, che al momento non è utilizzabile: è stata smantellata per essere sostituita con un impianto moderno. Ci si può arrivare anche in inverno, con le ciaspole, neve permettendo… ma negli ultimi anni le ciaspole si sono rivelate del tutto superflue.

Il Vajolet

La zona è però critica dal punto di vista idrogeologico: la conca dove sono situati i rifugi Gardeccia e Stella Alpina è stata più volte interessata da colate di fango e sassi trascinati dai torrenti che scendono dalle montagne circostanti, e anche la strada di accesso non è da meno. Locali mi hanno raccontato che, quando è stata realizzata quella strada, i “vecchi” dicevano che era una fesseria realizzarla su quei versanti. Ricordo che i primi anni che venivo qui in vacanza si poteva arrivare in macchina fino al Gardeccia, ed era un delirio. Macchine che si incrociavano sulla strada stretta e che venivano parcheggiate ovunque nei pressi del rifugio. Poi la strada ha avuto cedimenti, è stata chiusa per essere sistemata e da quel momento (primi anni novanta) è stato istituito il servizio bus navetta. Indubbiamente ciò ha portato benefici, alla strada, all’ambiente, al benessere di chi viene qui perché avere la zona antistante un rifugio di montagna ridotta ad un parcheggio stile centro commerciale non è proprio ciò che ci si aspetta da una caratteristica valle dolomitica. Periodicamente però si verificano frane e dissesti, l’ultimo episodio è questa estate, quando tre diverse frane hanno interessato la strada (ripristinata, peraltro, in temi rapidissimi). Mi vien però da dire che questi luoghi sono belli, paradossalmente, proprio grazie al loro essere fragili, perché le guglie frastagliate dei Dirupi di Larsech non sarebbero così se il materiale non tendesse a sgretolarsi sotto l’azione degli agenti atmosferici, e prati e boschi ai loro piedi si sono formati con i detriti caduti dall’alto. Il problema è, semmai, umano. Siamo noi che costruiamo in territori delicati, e siamo sempre noi che acceleriamo gli eventi causando l’estremizzazione degli eventi atmosferici.

Ma torniamo a noi. Stavolta voglio parlare di questa valle da un punto di vista diverso, ovvero… sopra a due ruote. Qualche anno fa il Gardeccia è stato arrivo di tappa del Giro d’Italia, in una giornata con un tempo abbastanza infame che non ha consentito agli spettatori di apprezzare la bellezza dei luoghi, ai tifosi presenti lungo la strada di godersi appieno la giornata… e ai ciclisti di arrivare asciutti e non infreddoliti al traguardo. Ma, oltre con la strada asfaltata (che presenta pendenze di tutto rispetto), qui ci si può arrivare in mtb, sfruttando le forestali che risalgono i pendii della valle, ai piedi del Ciampedie e delle Cigolade. E non solo…

Come ci arriviamo?

Il percorso che propongo qui è segnalato in valle con il numero 208. Io, purtroppo, ho dovuto fare una variazione a causa dei lavori in corso per il rifacimento della seggiovia. Mi avevano segnalato la chiusura di un tratto di forestale, quindi mi sono sobbarcata un lungo tratto a spinta per evitare di beccarmi insulti dagli operai (che in realtà erano impegnati altrove, ma ovviamente non potevo saperlo).

Il tracciato

Profilo altimetrico

Parto, come mio solito, da Meida, strada de Ciancoal. La percorro in discesa fino ad immettermi sulla strada bianca che porta, in sinistra Avisio, al parco giochi di Pera e poi verso Canazei. Arrivo fino al bivio che porta in Mazzin, attraverso l’Avisio e imbocco la ripida salita che porta in paese. E qui ho una piacevole sorpresa. Dovete sapere che proprio lungo la strada principale di Mazzin (non la statale, quella più a monte) c’è un edificio è vuoto da anni e fatiscente. Fino a qualche anno fa, sulla facciata si leggeva ancora il nome “Jackob Cassan”: è un edificio denominato Cèsa Battel, Casa Cassàn, Casa del Moro, o “castello” per la presenza di una torre cuspidata. Si tratta di uno dei pochi esempi superstiti di edificio rustico-signorile. Ha impronta romanica. Nel XIX secolo ospitava la “Locanda dell’uomo nero” (Gasthaus zum schwarzen Mann), di proprietà di Jackob Cassan. Si raccontano molte cose relativamente alla storia di questo edificio. Le testimonianze parlano di un mercante proveniente dall’Africa, Jakob Cassan, e per questo detto, appunto, “uomo nero”, dal colore della pelle. Sembra che in questa antica costruzione si udissero nottetempo lamenti, sospiri, passi, porte che sbattevano, finestre che si aprivano improvvisamente nel cuore della notte. Varie le ipotesi per i fenomeni riportati nel tempo. Alcuni parlano di un soldato morto in quella casa. Altri ancora ritengono responsabile dei fatti misteriosi la stessa figlia di Jakob Cassan, che in seguito a una delusione amorosa si uccise gettandosi dal terrazzino dell’ultimo piano.

Da Mazzin vista verso la Val Udai, chiusa dal Sas Mantèl

Casa Cassan, particolare delle decorazioni a tempera. Sullo sfondo Sas Mantel

Casa Cassan pre-ristrutturazione

Il Comune aveva, in passato, chiesto alla Provincia aiuto per rilevare l’edificio e ristrutturarlo, ma senza risultato. Ora qualcuno si è cimentato nell’impresa di recuperarlo per ricavare appartamenti. Sono ben contenta che si prosegua nel lavoro di recupero dell’esistente senza occupare nuovo terreno, in particolare di un edificio che in origine doveva essere veramente bello e che stava diventando pericoloso per i passanti. Spero solo che non ne venga alterato l’impianto.

Ritorniamo al percorso. Si svolta a sinistra per uscire dal paese, in leggera discesa, e si imbocca il viottolo per Ronch. Questa mulattiera fa parte della rete di sentieri Troi di Ladins, che veniva utilizzata dai valligiani per spostarsi fra i paesi di mezzacosta e le valli laterali senza dover necessariamente scendere a fondovalle. Lo sterrato presenta numerosi strappi, a tratti la ruota tende a slittare. L’ultimo tratto, che si immette su un tornante della strada asfaltata che sale al Gardeccia, è particolarmente ripido e con fondo un po’ sabbioso.

Raggiunti la strada asfaltata la si percorre in salita verso Ronch, e oltre fino a Mazzin. Qui, seguendo i cartelli, si svolta a destra imboccando una strada asfaltata che è un piccolo balcone con vista sul gruppo del Sella. La strada, entrando nel bosco, diventa sterrata, con alcuni tratti in acciottolato, e si sa, acciottolato vuol dire ben ripido….

L’alta Val di Fassa da Ronch

Nel complesso, comunque, la forestale è abbastanza pedalabile, si prosegue inizialmente verso la Val Udai, con un tornante si riprende la direzione de direzione Gardeccia, attraverso i boschi ai piedi dei Dirupi di Larsech. E’ un percorso bello e poco frequentato: non è una strada che rientra dei tradizionali percorsi escursionistici, anzi mi pare che non sia nemmeno segnata sulle mappe. Porta fino ad uno spiazzo dove si trovano una mangiatoia per gli animali selvatici e un crocefisso, spesso usato per accatastare la legna. Si comincia poi a scendere, su un fondo generalmente regolare… ma che si fa piuttosto sassoso man mano che si scende.

Ai piedi del Larsech

Ci si immette sulla strada asfaltata che sale al Gardeccia, poco dopo quella che, qualche anno fa, era la Baita Regolina (anni fa ero venuta qui per cena, e avevo mangiato veramente bene, io avevo scelto un profumatissimo orzotto con fiori di campo). Si passa il “guado”, si sale ancora per un breve tratto e poi si svolta a sinistra seguendo le indicazioni, lungo la vecchia strada per Gardeccia. Si passa il ponte…e si trova il muro. Una salita molto ripida (a tratti raggiunge il 30%) e che non molla assolutamente. In teoria si dovrebbe percorrere un tratto piuttosto breve, per poi svoltare a sinistra, verso Pera ed imboccare la forestale che risale lungo la pista da sci. Per i motivi che ho spiegato prima io ho tirato dritto, quindi ho spinto la mtb fino in cima. I tentativi di salire in sella, fatti approfittando di qualche punto meno ripido e con un viottolo laterale a fare da corsia di immissione, si sono rivelati fallimentari, come ampiamente previsto…

Lungo la pista da sci

Si arriva così sulla pista da sci e si svolta a destra. E tutte le volte che arrivo qui, percorrendo questo tratto di forestale, faccio sempre lo stesso pensiero. Mi ricordo di quanto percorrevo questa pista da principiante, con la tavola, e le madonne che tiravo perché in alcuni tratti non riuscivo a far scorrere la tavola e mi impiantavo. Ecco, a farla in salita sono comunque madonne, ma per motivi totalmente diversi. Le rampette che in discesa erano una benedizione per riprendere velocità, a farle in senso contrario strappano non pochi insulti…

Dirupi di Larsech

Si arriva a Pian Peccei, un ampio prato da cui partono le seggiovie che servono le piste da sci del Ciampedie: una di queste ha, più a monte, la variante “Tomba”, che già ad attraversarla in estate, lungo il sentiero che collega Gardeccia e Ciampedie, fa abbastanza impressione per quanto è ripida, mentre le altre sono comunque tutte piste rosse.

Ex Rifugio Catinaccio

Si rimane sulla destra, salendo fino a dove si trova una sbarra verde che chiude una forestale. La si imbocca in direzione Gardeccia. Da qui in poi c’è pochissimo dislivello; qualche tratto un po’ rognoso, magari perché il fondo è sconnesso, lo si trova comunque, ma nel complesso è un bel tratto pedalabile, pur se parecchio frequentato in agosto. Il tratto più antipatico è in corrispondenza dell’immissione del sentiero che arriva dal Ciampedie. Da qui manca poco, e si raggiunge il rifugio Catinaccio, chiuso da 4-5 anni. E’ un peccato perché si trova in una posizione tranquilla. Certo, aveva bisogno di (consistenti) lavori di ristrutturazione, ma poteva comunque mantenere una sua “fetta di mercato”, rinnovandosi mantenendo il suo carattere di rifugio, senza diventare, cioè, l’ennesimo “albergo in quota” come invece è successo a molte strutture.

Piccola divagazione. Qualche anno fa (ovvero l’ultimo anno che l’ho trovato aperto) sono venuta qui a piedi, salendo dal paese, insieme alla mia famiglia, ad un amico e alla sua compagna. Ai tempi mio figlio faceva ancora l’asilo. Troviamo posto all’interno, ci sediamo. Arriva una signora a servirci, che, mentre prende gli ordini, mi fissa e se ne esce con un “…camping Catinaccio?!?!?”. La fisso. Orco boia… Arianna!!! Milanese, qualche anno più di me, era nella compagnia del campeggio di Pozza, quando eravamo ggiovani. Dopo la scuola aveva cominciato a lavorare qui in estate (i suoi si fermavano qui praticamente tutto l’anno), e qui si era sposata. Da allora, credo di averla vista per caso una volta in giro per il paese (mentre i genitori, che sicuramente di me non si ricordano, li ho incrociati spesso). E la ritrovo qui, dopo tanti anni, che gestisce il rifugio, mentre i tre figli giocano sul prato e sulle rive del “laghetto” sul retro (ora interrato). E mi viene un po’ da ridere a vedere questi marmocchi che crescono allo stato brado (esagero, ovviamente…), mentre da noi ci sono genitori che corrono dietro ai figli per pulir loro le mani con l’amuchina… Ok, fine divagazione.

Ex Rifugio Catinaccio

In ricordo del “Diavolo”

Si passa dietro al rifugio, dove già si cominciano a vedere le cime del Vajolet, si passa il torrente e si percorre l’ultimo tratto fino al Gardeccia.

Intendiamoci, da qui non si vedono le Torri del Vajolet come nelle foto da cartolina (per quello bisogna camminare ancora un’ora e mezzo circa, l’ultimo tratto è un sentiero su roccette), ma l’anfiteatro merita comunque, con le cime del Larsech verso Nord, talmente vicine che nelle foto non entrano tutte, e la parete del Catinaccio, inconfondibile con le sue macchie scure, verso Ovest.

Vista verso le cime fra la Marmolada e Costabella

La torta alla ricotta ha il suo perché

Generalmente la merenda ristoratrice la prendo al bar Edelweiss, perché è più tranquillo e ha una bella terrazza in legno, con vista su Larsech e, in lontananza, Marmolada. Il tempo di gironzolare un po’ di fare qualche foto, e di verificare cos’è quell’assembramento di persone sul prato, fa molto gita della parrocchia, o gruppo scout. Guardo meglio: c’è il prete che dice messa. OK, meglio mettersi in sella prima della benedizione finale, perché se li becco sul sentiero al ritorno è un bel casino.

Ripercorro la strada dell’andata (beh, in discesa è una bella goduria), svolto a sinistra lungo la discesa ripida che mi ha portato qui. Causa fifa, e non solo (ho problemi alla regolazione del sellino, non riesco ad abbassarlo in discesa e mi sembra di ribaltarmi) scendo e la faccio a piedi fino alla deviazione per Pera. Risalgo in sella e mi faccio l’ultimo pezzo, passando sotto la seggiovia e sbucando sulla paseggiata “sora i prè”. Scendo fino alla statale, la attraverso e vado verso il lungo Avisio che attraverso di fronte ai prati di Fraines: l’appuntamento è al parco giochi di Pera, dove la famigliola mi attende.

Dati tracciato

Lunghezza:          18.7km

D+:                        810m

Quota minima:   1357m slm

Quota massima: 1994m slm

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Diga del Vajont dall’alto, 54 dopo il disastro del Vajont

Le riprese fatte da un drone realizzate da Alessandro Menafra per ricordare il disastro del Vajont del 9 ottobre 1963.

planetmountain.com, 08/10/2017

Le immagini, a dir poco spettacolari, di quella che nel 1960, anno della sua costruzione, era la diga più alta al mondo. Ecco le riprese realizzate da Alessandro Menafra della Diga del Vajont, della Valle del Vajont e del piccolo borgo di Casso a 950m sopra la diga, per ricordare quella terribile tragedia della sera del 9 ottobre 1963 quando il Monte Toc franò nel lago provocando una devastante onda che causò quasi 2000 vittime a Longarone e nelle frazioni limitrofi.

Una gobba immensa sollevò la luce della luna dalla superficie del lago e la scagliò verso il cielo. Poi il bagliore si spense nel boato di un mare che piombava su Longarone. E in quel momento anche Erto, avviato a diventare una cittadina, sprofondò. E non rinacque mai più.

Da “Il volo della martora” di Mauro Corona

Link: www.alessandromenafra.com

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Upcycle. Bere, mangiare, pedalare

Post un po’ ruffiano.

Sono andata a Milano con la famiglia, a vedere una mostra (per la cronaca, la mostra dedicata alla conquista dello spazio allestita allo Spazio Ventura XV). In fase di pianificazione della giornata, in modo un po’ paraculo, ho proposto al moroso (che è in trip totale per la bici):

…e se andassimo all’Upcycle Café? E’ vicino al Politecnico…

Una lucina si è accesa nei suoi occhi… finita la mostra abbiamo trascinato il pargolo, che si sarebbe fermato nel primo posto dispensatore di cose commestibili, fino in via Ampère.

Allora: il posto è veramente carino, e abbiamo mangiato bene. Io ho preso le Vegan Balls, molto buone, e la birra rossa altrettanto. Mio figlio, a 8 anni, si è mangiato il sui primo burger (giuro…) ma si è fatto togliere insalata, pomodoro e…i semi di papavero dal pane (aaaargghhh!!). Però le patate se le è scofanate senza fare storie…

Ma Upcycle non è solo un posto per mangiare, organizzano eventi legati al mondo a due ruote, e si può venir qui anche per studiare. Le decorazioni sono “a tema”, volevo anche fotografare la maglie appese al soffitto ma c’era troppa gente e mi vergognavo un po’….

E, da mamma che ha superato l’età cambio pannolino ma che a queste cose sta attenta, non è sfuggita una cosa. Mi è capitato di leggere in giro polemiche sugli spazi per il cambio pannolino, generalmente scarsi e/o inaccessibili ai papà. Ecco. Ficchiamoci in testa una cosa. E’ pur vero che in genere i bambini hanno un papà e una mamma (non sempre, ma in genere è così), ma non è detto che entrambi possano essere presenti. Ma ci possono anche essere bambini con due papà, due mamme, o in giro col cugino, lo zio o il fratello più grande. In ognuno di questi casi i bambini hanno il sacrosanto diritto di essere cambiati con tranquillità. Da chiunque. E anche i maschietti, che sono perfettamente in grado di accudire un bambino, devono poter accedere ad un posto per cambiare il pargolo, senza essere insultati perché entrano nel bagno delle signore, o senza dover usare il piano in marmo del lavandino del bagno degli uomini. Ecco, qui almeno hanno l’autorizzazione scritta ad entrare nello spazio dedicato.

Consigli per il cambio pannolino a parte…se volete essere informati su menù, orari, iniziative, varie ed eventuali, potete accedere al sito internet o alla pagina facebook del locale.

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12 giorni appesi ad una corda

Quando sento parlare di “Salto Angel” non posso non pensare a quel capolavoro di UP.

“L’avventura è laggiù”!!!

 

 

Dodici giorni appesi a una corda per scalare la cascata più alta del mondo, in Venezuela

di Noemi Penna – lastampa.it, 18/10/2017

Così maestosa e inavvicinabile da esser stata «scalata» solo quattro volte in venticinque anni. Salto Angel è la cascata più alta del mondo: si trova in Venezuela, nella remota zona di Bolivar, e scende per 979 metri dal monte Auyantepui.

Solo per ammirarla da valle serve una camminata di due giorni nella foresta. Ma gli inglesi James Pearson e Caroline Ciavaldini non si sono spaventati e hanno tentato l’impresa insieme ad altre sei persone, trascorrendo 12 giorni e notti appesi alla parete.

Le vertiginose fotografie della loro ascesa ora fanno parte di un libro, «Climbing Beyond: the world’s greatest rock climbing adventures», in cui marito e moglie, entrambi 32enni, hanno voluto racchiudere le loro imprese «in verticale» più spettacolari, da Les Calanques di Marsiglia sino al Tonsai Beach in Tailandia, passando appunto dal Santo Angel in Venezuela.

La scalata è stata una vera impresa. I progressi sono stati lenti, ed è anche capitato che l’intera squadra stesse ferma per sei giorni ad uno stesso punto, a 250 metri di distanza dalla vetta.

«Arrivare in cima è un viaggio faticoso, a livello mentale e fisico. E anche se in futuro sarà sempre più difficile intraprendere una impresa del genere – affermano i due scalatori -, speriamo che altre persone avranno la possibilità di sperimentare una scalata come la nostra».

Non deve esser certo una passeggiata, anche per dei professionisti, trascorrere tutti quei giorni «appesi». Hanno dovuto far tutto affidando la loro vita ad una corda, appoggiandosi a piccoli spuntoni di roccia. Ma «svegliarsi lassù, avendo davanti la foresta amazzonica, gli arcobaleni e lo sfarfallio della luce del sole che si infrange contro la cascata, è qualcosa di talmente magico e unico che sembrava di vivere in un altro mondo, fuori dal tempo».

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Il lago che non c’è e il confine scomparso

Approfittando di qualche ora libera, sono andata a rifare l’Anello Gerundo, stavolta con le foglie ingiallite che cominciano a cadere e il mais tagliato da poco.

L’Adda a Gombito

Ho dovuto fare qualche variante per causa di forza maggiore, ma, oltre a qualche foto, stavolta ho girato il video. E, soprattutto, ho fatto una “scoperta”. Accanto a Cascina Saragozza c’è un cippo in granito, indicante il confine fra lo stato Veneto e Milano: di qui sono passata un sacco di volte, ma non ci avevo mai fatto caso. L’agricoltore con cui mi sono fermata a parlare mi ha detto che ce n’è un altro, poco lontano, lungo la strada per Castelleone. Sto cercando di trovare dei riscontri storici: nel periodo precedente la nascita della Repubblica Cisalpina Crema era sotto Venezia, una specie di enclave nel Granducato di Milano. Ma la data sul cippo sembra essere 1798. Indagherò…

“Stato di Milano”, presso Cascina Saragozza

“Stato Veneto”, presso Cascina Saragozza

Intanto che ravano in rete, vi propongo il video…

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