Gradini d’acqua

Una rete di “gradini d’acqua”, per ripopolare il lago d’Orta

Progetto da un milione di euro: «Così torneranno i pesci»

Il fiume Toce e il Lago Maggiore

di Vincenzo Amato – lastampa.it, 27/03/2017

Dall’Adriatico al lago d’Orta, passando per il Po, il Ticino, il lago Maggiore, il Toce e i torrenti Strona e Nigoglia. Non è fantascienza, ma l’antico percorso che pesci, e uomini, hanno compiuto per millenni e che da un secolo, nell’ultimo tratto, si era interrotto a causa della presenza di briglie e sbarramenti – muri pressoché invalicabili per la fauna ittica – realizzati per le centraline idroelettriche.

Il progetto, valore 991 mila euro, finanziato in massima parte dalla Fondazione Cariplo nell’ambito del bando di «connessione ecologica», è stato voluto dai Comuni di Omegna, Casale Corte Cerro, Gravellona Toce, Baveno e Stresa con la direzione scientifica dell’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Cnr, che ha sede a Verbania. «E’ un progetto particolarmente significativo di recupero ambientale e per questo ha avuto il nostro sostegno – dice la commissaria Cariplo per il Vco Francesca Zanetta -: significa ridare vita ai torrenti e far uscire il lago d’Orta dall’isolamento in cui si trova da quasi un secolo. In questo modo verrà ricollegato al bacino fluviale del quale storicamente fa parte, che comprende il lago Maggiore e tutti i fiumi fino al mare».

Al momento i pesci che si trovano nel lago d’Orta arrivano dal Maggiore, prelevati dai ricercatori del Cnr, con un’immissione forzata. L’idea sviluppata dagli scienziati, invece, è ri pristinare corridoi di risalita per i pesci nel torrente Strona e nel canale Nigoglia, che collegano i due laghi, consentendo alla fauna ittica di circolare liberamente. Un’idea apparentemente semplice, ma ora il corso naturale dello Strona è interrotto da 10 sbarramenti con salti che nemmeno i salmoni riuscirebbero a superare, figurarsi persici e lavarelli.

«E’ un esperimento mai fatto prima in Italia – osserva Pietro Volta del Cnr -: si tratta di frammentare questi sbarramenti, costruendo accanto dei “gradini” che i pesci sono in grado di risalire». Per essere sicuri che ciò avvenga non solo nelle prove di laboratorio e nei calcoli scientifici i ricercatori faranno un duplice monitoraggio: su alcuni pesci verrà installato un microchip che permetterà di seguire il percorsi di andata e ritorno tra i due laghi.

Tra lago d’Orta e Nigoglia verrà invece piazzata una speciale telecamera in grado di tenere sotto controllo i transiti. Scienza e turismo in questo caso si sposano. In un’area degradata di Casale Corte Cerro dove scorre il torrente Strona verrà realizzato un laghetto artificiale, una sorta di area di sosta per i pesci migratori, e di conseguenza un parco fluviale con percorsi pedonali e pannelli descrittivi.

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La Ciclovia Olona Lura tra le Brezze della Città Metropolitana di Milano

Il bando Brezza 2 è disponibile sul sito della Fondazione Cariplo.

Ciclovia Olona Lura

Giovedì 16 marzo alla Città Metropolitana di Milano si è svolto il convegno “La Mobilità Ciclabile Metropolitana riparte da una Brezza“, con il quale sono stata presentati i quattro studi di fattibilità che incrociano li territorio della Città Metropolitana sul Ticino, Adda, Lambro ed Olona Lura.

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L’anello mancato: 3 e 4- Le 5 Torri e la Val Travenanzes

Ecco, siamo arrivati alla parte mancante dell’anello.

Con la tappa 1 siamo andati da Cortina al Lago Verde (Rifugi Fanes e La Varella), con la tappa 2 e metà della 3 abbiamo percorso tutta la valle di Fanes fino al Col Locia, da qui siamo scesi a Plan d’Ega per poi risalire alla piana del Rifugio Scotoni, proseguendo poi per il Lagazuoi fino a scendere al Falzarego.

Da qui in poi, non avendolo percorso di persona, riporto le indicazioni della relazione e qualche foto rubata alla rete. Si tenga presente che la relazione era presa da una “vecchia rivista” già dieci anni fa, e in alcuni punti le indicazioni non sono chiarissime, è quindi opportuno verificare sentieri, punti di appoggi e l’eventuale presenza di tratti attrezzati.

…Lo chiuderò, prima o poi, questo giro…

Mappa del trek. In fucsia e arancione le tappe 3 e 4

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore.

La descrizione fino a Passo Falzarego è riportata nel post precedente.

Un’osservazione: nella relazione si cita il segnavia 441b come riferimento per raggiungere Forcella Averau da Passo Falzarego, ma dalla mappa Kompass in mio possesso il 441b non parte dal passo. Suppongo sia da intendere “segnavia 441”, verificare le condizioni del sentiero.

Le 5 Torri, sullo sfondo le Tofane, da http://lagazuoi5torri.dolomiti.org

Museo all’aperto – 5 Torri

Per info

Museo all’aperto delle 5 Torri

Tappa 4: da 5 Torri (2137mslm) a Ponte de ra Sies, tempo stimato 8-9 ore.

Per info

Fotogallery traversata val Travenanzes da sito cai San Vito al Tagliamento

Escursione Falzarego – Lagazuoi – Travenanzes

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Nanga Parbat, il gigante femmina

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L’anello mancato: 2,5-da Fanes al Falzarego

Mappa del trek. In blu e fucsia sono indicate le tappe 2 e 3

Proseguo qui la descrizione di un percorso ad anello tentato nel 2017.

Doveva essere la tappa n°2, invece abbiamo fatto un’aggiunta, e, a posteriori, dico “per fortuna!!!”. Ma andiamo con calma.

La prima tappa ci aveva portato da Cortina al rifugio La Varella percorrendo la bella val di Fanes e il Passo di Limo.

Chiesetta dietro al rifugio La Varella

Qui abbiamo pernottato in un bel rifugio, tranquillo, che faceva anche da alberghetto, nel senso che, oltre alle camerate, c’erano stanze più piccole e c’era chi pernottava qui più giorni facendosi portare qui in jeep. Non essendo proprio lungo l’Alta Via n°1 come il vicino, e più grande, Rifugio Fanes, risultava meno affollato rispetto a quest’ultimo. Nel rifugio abbiamo incontrato anche alcune comitive in mtb impegnate nella traversata del gruppo (qui si può arrivare anche da San Vigilio di Marebbe), e, personalmente, non li ho invidiati, sapendo che all’indomani avrebbero dovuto affrontare le rampe che portavano al Passo di Limo…

Il torrente nei pressi del Lago Verde

Tappa 2: da Rifugio La Varella (2038mslm) a Rifugio Scotoni (1985mslm), tempo stimato 4-5 ore.

La mattina successiva ci rimettimo in marcia in direzione sud lungo l’Alta Via n°1. Ripercorriamo il Passo di Limo per poi percorrere l’Alpe di Fanes Grande, fra torrenti, laghetti e bastionate rocciose dalle forme più varie. Sembra di essere in un altro mondo, lontano dai sentieri più affollati, in un ambiente particolare, che si differenzia dalla maggior parte delle valli dolomitiche proprio per la forma delle vette circostanti, che, sulla nostra destra, sono molto “morbide” per una strana combinazione di storia geologica ed erosione, che ha reso molto visibili le ondulazioni, le pieghe degli strati rocciosi.

Alpe Fanes Grande, con le Cime di Campestrin a sinistra e Sas dai Bec e Taibun sulla destra

Sas dai Bec

Arriviamo al Juf da l’Ega (Passo Tadega, 2157mslm), lasciando sulla destra il vallone che porta a Punta Lavarella, per poi imboccare il sentiero 11 percorrendo la Val di Fanes fino a Col Locia (2069mslm), fra la Cima del Lago e il Piz les Cunturines. La relazione in nostro possesso diceva di tagliare in quota lungo il sentiero 21 fino alla Forcella di Lago (2140mslm) e, da qui, al Rifugio Scotoni. A parte che sulla nostra mappa tale sentiero non era segnalato, noi preferiamo scendere lungo un sentiero che, fra rocce e gradoni sostenuti da tronchi, ci porta fino a Plan d’Ega, a quota 1730mslm circa, percorrendo parte di questo tragitto insieme ad un paio di coraggiosi bikers che si fannno buona parte del dislivello con la bici in spalla. Ho pensato fossero matti, poi negli anni successivi sono andata ad impegolarmi in situazioni forse peggiori, capendo che… una scammellata val bene un giro spettacolo.

Col Locia, vista verso il vallone che porta a San Cassiano. Sullo sfondo, Pralongià e il Gruppo del Sella

La discesa dal Col Locia, lungo il sentiero 11.

“Hotel Pecora” a Plan d’Ega

Da lì risaliamo, lungo il segnavia 20, percorrendo il vallone di Lagazuoi fino alla verde piana del Rifugio Scotoni (in pratica risalendo il percorso che in inverno si fa con la lunghissima pista da sci che dal rifugio Lagazuoi scende fino a San Cassiano.

Al rifugio Scotoni arriviamo intorno all’una, piuttosto affamati. Il rifugio è parecchio affollato e… gli altoparlanti sparano musica tirolese a palla. Vabbè che in fondo siamo…a casa loro, ma per chi si è conosciuto ascoltando Love Over Gold dei Dire Straits è un po’ troppo. Mangiamo, ci guardiamo in faccia e… “tira fuori un attimo la cartina…”. Visto l’orario c’è margine, rimanere lì a farsi ammorbare, per quanto il posto non sia male, non ne vale assolutamente la pena. Da lì al successivo Rifugio Lagazuoi però c’è un bel pezzo, e per me, stimare le percorrenze su una carta al 50.000 dopo che per una vita ho usato quelle al 25.000, non è banalissimo. Ritenendo la cosa fattibile ci rimettiamo in marcia, decisi a fare mezza tappa del giorno successivo.

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore (interrotta al Falzarego).

Sempre lungo il sentiero 20 saliamo fino al lago di Lagazuoi e da qui rientriamo sull’AV n°1. Una parte del sentiero è a gradoni (anche un po’ alti), ma nel vallone si procede lungo una traccia su roccia, su una specie di piana coronata dalla Cima del Lago, dalle Torri di Fanes e dal Piccolo Lagazuoi. Ma mano che procediamo lungo il sentiero il cielo si copre progressivamente, dando ragione (purtroppo) alle previsioni dei meteorologi.

Alpe di Lagazuoi, chiusa a nord dalla Cima del Lago e dalle Punte di Fanes

Arrivati sotto al rifugio ci rendiamo conto che il “sotto” sono 200 metri di dislivello da farsi in salita (e ridiscendere la mattina successiva) lungo il primo tratto della pista da sci. “Col cavolo che salgo per poi ridiscendere, andiamo a dormire al passo” mi sento dire. Borbotto, un po’ per l’ora tarda, un po’ perché al Falzarego poteva essere problematico trovare alloggio, ma mi adeguo. E sotto un cielo che, dal grigio normale, vira al grigio topo e alla tonalità piombo, ci avviamo alla Forcella Lagazuoi e scendiamo, lungo il segnavia 402, passando ai piedi della Cengia Martini. Da qui partono i sentieri che portano nelle gallerie scavate nella prima guerra mondiale, e che ora è possibile visitare (con l’attrezzatura adeguata, si intende).

Tofana di Rozes, in vista l’AV1 che porta a Forcella Col de Bos

Arriviamo al Passo Falzarego e scendiamo lungo la statale fino al Rifugio Col Gallina. Il tempo di entrare per chiedere un posto letto e si scatena l’inferno. Un diluvio allucinante…

Per fortuna hanno una stanzetta libera e ci fermiamo lì. Ma al tempo infernale ci si aggiunge pure la notte infernale passata perché il mio compagno sta malissimo, al ché capiamo che il nostro trek finisce lì.

La mattina successiva, mesti mesti, prendiamo l’autobus in direzione Cortina, nell’impossibilità totale di vedere il panorama perché immersi in una fitta cortina di pioggia, ma consapevoli che, se fossimo dovuti scendere del Lagazuoi con quel tempo, sarebbe stato molto, ma molto, peggio.

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Una ciclabile non fa primavera

di Manuel Massimo – bikeitalia.it, 20/03/2017

La polemica è sempre dietro l’angolo e troppo spesso quando un’amministrazione decide di realizzare una ciclabile si trova a dover affrontare gruppi di cittadini difensori dello status quo e del parcheggio libero, meglio se selvaggio. A nulla servono le valide argomentazioni con cui l’amministrazione di turno illustra il progetto, elencandone i vantaggi dal punto di vista dell’ambiente e della vivibilità delle strade: se la ciclabile elimina posti auto il cittadino autodipendente vedrà soltanto un ostacolo in più per trovare l’agognato parcheggio, quella ricerca spasmodica per cui spende centinaia di ore l’anno. Troppo facile prendersela con la ciclabile: “In fondo non si capisce perché la debbano fare proprio lì e non altrove e poi, diciamocelo, quanto verrà utilizzata? Vuoi mettere una bella sfilza di parcheggi a bordo strada ambo i lati quanto sarebbero più utili per tutti…”.

Ecco: finché in Italia il livello del dibattito sul tema sarà questo, la ciclabilità resterà al palo perché lì l’hanno lasciata gli amministratori pro tempore che per creare meno malumori possibili e garantirsi la rielezione hanno scelto di ipotecare il futuro della mobilità nuova in cambio di un presente dove l’automobile è ancora considerata un totem e chi pedala viene messo ai margini, della carreggiata così come dell’agenda politica. La direzione che stanno prendendo le principali città dei Paesi più attenti all’ambiente, alla vivibilità e alla salute pubblica è decisamente quella della ciclabilità: incrementare gli spostamenti in bicicletta fa parte della soluzione, continuare a privilegiare i motori è un serio problema.

Nel suo piccolo, il caso della ciclabile di Via Armando Diaz a Sassari rappresenta in modo abbastanza chiaro il tema: la realizzazione di una corsia ciclabile su strada, protetta da un robusto cordolo di cemento, che crea continuità negli spostamenti a pedali tra la periferia e il centro della città è diventata motivo di scontro e attacco all’amministrazione che ha deciso di realizzarla al posto dei parcheggi destinati alle auto. Il tutto su una strada a senso unico dove la sosta era consentita su entrambi i lati: grazie alla realizzazione della ciclabile non solo è stata riasfaltata *tutta* la via dopo 20 anni, ma gli stalli del parcheggio (ridotti da 128 a 68) sono ora *tutti* gratuiti. Una soluzione apparentemente win-win, ma destinare spazio alle bici “sottraendolo” alle auto fa ancora effetto e in alcuni cittadini genera malcontento.

E così la ciclabile diventa motivo di contesa, pietra dello scandalo e finanche pretesto per attaccare l’operato di un’amministrazione comunale: perché eliminare il parcheggio significa minare le certezze di chi si sposta in auto anche per andare a comprare il giornale all’edicola in fondo alla strada, dove legge articoli di cronaca locale che pompano il caso della “ciclabile della discordia” perché in fondo la colpa del traffico a qualcuno o a qualcosa bisogna pur addossarla “e non sarà mica colpa di chi si sposta in auto, ma di chi non gli dà gli adeguati spazi per potersi muovere e fermare in santa pace. E poi qui non siamo mica a Copenaghen…”.

Le motivazioni addotte dagli oppositori della ciclabile in questione è che, a loro dire, la larghezza della carreggiata sarebbe insufficiente a garantire il passaggio dei mezzi di soccorso, ma la risposta dei tecnici non lascia spazio a interpretazioni di sorta: se 3,10 metri vi sembran pochi, sottolineano altresì che si tratta di una larghezza di 35 centimetri superiore ai 2,75 metri minimi previsti per una corsia urbana. Nel mirino dei no-ciclabile sono finiti anche i cordoli in cemento larghi 50 centimetri, ma la motivazione alla base di tutto guardando le immagini sembra essere un’altra: con questo tipo di sistemazione su quella strada sarà impossibile sostare in doppia fila e chi era abituato a trovare sempre subito parcheggio dovrà modificare le proprie abitudini rendendosi conto che la scelta di utilizzare l’automobile sempre-e-comunque non è quella giusta.

Una ciclabile non fa primavera, soprattutto in un contesto dove mediamente i percorsi destinati alle bici fioriscono in un ginepraio di strade realizzate quasi esclusivamente a uso e consumo dei mezzi a motore: ma se in quelle giungle d’asfalto – che sono le nostre città – qualcosa può cambiare in meglio sarà di certo perché sbocceranno nuovi spazi per chi pedala, non perché sarà realizzata l’ennesima corsia per aumentare la portata di una strada già congestionata dal traffico motorizzato.

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Soncino, fra Ladyhawke e le stamperie

Soncino - La Rocca

Soncino – La Rocca

Mio figlio, che ha 7 anni, è piuttosto curioso e desideroso di imparare; ha però un difetto: riuscire a schiodarlo è un problema. Diciamo che ha una certa “inerzia”… Bisogna trovare sempre l’argomento giusto per stuzzicarlo e convincerlo ad uscire dalla sua “routine”. E non sempre è facile, a volte bisogna litigarci…

L’autunno scorso, una domenica pomeriggio, sono riuscita a portarlo a fare un giro a Soncino, con la scusa che c’erano le bancarelle dei “cioccolatai”. A parte che abbiamo speso un botto in praline, mattonelle di fondente con frutti di bosco e smarties, cremini alla menta… gli ho proposto di partecipare ad un laboratorio per bambini.

“NO”.

Con poca convinzione gli ho proposto di andare a vedere la Rocca: la volta che siamo entrati nella torre di Castell’Arquato si è spaventato alla vista di un’armatura, siamo dovuti scappare fuori e da allora non ne aveva più voluto sapere di castelli. Con mia somma sorpresa ha risposto in modo piuttosto entusiasta. Abbiamo così iniziato una mini-visita di questo paesotto che, oltre alla Rocca, nel suo centro storico vede concentrati piccoli musei e occasioni per capire come era la vita qui nei secoli passati. Il biglietto di accesso alla Rocca permette di visitare anche altri siti.

Visto che da qui passano numerosi percorsi ciclabili (ad esempio la Ciclabile delle Città Murate), vi racconto sinteticamente quello che è possibile vedere a Soncino (solo quello che abbiamo visto noi nella nostra breve visita, perché abbiamo saltato, ad esempio, le Chiese). Ma prima…qualche nota storica e qualche curiosità per cinefili.

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Planimetria del borgo fornita dal’Ufficio Turistico

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Il comune di Soncino (circa 7600 abitanti) è in Provincia di Cremona ma confina direttamente con le province di Brescia e Bergamo. Essendo sorta in corrispondenza di un guado sull’Oglio ha sempre avuto un’importanza strategica, in quanto da qui passavano le antiche strade di collegamento fra Lodi Vecchio e Brescia e fra Cremona e Bergamo. Ciò ha ovviamente condizionato la storia di questo borgo. Se siete interessati a sapere maggiori dettagli potete visitare la pagina dedicata sul sito della ProLoco, qui vi dico solamente che questi territori sono più volte passati di mano: Cremona, Ducato di Milano, Serenissima, Francesi, Impero, Spagnoli, Austriaci… fino al passaggio al Regno d’Italia nel 1859.

La dominazione degli Sforza ha regalato al borgo la Rocca, sorta sui strutture preesistenti e tuttora parzialmente visibili.

Un set perfetto

Presso la Rocca Sforzesca sono stati girate le scene di alcuni film, come Ladyhawke e Il mestiere delle Armi. Le foto sono riprese dal sito dell’associazione Castrum Soncini.

Il mestiere delle armi – E. Olmi

Ladyhawke – R. Donner

La Rocca Sforzesca

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Ingresso Ovest

E’ la meglio conservata in Lombardia, costruita a partire dal 1473 (in soli tre anni) per ordine del Duca Galeazzo Maria Sforza, su una struttura preesistente (visibile in uno dei locali interrati), con merlatura ghibellina. Munita di tre torri quadrangolari e una circolare con torretta di avvistamento, ha il rivellino (fungeva da dogana) sull’ingresso nord, nel cortile centrale c’è un pozzo. I locali sono piuttosto spogli, una delle torri presenta resti di dipinti probabilmente legati alla presenza di un luogo di culto, in un’altra torre sono visibili i locali della cucina e in una stanza è allestita una camera da letto. Nei locali interrati vi erano le prigioni, le cantine, le stalle per i cavalli. I locali nel cortile, lungo il lato sud, ospitano il museo archeologico.

 

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Il cortile visto dalla torre circolare

Camera – cassapanca

Camera – letto a baldacchino

Museo Civico Archeologico Acquaria

All’interno del cortile della Rocca, ospita vari reperti rinvenuti nelle campagne circostanti e risalenti a varie epoche: monili, armi, vasellame, oltre a manufatti di epoca romana. Piccino, ma c’è un po’ di tutto.

Museo della seta

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Camminamento

Nella campagna cremonese e delle province limitrofe è stato a lungo diffuso l’allevamento del baco da seta: i contadini allestivano i graticci per l’allevamento delle bestioline nelle stanze (piccole) delle loro (piccole) abitazioni, sguinzagliando i figli (di solito numerosi) alla raccolta delle foglie di gelso. Questo era il cibo per eccellenza dei bruchetti, e ai tempi i gelsi erano diffusissimi lungo i fossi (ora se ne trovano pochini). Questo allevamento indoor era l’unica attività che i contadini potevano portare avanti in proprio, e il guadagno era loro. La richiesta era notevole, nei centri più grandi si trovavano filande in cui venivano lavorati i bozzoli per ricavare il prezioso filato.

Soncino era uno dei centri in cui si faceva questa lavorazione. Accanto alla Rocca c’era infatti la filanda, che è stata di recente ristrutturata e attualmente adibita a spazio eventi e mostre. Al suo interno c’è anche il museo della seta… ovvero tutto quello che avreste voluto sapere sul baco da seta concentrato in una stanza. Varietà di insetti e sdadi di maturazione, fasi di lavorazione e attrezzature. E alcuni documenti d’epoca.

Ex filanda Meroni – foto da www.soncino.org

Casa degli stampatori

Macchina per litografia – da www.museostampasoncino.it

La famiglia di Israel Nathan arrivò da Spira (Germania) nel 1441 e, almeno all’inizio, si dedicò all’Usura. Successivamente all’apertura del Monte di Pietà i Soncino (questo il cognome che assunsero) decisero di cambiare attività e di diventare stampatori: nel 1483, 28 anni dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg, a Soncino venne stampato il primo libro con questa tecnica.

I Soncino si spostarono poi in altre località della penisola, continuando a dedicarsi alla stampa, inizialmente solo in lingua ebraica, per poi passare a stampare anche libri in latino e in volgare.

Nell’edificio in laterizio in cui la famiglia Soncino esercitava la sua attività ora c’è un piccolo museo, con attrezzatura per la stampa di varie epoche (dal ‘400 al ‘900), ricostruzioni di torchi lignei e presse per litografia, e un’esposizione delle opere prodotte dalla stamperia.

Alla scoperta di questo mondo vi accompagna un omino un po’ particolare: era già un personaggio vent’anni fa, quando per la prima volta ho visitato la stamperia, ora è anziano ma è ancora lì a introdurre il visitatore nel mondo dei caratteri mobili e delle lastre per la stampa. Di solito, ai più piccoli viene data la possibilità di fare una prova di stampa con un torchio manuale: si tratta della prima pagina della Bibbia in ebraico.

Altre informazioni sulla storia della famiglia Soncino e sulla su attività si possono trovare anche qui.

Pagina iniziale della Bibbia stampata il 22 aprile 1488 – copia stampata nel corso della visita con torchio “Mediceo”

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Targa su un edificio vicino all’ex Monte di Pietà

biglietto-soncinoLink utili

Amici della Rocca

Associazione Castrum Soncini

Comune di Soncino

Museo della stampa

Pro loco Soncino

Soncino Turismo

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Paesaggi di Fassa

Foto di Anton Sessa

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Dove Come Quando 2017

LodiLeccoLodi

DOVE: a Lodi in Via Carlotta Ferrari, presso “L’Ura d’Aria”

COME: in bici dopo aver letto Il Regolamento , aver effettuato L’Iscrizione e aver scaricato La Traccia GPX

QUANDO: Sabato 8 Aprile, partenza alla francese dalle 6:30 alle 8:30.

Il percorso è lo stesso dello scorso anno e anche la traccia è la stessa, quindi se l’avete già caricata sui vostri GPS l’anno scorso siete già a posto, ieri c’era un piccolo cantiere al km 70 che obbligava ad una deviazione di poche decine di metri, può darsi che finiscano i lavori entro l’8 Aprile, ma nel caso ci sia ancora basta seguire la segnaletica di cantiere per aggirarlo.

Il Punto più stronzo del percorso è sempre quello ed è sempre stronzo andatevi a leggere l’articolo che avevamo scritto lo scorso anno.

Partenza e Arrivo funzioneranno come negli anni passati, ci piacciono le cose semplici…

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L’anello mancato: 1-Val di Fanes

Le vette a Nord della piana del Lago Verde

La ricerca di informazioni per un’amica che mi ha chiesto info per le ferie di questa estate mi ha fatto tornare indietro di qualche anno, ad un progetto di 4 giorni che purtroppo non sono riuscita a chiudere.

Mappa del trek. In verde la prima tappa

…Si parte!

Era l’estate del 2007 ed  ero dalle parti di Cortina insieme al mio compagno. Prima di spostarci in Val di Fassa avevamo alcuni obiettivi: qualche escursione in mtb (che per me era una novità), le tre cime di Lavaredo, un trek ad anello fra Cortina, Fanes e il passo Falzarego, il “pellegrinaggio laico” al Vajont.

Il meteo ballerino ci ha messo i bastoni fra le ruote; con un occhio al bollettino meteo e l’altro al cielo cerchiamo la finestra ottimale per fare il trek. Individuando una finestra temporale tiratissima, ci decidiamo e partiamo.

Orrido in Val di Fanes

Prima tappa: la val di Fanes.

Partenza segnalata da Ponte de Ra Sies (1283mslm), arrivo al Rifugio La Varella (2038mslm) passando per il Passo di Limo (2172mslm). Tempo 6-7 ore.

Troviamo parcheggio per il furgone e imbocchiamo la forestale che corre ai piedi del bosco, in direzione Nord, parallela alla strada che va verso Cimebanche (segnavia 417 lungo la Valle d’Ampezzo). Dal Ponte de ra Piencia imbocchiamo la val di Fanes (segnavia 10).

Spalto di Col Becchei

Sono passati un bel po’ di anni, e alcuni ricordi sono un po’ sbiaditi, ma mi ricordo una bella valle, con orridi e cascate, che si percorre da Est verso Ovest in modo abbastanza agevole, seguendo una forestale che, con qualche tornante, risale la valle lungo il Rio Fanes, incrociando, in corrispondenza del Ponte Outo, la val Travenanzes (che doveva costituire il nostro percorso di rientro dal trek ad anello). La cosa che più mi ha colpito, a parte la tranquillità e il verde dei pascoli, sono le rocce. Ok, siamo nelle dolomiti… ma qui la conformazione di piane, pendii e versanti è fortemente influenzata dalla stratificazione della roccia.

Lungo tutto il tragitto incontriamo numerosi bikers, alcuni dei quali impegnati in un tragitto a tappe, ma nel complesso l’itinerario non è molto frequentato.

Guadagniamo quota e, costeggiando il Lago di Fanes, ci dirigiamo verso Malga Fanes Grande, da qui saliamo verso destra in direzione del lago di Limo, e dell’omonimo passo. Si scende per larga forestale in direzione Lago Verde e ci dirigiamo verso il Rifugio La Varella.

Qui…integratore salino a base di luppolo e ci rilassiamo in attesa della cena.

Per maggiori informazioni relativamente alla Val di Fanes visita questo link, oppure scarica l’opuscolo sulle valli di Fanes e Travenanzes.

Rifugio Fanes (adiacente al rifugio La Varella): sito dedicato.

Rio Fanes

Al pascolo nei pressi del Lago di Limo

Verso il Lago Verde

Conca del rifugio La Varella

In arrivo

“Arte” in alta quota

Segue…

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