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Turismo, meno smog e assenteismo. L’economia della bici vale 6 miliardi

Tra effetti diretti e indiretti, gli spostamenti a due ruote generano in Italia un fatturato superiore all’export del vino. La ricerca di Legambiente: chi pedala verso l’ufficio si ammala 1,3 giorni l’anno in meno rispetto agli altri. E anche questo aiuta il Pil.

di Lorenzo Salvia – corriere.it, 02/05/2017

La pedalata del mattino non è solo una tecnica di resistenza urbana, un trucco per schivare quell’incubo chiamato parcheggio e arrivare prima in ufficio. La sgroppata della domenica non è soltanto una sfida all’inesorabile pancetta, un modo per respirare il paesaggio che abbiamo intorno a noi e quello che abbiamo dentro di noi. Quando montiamo in sella facciamo girare anche la catena della nostra economia. E quando spingiamo sui pedali spingiamo pure quel numeretto che preoccupa i politici di mezzo mondo: il fatidico Pil, il Prodotto interno lordo. Gli spostamenti in bici generano in Italia un fatturato di oltre sei miliardi di euro l’anno. La pedalatori spa supera per giro d’affari l’export del nostro vino, per dire. E vale il doppio di un orgoglio nazionale come la Ferrari. Il calcolo porta la firma di Legambiente, che venerdì presenterà a Roma il primo rapporto sull’economia della bici. «In Italia — spiega l’autore Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane dell’associazione — la ciclabilità è ancora a livello adolescenziale, ma già così è capace di produrre effetti importanti. Se diventerà adulta, potremo fare molto di più».

Gli effetti diretti

Tra produzione, vendita e riparazioni, la bicicletta fa girare ogni anno in Italia oltre un miliardo di euro. Il numero dei pezzi venduto è stabile da anni, intorno al milione e mezzo. Ma il loro valore potrebbe crescere soprattutto grazie alla diffusione dei mezzi a pedalata assistita, che costano di più e quindi sul Pil incidono in misura maggiore. In Italia la vendita delle ebike non arriva al 4% del totale. In un Paese non propriamente montagnoso come l’Olanda supera il 30%. La bici elettrica consente di arruolare alla pedalata chi preferisce non faticare troppo, chi in ufficio non vuole arrivare sudato, chi magari ha una certa età. Ha aperto un mercato che prima non c’era, come tutti i prodotti davvero innovativi. Poi c’è il capitolo cicloturismo. Tra hotel, ristoranti, varie ed eventuali, i viaggiatori in bici producono in Italia 2 miliardi di euro l’anno. Molto. Ma anche poco, visto che in Germania arrivano a 9 miliardi. Sui fondamentali l’Italia è messa molto meglio: abbiamo un clima più «bike friendly», un paesaggio senza eguali, una certa tradizione a due ruote. Sono gli itinerari che mancano, anche se qualcosa si sta muovendo. Ed era ora. Il cicloturismo ha il grande pregio di portare i viaggiatori fuori dal «turisdotto» Roma-Firenze-Venezia. Non trasforma i nostri centri storici in piccole Eurodisney attraversate da carovane con il bastoncino per il selfie. Ma porta i turisti dove oggi non vanno, in quelle zone di campagna e in quei borghi che rappresentano l’Italia più bella, forse più vera. Non solo produce ricchezza ma la distribuisce meglio sul territorio.

L’impatto sulla salute

Ci sono poi ricadute più difficili da misurare ma altrettanto importanti. Se non di più. In Italia un terzo degli adulti non fa abbastanza attività fisica. Al di sotto dei 13 anni arriviamo a uno spaventoso 92%. La vita sedentaria è causa di patologie gravi come l’infarto e il diabete. L’esercizio fisico non solo è un buon antidoto. Ma è capace di combattere anche effetti collaterali come ansia e depressione. Tra diminuzione di farmaci a carico del sistema sanitario, ricoveri e altre voci, il risparmio «sanitario» generato dalla bicicletta ammonta ad altri due miliardi di euro. Poco meno di quello che spendiamo ogni anno per i ticket. Poi c’è una seconda tranche di risparmi immateriali, che vale un altro miliardo di euro. Dentro c’è il miglioramento della qualità dell’aria, visto che la bici taglia via quasi 2 miliardi di chilometri percorsi ogni anno in auto. E ancora la riduzione dei gas serra, il contenimento del rumore e anche del consumo del suolo per la costruzione di nuove strade. Poi c’è la voce a prima vista più sorprendente.

Il calo delle assenze sul lavoro

Secondo uno studio del centro di ricerca olandese Tno, le persone che vanno al lavoro in bicicletta si assentano dal lavoro meno dei colleghi che usano altri mezzi: la differenza è di 1,3 giorni l’anno. Il risultato? Le 750 mila persone che in Italia pedalano verso l’ufficio producono un risparmio di quasi 200 milioni di euro l’anno. Un terzo di quello che il governo ha appena messo sul piatto per non far chiudere Alitalia, tanto per rimanere nel ramo trasporti. Possibile? Possibile. In Islanda fanno addormentare i neonati nel passeggino davanti al portone di casa, anche se la temperatura non è esattamente tropicale. Dicono che così i loro bimbi crescono più sani. Magari esagerano. Ma un po’ di freddo (preso anche pedalando) rende il nostro corpo davvero più forte, facendo contento pure il capufficio. È per questo, non per un attacco di generosità, che in Inghilterra lo Stato aiuta chi va in ufficio in bici: con il progetto Cycle to work il lavoratore ha uno sconto sull’acquisto del mezzo mentre la sua azienda deve pagare meno contributi. In Italia, invece, chi si presenta in ufficio in bici resta un incrocio tra lo sfigato e lo stravagante.

I vantaggi non misurabili

Bob Kennedy diceva che il Pil «misura tutto, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta». Ecco, nella bike economy ci sono anche effetti non misurabili. Una bella pedalata (rispettando i semafori e senza trasformare i pedoni sul marciapiede in birilli, please) rientra senza dubbio nella categoria. Riguarda solo gli appassionati? Certo. Ma i vantaggi non misurabili coinvolgono anche chi in bicicletta non ci va. Oggi le nostre città sono pensate per chi si muove in macchina. Riportarle a luoghi per esseri umani ci farebbe guadagnare tutti. Come diceva lo scrittore francese Andrè Billy: «L’auto è troppo veloce, il viaggio a piedi troppo lento. La bicicletta è un punto di equilibrio».

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Fenomeno granfondo

Marketing mi sa di “vendita di fuffa”, qui invece si parla di altro: un modo alternativo di fare promozione turistica, la creazione di nicchie di mercato nuove e promettenti, in grado di portare persone nelle valli e negli alberghi in periodi di bassa (o bassissima) stagione. Un approccio sostenibile al territorio.

L’articolo è un po’ datato, ma attualissimo. E aggiungo che i ritmi con cui vengono bruciati i pettorali, anche diversi mesi prima, li ritroviamo anche in altre manifestazioni, in altri sport, prime fra tutte la Marcialonga di Fiemme e Fassa.

Il fenomeno granfondo: le ragioni della fatica e quelle del marketing

MARTEDÌ 4 NOVEMBRE IL SITO DELLA NOVECOLLI, UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI GRANFONDO NEL PANORAMA ITALIANO, È STATO LETTERALMENTE PRESO D’ASSALTO

di Giacomo Pellizzari – strada.bicilive.it, 10/11/2014

Maratona dles Dolomites

In soli 18 minuti, sono stati bruciati 10.000 pettorali, per una gara che si disputerà soltanto domenica 24 maggio 2015. Praticamente tra più di 6 mesi.

Stessa storia o “peggio” per la celeberrima Maratona dles Dolomitesoltre 31 mila pre-iscritti per partecipare al tradizionale sorteggio che a metà novembre assegnerà i “soli” 9 mila posti per la gara del 5 luglio 2015.

Granfondo Sportful Dolomiti Race di Feltre (Belluno): l’edizione 2014 ha toccato il tetto record di oltre 4 mila partecipanti, l’edizione 2015, con iscrizioni aperte addirittura 9 mesi prima dell’evento, si avvia a superarlo.

Sono numeri da capogiro. Segnali di un fenomeno in costante crescita e ormai divenuto mediatico (servizi televisivi, articoli sui quotidiani, addirittura diretta RAI per la Maratona dles Dolomites). Un fenomeno che non è più spiegabile semplicemente con un generico “la bici va di moda”.

Le chiavi del successo sono molte

Indubbiamente c’entra la passione per l’endurance. Fenomeno crescente testimoniato anche dal successo che stanno vivendo altri sport di fatica: il running con le maratone, e soprattutto il triathlon, con l’ironman. La ricerca, o forse il bisogno, di fare fatica e di andare “oltre” i propri limiti affascina e richiama sempre più persone. Indiscutibile. Ma questo non è sufficiente a spiegare il boom.

Le ragioni che vorrei qui analizzare, e che ritengo decisive, sono quelle legate al marketing e alla nascita, forse, di un nuovo modello economico per lo sport amatoriale. Un modello che potrebbe diventare – opinione personale – esempio anche per altri settori del nostro Paese.

Gli organizzatori di queste granfondo hanno imparato da tempo a vendere sempre meglio e in modo più performante le proprie manifestazioni. Curando innanzitutto sempre di più l’immagine e la comunicazione: siti più accattivanti e ricchi, utilizzo dei social media sempre più originale (quest’anno la Maratona dles Dolomites in partnership con Strava, mette a disposizione un’iscrizione gratuita mediante un challenge).

Ma soprattutto, gli organizzatori hanno imparato, strategicamente, a coinvolgere tutto il territorio: operatori turistici, albergatori, enti e associazioni. In molti casi anche le Regioni.
Il risultato è stato quello di trasformare la granfondo non solo in una manifestazione sportiva, ma in un vero e proprio contenitore di business. Un modello vincente, e virtuoso, in grado di attrarre sempre più partner e sponsor.

Un esempio su tutti è quello della Maratona dles Dolomites: non a caso sponsorizzata ormai da anni da Enel, oltre a una marea di altri sponsor e partner.
La gara altoatesina è diventata a tutti gli effetti un format sempre più imitato e inseguito.
A partire dalla cura maniacale dell’immagine e della comunicazione, per finire con le intelligentioperazioni di marketing capaci di fare “rete” con il territorio: i pacchetti iscrizione+hotel, la “Settimana del ciclista”, con eventi, happening e incontri che si protraggono lungo tutto l’arco della settimana. Non solo il giorno dell’evento.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 31 mila richieste di partecipazione, sette mesi prima dell’evento non è una cosa esattamente “normale”. È un successo clamoroso, che va oltre la bici e oltre lo sport.
Non per niente, in tutto l’Alto Adige la Maratona è considerata l’evento più importante dell’anno, dopo la stagione sciistica, per introiti economici.

Sempre la “Maratona”

Stesso discorso vale anche per la Novecolli e laSportful Dolomiti Race. Granfondo che negli ultimi anni si sono conquistate posti da primato rispetto alle altre, compiendo passi da gigante. Segreto, anche qui, è stato sporcarsi le mani con il marketing.
Trasformando la gara in un vero e proprio format. Capace di vendere insieme alla bici e alla fatica, anche il territorio, la cultura, il cibo. La riviera Romagnola e Cesenatico, per la prima, Feltre, il vino e le Dolomiti bellunesi per la seconda.

Una scelta vincente che fa leva sul successo della bicicletta come straordinario mezzo di scoperta e formidabile veicolo economico.

E se la storia di questi successi ci volesse raccontare qualcosa?
Diventando magari un esempio virtuoso anche per altri settori della nostra economia?
Mi piace pensare che proprio da lei, dalla bicicletta, nella sua semplicità e bellezza, venga un segnale importante, un bel racconto di coraggio e scelte strategiche vincenti.

Come quelle della Maratona dles Dolomites, della Novecolli e della Sportful Dolomiti Race.
Tre piccole medicine per curare forse anche mali più grossi della nostra economia.

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Valtellina, non di solo sci

Accanto alla “rete” anche la bottega del commercio equo di Sondrio

Valtellina, non di solo sci

Si scrive “AltRaValtellina” e si legge un’associazione di B&B e aziende agricole che punta al turismo responsabile tra festival, artigiani e percorsi accessibili, in una valle tutta da scoprire. Anche in bicicletta, lungo i 76 chilometri di percorsi che uniscono Morbegno a Tirano, la “Via dei Terrazzamenti”

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 30/10/2015

L’appuntamento con Norma Ghizzo è davanti al teatro parrocchiale di Grosio, piccolo comune della Valtellina appena dopo Tirano, in provincia di Sondrio. Poco distante corre la Statale 38, che porta alle mete più battute di Bormio e Livigno. È una calda serata di luglio e dentro al teatro sta per cominciare il concerto jazz del William Lenihan Trio, uno dei numerosi appuntamenti della rassegna AmbriaJazz (www.ambriajazz.it, conclusasi il 9 agosto). Giunta quest’anno alla settima edizione, la manifestazione curata da Giovanni Busetto -marito di Norma- è un tour (gratuito) alla scoperta della Valle. Una riuscita esperienza artistica che cerca di mostrare una Valtellina alternativa al modello “mordi e fuggi” delle frequentate piste da sci.

In questi anni AmbriaJazz ha costruito una fitta rete tra amministrazioni locali, cooperative sociali e associazioni di varia natura. Una tela virtuosa che ha convinto Norma a dar vita con altri 16 soci fondatori all’associazione di turismo responsabile chiamata “AltRaValtellina” (www.altravaltellina.altervista.org). “Dal novembre 2014 ad oggi i soci sono diventati 21, tra B&B, agriturismi, guide, punti di ristoro e aziende agricole -racconta Norma- e respiriamo davvero un grande entusiasmo”. Mentre Norma elenca gli obiettivi della giovanissima rete -“l’ottica condivisa è quella di una fruizione senza sfruttamento delle risorse”, infatti- Roberta sta spillando una “Sbrega”, buona birra amara prodotta dal “Pintalpina” (www.pintalpina.it), birrificio artigianale sociale aperto da quest’anno con base a Chiuro, a 10 chilometri da Sondrio, che offre opportunità di lavoro e formazione a giovani con disabilità parziale. È tra i partner del festival, proprio come l’associazione fondata da Norma.

Uno dei B&B appartenenti alla rete è il suo, “Via Paradiso” (www.viaparadiso.it), immerso nel meraviglioso borgo medioevale di Ponte in Valtellina. Norma, che di mestiere fa la restauratrice, è una guida puntuale nelle strade ciottolate del paese. Oltre alle tappe storiche -come la casa dell’astronomo Giuseppe Piazzi o quella della famiglia della giornalista e scrittrice Camilla Cederna, figlia del valtellinese Giulio-, Norma tiene particolarmente a far conoscere chi coltiva mele biologiche -sono cinque aziende in tutta la provincia di Sondrio, in una terra dove l’ultimo rapporto di Greenpeace “Il gusto amaro della produzione intensiva di mele” è tornato a denunciare l’utilizzo massiccio di pesticidi- o recupera grani particolari al suo forno. Sono l’azienda agricola Simonini e il Forno di Berola. Buona parte dei negozi e delle botteghe a piano terra, però, sono chiusi, a dimostrazione di uno spopolamento che in questa parte di Valle è regola che si fatica a contraddire. Tra le eccezioni c’è Luca Waldner (www.lucawaldner.com), liutaio di bottega con clienti fino in Cina, che qui a Ponte è rimasto nonostante tutto e continua a “pensare e costruire” chitarre da studio e da concerto. È arrabbiato perché sicuro che “il modello economico e turistico di massa non porti nulla al territorio ma concentri semmai i profitti”. Pensa ad esempio al noto caso di Livigno, epicentro sciistico dell’alta valle compreso nel Parco nazionale dello Stelvio che è zona franca dal 1910. Nel solo mese di dicembre 2014 quel Comune di 6mila abitanti ha contato arrivi per oltre 38mila persone, per lo più stranieri, in crescita del 16% rispetto al 2011. Del complicato rapporto tra turismo e conservazione della fauna, ad esempio, ha trattato Mariagrazia Folatti, responsabile del Servizio Aree Protette della Provincia di Sondrio, ospite di un convegno organizzato proprio da “AltRaValtellina” a fine maggio.

Occupandosi della gestione dei 16 siti di Rete Natura 2000 affidati alla Provincia di Sondrio, Folatti conosce bene gli impatti che il turismo -anche se sostenibile- può avere sulla vita nelle aree tutelate. Ed è per questo che ha lavorato per raggiungere accordi -com’è il caso di un protocollo d’intesa sottoscritto con il Comune di Livigno- per la regolamentazione, delimitazione e formazione di chi attraversa zone battute, ad esempio, da specie come il gallo forcello, l’aquila reale o la pernice bianca. Discorso a parte per lo sci “tradizionale”, dove il consumo di suolo ha di fatto espulso la fauna dalla circolazione, eccetto cervi, caprioli o lepri che attraversano le piste in tarda serata.

Conservare la biodiversità conviene, così come passeggiare e pedalare lungo la Via dei Terrazzamenti, splendido progetto frutto del Distretto Culturale (www.distrettoculturalevaltellina.it) sostenuto da Fondazione Cariplo, finanziato dalla Fondazione di Sviluppo Locale e coordinato da Dario Foppoli, che è ingegnere. “Dei 76 chilometri di percorsi che uniscono Morbegno -all’inizio della Valle- a Tirano, -racconta Foppoli- quelli realizzati ‘ex novo’ sono meno di uno”. Gli ultimi due lotti della Via -realizzata con un investimento di 3 milioni di euro- sono stati consegnati nel giugno di quest’anno. Già candidati a diventare patrimonio dell’UNESCO, con i loro 850-1.000 ettari di estensione utilizzabile (si stima ce ne siano altri 5mila coperti dal bosco), i terrazzamenti valtellinesi rappresentano il 37% di tutta la superficie terrazzata italiana. “Le prime notizie storiche relative ai terrazzamenti -ricostruisce Foppoli- sono connesse a insediamenti monastici del 1100-1200. La grande esplosione ci fu con il dominio dei Grigioni (1512-1796), dato che la nostra valle era la più fertile del Cantone ed il vino era esportato a Nord e nell’Impero. Nel 1800 raggiungevano i 6mila ettari, coltivati a segale, grano saraceno e vino, ma attualmente sono rimasti quelli di maggior valore, dove si concentrano i vitigni Sassella, Grumello e Inferno”. Preservare i terrazzamenti è pratica che implica “un costo considerevole”, racconta Foppoli. “I muretti richiedono una manutenzione periodica, cultura che s’è persa negli ultimi 50 anni”. È per questo che la Via non si pone soltanto come un ‘sentiero’ quanto come uno strumento che metta in relazione produttori di vini, strutture ricettive, cooperative sociali che impegnano ragazzi con disabilità magari e privati, così che comprendano l’importanza strategica dei terrazzamenti e del territorio e si facciano attori della sua tutela”.

Attraversato il 18esimo Comune (Tirano), in prossimità del confine svizzero, la Via dei Terrazzamenti si unisce alla storica “Via Valtellina”, concepita per esportare il vino fino alla regione austriaca di Voralberg e che oggi è un percorso ciclo-pedonale che si snoda fino a Gargellen. Le due Vie hanno da poco sottoscritto una convenzione di “mutuo aiuto”, rendendo di fatto continuo il tracciato di circa 200 chilometri che dalle Alpi si spinge (quasi) fino al Lago di Como -mancano appena 15 chilometri-.

La Via terrazzata tra Tirano e Morbegno è costata circa 3 milioni di euro, 40mila euro a chilometro. Fa riflettere il confronto con il sesto lotto della variante di Santa Lucia della “nuova” SS38, a 30 minuti di macchina da Grosio: 1,4 chilometri di attraversamento in galleria voluto dalla Provincia di Sondrio per sgravare il centro cittadino di Bormio dal traffico automobilistico dei turisti diretti (anche e soprattutto) al Passo del Foscagno e quindi a Livigno (il treno infatti si ferma a Tirano). Il “costo complessivo” dell’opera -che per 994 metri è in galleria e sarà pronta nell’autunno di quest’anno- è di 40.374.444 euro: 28,8 milioni a chilometro. Anche questo è un esempio delle visioni differenti dello “sviluppo” della Valtellina e dell’utilizzo delle risorse a disposizione.

A Tresivio -borgo vicino a Ponte in Valtellina che conta 2mila abitanti- incontriamo Miria, che porta avanti il B&B “Dalla Zia” (www.bnbdallazia.it), anch’esso tra i soci di “AltRaValtellina”. Con lei e Norma ci spostiamo a Sud, verso Sondrio, capoluogo di Provincia e centro di questo nuovo corso della Valle, percorrendo un tratto della Via dei Terrazzamenti. Una parte di questo cuore batte in Bangladesh, equo e solidale. Lidia Perucconi, che è una delle fondatrici della Bottega della Solidarietà di Sondrio (www.commercioequosondrio.it, via Giuseppe Piazzi, 18) ormai prossima al ventitreesimo compleanno (dal 2000 è cooperativa), alza la claire del grande magazzino di stoccaggio della Bottega. Ci sono cesti, arazzi intrecciati, grembiuli e splendide creazioni con Sari riciclati. Grazie all’operato di padre Giovanni Abbiati -missionario scomparso tragicamente nel 2009- la Bottega è diventata importatore delle produzioni di BaSE (www.basebangladesh.org), l’unione degli artigiani del Bangladesh, organizzazione non-profit di commercio equo e solidale, tra gli espositori a Milano Fair City lo scorso maggio (vedi Ae 171). In occasione dell’evento milanese, alcuni membri di BaSE sono stati ospitati nel B&B “Panemiele”(www.panemiele.eu, socio di “AltRaValtellina”) che Lidia porta avanti a Sondrio con suo marito Gian Mario, la figlia Chiara e Paolo, suo genero. È proprio quest’ultimo -che lavora alla Comunità Montana del capoluogo- a mostrare nell’ufficio del B&B cartine, mappe e itinerari ciclo-pedonali che dalla città partono lungo i versanti retico e orobico che stringono la Valle. Sul suo smartphone, Paolo ha alcune fotografie del sentiero Rusca (dislivello di 2.250 metri, da Sondrio fino al Passo del Muretto nella Valmalenco),  e del sentiero Valtellina, da poco sistemati in collaborazione con l’associazione dei Tecnici senza barriere (www.valtellinaccessibile.it), associata ad “AltRaValtellina”. Le aree di sosta -dai tavoli per il pranzo ai giochi per i più piccoli- sono state rese così accessibili a tutti e i “tecnici” organizzano “eventi accessibili” “grazie all’impiego della joelette (carrozzina da montagna con una sola ruota centrale, ndr)” in modo che anche le persone disabili possano “apprezzare le bellezze naturali della provincia di Sondrio”. Questa è l’altra Valtellina.

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La ritirata

“Riscaldamento globale” e “scioglimento dei ghiacciai”: se ne sente spesso parlare nei tg, ma solo chi si occupa in modo professionale di questi argomenti, o chi frequenta in modo assiduo la montagna, ha la reale percezione del problema. Lo scioglimento dei ghiacciai sarà anche un fenomeno naturale in sé, ma un conto è constatare l’arretramento di un fronte nell’arco dei secoli, un conto è vederlo con i propri occhi, nell’arco di pochi anni o al massimo qualche decennio.

Io ho ben presente com’era il ghiacciaio della Marmolada a fine anni ’80, quanto ho cominciato a frequentare la zona in estate, e ho negli occhi quello che ho visto le ultime volte che me lo sono trovato davanti nella sua (ormai scarsa) interezza. Ai tempi d’oro d’estate veniva qui ad allenarsi quello “sborone” di Alberto Tomba (la sera scorazzava a tutta velocità sulla statale con il suo “macchinino”): poteva sciare solo la mattina ovviamente, ma ai tempi era possibile, e tra l’altro lo spostamento di grandi masse di neve per sistemare le piste ha molto probabilmente accelerato l’arretramento del ghiacciaio. Ora Pian dei Fiacconi è una landa desolata, una pietraia. E mi ricordo neve in estate anche sull’adiacente Gran Vernel, che ora è completamente sgombro. Vi consiglio di visitare questa pagina, che descrive molto bene le modificazioni subite dal ghiacciaio della Marmolada.

Fonte ARPA Veneto

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La Marmolada da Passo Padon, agosto 2008

E, allontanando il punto di vista per avere una visione del Pianeta nel suo complesso, pensiamo a quello che sta succedendo ai poli. La foto dell’orso bianco denutrito penso sia negli occhi di tutti.

In vista di #COP21 prendo quindi in prestito il titolo di un bell’articolo pubblicato qualche mese fa su “Altreconomia” per riassumere le evidenze di questi fenomeni.

Le varie info sono tratte dagli articoli citati e/o linkati in coda al testo.

da lifegate.it

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Entro la fine di questo secolo la “risorsa glaciale alpina” potrebbe scomparire quasi totalmente. La tendenza degli oltre 900 ghiacciai italiani è comune a quella delle omologhe masse planetarie, salvo rare eccezioni, come la “Karakoram anomaly” in Pakistan e il Perito Moreno in Patagonia, ed è analizzata nel World Glacier Inventory, il catasto mondiale del National Snow & Ice Data Glacier (i ghiacciai oggetto del monitoraggio sono 130mila, nsidc.org). È il riscaldamento globale l’elemento alla base dei dati forniti dal World Glacier Monitoring Service, che evidenzia la perdita progressiva di spessore e superficie dei ghiacciai. Prendendo in esame un campione di 125 ghiacciai del mondo, è stata registrata “una forte perdita di ghiaccio” tra il 1980 e il 2013 pari a 17,3 metri d’acqua equivalenti.

Nel mondo

Il fenomeno interessa innanzitutto Artide e Antartide, dove l’aumento delle temperature è doppio rispetto alle altre aree del globo. Ma oltre ai poli ci sono i ghiacciai cosiddetti “alpini” – le nostre Alpi ma anche l’Himalaya, la Patagonia, l’Alaska, gli Urali e il Kilimangiaro – che sono il serbatoio d’acqua dolce durante i mesi caldi, fondamentali per l’agricoltura, e che vedono una riduzione fino al 75%. Ad esempio il ghiacciaio Tviberi (Caucaso) ha perso 11 chilometri quadrati tra il 1965 e il 2013, pari a un quarto della sua superficie, dati pubblicati su (climalteranti.it), il Kilimanjaro invece, nel periodo 1912 ÷ 2013, ha perso circa l’85% della superficie originaria.

Il Perito Moreno, uno dei pochi ghiacciai al mondo che non sta arretrando (da repubblica.it)

L’arco Alpino

Da 519 kmq del 1962 agli attuali 368: le Alpi hanno perso in poco più di 50 anni il 40% dei loro ghiacci. Il dato emerge dal rapporto “Ghiaccio bollente” del Wwf Italia, in cui l’associazione ambientalista descrive gli effetti del cambiamento climatico sui ghiacci del pianeta e, di conseguenza, sugli animali e sull’uomo.

Al di là dei valori assoluti, incerti data l’intrinseca difficoltà connessa nel dipingere l’evoluzione del clima futuro, il quadro sembra indicare una verosimile larga diminuzione delle coperture e volumi glaciali. Di questa variazione attesa si dovrà tenere conto “nei diversi scenari evolutivi, non solo ambientali, ma anche socio economici”. Il professor Claudio Smiraglia e la dottoressa Guglielmina Diolaiuti, ricercatrice, entrambi del dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università Statale di Milano, hanno coordinato la redazione del Nuovo catasto dei ghiacciai italiani”, che ha sostituito il precedente catasto del Comitato glaciologico italiano, 1958-1962. Insieme al dottor Daniele Bocchiola, ricercatore di ruolo del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale (DICA) del Politecnico di Milano, sono fra i maggiori studiosi del fenomeno del triste declino dei ghiacciai italiani. Insieme ad altri giovani colleghi hanno recentemente tracciato la “possibile evoluzione” fino a fine secolo del più esteso ghiacciaio vallivo italiano, il ghiacciaio dei Forni, che copre 11,3 chilometri quadrati in alta Valtellina, nelle Alpi Retiche meridionali lombarde (Ortles Cevedale). Questo ghiacciaio, per la cronaca, “perde” in estate 8 centimetri al giorno, riducendosi di 4,5 metri di “solo ghiaccio” sulla sua “lingua di ablazione”. Applicando tre differenti scenari di “bilancio radiativo” (ossia, potenziali scenari evolutivi dei valori di CO2, temperatura e precipitazione), sviluppati nell’ambito del quinto assessment report del Comitato internazionale per i cambiamenti climatici (IPCC), e due differenti modelli climatici globali, la conclusione rimane invariata: “la potenziale evoluzione del ghiacciaio dei Forni porta a stimare per il 2100 una riduzione di oltre l’80% del volume glaciale stimato nel 2007”.

Ghiacciaio dei Forni: com’era, com’è, come sarà.

Il ghiacciaio dei Forni, come gli altri 902 ghiacciai del Paese, ha già subito un’importante riduzione negli ultimi 50 anni. La tendenza -comune a quasi tutti gli altri ghiacciai del Pianeta- è manifesta: nonostante la crescita in termini numerici da 838 a 903 -frutto della frammentazione delle aree glaciali- la superficie glaciale complessiva, distribuita in Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo (con il ghiacciaio del Calderone) è andata riducendosi fortemente, almeno del 30% (dato sottostimato secondo i curatori del rapporto), passando da 526 a 369 chilometri quadrati, poco meno del Lago di Garda. (valori sostanzialmente concordi con quanto riportato nel rapporto WWF)

La Regione più colpita è il Piemonte (-48% in termini di superficie), che ha perduto 8 dei 123 ghiacciai di metà secolo scorso. La Lombardia -che ha il maggior numero di ghiacciai, 230 nel 2015- ne ha guadagnati 45 secondo l’aggiornato censimento, ma ha visto fondersi e scomparire una superficie di 27 chilometri quadrati.

Le conseguenze (in Italia e nel mondo)

“Gli scenari futuri indicano che un’inversione della tendenza in corso è alquanto improbabile e che nell’arco di pochi decenni si potrebbe realizzare un ulteriore avvicinamento a un paesaggio alpino, più simile ai Pirenei e agli Appennini, ormai quasi totalmente privo di ghiacciai, che sembra il destino inevitabile delle montagne del futuro”, spiega Smiraglia.

Sebbene non siano disponibili studi sistematici e accurati sull’entità “economica” dei “servizi” assicurati dai ghiacciai -si pensi per esempio all’impatto sul turismo-, le conseguenze della loro scomparsa sono note: dall’aumento di frane dovuto a un più intenso ciclo di gelo-disgelo delle rocce un tempo “coperte” di ghiaccio (“l’Ortles ha cambiato la propria certificazione di difficoltà, dovendo affrontare pareti rocciose laddove un tempo c’era una distesa ghiaccio”, spiega il professor Smiraglia), all’incidenza sulla portata dei fiumi padani, con riflessi negativi, specie in periodi siccitosi, sull’irrigazione a fini agricoli. “Il contributo dei ghiacciai per importanti bacini quali ad esempio l’Adda pre-lacuale, può raggiungere durante le estati siccitose il 20-25% della risorsa idrica” racconta Bocchiola.

Una risposta a più ampio respiro si potrà ottenere grazie agli esiti del progetto europeo H2020 “Ecopotential”, che punta a “migliorare i benefici ecosistemici futuri attraverso le osservazioni terrestri”. Antonello Provenzale -dirigente di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr- che del percorso è ideatore e coordinatore, sintetizza così l’obiettivo prefissato: “Quello che stiamo cercando di fare è fornire una quantificazione allo stato attuale degli ecosistemi e dei servizi che questi producono mediante misure in situ e osservazioni satellitari di 30 grandi aree protette internazionali, tra cui il gruppo montuoso del Gran Paradiso (che raggruppa ghiacciai del Piemonte e della Valle d’Aosta, ndr)”.

Passando dal “locale ” (si fa per dire) al “globale” la situazione si fa ancora più inquietante. “Il problema non è così remoto come sembra: dal ghiaccio del pianeta dipendono risorse idriche, mitigazione del clima, equilibrio degli Oceani, emissioni di gas serra”, sottolinea il Wwf. E anche la sicurezza dell’uomo: “l’innalzamento dei mari minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere. Il 70% delle coste mondiali rischia di venire sommerso”. Il ghiaccio è poi vitale per la sopravvivenza di numerose specie animali, dalle balene agli orsi polari, i due terzi dei quali, senza ghiaccio, potrebbero scomparire già nel 2050.

Per quanto riguarda gli orsi polari, ad esempio, si tenga presente quanto segue: secondo i dati raccolti dagli scienziati nella Baia di Hudson, in Canada, per ogni settimana di anticipo sulla fusione dei ghiacci gli orsi perdono dieci chili di peso, fanno difficoltà ad allattare i cuccioli e sono visibilmente in condizioni di salute precarie. L’autrice della foto riportata in apertura ha dichiarato:

Mi sono resa conto che gli orsi in salute sono quasi esclusivamente i maschi che rimangono sulla banchisa tutto l’anno. Le femmine, al contrario, sono magrissime. Le mamme tendono a rimanere bloccate sulla terraferma e a perdere i cuccioli. Solo poche volte ho visto madri in carne con giovani altrettanto in salute. Spesso ho visto orsi terribilmente magri, come l’esemplare che ho fotografato. Una femmina ridotta ad uno scheletro, con problemi alla zampa anteriore, che vagava sulla banchisa nel disperato tentativo di cacciare un tricheco.

In rete si trovano alcune simulazioni relativamente alle conseguenze a lungo termine dell’aumento della temperatura media della Terra, in particolare all’impatto dello scioglimento dei ghiacci sulle aree costiere. QUI potete vedere le immagini interattive che rappresentano come cambierebbero alcune città in seguito ad un aumento della temperatura media di 2°C e 4°C (due esempi li potete trovare più sotto).

Durban

London

Qualche anno fa l’ex presidente delle Maldive aveva tenuto una riunione di governo sott’acqua, con i ministri in tenuta da sub, per denunciare il pericolo che corrono queste isole: tre quarti della loro superficie sono a meno di mezzo metro sopra il livello del mare e, se le previsioni degli scienziati risulteranno corrette, saranno coperti dall’acqua entro la fine del secolo. Nessun punto delle oltre mille isole dell’arcipelago è più alto di 2,4 metri sul livello del mare. Eppure il nuovo governo, insediatosi nel 2012 in seguito ad un colpo di stato, ha rivisto drasticamente gli obiettivi stabiliti dal governo deposto, e sta favorendo lo sfruttamento petrolifero del paese.

Il video The Climate Scoreboard illustra l’attuale quadro di valutazione sul cambiamento climatico in base all’obiettivo (goal) di contenere l’aumento della temperatura nei limiti prefissati (e da alcuni giudicati insufficienti) e tenendo conto di dati di realtà (business as usual, ossia “come di consueto”).

Portando le conseguenze all’estremo, ecco quello che succederebbe se tutti i ghiacci della terra si sciogliessero

Spero vivamente che da #COP21 si esca con qualche risultato tangibile, perché non possiamo più aspettare: è fondamentale agire sulle emissioni dei gas serra e con l’immissione di inquinanti di vario genere nell’ambiente, oltre che, ovviamente, rivedere l’approccio all’economia nel suo complesso, per renderla meno impattante sull’ambiente e più equa per quando riguarda le ripercussioni sociali. I “grandi” della Terra sapranno mettere da parte gli interessi di bottega allungando lo sguardo oltre l’immediato? In teoria non c’è scelta, ma io non sono molto ottimista…

Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato.
Hugo Chavez

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Riferimenti

La ritirata – Altreconomia

Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo” – repubblica.it

E se tutti i ghiacciai della Terra si sciogliessero? – Focus.it

L’agonia degli orsi polari racchiusa in una foto – lifegate.it

Ghiacciai,scioglimento record “La febbre della Terra frantuma le montagne” – repubblica.it tramite triskel182

Cambiamenti climatici -ARPA Veneto

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Levano i parcheggi, aggiungono piste ciclabili, e le vendite dei negozi salgono…

…e chi lo avrebbe mai detto?

Benzina Zero

Broadway, a Salt Lake City, con piste ciclabili e intersezioni protette. per fare le piste ciclabili hanno levato posti auto.

Le piste ciclabili richiedono spazio. Ma ogni volta che le amministrazioni propongono di levare parcheggi i commercianti si preoccupano.

Crescono però le prove che, quando più piste ciclabili e meno parcheggi fanno parte di un piano generale per rallentare il traffico, la gente fa più volentieri acquisti nei negozi locali, e i commercianti vendono di più. (Ci sono numerosi studi che lo dimostrano)

In uno studio sulle nuove piste ciclabili di Salt Lake City, la conversione di parcheggi in strada in piste ciclabili ha incrementato gli affari dei commercianti locali. Per esempio:

Il proprietario di un negozio di piante, John Mueller of Paradise Palm, ha visto le vendite salire come risultato della ciclabilità locale.

“Le piste ciclabili e i limiti di velocità aiutano a rallentare il traffico automobilistico

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Il Parco a pezzi

Il Parco della Vanoise, insieme al contiguo Parco del Gran Paradiso, costituisce l’area protetta più vasta d’Europa. Come scritto più sotto, e come riportato nella “Carta” del parco, il territorio ha comunque avuto uno sviluppo turistico, con particolare riguardo nei confronti del turismo invernale, mentre la fruizione dell’area nel periodo estivo ha margini di crescita notevoli.

Mi chiedo: ha senso rinunciare alla conservazione del territorio, alla tutela di ecosistemi e di ambienti in cui in passato l’uomo ha trovato un suo equilibrio con la natura, alla possibilità di incentivare la fruizione (responsabile) del territorio anche nel periodo estivo, in cambio della possibilità di ampliare comprensori sciistici che già ora sono molto importanti per le dimensioni e per la notorietà data dalle gare di coppa del mondo? Ha veramente tutti questi margini di crescita il turismo invernale, c’entra la burocrazia o è una questione culturale?

I borghi della Savoia rinnegano la Vanoise: il parco si ridurrà di due terzi

L’area protetta più antica della Francia si ridurrà dagli attuali 2mila chilometri quadrati a poco più di 500: 26 comuni dei 29 che racchiudono il suo territorio hanno rifiutato di siglare la “carta di adesione” all’Ente, che penalizza ulteriori sviluppi sul fronte del turismo sciistico

repubblica.it, 27/09/2015

Val d’Isère dal Col de l’Iseran

Francia. Nubi dense sul Parco nazionale della Vanoise e sul suo futuro. La più antica area protetta Oltralpe, situata nella Savoia, al confine con il Piemonte e la Valle d’Aosta (e con lo stesso Parco del Gran Paradiso) vedrà il suo territorio ridursi a un terzo dell’estensione attuale che è di circa 2 mila chilometri quadrati. Tutta colpa di una legge, promulgata nel 2006 ma diventata operativa in questi mesi, che vincola i comuni nel cui territorio è ospitata l’area protetta ad “aderire” alla stessa, pena la cessazione stessa dello status. Ebbene, delle 29 municipalità dell’area interessata, appena due hanno ratificato la carta, contro 26 rifiuti (e un comune che non si è ancora espresso, lo farà domani). Un caso unico in tutto il Paese, nel quale esistono altri 10 Parchi Nazionali, in queste settimane alle prese con lo stesso problema: in quei casi l’adesione media delle comunità locali è stata dell’ordine del 75 per cento, con il caso limite del “sì” unanime nella Guadalupa.

Il rifiuto non è del tutto una sorpresa nel territorio dei grandi comprensori sciistici (Val Thorens, Courchevel, Tignes, La Plagne solo per citarne alcuni), che vedono nel Parco il freno inibitore a possibili ulteriori sviluppi. Stupiscono però le proporzioni, perché se il diniego era scontato per i comuni più grandi, non si può dire lo stesso di quelli minori, dove i risultati hanno sovvertito ogni pronostico, tra polemiche e colpi di teatro. A Termignon, il sindaco Rémi Zanatta, favorevole alla carta, è stata messa in minoranza dal suo consiglio municipale, nonostante l’85 per cento del territorio comunale sia parte del nucleo del parco, il “coeur” (cuore) che comunque rimarrà area protetta. “I bambini nascono ‘anti-parco’ – ha detto con sarcasmo misto a desolazione la signora Rémi -. E ogni pretesto è buono per parlarne male”.

La zona di Bonneval-sur-Arc

La stessa cosa è accaduta ad Aussois, dove il sindaco, nonché ex presidente del Parco Alain Marnézy è stato sconfessato dal suo consiglio. Scenario ancora più divisivo a Champagny-en-Vanoise, dove il consiglio comunale, in larga maggioranza favorevole alla firma della “carta” ha voluto sottoporre il problema alla consultazione popolare, ricevendo il 75 per cento di pareri contrari. “Ci siamo dovuti rassegnare a votare contro – ha raccontato al Figaro il sindaco René Ruffier-Lanche -. D’altra parte, ci troviamo all’interno di un parco atipico, dove molti comuni hanno enormi potenzialità di sviluppo turistico-economico finanziario. E certo non possono essere rari gruzzoli distribuiti dall’ente parco a influenzare una simile decisione”. Per intenderci, la piccola Champagny fattura 600 mila euro annui grazie al movimento del turismo sciistico; le sovvenzioni distribuite dal Parco nel 2015 ammontano ad appena 148 mila euro, da dividere per 29 comuni.

Ma non è soltanto una questione di soldi. I comuni sembrano aver percepito la Carta come un nuovo, ulteriore vincolo burocratico (che si aggiunge agli altri esistenti, “Riserve naturali”, “Zone Natura 2000”). “Il tutto ha messo i comuni e le rispettive amministrazioni nelle condizioni di non poter far più nulla”, ha spiegato André Plaisance, il sindaco di Saint-Martin-de-Belleville, uno dei due comuni che hanno ratificato la carta. Risultato: la Vanoise, uno dei gioielli delle Alpi Occidentali, creato nel 1963, vedrà il suo territorio ridursi dagli attuali 2mila chilometri quadrati, a poco più dei 530 chilometri quadri che rappresentano il suo “coeur”, quello che appunto non si potrà toccare per legge.

Un’area di montagna bellissima, nonostante i comprensori sciistici, che occupano solo le parti più alte di alcune delle vallate, rimanendo perlopiù “nascosti” anche a chi percorre l’area in automobile. Una zona famosa per gli stambecchi e per l’alta concentrazione – una delle più alte delle Alpi – di aquile reali. Un piccolo-grande eden che sta per ridursi, come titola il Figaro, citando un tipico detto francese, nonché omonimo libro di Balzac – a una pelle di zigrino.

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