ambiente

La montagna insozzata

Sono passati ormai 28 anni dall’iniziativa Free K2 lanciata da Mountain Wilderness, ma a quanto pare l’inciviltà continua a regnare sovrana

Addio montagna immacolata, l’allarme sull’Everest: “E’ diventato una discarica”

Sul tetto del mondo la Cina ha recuperato 8,5 tonnellate di spazzatura, ma il via vai dei turisti continua a lasciare tracce. In buona parte plastica e residui lasciati da alpinisti incivili

Nella foto, scattata il 21 maggio, i rifiuti lasciati al campo 4 sull’Everest (afp)

di Giacomo Talignani – reubblica.it, 18/06/2018

UNA montagna di spazzatura. E’ triste dirlo, ma da tempo l’Everest ha perso il suo fascino di montagna immacolata e, soprattutto a causa delle spedizioni commerciali, oggi è sempre più ricoperta da rifiuti umani. Ad aprile, riporta il Global Times, la Cina in un tentativo di pulizia ha recuperato 8,5 tonnellate di rifiuti da quella che è considerata la vetta più alta del mondo.

Purtroppo, sottolineano le squadre intervenute sul luogo, buona parte di questi detriti è composto da plastica e feci umane. Da quando la grande montagna è diventata sempre più accessibile anche per il turismo di massa, che si trasforma in spedizioni dove spesso non si rispettano le regole del campo base, l’Everest si è infatti trasformato in una discarica all’aria aperta dove senza alcuna remora migliaia di persone, ogni giorno, si lasciano indietro immondizia, oltre a fare i loro bisogni. Rifiuti che, fanno notare gli himalayani, a causa delle temperature e dei ghiacciai restano a lungo presenti lungo i cammini verso la cima a 8.848 metri.

La squadra intervenuta per ripulire la montagna tra Tibet e Nepal, composta da trenta persone, ha ripulito circa 5,2 tonnellate di rifiuti domestici: 2,3 erano composte da feci umane. Una raccolta che, tra l’altro, è difficilissima anche per gli addetti ai lavori dato che devono affrontare altitudini elevate, carenza di ossigeno e percorsi complessi.

Inoltre, a contribuire allo scempio, ci si è messo anche il riscaldamento globale che sciogliendo parte dei ghiacciai ha liberato la spazzatura lasciata dagli scalatori per decenni. Nepal, India e Cina si dicono preoccupate dall’inquinamento dell’Everest e, oltre ad iniziative per ripulire l’aria inquinata, l’acqua e e il suolo contaminato, stanno studiando strategie per arginare lo spiacevole fenomeno. I cinesi, dicono i media locali, a breve dovrebbero realizzare più bagni pubblici e servizi igienici lungo la rotta. I tibetani invece sono impegnati in diversi percorsi di bonifica da completare entro il 2020.

Ma a preoccupare non sono solo i rifuiti umani: l’abbandono diverso materiale che inquina quotidianamente l’ambiente è sempre più frequente. Si va da pezzi di tende a plastiche, da giubbotti a resti di attrezzatura per le scalate sino a scarti dei contenitori di cibo. Da “la montagna più difficile del mondo” l’Everest è infatti diventato ben presto un luogo dove spedizioni turistiche e gruppi arrivano con sempre più frequenza e spesso sono proprio questi alpinisti meno esperti a contribuire ai danni. “È disgustoso, un pugno nell’occhio. La montagna ospita tonnellate di rifiuti”, ha detto all’Afp Pemba Dorje, sherpa che ha raggiunto la vetta dell’Everest per ben diciotto volte.

Già nel 2012 i rifiuti (non organici) erano così tanti che gli artisti nepalesi hanno perfino prodotto sculture con tonnellate di detriti. I primi dati del 2018 sulle presenze, inoltre, non fanno che rafforzare il volume delle preoccupazioni: sono ben 600 gli scalatori giunti sull’Everest nei primi sei mesi dell’anno spesso grazie a tour low cost.

Per arginare le inciviltà al momento le autorità hanno anche imposto (quelle nepalesi) un deposito cauzionale di 4mila dollari per ogni team di scalatori, rimborsato se ogni scalatore del gruppo riporta alla base almeno 8 chilogrammi di rifiuti. Dalla parte tibetana stesso obbligo, ma al posto del deposito c’è una multa da 100 dollari per ogni chilo di spazzatura non riportato indietro. Con le spedizioni decisamente costose, in molti giudicano questa multa come irrisoria.

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(In)civili

Un viottolo inesplorato lungo un giro super collaudato.

Diamo un’occhiata

E giù dall’argine di Adda, verso il fiume. Si, so più o meno dove si sbuca… Ma non ci sono mai andata, quindi…

E, soprattutto, lo faccio ora che la strada è in buone condizioni, prima che si sminchi causa irrigazioni massicce e letame gettato ad minchiam. Ma chissà se in fondo ci sono problemi, dato che qualche settimana fa il fiume era salito di livello…

Supero il primo filare di alberi, arrivato al secondo “parcheggio” la MTB. Scendo la massicciata a protezione dell’ansa del fiume. Ben nascosti fra robinie, ortiche e sabbia, i massi affiorano, qua e là.

Ecco, un po’ di acqua c’è ancora sopra al livello normale del fiume, e i gorghi creati dalla corrente fanno un po’ impressione, soprattutto perché fanno rumore, dove smuovono gi arbusti che spuntano dall’acqua bassa.

Crotta d’Adda

L’abitato di Crotta si affaccia dalla ripida scarpata, sulla quale si vedono i nastri bianchi che delimitano il percorso della gara di XC organizzata per il 1°maggio. Attraccata, si vede una barchetta che ricorda quella dei cartoni animati…quella guidata dalla nonnina canterina, con Tweety che cinguettava nella gabbietta e Silvestro che le tentava tutte per raggiungere l’ambita preda.

Sullo spiaggione in ombra, all’interno dell’ansa, alcuni pescatori intenti a manovrare le canne.

Adda, verso la foce nel Po

Tutto bello, vero?

No, per niente.

Abbasso lo sguardo.

Una bombola del gas, di quelle grosse. Dubito possa essere stata trascinata lì dalla corrente, soprattutto perché accanto c’è un sacco della spazzatura pieno di piatti di plastica, e un congruo numero di lattine di Bavaria vuote. Capisco che il materiale trascinato dalla corrente tenda ad accumularsi nei punti dove la riva è bassa, ma che “casualmente” i resti di un pic nic finiscano tutti nello stesso punto, sacco pieno aperti compreso, mi sembra poco verosimile.

Sorpresa #1

Sorpresa #2

E schifezze simili se ne trovano ovunque, sacchi pieni abbandonati nei fossi lungo la provinciale, bottiglie di plastica che si accumulano nei navigli in corrispondenza di grate e sifoni, residui di ogni tipo nei campi coltivati, per non parlare delle TV abbandonate nei fossi a 20m dall’ingresso della piazzola ecologica (si, visto pure quello).

Ma cosa vi costa riportarvi a casa quello che vi siete portati appresso? Meno di quello che vi è costato portarlo lì, visto che ora è vuoto. Servono obblighi, divieti, multe, vigli sguinzagliati in orari poco urbani armati di blocchetto contravvenzioni (cosa improponibile per i piccoli comuni)? Non dovrebbe bastare un po’ di testa?

A questo punto spero che si moltiplichino iniziative come quello del sindaco delle Isole Tremiti, che, dopo aver visto le analisi relativi alle microplastiche presenti nel mare dell’arcipelago, ha vietato l’impiego di stoviglie usa e getta. Ma dovremmo andare oltre, affrontare la realtà e abbandonare l’usa e getta, la plastica, i contenitori non biodegradabili i non riutilizzabili.

Ma senza usare la testa non si va da nessuna parte. Senza l’educazione e il rispetto dei beni comuni siamo condannati.

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VisPO

VisPo è un progetto che ha a cuore la salute del Po, e ha come obiettivo la creazione di un corpo di giovani volontari desiderosi di dare il contributo nella salvaguardia dell’ecosistema fluviale e nella promozione della cultura della cura di questi ambienti, anche in prospettiva ludica, sportiva, turistica.

Venerdì 2 marzo, presso il Circolo Armida di Torino, si terrà un incontro illustrativo del progetto, con la partecipazione di personalità in grado di portare un contributo concreto all’impostazione del progetto, illustrando aspetti ambientali, prospettive di sviluppo e spunti organizzativi. Sarà presente anche il prof. Pileri, ideatore del progetto VenTo.

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Burian non ci spaventa

«Burian? Non ci spaventa»: parla la famiglia che vive a 2 mila metri

La famiglia De Francesch attende il «grande freddo» proveniente dalla Siberia in una casa insolita, dove vive dal 1962: un ex rifugio sulle Dolomiti della Grande Guerra, a una passo dalle Tre Cime di Lavaredo. La motoslitta per portare la figlia a scuola

Via Monte Piana 32, Auronzo di Cadore: la famiglia De Francesch

di Massimo Spampani – corriere.it, 25/02/2018

Leggendo l’indirizzo: via Monte Piana 32, Auronzo di Cadore, verrebbe da pensare a un normale numero civico, non certo a un posto fuori dal mondo, in perfetta solitudine, sulle cime dolomitiche a 2.205 metri di quota, con vista spettacolare sulle Tre Cime di Lavaredo, ma con affaccio su burroni da brivido. Eppure lassù, al civico 32 (ma gli altri dove sono?) al termine di una strada coperta dalla neve, che d’inverno si percorre solo a piedi o in motoslitta, piena di arditi tornanti, arrampicati sulla roccia, scolpiti dai soldati italiani durante la Prima guerra mondiale, vive una famiglia tutto l’anno, nella sua tranquilla quotidianità.

Tra -20° e -30°

Quella è la loro casa, la loro dimora fissa e quando arriverà il Burian, l’ondata di gelo estremo proveniente dalla Siberia attesa a ore, il termometro si inabisserà con minime (come si legge nelle previsioni dell’Arpav , l’Agenzia regionale per l’ambiente del Veneto) «che nelle zone più fredde delle Dolomiti saranno comprese tra -20 e -30°» alle quali andranno ad aggiungersi venti tesi da Nord-Est. Mauro De Francesch, il capofamiglia, non batte ciglio: «Al freddo e alla neve siamo abituati, non ci spaventano. Nell’inverno 2013-14 è caduta così tanta neve che siamo rimasti isolati per 13 giorni. Io vivo quassù dal 1962, quando mio padre Giovanni acquistò un complesso di baracche che durante la Grande Guerra ospitavano il comando italiano in questa zona del fronte. Le trasformò in un rifugio, più volte ampliato, finché nel 1993 la gestione passò a me e a mia moglie Lucia».

Nel resto della settimana regna la pace

D’inverno il rifugio è aperto solo nel weekend, quando la vita della famiglia si anima e arrivano i turisti. Nel resto della settimana regna la pace, in compagnia di volpi, camosci ed ermellini. Ogni mattina, come accade da tanti anni, Sofia, la figlia minore della coppia, deve essere accompagnata a scuola: «Sveglia alle 6.30 — racconta —. Il papà poi mi porta giù in motoslitta fino a Misurina per poi proseguire in auto, valicando il passo Tre Croci, fino a Cortina, il posto con la scuola più vicina». Sofia affronta quest’anno la prima classe del liceo Artistico: «Ora ho 15 anni ma faccio questa vita fin dall’asilo». Capita che per la pericolosità della strada qualche giorno di scuola vada perso, ma sono pochi. La sorella Chiara, 24 anni, ha fatto la stessa trafila, e ora studia letteratura tedesca e lavora in Germania. Nel rifugio per le due figlie c’è una vetrata che limita una stanzetta dove poter studiare e svolgere i compiti. Ovviamente il papà, al termine delle lezioni deve riportare la figlia a Monte Piana. «Faccio due volte la spola — dice — salvo le volte in cui mi fermo a Cortina a fare la spesa e aspetto». E poi, il pomeriggio, le lunghe serate così isolati? «Uso i social ma non troppo — risponde Sofia — preferisco disegnare, la mia vera passione. Amo suonare la chitarra e vorrei fare un corso estivo. Leggo libri del genere fantasy».

Qualche «botta di vita»

Ogni tanto qualche «botta di vita» capita anche lassù. Dopo gli episodi della serie televisiva A un passo dal cielo girati sul monte, a maggio sarà la volta di un episodio della serie di Star War. Sul Monte Piana, nell’estate del 1892, salì un giorno anche il poeta Giosuè Carducci elogiandone i magnifici panorami. La famiglia De Francesch, al civico 32, si è stabilita per tutta la vita. Incurante del Burian.

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I suoli alpini nell’equilibrio ecosistemico globale

5 dicembre giornata di approfondimento e confronto scientifico sui suoli alpini organizzata da Legambiente/Carovana delle Alpi a Torino

legambiente.it, 29/11/2017

Il 5 dicembre, in occasione del World Soil Day istituito dalle Nazioni Unite, perché in tutto il mondo cresca la consapevolezza del ruolo fondamentale del suolo negli equilibri che regolano la vita sul Pianeta, Legambiente/Carovana delle Alpi promuove una giornata di approfondimento scientifico sui suoli alpini nell’equilibrio ecosistemico globale. 

L’evento, organizzato con il patrocinio di FAO, Regione Piemonte, IPLA e Ordine degli Agronomi, avrà luogo il 5 dicembre presso la Sala multimediale della Regione Piemonte, in Corso Regina Margherita, 174 a  Torino.

Nell’attuale contingenza di gravissimo degrado ambientale dovuto all’antropizzazione incontrollata del Pianeta, il ruolo fondamentale dei suoli alpini nell’equilibrio ecosistemico globale necessita di essere tutelato prioritariamente come fattore chiave nella gestione del territorio montano, sia in ambito regionale sia italiano sia transfrontaliero.

La partecipazione all’evento è gratuita

Necessaria la prenotazione online: http://www.ipla.org >Comunicazione>Iscrizione Eventi

Scarica il programma

 

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Se ci fosse la forestale

Le immagini che arrivano dalla Val di Susa, da Campo dei Fiori e da molte altre località di montagna sono agghiaccianti. E, oltre a dare la caccia ai criminali che hanno causato tutto ciò, forse sarebbe il caso di farsi qualche domanda…

Incendi in Val di Susa, il generale della forestale accusa: “E’ anche colpa dell’abolizione del corpo”

Frame tratto da Youtube. Fonte: archivio foto Ansa

giornalettismo.com, 30/10/2017

Di chi è la colpa degli incendi che stanno devastando la Val di Susa? Nei giorni dei roghi tornano gli interrogativi che erano già emersi in estate, quando in Campania le fiamme hanno avvolto buona parte del Parco nazionale del Vesuvio. Le responsabilità vanno certamente individuate nella mano dell’uomo, perché è chiara la natura dolosa del disastro. Ma va evidenziato anche come ci sia qualche difficoltà sul fronte degli interventi. A lanciare delle accuse è Silvano Landi, ex generale del Corpo Forestale dello Stato in pensione ed ex direttore della Scuola di Cittaducale, dove è stato docente per generazioni di forestali.

In un’intervista rilasciata a Fabrizio Assandri per il quotidiano La Stampa, Landi, in passato anche docente universitario di lotta agli incendi spiega che «è stato un anno disastroso sul fronte degli incendi», anche per colpa della «disorganizzazione»:

Quest’estate in Abruzzo i boschi del monte Morrone sono bruciati per venti giorni consecutivi, altrettanti al monte Giano, ora in Val di Susa. Ritengo che in parte la colpa dipenda dalla riforma Madia, con il passaggio di consegne dal Corpo forestale agli altri corpi, i carabinieri e i vigili del fuoco, la cui specificità erano fino a poco tempo fa le città e gli edifici, non i boschi.

 L’ex generale lamenta una scarsa preparazione ed anche mezzi che restano fermi:

Ogni giorno ricevo lettere di ex forestali, transitati nei pompieri, che non vengono impiegati per gli incendi boschivi. Tra loro ci sono anche piloti. E, per problemi burocratici, una parte degli elicotteri passata ai vigili del fuoco non si è alzata in volo. Problemi che probabilmente si risolveranno, ma non si deve perdere tempo.

Il primo rogo in Val di Susa è scoppiato domenica 22 ottobre a Bussoleno, in località Calusetto. Si pensava all’inizio che si trattasse di fiamme che potevano essere circoscritte nel giro di poco tempo. Le cose sono andate diversamente. Da quell’incendio, grazie anche alla siccità e al vento soffiato da Est verso Ovest, l’incendio ha colpito anche altre zone, come Falcimaglia e Campobello, per poi estendersi al parco naturale del Foresto. Sono andati in cenere centinaia di ettari. Finora risultano evacuate 600 persone, compresi i circa 200 pazienti di una casa di cura.

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Diga del Vajont dall’alto, 54 dopo il disastro del Vajont

Le riprese fatte da un drone realizzate da Alessandro Menafra per ricordare il disastro del Vajont del 9 ottobre 1963.

planetmountain.com, 08/10/2017

Le immagini, a dir poco spettacolari, di quella che nel 1960, anno della sua costruzione, era la diga più alta al mondo. Ecco le riprese realizzate da Alessandro Menafra della Diga del Vajont, della Valle del Vajont e del piccolo borgo di Casso a 950m sopra la diga, per ricordare quella terribile tragedia della sera del 9 ottobre 1963 quando il Monte Toc franò nel lago provocando una devastante onda che causò quasi 2000 vittime a Longarone e nelle frazioni limitrofi.

Una gobba immensa sollevò la luce della luna dalla superficie del lago e la scagliò verso il cielo. Poi il bagliore si spense nel boato di un mare che piombava su Longarone. E in quel momento anche Erto, avviato a diventare una cittadina, sprofondò. E non rinacque mai più.

Da “Il volo della martora” di Mauro Corona

Link: www.alessandromenafra.com

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Requiem per un ghiacciaio

«Il ghiacciaio dei Forni non c’è più»

Il ghiacciaio dei Forni : la lingua centrale

Il glaciologo Claudio Smiraglia in Valfurva per monitorare l’andamento: «Situazione peggiore del solito, una cosa che ritenevo impensabile fino a vent’anni fa»

laprovinciadisondrio.it, 20/08/2017

«Il ghiacciaio dei Forni non esiste più». È questa l’amara constatazione del glaciologo Claudio Smiraglia, professore ordinario presso il dipartimento di Scienze della terra “Ardito Desio” dell’università degli Studi di Milano, in questi giorni a Santa Caterina Valfurva anche per tenere monitorato quello che, fino a qualche anno fa, era considerato il più grande ghiacciaio vallivo composto a livello nazionale. «Purtroppo – commenta – l’ho trovato peggio del solito. Quel ghiacciaio unitario, formato da una bella lingua verso il Branca e da due bacini laterali che confluivano, per un totale di oltre 10 kmq, non esiste più, ma si è spaccato in tre ghiacciai più piccoli, uno vallivo e due montani, con un collasso continuo del suo settore inferiore. Quella vista in questi giorni è una situazione che, personalmente, ritenevo impensabile vent’anni fa». E i dati in tal senso sono davvero eloquenti. Basti pensare che, nei primi dieci giorni di questo mese, il ghiacciaio dei Forni, come spessore, ha perso tre volte tanto rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, un dato davvero negativo. «Si nota anche un regresso importante sullo Sforzellina – sottolinea il glaciologo -. La situazione è drastica: bastava guardare, nei giorni scorsi, il Frodolfo (torrente che scorre da Santa Caterina verso Bormio, nda) caratterizzato da grosse cascate che uscivano dal ghiacciaio una situazione che, personalmente, non ho mai visto da quarant’anni a questa parte».

*****

L’articolo è di questa estate. Quella che è la situazione dei ghiacciai alpini, Forni compreso, e previsioni relative alla ritirata del fronte, l’avevo riportata qui. Per completezza riporto la sequenza di foto e la previsione futura.

Ghiacciaio dei Forni

La situazione attuale del ghiacciaio della Marmolada è invece riprodotta nella foto qui sotto.

Ghiacciaio della Marmolada, agosto 2017

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Frana sul Latemar, piovono massi dalla Torre Pederiva

Filmata da un escursionista. Una nuvola di polvere in cima alla foresta del Latemar

altoadige.geolocal.it, 28/09/2017

NOVA LEVANTE. Frana, a metà mattina del 28 settembre, dalla parete Nord del Latemar.

A filmare e a fotografare la scena è stato un escursionista, che si trovava sui cosidetti prati del Latemar, sopra Carezza.

Dalla parete della Torre Pederiva, uno dei contrafforti della parete nord del Latemar, sopra il lago di Carezza, si è staccata una frana, con conseguente nuvola di polvere che si è notata da centinaia di metri di distanza.

Un evento storicamente piuttosto usuale, come testimonia la presenza, in zona, del sentiero del Labirinto del Latemar, una sorta di percorso attraverso una città dei Sassi, proprio come quella assai celebre del passo Sella, dovuta a ripetute frane verificatesi negli ultimi secoli, per via della precarietà delle pareti.

Siccome pare che la frana abbia lambito i sentieri escursionistici 20 e 21 dal passo Costalunga a Mitterleger, il Comune di Nova Levante ha disposto la chiusura dei sentieri medesimi, lungo i quali il Brd di Nova Levante ha effettuato dei controlli per verificare che nessuno fosse rimasto coinvolto dalla frana.

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La discesa del Po…facciamola un’altra volta…

Causa pessime previsioni meteo la

7 Discesa del Po

programmata per domani 10/9, è stata rinviata al

17 settembre

Nel post dedicato all’evento potete trovare i riferimenti per restare aggiornati.

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