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Potrebbe andare meglio, potrebbe piovere

Il Po in secca

Venerdì a casa, finalmente un giorno libero in una bella giornata. Stavolta l’occasione non me la faccio scappare, rispolvero la mia mtb. Prima però il figlio da portare a scuola, la spesa da fare (perché posso anche togliermi la fame di bici, ma se il frigo è vuoto la sera sono cavoli amari), poi finalmente via, in sella!!!

A me piace andare in giro in questo periodo. Gli alberi sono ancora spogli, i campi sono a riposo, o si colorano di un verde brillante se già seminati… e si riescono a cogliere le lievi ondulazioni del terreno lasciate dall’acqua che occupava queste campagne, prima che Adda e Serio si ritirassero verso gli alvei attuali e le bonifiche facessero il resto. La pianura non è poi così piatta, ma quando cresce il mais viene tutto livellato.

Roggione zona Sant’Archelao

E avvicinandosi al corso dei fiumi il lavoro fatto dall’acqua è sempre più visibile.

Già, l’acqua. Quale acqua? Si fa quasi fatica a nominarla. Sono mesi che non piove, al massimo uno sputacchio insignificante ogni tanto. In montagna è nevicato poco. E quando si arriva alla Morta dell’Adda lo spettacolo è sconsolante.

Morta dell’Adda, 08/03/2019

Morta dell’Adda, 08/03/2019

Foto scattata dallo stesso punto della precedente, settembre 2016

C’è pochissima acqua, due aironi sulla sponda opposta se ne volano via. Qui ci sono stata spesso, anche in inverno (mi è capitato di trovare tutto ghiacciato), ma sinceramente non ricordo di aver mai trovato una situazione del genere, nemmeno in piena estate.

E anche il Po non scherza: quardando verso la Bocca d’Adda e Isola Serafini si notano spiaggioni immensi, e il la prua di una barca di legno che emerge dalla sabbia.

Il Po nei pressi della Bocca dell’Adda

La situazione è drammatica, gli agricoltori sono seriamente preoccupati.

E questi periodi di siccità saranno sempre più frequenti, visti i cambiamenti che stanno apportando all’ambiente con il nostro stile di vita assolutamente non compatibile con gli equilibri ambientali. Serve, e rapidamente, un cambio di passo radicale, se non vogliamo diventare anche noi dei profughi climatici.

Venerdì 15/03 ci sarà lo Sciopero Globale per il Clima, una mobilitazione geneale per chiedere misure serie a mitigazione dei cambiamenti climatici. Speriamo che chi ha il potere di prendere decisioni si decida ad agire, perché senza politiche di ampio respiro e una visione sul.lungo periodo i comportamenti dei singoli servono a poco.

15 marzo 2019 – Sciopero Globale per il Clima

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La storia di Christian Bagg

Christian Bagg cresce in Canada, sulle Montagne Rocciose: un autentico paradiso per appassionati di snowboard e mountain bike.

Tutto cambia quando, a 21 anni, subisce una brutta caduta con la tavola: il midollo lesionato non consente un corretto passaggio degli impulsi agli arti inferiori. Non riesce a camminare, in preda a forti tremori. A quel punto prende una decisione drastica: accetta di farsi interrompere completamente la comunicazione fra gambe e midollo spinale, diventando definitivamente paralizzato dalla vita in giù. Questo però gli consente di cominciare una nuova vita.

Studia meccanica, che non utilizza solo per il suo lavoro: si ingegna per trovare un nuovo modo di andare in montagna in bici.

Dopo tanto lavoro finalmente arriva la Icon Explore, una tre ruote con motore elettrico da 3000W, con cui, dopo tanti anni, torna ad andare in montagna. Ma le stesse sensazioni sono ora possibili anche per chi non avrebbe mai pensato di muoversi sui sentieri fra sassi, cime e abeti.

Leggi l’articolo pubblicato su backtothewild.it per saperne di più.

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Anello del Lusia variante Sottosassa – video

Ed eccolo, finalmente, in video del “girone” dell’estate 2018, l’anello Moena – Bellamonte – Lusia con partenza da Soraga, la cui descrizione è disponibile cliccando qui.

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La Hero secondo Max

Sole, caldo (quando va bene, perché se fa brutto sono cavoli amari), panorami splendidi, salite bastarde, discese godibilissime e tratti tecnici che ti costringono ad andare a piedi, sterrato, single track…e crampi.

Tutto questo è la Hero, soprattutto per i “bisonti” che partono dalle ultime griglie.

Ecco il filmato girato dall’Hero di casa. Peccato che a Pian Schiavaneis, oltre alle gambe di Massimo, abbia dato forfait anche la batteria del “baracchino”.

L’ultimo tratto l’ho fatto io il giorno successivo, come rientro da Passo Sella (Clicca qui per il post, con video).

Buona visione!!!

 

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Anello Selva – Passo Sella. Video

Ecco qui il video del percorso ad anello che consente di raggiungere Passo Sella e Città dei Sassi da Selva di val Gardena.

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Autumn in CR (con imprevisto)

La ciclabile “Strada Regina” fra Annicco e Grontorto

Domenica 23/09/2018.

Mi preparo per uscire e prendo la mtb.

Rifletto un attimo, e torno in casa.

Metto l’Autan (!!!)

Riprendo la mtb, e parto.

Pedalo immersa nei miei pensieri quando qualcosa di naturale, ma allo stesso tempo fuori luogo, mi distoglie da essi. Ci metto un attimo, e poi capisco cosa è che non mi sfagiola: le cicale a fine settembre?!?!?

No, non sto scherzando.

E’ un pomeriggio di inizio autunno, e te ne accorgi anche per la luce, che è diversa… più radente, e più calda. Il verde degli alberi è meno verde, e qualche foglia secca comincia ad accumularsi ai cigli delle strade. E passando accanto ad alcuni alberi senti ancora le cicale?!?!?

E’ un po’ surreale. Alle zanzare ormai non ci si fa più caso, sono bastati 2-3 giorni di caldo e sono rispuntate incazzatissime, ma effettivamente questa “stagione di mezzo” è un po’ anomala.

E’ doveroso approfittare di questi scampoli di estate fuori stagione per fare una pedalata in campagna, scegliendo accuratamente il giorno e l’ora perché nel frattempo è iniziata la stagione della caccia, ed è poco salutare aggirarsi sulle strade poderali il sabato, o la domenica mattina, soprattutto se non si ha la maglia giallo fluo. E così, per vedere anche che “aria tira”, scelgo un percorso prevalentemente su percorsi segnalati. Vado ad Annicco per intercettare la Strada Regina per Soresina, e da qui alle Tombe Morte, per poi imboccare la ciclabile del Naviglio Civico. Destinazione…boh? Forse Casalbuttano, se riesco anche più in là, dipende dall’ora… Insomma, ho in mente una variante più “asfaltata” dell‘Anello del Morbasco.

Ecco, l’obiettivo verrà poi ridimensionato, ma non per colpa mia.

Genivolta, Tombe Morte

Genivolta, Tombe Morte – Naviglio Civico

Mi ritrovo così a pedalare su strade familiari ma che, ogni volta che le percorro, mi fanno cogliere nuovi particolari, o, semplicemente , cambiando ora e periodo dell’anno, cambiano colori ed ombre, e l’apparentemente monotona pianura padana si rivela sempre diversa agli occhi di chi osserva, anche solo di sfuggita passando in bici. Ecco, forse ogni tanto dovrei invertire il senso di percorrenza di alcuni giri, perché mi rendo conto che alcuni scorci li vedo solo come “frame” quando mi volto. E non posso sempre inchiodare e girare la bici per tornare indietro a fare la foto…

Incontro molte persone: gruppi di amiche, famiglie, coppie di “diversamente giovani”, a piedi, di corsa, in bicicletta, e nelle tenute più disparate. Soprattutto da Soresina in poi incontro molte persone, lungo il percorso ciclopedonale che porta al santuario di Ariadello e nella zona delle Tombe morte, che è un crocevia di percorsi ciclabili molto frequentati.

Svolto a destra, e lungo il Naviglio Civico scopro che ci sono alcune aree i sosta a cui non ho mai badato in modo particolare: panche e tavoloni in pietra all’ombra di salici piangenti, con portabici semisommersi dalle foglie secche. Il tutto vista canale, pioppeti e. non molto lontano, una vecchia centrale elettrica, recentemente stata ristrutturata. Il gioco di luci ed ombre è molto bello, da foto. Ed infatti poco lontano c’è un fotografo amatoriale, armato di cavalletto, che cerca di immortalare i caldi colori di metà pomeriggio, che danno l’impressione del tramonto incipiente, anche se in realtà mancano quasi tre ore.

Peccato però per le schifezze che, qua e là, compaiono abbandonate in mezzo all’erba o galleggiano sull’acqua.

Sosta lungo il Naviglio Civico

Pioppeti lungo il Naviglio

Arrivata sulla strada fra Casalmorano e Azzanello, il percorso segnalato si scosta dal Naviglio, deviando verso Nord per poi imboccare un tratto di strada molto stretta costeggiata da due rogge, frequentata solo da pedoni, ciclisti e dai residenti nelle cascine lungo la strada.

E qui succede il patatrac. In direzione opposta vedo arrivare un’auto e una bici, guidata da un anziano. Il tipo in bici va avanti a pedalare, con dietro la macchina, che non ha lo spazio per sorpassare. L’anziano accosta, sempre pedalando, e la macchina lo sorpassa. Mentre l’auto prosegue nella mia direzione, dietro vedo il tizio che si ribalta nel fosso.

Attimo di panico, quelli dell’auto non se ne sono accorti! Poi però si fermano, e scendono, nel frattempo arrivo anche io, oltre ad altri due anziani in bicicletta. Il malcapitato è in piedi nel fosso, col volto coperto di sangue. La signora che guidava si leva i sandali, e scende lungo la riva per aiutarlo a risalire, mentre un altro signore, con non poca fatica, riesce a riportare sulla strada la e-bike caduta nel fosso. Il vecchietto, che ha 87 anni e tutti i giorni va a zonzo con la sua bici a pedalata assistita, è finito nel fosso perché ha appoggiato il piede per terra ma la sponda gli è ceduta sotto il piede: qui infatti, appena fuori dal nastro asfaltato, il terreno “sano” occupa una fascia strettissima, poi è un groviglio di sterpaglie e sabbia, e non tiene assolutamente nulla. La disavventura è costata al signore un taglio in testa, causato dalla bici che gli è caduta addosso, un graffio sulla mano e un paio di ciabatte trascinate dalla corrente.

Tra soccorso e attesa della figlia, a cui, con non poca fatica, viene spiegato come raggiungere il posto, parte più di mezz’ora. Risalgo in sella per proseguire il percorso verso Mirabello Ciria, ben sapendo che avrei dovuto accorciare il giro. Evito di riprendere la ciclabile verso Casalbuttano, e punto verso Acqualunga Badona. Mi ritrovo però sulla statale che arriva da Bergamo, e qui devo capire come deviare su sterrato, in una zona che non conosco, fra cascinali e la ferrovia. Imbocco una vicinale che passa accanto ad una grossa azienda agricola e attraverso la ferrovia. Arrivo su una strada secondaria, e cerco di orientarmi guardo il gps e poi l’orizzonte. Vedo un paesino ma non capisco quale è, poi finalmente trovo lo zoom giusto. Caspita, è vero, quello è il campanile di Paderno Ponchielli!!! OK, posso (virtualmente) considerarmi a casa. Raggiungo il paese e proseguo in direzione Luignano, da qui prendo una vicinale che mi porta a Farfengo. E da lì, l’unica difficoltà che mi separa da casa è il cavalcavia sulla statale.

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Anello del Lusia (variante Sottosassa)

Atto secondo

Torniamo sul Lusia.

La salita lato Moena l’ho descritta QUI, ma le possibilità di arrivare quassù in mtb aumentano se si considera la salita lato val Travignolo. Ci sono tre possibili percorsi di accesso, in particolare voglio descrivere qui un percorso ad anello che ho “scovato” questa estate, e che collega Moena, Predazzo e il Lusia, percorrendo la vecchia strada che passa nel canyon del Travignolo.

Verso Zaluna

I luoghi

Moena

Il nome del comune deriva da un termine veneto e ladino che è traducibile con “mollica”: va quindi inteso come “prati molli”. Il nome “Moena” lo si ritrova anche nell’antica leggenda di Re Laurino e della figlia Ladina che, innamorata del principe Latemar, si trasferisce a Rancolin per stargli più vicino mentre è in guerra, e decide di farsi chiamare Moena.

Pur facendo parte della Val di Fassa, Moena è da secoli aggregata alla Magnifica comunità di Fiemme. E’ un paesino grazioso, con i suoi 2700 abitanti è uno dei più grandi della valle, che con l’incremento del turismo si è ampliato forse troppo, e in alcuni casi con scelte stilistiche un tanticchia discutibili. Io l’ho sempre “schifata” perché, essendo costruita sullo snodo fra la val di Fassa e la valle San Pellegrino ed attraversata dalla statale, in piena stagione era troppo caotica. Ora invece la circonvallazione devia tutto il traffico in attraversamento, e il centro è decisamente più vivibile. Presso il teatro Navalge si può visitare la mostra La Gran Vera, dedicata alla Prima Guerra Mondiale.

Da Moena parte la Marcialonga di Fiemme e Fassa (notissima gara di fondo)

Predazzo

Si trova alla confluenza delle valli di Fiemme e Fassa. Il nome deriva da “prato grande”, il paese si è sviluppato a partire dalle baite costruite da contadini e pastori di Tesero. Ora ha 4500 abitanti. Attraversandolo ho avuto la sensazione che qui sia stato conservato più che in val di Fassa l’aspetto originale del centro abitato. Gli edifici di vecchia costruzione, dalla struttura massiccia, hanno conservato i colori originali e, in alcuni casi, le pareti affrescate, senza troppi orpelli in legno (in altre località ci si è fatti un po’ prendere la mano). Qui ha sede un museo geologico.

Predazzo era anche stazione di arrivo della ferrovia che saliva da Ora, smantellata negli anni sessanta.

La Val Travignolo e Forra di Sottosassa

Il torrente Travignolo nasce sulle Pale di San Martino, percorre la Val Venegia (consigliatissima, sia per escursioni tranquille sia per mtb) e poi percorre l’omonima valle fino a Predazzo. Forma il lago di Paneveggio (artificiale). La Forra di Sottosassa si trova fra la diga di Forte Buso e Predazzo, qui si può andare in mtb, fare semplici camminate anche con bambini piccoli, e si può arrampicare.

ll parco di Paneveggio

Il territorio del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino è situato nelle Alpi Orientali (Dolomiti Trentino Orientale) e si sviluppa intorno ai bacini idrografici dei torrenti Cismon, Vanoi e Travignolo, comprendendo la Val Venegia, la Foresta di Paneveggio, un’ampia porzione del Gruppo delle Pale di San Martino, l’estremità orientale della catena del Lagorai e una parte della catena Lusia – Cima Bocche, aree che costituiscono Siti di Importanza Comunitaria e Zone di Protezione Speciale all’interno della Rete Europea «Natura 2000».

Nella foresta di Paneveggio cresce l’abete rosso di risonanza, da secoli utilizzato per le tavole armoniche di strumenti musicali a causa delle sue capacità di trasmettere le onde sonore attraverso la fibra legnosa. In Italia cresce anche nella zona del Latemar e a Tarvisio, ma dalla val di Fiemme arrivava il legno utilizzato da Antonio Stradivari per la realizzazione dei suoi strumenti.

A Paneveggio c’è un centro Visitatori.

Planimetria percorso

Profilo altimetrico

Il percorso

Io sono partita da Soraga, quindi lo descrivo a partire da qui, anche se l’anello vero e proprio lo si percorre da Moena. Avendo perso la registrazione gps, l’ho ritracciato a mano. Non è precisissimo, ma più o meno ci siamo. Le caratteristiche sono

L = 44km

D+ = 1275m

Segnalo che sul posto è tracciato un itinerario di salita al Lusia, e io, per l’ultimo tratto, ho seguito le indicazioni. L’unico tracciato che ho trovato in rete con queste caratteristiche è il 932, che però viene descritto in discesa dal Lusia

Il torrente Costalunga a Moena

Partendo dall’ufficio turistico di Soraga mi immetto sulla ciclabile che porta in direzione Moena, mantenendosi sulla sinistra del lago. Appena fuori dal centro abitato si sale per un breve tratto, il tracciato prosegue poi in falsopiano, per poi buttarsi in picchiata verso Moena, con tratti al 12%-13% e qualche tornante. Si passa accanto al minigolf e ad un bar, si torna a salire fino alla caserma della Polizia (qui c’è un centro di addestramento), si prosegue dritto e, seguendo i cartelli, si imbocca una discesa in pavé che porta in centro a Moena, nella zona pedonale fra l’Avisio e il ponte sul rio Costalunga.

Questa è la piazza immortalata in numerosi video girati in occasione dell’alluvione di luglio (la sagoma dell’ex Albergo Corona è inconfondibile): mentre qui non ci sono segni visibili di ciò che è successo, basta spostarsi un po’ e vicino al ponte sul Costalunga sono presenti ancora alcune transenne, ci sono tratti di muretto danneggiati, ancora alcuni sacchi di sabbia forniti dalla Protezione Civile. Volgendo lo sguardo verso valle, si può anche capire il motivo di tanto disastro, in quanto il ponte adiacente è bassissimo e può fare da tappo in caso di piene violente.

Moena

Mi rimetto in sella, raggiungo la sponda destra dell’Avisio e percorro un viottolo sterrato fra il fiume e gli edifici adiacenti. E qui faccio una piccola stupidaggine, nel senso che non riesco a beccare l’inizio del percorso ciclabile verso Predazzo, e mi ritrovo a percorrere un tratto di statale. Probabilmente dovevo passare accanto al Navalge, sulla sponda opposta. Poco male… proseguo tranquilla, tanto è presto è ci sono in giro poche macchine. In corrispondenza di un punto di ristoro svolto a sinistra e imbocco un tratto in sede protetta in direzione sud, imbocco così un tratto di ciclabile asfaltata che si mantiene in destra Avisio, passando sotto la statale per San Pellegrino e proseguendo finché i cartelli non indicano di imboccare un ponte. Da qui in poi si alternano le due sponde dell’Avisio, il percorso si srotola come un nastro sinuoso lungo le sponde del torrente e in mezzo ai prati sui quali cominciano ad arrivare i primi raggi di sole, e viene percorso da runners, signore che si fanno la loro passeggiata mattutina, coppie di mezza età (ovvero poco più grandi della sottoscritta) che praticano il nordic walking, bikers. Certo che a muoversi ci si scalda, ma uscire di casa con l’aria così frizzantina non è facile, soprattutto perché il percorso è quasi interamente all’ombra… e io sono in discesa…

Moena – C’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

Si passa ai piedi dei trampolini per il salto con gli sci (sui quali sono in corso dei lavori), a Predazzo manca poco. Con un percorso un po’ tortuoso si entra in paese. Predazzo è un paesotto piuttosto grande, e a quest’ora c’è già un bel movimento, anche di auto. Anzi, devo dire che ho avuto conferma del motivo per cui preferisco andare su sterrato piuttosto che percorrere le strade asfaltate: a me i diesel che mi passano accanto danno veramente fastidio, anche se qui basta poco per disperdere i fumi di scarico.

La gola del Travignolo

Dopo aver attraversato Predazzo seguendo le indicazioni per Passo Valles e Passo Rolle, si arriva sulla statale. La si attraversa e ci si porta su uno sterrato che costeggia il Travignolo: si passa accanto al entro sportivo proseguendo in destra idrografica, risalendo la corrente si arriva così in prossimità le campeggio. Dato che proseguendo dritti ci si infila in un viottolo dove non passa nessuno da una vita, con erba alta e qualche arbusto, è opportuno deviare a sinistra poco prima del campeggio, seguendo una ripida stradina asfaltata con indicazioni per Zaluna. Si imbocca poi un viottolo sterrato, sulla destra, con indicazione Sottosassa.  Qui si attraversano pascoli, si passa accanto a cascinali e a masi portandosi verso l’imboccatura della Forra del Travignolo. Questa zona è estremamente caratteristica: il torrente scorre in una gola scavata all’interno del porfido, modellando in parte, con la sua azione, le pareti. Ciò è ben visibile dal ponte in pietra (Ponte Lizata) che si trova proprio all’inizio della gola. Le pareti sono pressoché verticali, soprattutto su questo lato del torrente. La strada (che da qui ha segnavia 660) è ricavata nell’alveo del torrente, direttamente da questa strada si parte per affrontare le vie di arrampicata attrezzate su queste pareti. E le mie manine da ex climber si mettono per un attimo a frugare gli appigli di partenza dei monotiri, immaginando i movimenti per arrivare a moschettonare ai primi rinvii…

Chiudo qui l’attimo nostalgia e risalgo in sella.

La falesia di Sottosassa

Proseguendo lungo il torrente, il canyon si allarga un po’, ma la strada lungo il torrente finisce. ci si trova però davanti una mega rampa pavimentata dalla pendenza extra strong, chiusa da una sbarra (si entra in una proprietà privata), in fondo alla quale c’è un tornante. Ebbene si, si deve salire di lì. Mentre sburlavo, con le tacchette che tendevano a scivolare sulle piastrelline in porfido, mi ha superato mtb elettrica, condotta da una donna che soffiava come un mantice e smoccolava dei “Puttana Eva” come se non ci fosse un domani.

In fondo al salitone epocale le indicazioni per Scofa e per il ponte sospeso fanno imboccare un single track, che ad per superare uno strappo un po’ cattivo si biforca in due percorsi, per i pedoni e per le bici, . Ingnorando le indicazioni che indicano a sinistra per proseguire sul sentiero 660. Segue poi un tratto di sterrato ampio e agevole da percorrere, fino ad uscire dal bosco. Qui parte il sentierino che porta al ponte, mentre lo sterrato (342a) prosegue costeggiando alcune belle baite, con curve inizialmente ampie, che si fanno tornanti man mano che la strada si impenna per raggiungere la statale per il Rolle. Ammetto che questo pezzo mi ha un po’ stroncato, mi sono chiesta un paio di volte se poi sarei stata in grado di affrontare la salita (quella vera).

In cima alla salita c’è una sbarra, si percorre ancora un tratto di sterrato e si sbuca oltre Bellamonte, si raggiunge a statale e, dopo un paio di curve, si imbocca la strada che porta alla partenza degli impianti per il Lusia (indicazioni per Castelir).

Si sale su asfalto, dopo una curva a sinistra si incontra, sulla destra, una forestale con ottimo fondo, riconoscibilissima perché all’imbocco c’è un pannello esplicativo relativo agli itinerari storico naturalistici che si possono percorrere nell’area.

La Val di Fiemme dalla forestale fra Castelir e Paneveggio

Ci si dirige verso Est, alternando tratti tranquilli a strappi più o meno decisi, attraversando un ambiente vario: boschi, pascoli, baite (con o senza barbecue acceso). Volendo andare a Forte Dossaccio, si può prendere una deviazione sulla destra.

Si sale… e poi si scende. Dalla cartina lo avevo capito, ma non avevo valutato attentamente l’entità della discesa.

Ma sarò sul percorso giusto? Non è che sto scendendo troppo?

No, sono giusta, i cartelli indicano chiaramente per il Lusia. E quando, più indietro, avevo letto il dislivello che dovevo ancora superare mi, era venuto un colpo perché non mi tornavano i conti. Ora invece capisco da dove arrivano i 150m che mancano all’appello. Tra l’altro, mi tocca una variante: un ampio settore del bosco è recintato per taglio alberi, ad un certo punto si deve deviare dalla strada perché ci sono i macchinari che bloccano il passaggio. I forestali hanno individuato un breve percorso alternativo nel bosco: terreno sofficissimo e muschio, sembra di camminare su un piumone, e mi spiace quasi passarci sopra con la bici, ho paura di rovinare qualcosa…

Ripreso il tracciato originale, si scende ancora un po’, ma dopo un ponte, finalmente, compare il cartello che indica la deviazione per il passo. Inizia qui il tratto tosto, una strada che a vederla sulla mappa fa temere parecchio, con questi zig zag che risalgono il versante e sembrano tracciati con la squadra da uno studente di quinta geometri alle prese con il progetto stradale. Inizio a salire… e devo dire che mi aspettavo peggio. Intendiamoci, ho sempre temuto le strade “monopendenza”, e qui si viaggia, per tutta la tratta con tornanti, ad una pendenza quasi costante dell’11-12%, però riesco ad azzeccare subito rapporto e ritmo giusti, e ne esco in modo decisamente dignitoso. Già, perché fino alla sbarra che si trova all’incrocio con la forestale che arriva da Malga Bocche non metto giù il piede (e non è da me), complice la strada, che è completamente nel bosco e non mi concede nemmeno la scusa di fermarmi a fare foto. Supero alcuni gruppetti a piedi, e qualcuno ha pure l’ardire di chiedermi info sui tempi di percorrenza per “il lago”, io però glisso anche perché non ho la più pallida idea di dove si trovi questo lago (mi vengono in mente solo i laghi di Lusia e di Bocche, ma sono parecchio più in alto). Trovo parecchie mtb in discesa, ma a salire, almeno qui, non trovo nessuno.

Le Pale di San Martino

Alla sbarra, dove si incrocia una forestale contrassegnata dal n°623, posso quasi dire di essere arrivata, anche se manca ancora qualche chilometro: da qui infatti si svolta a sinistra e la salita è molto più dolce, oltretutto il paesaggio si apre consentendo di volgere lo sguardo verso Pale di San Martino e Lagorai, fra pascoli e baite graziose. Facendo lo slalom fra famigliole e passeggini, aggirando gruppi di amici che si concedono una pausa foto durante la salita con e-bike dalle parti di Malga Canvere, si arriva in vista del passo.

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Baite lungo la strada che sale da Paneveggio

Il rifugio si trova proprio sotto il colle delle Cune, i vasti pascoli consentono all’occhio di spaziare dalla catena di Cima Bocche al Lagorai e, come ho detto nell'”Atto primo“, al suo interno conserva una piccola collezione di reperti (geologici e bellici) trovati nelle zone limitrofe. Da qui è visibile la mulattiera che risale il versante in direzione Cima Lastè e Cima Bocche, mentre, poco distante dal rifugio, lungo la strada da me percorsa, si trova un monumento ai caduti del moenese. Spostandosi di qualche decina di metri si raggiunge il passo, e da qui si vede il gruppo del Catinaccio e della Roda di Vaèl. Aguzzando la vista si distinguono le Torri del Vajolet.

Il Catinaccio visto dal Lusia

Qui, anche se c’è parecchia gente, riesco a trovare un posto in un tavolo in condivisione, fuori sul terrazzo. Si, perché è decisamente ora di pranzo, e ho una voragine al posto dello stomaco, oltre che parecchia sete. E non ho voglia di dolce… quindi… mi butto su una zuppa di orzo (con speck sedano e carote, a me piace un sacco) e un bicchiere di “integratore salino a base di luppolo”, che ordino al gestore, un tizio pelato con due bicipiti più grandi delle mie cosce. E devo dire che si è trattato di una scelta azzeccata. La zuppa è saporita il giusto, e aiuta a reintegrare i liquidi. E la birra è frasca, va giù bene, ed piccola, quindi non rischio di raddrizzare le curve in discesa (quantomeno, non più di quanto possa fare la mia scarsa capacità di gestire il mezzo). Mentre aspetto il mio piatto, scambio quattro chiacchiere con il mio compagno di tavolo, che ha al suo attivo qualche Rampilonga (è il vecchio nome della Val di Fassa bike), con qualche dritta sui percorsi che si possono fare in zona, possibilmente asfalto free.

…ci sta!!!

Una volta rifocillata, il tempo di scattare qualche foto e via, in discesa lungo la forestale che scende a La Rezila e, da qui, verso Moena. In sostanza, percorro in discesa il tragitto descritto nel post precedente. E devo dire che è veramente ripido… allora non avevo smadonnato solo perché sono scarsa, il motivo concreto c’era! Arrivata sulla statale non posso riprendere la forestale che sbuca in Streda de Longiarif perché è chiusa causa frana, percorro così un tratto di statale. Qua e là è riconoscibile qualche segno lasciato dal nubifragio di luglio, e sul ciglio della strada è ancora presente una fila di sacchi di sabbia a protezione delle abitazioni retrostanti.

L’Avisio a Moena

Passo accanto al Navalge e, costeggiando l’Avisio, torno in piazza per poi risalire fino alla caserma della Polizia, da dove ci si porta sulla ciclabile. E qui la stanchezza si fa sentire: ok, ci sono tratti al 13%, ma le gambe proprio non vanno…

L’ultimo tratto è tutto in discesa fino al sottopasso della statale, da qui posso raggiungere il punto di partenza.

Possibili varianti e concatenamenti

Salita da Malga Bocche

E’ possibile salire al Lusia seguendo una strada diversa rispetto a quella qui descritta: c’è infatti una forestale che consente di salire da Paneveggio fino a Malga Bocche e che per un tratto è indicata con il segnavia 626. La si può imboccare dalla statale per il Rolle, o dalla forestale Castelir-Paneveggio: in questo caso, dopo il ponte in legno non si seguono le indicazioni per il Passo Lusia, ma si prosegue fino ad intercettare la forestale di cui sopra. Poco dopo Malga Bocche si incontra lo sterrato 623 e si svolta a sinistra, ricongiungendosi, poco dopo, col tracciato già descritto.

Concatenamento con Val Venegia

Prendendo spunto dalla guida Val di Fassa e Dolomiti in MTB segnalo che è possibile percorrere un itinerario a 8 che consente di concatenare la salita alla Baita Segantini con quella al Lusia. Parcheggiando al Centro Visitatori e dirigendosi verso Passo Valles, si percorre la Val Venegia fino a Baita Segantini, per poi scendere passando per Malga Juribello e la statale di Passo Rolle. La salita al Lusia può avvenire per uno dei due percorsi descritti, per poi scendere a Bellamonte su comodo sterrato, segnavia 660 e rientrare al punto di partenza. Anni fa, non conoscendo la zona abbiamo affrontato separatamente le due salite, invece devo dire che il concatenamento è fattibile anche per persone non esageratamente allenate.

Val Venegia

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Lusia, opzione no-Cune

Premessa

Questo post è stato scritto un paio di anni fa ma mai pubblicato, perché mi ero ambiziosamente ripromessa di completarlo con tutte le varianti possibili. Ecco, dato che questa estate ho scoperto un percorso bellissimissimo e che merita di essere trattato a parte, ho deciso di rimettere mano al post originario, approfittandone per

  • stralciare le varianti sostanziali
  • mettere a posto la numerazione dei percorsi tracciati (nelle valli di Fiemme e Fassa è stata rivista integralmente)
  • inserire un alert relativamente alla situazione del percorso (conseguenza dell’alluvione avvenuta a luglio 2018)

Insomma, questo è solo l’atto primo. Seguirà il secondo, corredato di video.

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Benvenuti al Lusia

Come arrivare al Lusia in mtb e sopravvivere

Quando penso a “Lusia” e “MTB” automaticamente mi viene in mente una parola: Cune!!! Ovvero… mi compare davanti agli occhi l’altimetria dei percorsi medio e lungo della Val di Fassa Bike degli scorsi anni, che percorrevano il tratto alto della pista Le Cune per arrivare alla stazione di monte della cabinovia e, da qui, scendere a passo Lusia. E quindi… pure le foto dei tanti che qui “sburlavano” la bici causa pendenze spaccagambe…

Per fortuna ci sono percorsi meno “hard” per arrivare al passo, che, avendo tempo, voglia, fiato e gambe, possono essere utilizzati in combinazione fra loro o con percorsi limitrofi.

Io mi sono avventurata qui tre volte:

  • la prima anni fa dal lato sud (partenza da Paneveggio); per quello che mi ricordo, superato il primo “gradone”, non è impegnativa
  • la seconda nel 2016 come ultima escursione delle ferie, affrontandola lato San Pellegrino da Moena… e l’ho sentita eccome, nelle gambe (ma il problema ero io, più che la salita)…
  • la terza questa estate (2018), percorrendo in senso antiorario un anello che mi ha portato da Moena a Predazzo, poi lungo il Travignolo, per affrontare il Lusia da sud e scendere lungo il percorso fatto nel 2016.

Come primo “assaggio” vi propongo quindi il giro che ho fatto nel 2016. Direi però che è il caso di dire prima dove siamo nel mondo

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Monumento ai caduti del Moenese

Il Lusia, lo sci… e la Grande Guerra

Ai più il Lusia è noto come comprensorio sciistico, ma il passo è punto di partenza strategico per numerose escursioni sulle cime circostanti (Viezzena, Sas da Mesdì…) e nella Catena di Bocche, con i Laghi di Lusia e la ferrata del Gronton.

Cima Bocche era un elemento fondamentale della prima linea austriaca nella Grande Guerra, e la zona dei Laghi di Lusia era costellata di trincee e baracche. Qui ci sono stata in un paio di occasioni, più di vent’anni fa, e le trincee erano ancora ben visibili, con un po’ di pazienza era possibile trovare materiale bellico, anzi presso uno dei bivacchi presenti in zona erano conservati alcuni reperti interessanti.

La zona è ora inserita fra i percorsi segnalati nella mappa “Sui sentieri della Storia”, predisposta grazie alla collaborazione dell’associazione storica “Sul fronte dei ricordi” con il Comune di Moena. Si tratta dell’Itinerario 7 “Lusia-Gronton-Cima Bocche”.

Se entrate nel rifugio presente al passo noterete che di lato alla porta di ingresso, di fronte al bancone, sono presenti dei “muretti” in legno. In pratica sono due teche, in una sono conservati reperti della guerra (gavette, bombe a mano e altro), nell’altra invece sono custoditi campioni di minerali rinvenuti nelle vicinanze.

Il Lusia e la mtb: Val di Fassa Bike Classic e Marathon

Sulle carte dell’APT trovate l’indicazione dei due percorsi tracciati permanentemente, ovvero:

  • 901 (ex 201): Val di Fassa Bike Classic, 50km e 2160m dislivello;
  • 902 (ex 202): Val di Fassa Bike Marathon, 61km e 3115m dislivello.
201

Percorso 901 (ex 201)

202

Percorso 902 (ex 202)

I due percorsi partono da Moena, percorrono una serie di strade forestali che dal paese si addentrano nella valle che porta al Passo San Pellegrino e, dopo aver tagliato la pista da sci che scende alla partenza della cabinovia per il Lusia, svoltano a destra e salgono verso Le Cune, scollinando a quota più elevata rispetto al passo. Potete trovare le tracce su questo portale, nel primo tratto però differiscono da quanto segnalato sulle mappe, in quanto non fanno passare dal centro del paese.

Siccome io “non ne ho” per fare Le Cune… ho “segato via” la parte alta seguendo un percorso alternativo (e più logico, direi…).

In blu il tracciato seguito (Carta Tabacco 1:25000, che forse è il caso di cambiare, visto che non c’è nemmeno la circonvallazione di Moena…)

Il tracciato – Da Moena a Passo Lusia via La Rezila

Il percorso che descrivo presuppone il passaggio lungo una forestale che è stata danneggiata nel corso dell’alluvione di luglio. Al momento è chiusa per lavori, è quindi opportuno verificare se è stata ripristinata, in caso negativo bisogna percorrere un primo tratto della statale che sale al San Pellegrino, rimettendosi sul percorso descritto in corrispondenza del sovrappasso della pista da sci sulla statale stessa, che di seguito indicherò con (*). Complessivamente, sono quasi 900D+, da compiersi in circa 6km. Breve ma intensa, insomma…

Fissiamo come punto di partenza “convenzionale” la piazza principale di Moena, ovvero Piaz de Ramon (quella dove c’è il Post Hotel, tanto per intenderci).

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Moena, edificio all’inizio di Streda Longiarif

La prima parte del percorso è comune con i tracciati 901 e 902, quindi si prende la strada che, osservando il torrente che scende da Passo San Pellegrino, passa sulla destra (a sinistra c’è la salita della vecchia statale verso Canazei). La via si chiama Streda de Longiarif. Proseguite dritto, troverete o le indicazioni per i due percorsi o quella del segnavia 632. Si passa sotto la nuova statale, con una rampa cementata molto ripida, seguendo la pista di rientro dal Lusia. Le pendenze sono abbastanza tranquille (dopo è decisamente peggio).

Si incontra la statale per Passo San Pellegrino, la si attraversa e (*) si imbocca la strada asfaltata che porta a la Rezila. Si sale lungo una strada che si addentra nel bosco diventando presto sterrata… ad eccezione dei tornanti con fondo rivestito in cemento per consentire il transito dei mezzi di servizio per i rifugi. Il fondo è ottimo, ben tenuto per tutto il tragitto, c’è solo poca ghiaia in alcuni punti. La pendenza si fa più elevata, fino a La Rezila c’è poco per rifiatare, anzi dove si attraversa la pista da sci che scende alla stazione della cabinovia sono Madonne che volano e lingue che sfiorano la strada. Questo è il tratto che mi ha fatto più disperare, senza ombra di dubbio.

Si prosegue sempre nel bosco, e si incontra un bivio. NON seguire per Malga Pozza o Valbona: i cartelli gialli che indicano questa direzione sono quelli della Val di Fassa Bike. Andate dritti verso La Rezila – Passo Lusia, sempre su ottimo (pendente) fondo. Raggiunta La Rezila si costeggia una bella baita e si prosegue dritto (sulla sinistra c’è un percorso natura, teniamolo a mente perché tornerà utile più avanti).

Dal Lusia verso il Catinaccio

Da qui in poi la pendenza è complessivamente inferiore… Il problema è che ci sono arrivata un tanticchia brasata, e della riduzione di pendenza me ne sono accorta ben poco!!! Ancora 300m di dislivello e si arriva al Passo Lusia.

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Pausa ristoratrice con torta pere e cioccolato (buonissima, anche se la mia…)

Per il ritorno l’intenzione era quella di seguire il percorso 901-902 in discesa, quindi tornare a La Rezila e prendere il “sentiero natura” di cui parlavo prima. Si tratta di una forestale che risale nel bosco con un paio di tornanti, passa in prossimità di Malga Colvere e scende poi fino ad innestarsi sulla forestale che corre in sinistra idrografica della valle. Quest’ultima è quella che seguo quando vado a Passo San Pellegrino (si veda la descrizione dell’escursione per Fuciade). L’avrei quindi dovuta percorrere in discesa, dovendo io rientrare a Pozza sarebbe stata l’opzione migliore perché mi sarei evitata di tornare in centro a Moena, ma quando ho visto il diluvio che si stava scatenando sul Catinaccio ho preferito girare la bici e seguire il percorso, tutto in discesa, fatto all’andata. Mi sono concessa un’unica variazione che mi ha fatto ridurre un po’ la pendenza della discesa.

E se preferite la discesa?

Se schifate la salita perché preferite lanciarvi a capofitto in discesa, o se semplicemente volete affrontare percosi differenti e spingervi oltre, in Val Travignolo o verso il Rolle, potete sempre prendere la cabinovia fino al Lusia (sono due tronconi) e scendere:

  • a: verso la Valle di San Pellegrino seguendo i segnavia 622-623 e tornando alla partenza della cabinovia (tratti parecchio ripidi)
  • b: verso la Valle di San Pellegrino seguendo i percorsi 901-902: si scende al Lusia e da qui si segue il segnavia 623 fino a La Rezila e poi il 625 fino allo sterrato che sale verso il Passo San Pellegrino (cfr. percorso per Fuciade); prestare attenzione perché questo tratto che corre parallelo al torrente San Pelegrino è stato danneggiato dall’alluvione di luglio
  • c: Verso la Val Travignolo lungo il segnavia 660, si arriva sulla statale per Passo Rolle all’altezza di Bellamonte
  • d: Verso la Val Travignolo lungo il segnavia 623 fino a Malga Bocche e poi seuendo il 626, si arriva al Centro Visitatori di Paneveggio

Agli itinerari c e d farò cenno quando parlerò della salita lato Val Travignolo

Buon divertimento.

I possibili itinerari di discesa dal Lusia (da “Val di Fassa e Dolomiti in mountain bike”)

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Ad avercene…

Devo fare i complimenti ai tre tizi in mtb che ieri ci hanno superato sul sentiero fra i rifugi Vajolet e Principe.

A parte che già fare Gardeccia-Vajolet è durissima e qui arrivano in pochi, mai però avrei pensato di veder qualcuno proseguire oltre (magari parlando al telefono…).

Il dislivello totale da fondovalle è di 1300m. Il problema, ovviamente, non è tanto quello, ma i tratti ripidissimi sotto al Vajolet e la presenza di escursionisti: fino al Rifugio Vajolet il tragitto è molto frequentato, dopo, invece, il “traffico” si riduce, ma il sentiero si stringe e capita di dover fare lo slalom fra gruppi in salita e discesa (il primo biker si è infilato, lungo un ripido strappo, fra noi e una famigliola in discesa, facendo il pelo ad una bimba).

Fra i rifugi Vajolet e Passo Principe

Il sentiero verso Passo Antermoja

Non contenti, dal Principe si sono diretti verso passo Antermoja.

Mi chiedo però: è divertente avventurarsi su sentieri così poco pedalabili? Intendiamoci, io mi sono fatta due volte la traversata dei Monzoni e non ne avevo abbastanza per farla dignitosamente, ma in salita, se uno è allenato, la fa quasi tutta in sella. Qui però si tratta di sentierini su ghiaioni, da fare a piedi in salita, a cui seguono sentierini su ghiaioni, da fare a piedi in discesa. Fuori stagione è già un altro discorso, ma in agosto, anche se di sabato (è giorno di partenze e arrivi, su questi sentieri c’è meno casino) non mi sembra proprio il top.

Insomma, ad avercene io comunque sceglierei altri percorsi, e qui continuerei a venirci a piedi.

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Prima del temporale

Ci sarò prima del temporale?

…no.

E niente, il tentativo di andare al San Pellegrino da Soraga è sfumato. E non solo per l’acquazzone (quantomeno, non solo per quello di oggi).

Il resto ad una prossima puntata.

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