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Ai piedi delle Torri

Me lo ero ripromessa nel 2018, missione compiuta nel 2019. Ho portato lo gnomo (o ex tale) al Re Alberto, ai piedi delle Torri del Vajolet.

Ho creato un mostro. Mio figlio zompetta allegramente su sentieri su roccette, macina metri di dislivello come niente e io faccio quasi fatica a stargli dietro (anche se non è proprio tutta colpa mia, i tutori per le ginocchia ostacolano i movimenti e mi stancano, ma senza sarebbe pure peggio).

Ci ho messo qualche anno, ma c’è l’ho fatta. In passato si riusciva a portarlo in giro solo organizzando complotti da spia navigata, nel 2018 lo avevo portato a Passo Principe sorbendomi una buona dose di improperi. Questa estate c’è stato il salto di qualità, con un trittico di escursioni di tutto rispetto (Lagusel, che aveva già fatto, seguita da Re Alberto e Cima 11). Il giovane a dieci anni sta quasi per raggiungermi in altezza (oddio, sai che fatica… 😦 ) e ha due gambe belle robuste, inoltre ha sempre preferito sentieri sconnessi alle tranquille forestali (sulle quali, invece, scassava allegramente la uallera). Ora ci ha proprio preso gusto, anzi per l’estate prossima abbiamo come obiettivo il Piz Boè (lo ha chiesto lui, eh..).

Coronavirus permettendo, ovviamente…

Dunque, torniamo a noi.

Della Conca del Gardeccia e delle escursioni che partono da qui ho già parlato altre volte. Ad esempio, nel post sull’escursione a Passo Principe avevo descritto il tratto dal Gardeccia fino ai rifugi Vajolet e Preuss. Dall’estate del 2019 però la riorganizzazione del servizio trasporti in Val di Fassa e l’imposizione di maggiori vincoli di accesso alle convalli, con l’eliminazione del servizio navetta per il Gardeccia, costringe ad allungare un po’ il tragitto. Noi siamo andati (a piedi) alla partenza della seggiovia di Pera e abbiamo preso i due tronconi del rinnovato impianto che porta a Pian Pecei. Da qui si può raggiungere il Rifugio Gardeccia seguendo due diversi percorsi: oltre al percorso “classico”, la forestale su cui si innesta, in prossimità dell’ex Rifugio Catinaccio, il sentiero che arriva dal Ciampedie (contrassegnato dal segnavia n°540), c’è anche il Sentiero delle Leggende, che segue un percorso più basso e, dopo esser passato accanto a un paio di baite situate in posizione invidiabile (panoramica e tranquilla), sbuca nel piccolo spiazzo in precedenza utilizzato come “capolinea” del servizio navetta.

Lungo il Sentiero delle Leggende

Pausa ruminati

All’andata abbiamo seguito il Sentiero delle Leggende, così chiamato perché lungo il percorso ci sono tabelloni con alcune delle più famose leggende ladine: misura circa 3km e il dislivello è molto contenuto, ed è meno frequentato della forestale. Con molta calma (e un quasi scambio di bacchette con una mia omonima), passando al cospetto di placide mucche intente a ruminare, siamo arrivati al Gardeccia, impiegando meno di un’ora. Dopo una salutare (per me) pausa caffé ci siamo rimessi in cammino in direzione rifugio Vajolet (segnavia 546), lungo il medesimo percorso seguito per salire a Passo Principe.

Ex Rifugio Catinaccio

Rifugio Preuss

Rifugi Vajolet e Preuss. Sullo sfondo Passo Principe

Qui ci siamo concessi una pausa cibo, prima di imboccare in sentiero n°542 che, su roccette, in circa un’ora consente di superare i 400m di dislivello che separano dalla meta.

Gli ultimi 400 metri (in verticale)

Rifugi Vajolet e Preuss e la sottostante conca del Gardeccia

Via le bacchette, qui, perché sono d’impiccio. Il primo tratto del sentiero, un po’ sconnesso, permette di prendere quota piuttosto rapidamente, si arriva poi al tratto su rocchette, dove vari spezzoni di cavo d’acciaio consentono di tenersi per superare i passaggi più complessi senza scivolare. Il continuo passaggio di persone ha consumato qualche appoggio, rendendolo un po’ scivoloso in caso di sentiero umido, ma i cavi sono utili soprattutto in discesa, o comunque quando si incrociano persone sul percorso, perché lo spazio è poco, un occhio non troppo avvezzo può aver difficoltà ad individuare i segni biancorossi e, obiettivamente, qui le mani per salire servono.

Intendiamoci, non è una scalata e non può essere considerata certo una ferrata, ma non è un sentiero facile. Mi è capitato di vedere persone faticare non poco ed è da evitare se si teme il vuoto, ma è un percorso di gran soddisfazione, e guidare un bambino alla scoperta di questo mondo magico, raccontando le storie dei luoghi, i tuoi ricordi di ragazza, le tue emozioni, insegnargli come ci si muove in questo ambiente e vederlo salire spedito ed entusiasta… è ancora più bello. E può anche essere occasione per “portarsi avanti col programma”, spiegando come ci si comporta quando non basta una manina messa lì per sentirsi tranquilli tenendosi al cavetto, ma ci vogliono moschettoni e cordino per procedere in sicurezza.

Ci siamo quasi…

Gli escursionisti giù al rifugio Vajolet si fanno puntini, mentre si passa sotto la teleferica e i cavetti di sicurezza finiscono, con il sentiero che ora è ricavato su brecciolino scivoloso o lungo il passaggio della condotta dell’acqua, mentre si cominciano ad intravedere le sagome colorate degli scalatori armeggiare sulle pareti.

La pendenza si riduce e, mentre la conca si apre, spunta il tetto del rifugio Re Alberto e sulla destra le Torri del Vajolet si mostrano, finalmente, con la loro inconfondibile ed elegante sagoma, un ricamo di roccia che si staglia sul cielo azzurro: da sinistra, la Delago, la Stabeler, la Winkler. E il mio ometto, soddisfattissimo, si gode il panorama… e pensa a cosa ordinare per pranzo…

Al cospetto delle Torri del Vajolet

Intanto ci guardiamo intorno, il laghetto è decisamente ridimensionato rispetto all’ultima volta che sono salita qui. Escursionisti si muovono come formichine lungo la traccia che porta a Passo Santner, punto di arrivo per la ferrata che sale dal lato altoatesino del gruppo montuoso (non è difficile ed è divertente, si presta ad un bellissimo giro ad anello, condizioni dei sentieri permettendo (a inizio estate 2019 alcuni sentieri della zona erano stati chiusi per smottamenti).

Verso Passo Santner

Ettore cerca Bolzano fra le nuvole

Salendo un po’ rispetto alla conca del rifugio, proprio sotto alle torri, si raggiunge un punto estremamente panoramico, da qui si vede verso Tires e Bolzano, ma, essendo il punto di incontro dei flussi d’aria che salgono dai due versanti, è frequente che qui si formino delle nuvole: succede anche stavolta, con turbini che rimescolano l’aria carica di umidità ostacolando la vista sulla vallata sottostante.

Rifugio Re Alberto

E al rifugio, mentre io mi ordino un minestrone reintegra liquidi, Ettore ordina una pasta al ragù che avrebbe messo in difficoltà un camionista, per la prima volta lo vedo arrendersi e lasciare lì, nel fondo della zuppiera (perché a chiamarlo piatto ci vuol coraggio) un po’ di pasta.

Finito il pranzo, messo il timbro sul Passaporto delle Dolomiti ed acquistato il magnete che ora adorna il nostro frigorifero, ci rimettiamo in marcia per scendere. E qui faccio una considerazione: capisco che non tutti sappiano muoversi agevolmente in montagna, ma se oltre a far fatica ti fermi pure per foto ricordo di gruppo in un posto infognato, bloccando il passaggio per qualche minuto e costringendo gli altri a star fermi in posizione scomoda per dar modo di decidere chi deve scattare la foto, attendere il ritardatario e metterti in posa, beh allora non è questione di agibilità fisica… È che sei un pochino infame… (scusate lo sfogo…).

Souvenir (lo vendono solo qui)

Dal Preuss, fuori le bacchette e poi giù verso il Gardeccia, perché è ripido e si scivola. In corrispondenza dello sbocco della forestale nella conca noto una cosa a cui non avevo fatto caso salendo. Di lato alla strada c’è un edificio fatiscente di forma rettangolare: ricordo che i primi anni che venivo qui c’era un negozietto di souvenir e (forse) di generi alimentari. Beh, è in vendita. Se qualcuno volesse cimentarsi in un’impresa epica…

Poco sotto si celebra il rito della pausa merenda alla Baita Enrosadira, che ha una terrazza affacciata sulla valle ed è in posizione più tranquilla rispetto al Gardeccia. Le mie gambe sono stanche, i tutori fanno sentire gli effetti della limitazione alla circolazione. E qui anche Figlio comincia ad essere un po’ affaticato, ma la torta che si mangia resusciterebbe i morti.

Vendesi (rudere)

Da qui prendiamo l’agevole forestale che conduce fino a Pian Pecei, punto di snodo per gli impianti di risalita (alcuni attivi anche in estate), arrivo della “fly line” del Ciampedie e…frequentatissimo pascolo 😊, qui riprendiamo la seggiovia che ci riporta a Pera.

Dati tecnici

Dislivello in salita/discesa: 810m circa

Tempo di salita: 2h45′

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Piccola rivoluzione in Val di Fassa

Chi si appresta a passeggiare o pedalare fra boschi e cime della Val di Fassa si trova a fare i conti con alcune novità e con qualche intoppo di natura ambientale.

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Val San Nicolò

Sentieri aperti: meglio informarsi in anticipo

Partiamo dal secondo aspetto, su cui tornerò successivamente, perché è una ferita aperta per questi luoghi e per chi li vive. Lo scorso autunno il ciclone Vaia ha picchiato duro in alcune zone e i lavori di rimozione dei tronchi sono ancora in corso. Se poi ci mettiamo anche alcuni forti temporali che hanno danneggiato pesantemente qualche sentiero, ci troviamo con numerosi sentieri o percorsi forestali chiusi o interrotti in più punti. È quindi importante verificare la percorribilità dell’itinerario prescelto, onde evitare spiacevoli inconvenienti. Sul sito ufficiale dell’APT della Val di Fassa è stata aperta una sezione dedicata, con l’elenco dei sentieri e dei percorsi forestali e del relativo stato (è possibile filtrare per comune, zona di riferimento, stato percorso). Sul sito Visittrentino sono inoltre disponibili mappe interattive con indicazione delle aree interdette (sono relative all’intero territorio del Trentino e delle zone limitrofe).

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Riferimenti per info aggiornate

Modalità di accesso alle valli laterali

Altra novità riguarda le modifiche alle modalità di accesso alle valli laterali, soprattutto per quanto riguarda il comune di Sen Jan (Pozza + Vigo). In particolare :

  • La Val San Nicolò è chiusa al traffico, per accedere o si sale a piedi o si prende la navetta da Pera-Pozza o da Vidor;
  • È stato eliminato il servizio navetta per il Gardeccia, qui si può arrivare dal Ciampedie (arrivo funivia da Vigo) o da Pian Pecei (arrivo seggiovia da Pera), aggiungendo quindi 30-45 minuti di cammino.
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Quadro sinottico servizi di trasporto

Alcuni rifugisti non l’hanno presa bene, perché temono un calo delle presenze dovuto all’allungarsi dei tempi di percorrenza e all’aumento dei costi (gli impianti di risalita costa più della navetta, a meno che non si possa utilizzare La tessera PanoramaPass). Diciamo la verità: trovare la Val San Nicolò sgombra dalle auto è un toccasana, mentre la valle del Gardeccia ha, obiettivamente, problemi notevoli di frane e dissesti di vario genere, numerosi sono stati gli interventi di ripristino resisi necessari negli.ultimi anni.

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Hero kids 2019

Venerdì 14 giugno, nel pomeriggio, uno stuolo di bambini fra i 4 e i 12 anni si è riversato per le strade di Selva, per scoprire il piccolo eroe che ognuno si porta dentro e che chiede solo di essere svelato. Anche questo anno i percorsi previsti sono stati tre

  • 4-5 anni: percorso 800m
  • 6-8 anni: percorso 2,3km
  • 9-12 anni: percorso 3km

I più grandicelli hanno l’opportunità di cimentarsi con la discesa finale della Hero “dei grandi” prima di portarsi all’arrivo.

kids 2019

I tre percorsi di gara

Vedere questi ranocchietti vestiti (quasi) tutti uguali, pronti scalpitanti al via e poi lanciati per le strade di Selva, pedalando o spingendo la bici, è sempre uno spettacolo.

E alla fine, festa e merenda per tutti. Perché è una festa, non una gara. L’unico premio (una bici nuova fiammante) è ad estrazione.

E il prossimo anno (se papà avrà ancora voglia di soffrire sul percorso medio) verremo ancora, col nostro marmocchio.

Faccio solo un appello agli organizzatori: le misure delle magliette andrebbero riviste. La massima è una 152, e ai più grandicelli va corta.

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Anello del Lusia variante Sottosassa – video

Ed eccolo, finalmente, in video del “girone” dell’estate 2018, l’anello Moena – Bellamonte – Lusia con partenza da Soraga, la cui descrizione è disponibile cliccando qui.

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Nel cuore del Catinaccio

Verso Passo Principe, all’ombra del Catinaccio di Antermoja

Intro

Lo confesso: questa estate ho accarezzato l’idea di portare mio figlio al rifugio Re Alberto.

Per chi non conoscesse la Val di Fassa, Il Re Alberto si trova a 2621m slm, in una conca nel gruppo del Catinaccio ai piedi delle Torri del Vajolet, accanto ad un laghetto. Solo da questa conca le Torri si possono ammirare nel pieno del loro splendore, col la sagoma che si slancia verso il cielo, e per arrivare qui o si fa la ferrata di Passo Santner (che di suo è facile, ma il giro completo è lunghetto), o si scala la parete del Catinaccio (se si è capaci) e poi si scende, o si sale dai rifugi Vajolet e Preuβ con un sentierino su roccette, che consente di superare i circa 400m di dislivello in uno sviluppo ridottissimo.

C’ero quasi riuscita a convincere il marmocchio (per l’ultima opzione, si intende), poi abbiamo deciso di rinunciare, ma gli ho strappato una mezza promessa per il prossimo anno. Abbiamo così seguito quello che mi ero tenuta come piano “B”, più lungo ma meno impegnativo (oddio… forse, alla fin della fiera la differenza è minima…).

Si, insomma, siamo andati a Passo Principe.

Non ci venivo da un sacco di tempo, l’ultima volta avevo fatto la ferrata dell’Antermoja (bellissima e non impegnativa), insieme ad alcuni amici. E’ più un punto di passaggio che una meta vera e propria: di qui infatti si passa di ritorno dal giro dell’Antermoja, o per salire, appunto, in vetta, facendo la ferrata. Oppure ci si passa per scendere verso il rifugio Bergamo, o per risalire verso il Molignon e da lì all’Alpe di Tires. Si, insomma, è un punto di appoggio per traversate, però merita comunque una escursione, perché… la meta E’ il viaggio. Messo così sembra un discorso un po’ strampalato, però il sentiero attraversa un vallone solitario, che passa ai piedi del “lato B” delle Torri del Vajolet e al cospetto del Catinaccio di Antermoja, con la sua inconfondibile cengia diagonale. E’ molto meno affollato di altri percorsi, e, dal punto di vista paesaggistico, merita.

Mappa della zona

La nostra escursione

Il punto di partenza è la conca del Gardeccia (1950m slm). Qui ci si può arrivare tramite bus navetta da Pera o da Pozza, oppure prendendo i primi due tronconi della seggiovia Vajolet che, da Pera, porta a Pian Pecei, da qui si deve camminare ancora per mezz’ora circa su comodo sterrato. Volendo “esagerare”, si può salire al Ciampedie da Vigo e da qui si arriva al Gardeccia in circa tre quarti d’ora (segnavia 540).

Mettiamo da parte per un attimo il Ciampedie… e andiamo a Pera, alla stazione di partenza della seggiovia, dove c’è anche la fermata della navetta. Visto che non c’è troppa confusione, facciamo il biglietto e saliamo sul pulmino. Partiamo e, percorsa la rotonda sulla statale, ci dirigiamo verso Ronch e Muncion, le due frazioni a mezzacosta di Pozza. Tutte le volte che faccio questo percorso mi chiedo quanto durino questi furgoni, che fanno le “ripetute” lanciati su rampe dalla pendenza decisamente sopra la norma, rallentano se incrociano altri veicoli e ripartono allegramente su un buon 16%.

La parete del Catinaccio

Uscendo da Muncion si passa accanto all’ex Baita Regolina e si entra ufficialmente nella vallata del Gardeccia. I primi anni che venivo in valle, qui si saliva in macchina, ed era il delirio, con macchine che si incrociavano in punti strettissimi, che venivano parcheggiate in ogni dove, e tu che pregavi di non incrociare nessuno mentre con marcia bassissima salivi sulle rampe strette e ripide. Poi, dopo l’ennesimo cedimento della strada, si è deciso di cambiare strategia, ed è iniziata l’epoca dei bus navetta. Non che frane e smottamenti siano finiti, ma almeno le auto non rischiano di rimanere boccate in quota, se non addirittura sepolte da scariche di sassi e fango, si riduce l’inquinamento e il mal di pancia dei turisti. E il torrente che scende dal passo delle Scalette, che con il disgelo e i grossi temporali si porta giù la qualunque, è stato lasciato libero di fare “danni”, perché, invece di costruire un inutile ponte destinato a durare (forse) una stagione, si è lasciato un passaggio a guado.

Da Gardeccia al Rifugio Vajolet

In cordata sul Catinaccio

Arriviamo al rifugio Gardeccia, poco sotto c’è lo spiazzo di manovra dei mezzi. Qui sistemiamo scarponi e bacchette, e ci mettiamo in marcia lungo la frequentatissima mulattiera che, costeggiando il Gardeccia e lo Stella Alpina, si dirige verso il Vajolet (segnavia 546). E qui mi lancio in aneddoti e ricordi, per distrarre il figlio che su questi sterrati tende ad annoiarsi, e, senza pudore, mi chiede quando ci fermiamo a mangiare il panino, perché lo stomaco brontola.

Eh? Ma sono le 9.40!!!

Mi guarda con un sorrisino da “beh, ci ho provato”, e ricomincia a guardare in avanti.

Fra massi erratici e conifere, che a 2000 sono un po’ più piccole e rade, vediamo davanti a noi l’inconfondibile parete del Catinaccio e, più a destra, il rifugio Preuβ si staglia contro il cielo, sopra un alto sperone roccioso. L’effetto è, in un certo senso, un po’ inquietante, la collocazione è degna del castello di un principe malvagio. La forestale, dopo aver percorso un tratto tranquillo, si fa più ripida, con rampe che si fanno sempre più cattive mentre ci avviciniamo alla parete del Catinaccio. La giornata è stupenda, e alcuni scalatori stanno salendo lungo una via tracciata sulla parete.

Le Torri del Vajolet dal basso

Il marmocchio qui vuole fare il grande, tagliando un pezzo di sentiero, Rischia di infognarsi in un punto scivolosissimo, lo riporto su una traccia un po’ più marcata ed arriviamo al rifugio Preuβ (siamo a circa 2240m slm). Qui “esco” il primo panino, mentre gli presento le possibilità di continuare l’escursione (in sostanza, cerco di fargli un mini lavaggio del cervello per convincerlo a salire al re Alberto). Esibisco tutto il mio sapere indicando vette e passi circostanti, spiegando le varie possibilità e… si, salire ne vale proprio la pena, e c’è un bimbo più piccolo di lui che sta partendo insieme ai suoi familiari. Proviamo a partire, ma lo gnomo non è molto convinto. Siccome lo conosco, temendo che cambi idea sul più bello, gli prospetto l’alternativa Passo Principe, indicando in modo un po’ vago la direzione. Vada per quella. Scendiamo e ci avviamo verso la mulattiera contrassegnata dal n°584, decisamente più agevole rispetto alla salita per il Re Alberto.

Rifugio Vajolet

Sulla sinistra abbiamo il gruppo del Vajolet, che su questo lato ha pareti meno verticali e caratterizzate da “gradoni” naturali, sulla destra, passato il gruppo del Larsech, ammiriamo l’inconfondibile sagoma dell’Antermoja. La giornata splendida fa risaltare il colore rosato della dolomia, che fa contrasto con cielo blu; il verde dell’erbetta di alta quota sembra ancora più verde, mentre, insieme ad altri escursionisti, ci avviamo verso il passo, che è sempre “là dietro”. Un “dietro” che viene di volta in volta declinato in dietro la curva, dietro il colle, dietro quella roccia… finché non si comincia ad intravedere la traccia dell’ultimo tratto di sentiero, che sale ripido sul ghiaione… e il figlio un po’ si incazza, sentendosi preso in giro.

Uno sguardo alle spalle, salendo verso Passo Principe

Ma la cosa bestiale è che questo sentiero, fatto a piedi, non è per nulla impegnativo, anche se, ridendo e scherzando, il passo Principe è a circa 2600m (più o meno come il rifugio Re Alberto) e le tabelle danno circa 1h15′ dai rifugi Vajolet e Preuβ. Qui però, ad un certo punto, vediamo arrivare un piccolo gruppetto di bikers su bici da paura, che non paiono soffrire le rampette e il fondo sconnesso. Tra il sorpreso e il perplesso, lasciamo loro strada, chiedendoci che intenzioni potessero mai avere, una volta arrivati al rifugio, che ancora non possiamo vedere, ma la cui posizione è deducibile dalla bandiera che vediamo spuntare tra le rocce.

Rifugio Passo Principe

L’ultimo tratto del sentiero è caratterizzato dalla presenza di detriti, qui la roccia è particolarmente fratturata, e si sale a zig zag. E’ l’ultima fatica… e si svalica! Il rifugio è addossato alla parete, nel poco spazio a disposizione è stata ricavata anche una piazzola per l’elisoccorso, usata dai molti escursionisti come piazzola di sosta per il pic nic improvvisato. Qui possiamo riposarci (e mangiare il panino n°2, per il bambino), seduti contro la parete del rifugio per sfruttare una strisciolina di ombra.Davanti a noi, il Catinaccio di Antermoja, che sovrasta il passo. Da qui parte il sentiero per il passo di Antermoja (dal quale si raggiunge l’omonimo lago), oltre alla ferrata che porta in cima, a circa 3000m. Alla nostra sinistra invece il sentiero scende verso il rifugio Bergamo, e verso il Passo del Molignon, e da qui si vede il ripidissimo sentiero che consente di raggiungerlo, salendo a zig zag in un canalino (l’ho fatto una volta, quando ero giovane, ed è ben tosto…).

Panoramica dell’Antermoja

Verso il Passo del Molignon

Niente paparazzi!!!

La targa in ricordo di Tita Piaz

Dopo lo spuntino, il caffè, le foto, viene il momento di scendere. Ripercorriamo così il sentiero percorso all’andata e, arrivati al Vajolet ci fermiamo un attimo per rendere omaggio al grande Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti, che qui era di casa (fu fra i promotori della costruzione del rifugio Re Alberto, mentre la moglie era direttrice del rifugio Vajolet).

La forestale che dobbiamo percorrere per tornare al Gardeccia, e che abbiamo in parte saltato, è veramente ripida, si scivola facilmente. Ci dobbiamo fermare in un paio di occasioni per lasciar passare il fuoristrada del rifugio.

Fra i numerosi escursionisti che, a quest’ora, scendono verso valle, c’è qualcosa che disturba la vista. E siccome io sono un po’ una carogna, questo “disturbo alla vista” lo fotografo.

 

 

 

Scendendo dal Rifugio Vajolet. I rifugi Gardeccia e Stella Apina

no comment…

Intendiamoci, ognuno ha il diritto di andare in giro come caspita gli pare. In città, al mare… ma in montagna ci vorrebbe un tanticchia di buon senso nella scelta degli scarponi, dello zaino… altrimenti utilizzi chi ti accompagna in sostituzione dei bastoncini, perché rischi di scivolare ad ogni passo…

E così cerchiamo di tenerci lontani dalla simpatica coppia, per evitare di essere travolti in caso di ruzzolone. E non ci riesce poi così difficile seminarli, anche se noi non scendiamo certo di corsa.

Arrivati nella conca del Gardeccia ci fermiamo per una provvidenziale merenda. Il “pargolo” cerca i battere il suo record di velocità di mangio-Sacher… dopodiché ci rimettiamo in marcia. Già, perché stavolta un po’ di tempo, volendo, lo possiamo trovare per stare al parco al Ciampedie (visto che qualche giorno prima siamo dovuti scendere a precipizio), ma prima dobbiamo arrivarci… decidiamo così di non riprendere la navetta, ma di fare la tranquilla passeggiata che ci porta, appunto, al Ciampedie.

La mulattiera (segnavia 540) corre in quota attraverso il bosco, numerosi cartelli illustrativi spiegano come riconoscere le principali essenze arboree e la loro origine, le caratteristiche, gli animali che popolano il bosco… e il sottosuolo. Con passo discreto ci vogliono circa 45 minuti, e il dislivello è inferiore a 100m.

La “pista azzurra”

Avvicinandosi al Ciampedie, si attraversano quelle che in inverno si trasformano in piste da sci. Qui non i sono molte piste, ma le difficoltà sono abbastanza varie. Le rosse presentano comunque dei muretti di tutto rispetto, ma quando si attraversa la nera (la famosa “Pista Tomba” si capisce… fa abbastanza impressione già così, personalmente non ci tengo a provarla in inverno…

Si arriva così in prossimità del Rifugio Negritella, da qui al cocuzzolo più panoramico del mondo sono ancora pochi minuti a piedi.

E il figlio può sfogarsi nel parchetto (se lo è meritato…)

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Dall’alba al tramonto

lastampa.it, 20/12/2018

Le pareti rocciose si stagliano nel cielo rosa dell’alba, per diventare infuocate con quello rosso del tramonto. È la luce dell’inverno a rendere questo volo con il drone sulle Dolomiti spettacolare. La temperatura ambientale va dai -12 ai -20 gradi. ”E’ un posto semplicemente mistico, affascinante, uno dei quei luoghi che ti fa capire perché l’Italia è uno dei Paesi più turistici del mondo”, ha spiegato il regista.  video Reuters

 

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La forza della natura, le colpe dell’uomo

Lungo la strada per il Gardeccia (pagina facebook Rifugi del Trentino)

Nei giorni 27-29 ottobre tutta l’Italia è stata flagellata dal maltempo, particolarmente colpite sono state la Liguria, con mareggiate impressionanti che hanno fatto danni indicibili a Rapallo e hanno distrutto la spiaggia di Boccadasse, e le Alpi fra Carnia, Veneto, Alto Adige e Trentino. Piange il cuore vedere boschi interi completamente distrutti, un numero di alberi abbattuti dalla forza del vento che, a chiamare a raccolta i boscaioli delle aree interessate, ci vorrebbero almeno tre anni per abbattere una tal quantità di larici ed abeti.

Carezza – Strada per Passo Costalunga (pagina facebook Rifugi del Trentino)

Le foreste di abeti di risonanza di Paneveggio, del Latemar e della Carnia hanno subito danni impressionanti. Il bellunese è in ginocchio. con comunità che sono rimaste isolate e senza elettricità (la situazione in questa zona è stata ben descritta nel servizio di Diego Bianchi per Propagandalive).

La diga di Comelico, nel servizio andato in onda su Propagandalive

Sul sito DolomitiMeteo è stato pubblicato un articolo nel quale vengono esposte le modalità con cui si è formato questo ciclone, e i dati (impressionanti) relativi alle velocità di picco raggiunte dalle raffiche di vento:

128km/h Passo Valles

148km/h Capo Carbonara (Sardegna)

155km/h colle di Cadibona (Savona)

180km/h Marina di Loano

200km/h Monte Rest (Prealpi carniche)

204km/h Monte gomito (Appennino Tosco-Emiliano)

E, nei giorni successivi, altri disastri in altre regioni. La Sicilia, soprattutto.

Boccadasse, 01/07/2018

Spiaggia di Boccadasse, dopo la tempesta (fonte: ilsussidiario.net)

Ma questa natura “cattiva” non è così per un castigo divino. E’ così perché sta reagendo ai cambiamenti in atto.

Ed è semplicemente colpa nostra.

Colpa dei nostri governi che inseguono l’interesse immediato, di bottega, alla caccia di un ritorno elettorale, senza curarsi degli effetti di lungo termine delle scelte scellerate fatte nel tempo.

Colpa loro che scaricano le responsabilità sugli altri, e la definizione di “ambientalista da salotto” fa particolarmente incazzare se arriva da una componente politica che, avendo governato per vent’anni alcuni dei territori devastati, deve trovare un capro espiatorio, omettendo di dire che i suoi rappresentanti in UE hanno addirittura votato contro il recepimento di quanto stabilito con la COP21.

Colpa dei Governi che si sono via via avvicendati se i soldi per manutenzione del territorio sono insufficienti e vengono spesi male, se somme ingenti vengono spese per coccolare le società che operano nel campo delle fonti fossili, invece di investirle in un serio piano di riconversione radicale dell’economia (che porterebbe pure un sacco di lavoro). Colpa loro se si fanno condoni periodici, se mancano le somme necessarie alle demolizioni degli edifici abusivi, se gli amministratori locali, che si trovano ad operare sul territorio fra minacce e ricatti, sono senza un adeguato sostegno da parte dello Stato.

Colpa nostra che non chiediamo conto di tutto ciò.

Colpa nostra che non ci incazziamo perché siamo pigri, perché basta che abbiamo quello che ci serve (e anche quello che non ci serve), perché basta che non vengano toccati i nostri piccoli interessi di bottega, e il resto chissenefrega.

Colpa nostra che non abbiamo la voglia di scendere in piazza a far casino per tutelare ciò che deve sopravvivere a noi, e che andrà abitato dai nostri figli e nipoti. Colpa nostra che, con le nostre azioni quotidiane, siamo i primi a minare gli equilibri della natura.

I cambiamenti climatici sono in atto, lo sfruttamento del territorio è arrivato a livelli improponibili. Abbiamo ancora poco tempo per intervenire.

Dobbiamo intervenire subito.

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La Hero secondo Max

Sole, caldo (quando va bene, perché se fa brutto sono cavoli amari), panorami splendidi, salite bastarde, discese godibilissime e tratti tecnici che ti costringono ad andare a piedi, sterrato, single track…e crampi.

Tutto questo è la Hero, soprattutto per i “bisonti” che partono dalle ultime griglie.

Ecco il filmato girato dall’Hero di casa. Peccato che a Pian Schiavaneis, oltre alle gambe di Massimo, abbia dato forfait anche la batteria del “baracchino”.

L’ultimo tratto l’ho fatto io il giorno successivo, come rientro da Passo Sella (Clicca qui per il post, con video).

Buona visione!!!

 

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Il trenino della Val Gardena

Per puro “caso” (si, insomma, stavo smanettando con un mio video girato in Val Gardena), youtube ha inserito fra i video consigliati questa chicca.

Si tratta di un video degli anni ’50, con protagonista assoluta la ferrovia della Val Gardena, della quale avevo parlato qui.

E’ interessante anche la storia di questo video, raccontata nella didascalia e nei commenti dall’utente che ha caricato il video.

Buona visione!!!

 

 

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Anello Selva – Passo Sella. Video

Ecco qui il video del percorso ad anello che consente di raggiungere Passo Sella e Città dei Sassi da Selva di val Gardena.

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