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Izoard, l’estetica del “grimpeur” fatica, sacrificio, solitudine

Scalare il colle leggendario del ciclismo dove oggi arriva il Tour. Non solo sport ma metafora della vita: le salite sono per gli umili, le discese per i campioni

di Domenico Quirico – lastampa.it, 20/07/2017

Dietro il tornante, in un passaggio aspro della salita dell’Izoard, nella solitudine abbagliante, nel silenzio raschiato appena dallo sfrigolio della catena, mi è apparsa davanti, all’improvviso una panchina, verniciata di verde, il sedile e la spalliera di legno. Forse l’unica in quei venti chilometri di salita. Una vera panchina: solitaria, pigra, malinconica. Di quelle che aspettano, pazienti e deluse, all’ombra di un platano o di una quercia, nella piazzetta di ogni cittadina e di ogni villaggio di Francia. Basterebbe, forse, quella panchina lassù, a duemila metri, sul colle leggendario del ciclismo, per dare testimonianza di una stanca civiltà provinciale, il segno preciso di un ordine antico e nobile che è la Francia. Invece era soltanto un invito al riposo, una segreta tentazione alla fatica del pedalare.

Eppure ero salito agilmente: fino a quel momento… La panchina mi ha fatto cadere addosso la stanchezza all’improvviso, come un cappuccio di lana. No, non sono stanco. Fermarsi vuol dire non ripartire, l’umiliante resa dell’imboccare la discesa del ritorno. Accorcio il rapporto di una unità e con uno sforzo doloroso mi strappo dalla tentazione. La strada monotona si allunga verso il vertice del colle a 2400 metri come un Calvario. Ho deciso di salire l’Izoard «en velò», alla vigilia del Tour, perché scalare le montagne in bicicletta non è solo sport: è un magnifico transito di dannazione dove lo spazio, guadagnato metro dopo metro, superficie dell’essere, ascolta battere il suo cuore, battere il tempo e non ne impallidisce. E la vetta è il punto dove lo spazio afferra il tempo e non lo lascia più fuggire.

La partenza

Per questo son partito presto da Guillestre dove ufficialmente inizia questo lato della salita, per non incontrare il peloton degli altri amatori come me; per ascoltare il silenzio della montagna. E infatti la strada, almeno per un po’, è ancora vuota e deserta.

Addio Guillestre con i tuoi chilometri ingannatori, quasi piani, ora entro nella valle del Guil, una gola stretta tra pareti fosche di roccia in cui in fondo scorre il torrente. E’ un silenzio caldo, un riposo denso di luce, un abbandono pieno di coscienza. La bicicletta, di fronte alle grandi scene della natura, ti offre straordinari impressioni di suono, ti pare di udire le voci del silenzio. Il ciclismo agonizza nelle città, gli appartengono la campagna i monti la provincia gli spazi. Il ciclismo non ha nome nei luoghi consacrati al football e al basket…

Tra loro ho sempre amato il «grimpeur», lo scalatore puro. Uomini piccoli, scuri, agili, febbrili, che sognano la salita come una liberazione, la aspettano, le vanno incontro come per un richiamo definitivo e irrefutabile. La montagna è la loro rivincita di uomini senza carne, di acrobati dell’ascesa. E’ l’unica occasione che hanno per rivoluzionare le gerarchie, i ruoli, le dipendenze della corsa. Se la perdono tornano nani. I belli del ciclismo Anquetil, Kubler, Cipollini soffrono le salite.

Mi è indifferente lo sprinter, brutale e temporaneo. Non mi esalta il passista tuttofare e lo specialista della corsa di un giorno. Hanno colli da torello, taglie da macchina pestasassi. Gli scalatori, Jiménez, Pantani, i colombiani, Trueba, Gaul, Bahamontes, quelli invece sono una specie letteraria.

Lo scalatore puro sa di Zola e di Verga, è dolorosamente verista, sputa sangue per staccare tutti in salita e poi in discesa il passista, pesante, strafottente, in due pedalate lo raggiunge e getta in polvere la sua fatica. Ridiscendere a valle per trovare il traguardo lo annulla, solo restare in altitudine, nell’aria rarefatta gli da forza e vita. Il ciclismo è in questa brutale metafora della vita, della politica, della storia: lo scalatore più del gregario è il vero proletario di questo sport popolare, dannato alla fatica di Sisifo di azzannare le montagne e poi perdere un Giro o un Tour in venti chilometri a cronometro o di discesa.

L’arena

L’Izoard non è la salita più dura del ciclismo, me ne accorgo salendola; ci sono qui intorno pendii più impietosi, erte tremende. Il Galibier per esempio o a un passo, sul versante italiano, il colle dell’Agnello, salita brutale, che ti contorce le mascelle nello spasimo dello sforzo, le labbra arricciate, gli occhi inferociti dalla fatica. Ma l’Izoard è interminabile, ti chiede nascosta capacità di ostinazione, volontà fredda e silenziosa. Perché ti lusinga ti inganna ti attira a sé, facendoti credere che sia facile domarlo, che i suoi pendii in fondo siano lievi. Mentre è lui, sempre lui che fissa il margine tra il difficile e il terribile. Per questo sull’Izoard si sono vinti e persi i Tour. Qui se l’avversario è in crisi diventi spietato, c’è un’aria di arena, di mattanza. Ho visto una foto del ’36: il belga Maes in fuga passa sulla vetta, ha occhi di lupo, la gioia crudele di chi sa che l’avversario sanguina. Il vinto è «le roi René», il francese Vietti. Al traguardo si inventerà un patetico raffreddore per giustificare il distacco. Aveva sbagliato rapporto, pensando di piegare la montagna con le sue leve…

Adesso ho lasciato l’ultimo villaggio, case vuote, silenziose come se fossero disabitate. Eppure ci sono auto e segni di vita. E’ come se gli uomini della montagna si nascondessero in attesa dell’arrivo del Tour di oggi quando la montagna intera sarà folla rumore auto e grida.

I pini fanno ancora un’ombra riposata e densa nel bosco umido e sonoro, pare una immensa grotta. La selva di abeti, attorno alla strada che sale ora con pendenze più forti, è tiepida cordiale e profonda come una donna. Non mi piace alzarmi sui pedali, vorrei sentire sempre il corpo e la bici, in coppia, sgominar l’aria, sbriciolarla con il movimento delle gambe come se fossero cosa sola.

La cavalcata di Bobet

Da qui iniziò, mi pare, nel 1953 la cavalcata di Louison Bobet, l’unico uomo tre volte primo sull’Izoard. Aveva già attaccato sul Vars, che anche oggi ne sarà il prologo faticoso, e aveva cominciato a tirar il collo agli avversari. Ma era sull’Izoard che aveva deciso di piantarli. Quanto bastava per arrivare in vetta con il distacco che l’avrebbe confermato per quello che era: il campione, il dio dei francesi, senza rivali senza nessuno né niente che gli potesse stare dietro. La sola cosa che interessa ai campioni: la folla gli urli le mani le braccia le strade le curve le salite, arrivare dove nessuno arriva e col tempo con cui nessuno riesce a farcela.

L’ho visto Bobet, nei cinegiornali del tempo, salire agile, composto, alzava la testa quel tanto per vedere il varco nel muro di folla, di gendarmi che faceva siepe sulla strada. Non vedeva volti, solo la fila di scarpe e poi di calzoni e sottane. Ha piantato i primi allunghi qui dove la strada dopo la «Maison du roy» svolta a sinistra e la pendenza sale all’otto e all’undici per cento. Allunghi, di curva in curva di rampa in rampa, come chiodi nella carne dei poveri cristi che inseguono, indietro, lenti e gocciolanti sudore come i secchi di una draga.

Ora ci siamo: un attimo di respiro, 500 metri, sulle rampe e sulle svoltate a forcina. E poi è la Casse Déserte. Il paesaggio si fa torvo, la pietraia di grigio calcare pare di ossami, qualche nube si appesantisce sulle cime. Non so perché la retorica degli aedi sportivi la chiama paesaggio lunare: la luna è una terra morta, qui la montagna è ben viva, una vita minerale ma possente, quasi urla una sua esistenza fatta di ghiaie gialle, guglie come altari a misteriose intangibili divinità della montagna. La strada è obliqua, tracciata da uno spillo. La rupe liscia dai due lati sale e scende implacabile, senza appigli.

Il capolavoro di Bartali

Qui fu la corsa capolavoro di Bartali nel ‘38. I suoi rivali erano belgi, Vervaecke e Vuissers, detto il calvo. Sì è vero: le cronache francesi dicono che nell’affanno dell’inseguire i due cadono, bucano. Ma quel che conta sono le pedalate tremende del toscano, li attacca implacabile sul Vars, li finisce sulla Casse Déserte. La banda degli chasseur des Alpes è salita sul colle con gli ottoni, suona a pieni polmoni per l’uomo in azzurro che passa come una tromba di uragano e si getta nella discesa verso Briançon. Ah, les italiens!. Cinque italiani nei primi sei posti! Le squadre sono nazionali, si va al Tour come alla guerra Ancora due anni e su queste montagne scaveranno trincee, si combatteranno battaglie vere… Ecco sono in cima. mantenere il controllo del respiro, trovare il giusto rapporto. Sul colle non c’è nulla, una stele che ricorda i genieri militari che costruirono la strada, qualche transenna per il provvisorio traguardo di oggi che poi sparirà, una baracca in legno che vende l’umile mercanzia dei souvenir ciclistici.

Nelle gazzette sportive la montagna è «domata», «vinta». Retorica. E’ l’Izoard che, se vuole, se tu hai umiltà ti accetta, ti lascia venire a sé.

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Noi & la bici, una storia d’amore

Dalla Cina all’Africa, il compleanno di un’invenzione sempre sospesa tra progresso e rivoluzioni

di Domenico Quirico – lastampa.it, 10/07/2017

In quel tempo in Cina vedevi solo biciclette. Immensi, sterminati, vertiginosi stradoni larghi cento metri, affiancati da case quasi impercettibili; e biciclette, biciclette e qualche autobus strapieno di gente. Tutto il popolo cinese – uomini, donne, operai, contadini, impiegati, soldati – andava in bici a perdita d’occhio verso indistinte e luminose lontananze.

È la prima immagine che mi viene in mente, sempre, quando mi parlano del velocipede: arrivo nella Cina delle Guardie rosse e mi accoglie una rivoluzione a pedali, milioni e milioni di biciclette tutte di fabbricazione cinese. Ovviamente modello unico, senza deviazionismi di classe. Unica concessione, che era però segno dissidente d’amore, le fodere, colorate, di cui bardavano con cura affettuosa le selle.

Erano a loro modo belle, ben rifinite, con sellini di cuoio, fanali e campanelli nichelati. I freni, lo ricordo, erano del modello a bacchetta, tecnicamente antiquato ma più elegante dell’antiestetico filo d’acciaio dei modelli «capitalisti».

Avevano, i cinesi, in più, un loro modo di pedalare: composti, rigidi di spalle, nel completo-uniforme blu, forse alzarsi sui pedali, il movimento che gli scalatori chiamano «andanceuse», era considerato sconveniente, individualistico, borghese.

Modelli austeri

Costavano poco, molto meno delle biciclette italiane, tanto che, nonostante il salario fosse molto basso, ogni operaio e contadino poteva permettersi di comprarla.

Ricordo che per moda, (credo ci entrasse anche un po’ di politica, gauchisme pedalatorio sessantottesco), qualcuno cominciò a importarle in Italia, ma ebbero breve fortuna. Erano scomodissime, pesanti per le nostre strade che spesso si impennano. Mao era già morto ma i protagonisti di quella marxista crociata dei fanciulli salivano in sella nella loro povertà senza ricchezza, sicuri di compiere un atto rivoluzionario. L’austera bicicletta autarchica era il simbolo con il libretto rosso e il fornello a gas nientemeno che del socialismo realizzato: compagni, pedalando abbiamo scavalcato lo scomodo pedaggio della fase piccolo borghese…

La bicicletta dunque… che ci porta dritti non al Tour de France o alla Milano-Sanremo, ma, quietamente, a due secoli di storia. Perché non solo nella Cina degli onerosi Balzi in Avanti la bici ha sempre avuto a che fare con il progresso, la politica, addirittura le rivoluzioni. Che fosse baldanzosamente futurista o spinta dai soldati del generale Giap sul sentiero di Ho-Chi-min, giù giù fino allo snobismo ecologista che la getta come sfida nella impraticabile città delle automobili. C’è la bicicletta con cui l’indomita lettone Annie Kopchovsky, nel 1894, fece il giro del mondo. E la scomodissima Graziella non era forse un manifesto femminista e unisex contro la bici da donna?

Le strade in Congo

Sfogliamo l’album: l’Africa delle biciclette. In Congo la strada era tutta una geometria di larghe pozze di acqua rossastra, dalle ruote del pick-up l’acqua schizzava a fontane, era proiettata sui fusti degli alberi e ogni tanto rami pendenti nel mezzo della strada scudisciavano il tetto della vettura. Sembrava di correre in una galleria allagata, sotto una volta di rami e di foglie.

Chi è in sella

Donne vanno sulla proda della strada, portando sul capo larghe catinelle di ferro e di plastica colme di frutta e polpette di manioca. Appena avvistano l’auto avanzare tra fontane di fanghiglia si mettono in salvo, leste, dietro gli alberi. Poi sbucano i gruppi di ciclisti. Nessuno è in sella: chi poterebbe avanzare in quel fango? Spingono penosamente la bicicletta di lato, estraendola ad ogni metro dalla mota. Perché sulla canna sono caricati immensi scatoloni cesti gerle imballaggi improvvisati.

I ciclisti non possono fuggire, restano immobili, stoicamente, aggrappati al manubrio quasi l’ondata di fango dell’auto potesse portar via i loro carichi preziosi.

I più poveri non hanno neppure biciclette in metallo arrugginite, pesanti, vecchi congegni con cui si erano divertiti un tempo i coloni. Le loro bici sono di legno, anche le ruote, sbozzate da falegnami come fossero aratri o strumenti agricoli, finte biciclette senza pedali e catena, solo le ruote come quelle dei carri. Biciclette trogloditiche per portare pesi. L’astuto Mobutu, dittatore congolese, aveva inventato una specifica tassa per spigolare denaro anche su questo mezzo dei poveri!

Ancora biciclette il cui scopo non era la velocità. Biciclette spinte a mano come un fido compagno di strada verso la fabbrica dagli operai della mia infanzia. Infilata nella canna la cartella da cui spuntava il fiasco di vino e la colazione. Le biciclette che accompagnavano i poveri eroi dei romanzi di Pratolini.

O le biciclette dei parroci di campagna, i parroci alla Bernanos, che avanzano su viottoli polverosi o sbandando sulla neve, portando nella borsa anche loro gli strumenti di lavoro, l’ampolla dell’olio santo, l’acqua benedetta per le benedizioni di Pasqua.

Vite molteplici

Sì, la bicicletta ha avuto molte vite, è di tortuose e ambigue reversibilità, ha cadute e imprevedibili riscatti. Ha impersonato di volta in volta il lavoro, il viaggio, il trasporto, il confort, la velocità, lo sport. Ha resistito al tempo, ancora oggi viva operante, misura ancor valida del peso della vita. In questa arcana resistenza al tempo, in questa ormai secolare refrattarietà alle lusinghe del nuovo, in questa sostanziale incorruttibilità sta il suo incanto. Stéphane Mallarmè, scrivendo sul ciclismo nascente, non avvertiva che «l’uomo non si avvicina impunemente a un meccanismo e non vi si mescola senza perdita»?

Nessun oggetto più di lei dimostra che anche il più quotidiano racchiude una certa ingegnosità, delle scelte, una cultura. Porta con sé un sapere specifico e una certa eccedenza di senso. La bicicletta è in sintesi la continuità tra il materiale e il simbolico, lo sforzo di intelligenza che resta come conservato all’interno di ogni oggetto per semplice che sia, come l’ingranaggio che trasmette il movimento dai pedali alla ruote.

E poi c’è il ciclismo. Oggi fa male parlarne. In mezzo c’è stato il doping, il tempo dei falsari quando tutto era permesso, le bugie, i profitti, le micidiali infusioni.

Ma prima… Prima era il tempo in cui i campioni venivano chiamati per nome, Fausto, Fiorenzo, Learco, Gastone, come persone di famiglia di cui conosciamo le abitudini e i difetti. O con soprannomi bonariamente dannunziani: la littorina, l’aquila di Toledo, il leone delle Fiandre… L’Italia del Giro d’Italia e la Francia del Tour: uomini e paesaggi che fanno ala a una gara in apparenza quasi assurda, in cui atleti spingono un attrezzo bilanciato su due ruote, colando sudore da tutte le membra, lucidi come se fossero spalmati di vaselina. Una festa, un gioco in cui, contro le insidie della vita quotidiana, ciascuno ritrova la propria naturalezza. Un attimo, e rende felici.

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E le cicale…

(anteprima sconclusionato)

Il frinire delle cicale lo associo irrimediabilmente alle vacanze di luglio in Istria. Un rumore fortissimo che arrivava dalle chiome dei lecci, dalle foglie spesso immobili (già, la “calma equatoriale” a volte c’era pure lì), mentre calpestando le sterpaglie si liberava l’odore caratteristico di alcune specie erbacee.

Fra Regona e Cascina Sant’Archelao

Ma se l’unico modo per andare a fare un giro in bici è inforcare la mtb alle 14,30 di un caldissimo venerdì di inizio luglio, rassegnandomi alla filosofia T.I.N.A. (there is no alternative), che generalmente aborrrrrro nella vita, ecco che le cicale diventano la mia compagnia, e il medesimo odore di erba, che si sprigiona mentre mi scanso per far passare un’auto lungo l’argine dell’Adda, mi fa tornare con la mente alle vacanze di 30 anni fa.

Ma, ricordi o non ricordi, fa un caldo abbestia mentre mi avventuro lungo un giro ben collaudato (che descriverò prossimamente), parzialmente ombreggiato nel primo tratto… e in pieno sole nel secondo, con la borraccia che dopo poco contiene qualcosa che assomiglia più alla pipì che all’acqua con i sali.

Ma non sono l’unica in giro per diletto, a quanto pare. Vecchietti in bici, a torso nudo e abbronzatissimi, che vanno più veloci della sottoscritta, e un tizio a piedi lungo l’argine dell’Adda, con solo un paio di pantaloncini tirati su che più non si può, senza manco il cappello… anche lui bello nero.

In ogni caso…meglio noi, a soffrire per diletto, che chi con quel caldo deve pure mettere le rotoballe di paglia sul pianale del carro. L’è mei fa un casu al so che laurà à l’umbria (*) , cantavano i Gamba de Legn, e in fondo non avevano tutti i torti.

Il giro collaudato mi gioca però un brutto scherzo. Poco prima di sbucare sull’argine di Adda mi trovo la strada sbarrata da due-trattori-due che stanno irrigando con la turbina e che occupano completamente la carreggiata, con le ruote posteriori a filo del fosso e il bocchettone che riversa l’acqua sul lato opposto, allagando totalmente la strada. A quel punto, per non dover tornare sulla provinciale, torno indietro per tentare la sorte lungo una traccia che avevo scartato in fase esplorativa in quanto avevo trovato ortiche alte un metro. Causa stagione piuttosto secca la traccia è percorribile e mi porta lungo un fossato che passa in prossimità del bacino terminale di quel monumento all’inutilità che è il Canale Cremona-Milano, che dopo tutti questi anni andrebbe derubricato a Cremona-Cascina Tencara (circa 15km totali). E così, arrancando nell’erba, mi trovo a scavalcare, bici in spalla, degli arbusti caduti sulla strada, con nutrie (nota specie “autoctona”) che placidamente mi passano davanti per tuffarsi in un fosso di acqua stagnante.

Questa è la zona della foce dell’Adda, di fronte a Isola Serafini. I temporali degli ultimi giorni hanno restituito all’Adda e agli stagni della torbiera un livello accettabile, ma il Po è decisamente in condizioni disastrose, con vasti spiaggioni emersi, alcuni dei quali coperti d’erba fin alla riva. Procedo fino a Spinadesco, dove mi fiondo in un bar gestito da un cinese, che parla in dialetto cremonese, per scolarmi una lemonsoda, chiacchierando con alcuni clienti un po’ perplessi alla vista di una tizia in giro in bici con quel caldo.

C’è chi lavora…lì in mezzo…

Cascina Tencara

E il discorso finisce sulle piste ciclabili, e il Comune di Cremona che finalmente collega le frazioni ma poteva svegliarsi prima (chissà dove si erano imboscati i soldi, mi dicono… bah, a dire il vero il comune aveva ottenuto dei finanziamenti circa un anno fa). E poi il solito discorso… l’industriale locale. Se non ci fosse Lui (non LVI, non fraintendete…) che fa lavorare tanta gente e finanzia piscina-ciclabili-museo-casa di riposo-cazzi e mazzi…non si farebbe nulla. “Di solito poi si vuole anche qualcosina in cambio”, dico io. Attimo di silenzio. “Beh, gli faranno mettere un po’ di scorie nella strada…” (preciso: pratica legale, sono materiali compatibili con la realizzazione di rilevati stradali e pavimentazioni, non si tratta di seppellire materiali tossici). “Fosse solo quello”, penso io. La discarica del paese accanto intanto continua a crescere, mentre altre questioni sono bloccate da pratiche burocratiche e indagini sulle aree interessate.

Dato l’orario è il caso di rimettersi in sella. E la temperatura del contenuto residuo della borraccia consiglia vivamente una sforbiciata al percorso di rientro.

Un po’ di Po

ps.

(*) Traduzione dal magentino: è meglio non fare un cazzo al sole che lavorare all’ombra.

Con Cremona non c’entrano nulla, ma, visto che li ho nominati, ecco i Gamba de Legn (sono di Corbetta, MI).

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Non si può morire così – resoconto

di Milano Bicycle Coalition

Grazie davvero a tutte e tutti per la partecipazione (*), è stata una serata molto triste per la circostanze, ma speriamo davvero che da questa tragedia possa riprendere forza e vigore un certo modo di stare in bici in città che dobbiamo portare avanti per cercare di ottenere qualcosa. In altre parole: facciamoci sentire anche quando non ci sono tragedie.

Per quello che riguarda l’incontro che c’è stato tra l’assessore Granelli, alcuni consiglieri comunali di maggioranza e una delegazione di rappresentanti di associazioni e singoli ciclisti:
– sono state smentite le ipotesi di limitare l’uso della bici nelle zone dei cantieri o di permetterlo solo conducendo le bici a mano;
– i consiglieri presenti si sono impegnati a costituire un intergruppo “amici della bicicletta” trasversale a tutte le forze politiche che possa funzionare da grimaldello all’interno del Consiglio e delle istituzioni (entro luglio);
– è stato chiesto di utilizzare le osservazioni che si possono fare al Pums (Piano urbano della mobilità sostenibile) entro fine settembre per fare proposte concrete sui nostri temi.

Terremo aggiornati tutti attraverso questa pagina.

(marco)

Flash mob davanti a Palazzo Marino (gallery fotografica)

(*) Non si può morire così – presidio e biciclettata

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3a Orobie Bike Fest

Sabato 15 e domenica 16 luglio 2017

3^ edizione Orobie Bike Fest

La terza edizione di Orobie Bike Fest vi aspetta a Piazza Brembana con numerose attività: escursioni in vari paesi dell’Alta Valle Brembana e raduni in MTB, bici da strada e sulla pista ciclabile, spettacoli, esibizioni, stand espositivi con le novità del settore e e possibilità di prova delle biciclette.

SABATO 15 LUGLIO

 

DOMENICA 16 LUGLIO

Info complete sul sito dedicato.

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Non si può morire così

Non si può morire così – presidio e biciclettata

Un altro ciclista morto in modo atroce in pieno centro a Milano.

Un altro ciclista assassinato da un angolo cieco, forse dalla distrazione di un guidatore. Oppure chissà solo inciampato tra rotaie e pavè.

Un altro ciclista come avremmo potuto essere noi.

Gli incidenti possono accadere, ma questa città è sempre meno amica di ciclisti e pedoni. E i cantieri di M4 hanno peggiorato la situazione, visto che si pensa sempre prima alle esigenze degli utenti automobilistici e poi a tutti gli altri, forse.

Portiamo una ghost bike e poi andiamo in bicicletta a Palazzo Marino, dove sarà in corso il Consiglio Comunale.

Il ritrovo è

Lunedì 10/07/2017 ore 19.00

Piazza della Resistenza Partigiana

Organizzato da Milano Bicycle Coalition – Evento facebook con info

Qui il servizio su Telecolor

La proposta….niente bici dove ci sono i cantieri?

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Riprendiamoci Passo Sella!

Dolomiti, parte la sperimentazione: un passo alpino aperto solo alle biciclette. Messner: “Bene, serve cambio radicale”

Tutti i mercoledì dalle 9 alle 16 il Passo Sella sarà chiuso ad automobili e motociclette. Dal 2018 potrebbe toccare a Pordoi, Gardena e Campolongo. L’alpinista: “Così si apprezza il silenzio”. Ma gli operatori turistici protestano: “È la nostra fine”

di Giuseppe Pietrobelli – ilfattoquotidiano.it, 05/07/2017

Un sogno, le Dolomiti senza auto e senza moto. “Bisogna chiudere al traffico i passi almeno cinque-sei ore al giorno”. Nel luglio di un anno fa l’alpinista Reinhold Messner aveva lanciato questo appello, il giorno dopo la morte in un incidente stradale di Bruno Bonaldi, ex campione di sci nordico e marito di Maria Canins, che in bicicletta si era schiantato contro un furgoncino a San Cassiano, mentre scendeva lungo la strada della Val Parola. Una frase che sembrava dettata da un fatto di cronaca. Ma da allora si è approfondita la riflessione sul bisogno di far ritrovare alla montagna la sua dimensione e di ridarle il silenzio. Al punto che con il primo mercoledì di luglio prende il via una iniziativa che potrebbe essere il primo passo verso un futuro in cui la montagna non sarà più accessibile con mezzi motorizzati, salvo pullman-navetta, per diventare il regno di cicloturisti e camminatori.

Un sogno possibile? Oltre a Messner, che ne è diventato in qualche modo il portabandiera, ne sono convinti anche gli amministratori delle province autonome di Bolzano e Trento, nonostante debbano fronteggiare le proteste degli albergatori. L’esperimento riguarda, per quest’anno, il Passo Sella che mette in comunicazione Canazei, in Val di Fassa, con Selva di Val Gardena. Ma dal 2018 lo stop al traffico potrebbe essere esteso ai passi Pordoi, Gardena e Campolongo. Ogni mercoledì di luglio e agosto la strada del passo sarà chiusa ai veicoli a motore tra le 9 e le 16. Unici mezzi consentiti, quelli a trazione elettrica, le biciclettee gli autobus del servizio pubblico.

Nel primo mercoledì, Messner partecipa al Passo Sella all’iniziativa di Dolomites Vives, raccontando episodi della sua vita legati al rapporto con le montagne, proprio lui che per primo ha scalato tutti i quattordici Ottomila della terra. Ai giornali locali ha spiegato l’importanza di un evento che significa una svolta non solo nel rapporto dell’uomo con la natura, ma anche del turismo di massa con la conservazione dell’ambiente.

“Questo è più che un primo passo verso il futuro. So che per fare ciò che per me sarebbe assolutamente necessario ci vorranno anni: la maggior parte dei passi dolomitici andrebbero chiusi, almeno per gran parte della giornata”. Un ritorno al passato? Messner è convinto del contrario. “Il futuro sta in un cambio radicale delle nostre Dolomiti, anche perché dobbiamo conservare e incentivare quel turismo che punta alla lentezza, al silenzio. Dobbiamo restituire le strade ai ciclisti, che attualmente sono quasi più numerosi di chi si muove a piedi. Sono persone che cercano il silenzio e ora invece abbiamo passi pieni di rumore, di aggressività”.

Messner parla anche da alpinista. “Ti ritrovi in parete e non riesci nemmeno a sentire cosa urlano i tuoi compagni di cordata perché i motori di auto e moto coprono qualsiasi altro suono. Questo non è certamente quello che voleva l’Unesco quando ci ha attribuito il riconoscimento di patrimonio dell’umanità“. Ma per lui non ci sono altre scelte, pur nell’esigenza di garantire a chi lavora in alta montagna la possibilità di portare in quota il necessario per lavorarvi e viverci. “Le ore centrali però vanno preservate dai clacson, dagli automobilisti arrabbiati o dalle moto – ha dichiarato al Corriere dell’Alto Adige – Per imprimere un cambio di rotta sulla mobilità non possiamo fare tutto in un anno. Serviranno navette, un’organizzazione, ulteriori parcheggi, in una parola una strategia che richiederà anni. Ma sono convinto che alla fine avremo più clienti perché riusciremo a offrire ciò che proponevamo una volta”.

Contro l’iniziativa è insorto il Comitato degli operatori turistici dei passi dolomitici che due mesi fa ha incaricato un legale di ricorrere al Tar del Lazio contro la chiusura del passo Sella, decisa dalle Province di Trento e Bolzano, con autorizzazione del ministero delle Infrastrutture. Punto di riferimento del Comitato è Osvaldo Finazzer, che gestisce un albergo sul Passo Pordoi. “Chiudere i passi sarebbe la nostra morte. Per i cicloturisti le amministrazioni comincino a programmare e investire sulle piste ciclabili. Almeno sul circuito del Sellaronda“. E ha trovato una sponda in Veneto, nell’assessore regionale all’Ambiente, il bellunese Giampaolo Bottacin, che ha detto: “La mobilità è un diritto costituzionale, che nessuno può impedire”. Con la pronta replica dell’assessore trentino Mauro Gilmozzi: “I nostri vicini, a casa loro, potranno sempre fare ciò che vogliono. Ma non vorrei che mandassero le forze dell’ordine a presidiare il confine…”.

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A Capo Nord con una gamba ciascuno

di Cesare Pastarini – gazzettadiparma.it, 02/07/2017

Andrea cammina e pedala con una gamba sola da quando, a 17 anni, un incidente stradale gli causò l’amputazione della sinistra.

Massimo subì l’amputazione della gamba destra poco tempo fa, a 18 anni, anche lui a causa di un incidente motociclistico.

Domani (ieri n.d.b.), lunedì 3 luglio, Andrea e Massimo tenteranno in bicicletta di raggiungere in 23 giorni Capo Nord, estrema punta d’Europa. Undicimila chilometri di fatiche, di sfide e di divertimento. Ovviamente non saranno esclusivamente in bici, sarebbe impossibile. Guideranno un’auto e ogni giorno tireranno giù le bici e faranno lunghi tratti pedalando e altri in trekking.

Andrea Devicenzi, 44 anni, è uno tosto, non è la prima volta che compie un’impresa. Ha già scalato la Manali Leh in India (700 km, tra le vie più alte del mondo), ha fatto la Parigi-Brest-Parigi (1230 km). Quando non tiene “lezioni di vita” nelle scuole in giro per l’Italia, si allena. Pedala e cammina, cammina e pedala. Stavolta sarà un’impresa di coppia, assieme al giovane Massimo Spagnoli, per promuovere lo sport tra persone diversamente abili, con la consapevolezza dei momenti duri da affrontare e con la certezza che dopo quelli arriveranno le gioie.

Storia diversa quella di Massimo, 20 anni, alla sua prima esperienza, spinto proprio dalla caparbia di Devicenzi, che lo ha allenato e motivato da gennaio a oggi.

I sogni – spiegano regalando un’ulteriore lezione – possono essere realizzati. Bisogna credere nelle proprie possibilità anche quando la vita ci riserva sorprese drammatiche”.

L’intero viaggio è in gran parte supportato dalla fondazione di un’importante compagnia telefonica, che assieme ad Andrea, Massimo e a tanti altri testimonial come Alex Zanardi e Bebe Vio, promuove l’attività sportiva delle persone diversamente abili, grazie ad una piattaforma ideata e realizzata ad hoc per questo grande progetto.

Potremo seguire l’impresa qui: http://www.andreadevicenzi.it/progetti/route-22 e anche qui: https://www.youtube.com/channel/UCDquGvQbWa_-Zi_IgynO_Zg

Per una volta con “Onde Road” ci siamo trasferiti davvero on the road.

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Ciao Paolo

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Anello gerundo

Proposta per un giro ad anello fra le rive dell’Adda e la scarpata di quello che un tempo era il “Lago Gerundo”, con possibilità di fare più varianti. 

Mappa schematica del Lago Gerundo (da wikipedia)

L’occasione è ghiotta: un lunedì a casa dal lavoro, ad inizio aprile, in una bella giornata di sole… come si fa a non inforcare la mtb per il primo giro “serio” della stagione? Piatto ricco, mi ci ficco… e decido di fare un giro ad anello che ritengo ormai collaudato, per essere sicura di fare un po’ di chilometri divertendomi.

La scelta ricade sull’anello che da Regona, passando per Formigara e le cascine lungo l’Adda, porta fino a Montodine, per poi raggiungere Ripalta Arpina costeggiando il Serio, rientrando poi da Castelleone e San Bassano. E’ un percorso che ho via via affinato per aumentare la frazione su sterrato, ma che anche stavolta, complice una svolta mancata nell’area industriale di Castelleone, mi ha portato ad una ulteriore modifica al percorso. Lo descriverò qui in senso orario, depurandolo (ovviamente) della parte che da casa mia porta fino alla partenza.

Per comodità (mia) fisso come punto di partenza Regona, per la precisione il ponte sul Serio Morto vicino alla Cascina Vallate Ponte (inconfondibile…per il colore rosa scuro).

Mappa percorso

Dati percorso

Lunghezza totale 36,500km, di cui

  • 23,600km su strade sterrate
  • 4,700km su strade asfaltate urbane
  • 8,200km su strade extraurbane a bassa frequentazione

Alcuni siti toccati dal percorso sono inseriti nell’Ecomuseo della Provincia di Cremona, in particolare la strada Romana Mediolanum-Cremona

Descrizione tracciato

Regona, Cascina Vallate Ponte

Si percorre la stretta strada asfaltata che, puntando verso Ovest, porta in direzione di Formigara: si seguono le indicazioni per la Ciclabile delle Città Murate, direzione Pizzighettone, con la possibilità di fare una “puntatina” all’Eremo Sant’Eusebio, imboccando una strada sterrata sulla destra (la chiesetta si trova sulla scarpata, nascosta dagli alberi, accanto ad una azienda agricola).

Eremo S. Eusebio

Eremo S. Eusebio, la facciata è rivolta verso una roggia

Formigara, ex mulino

All’incrocio si svolta a destra, lungo una strada che costeggia la vecchia scarpata incisa dal fiume (o dal lago?) fino all’abitato di Ferie; qui, sempre seguendo le indicazioni per la ciclabile, si svolta a sinistra e poi a destra, passando accanto all’oratorio. Uscendo dall’abitato, con la ripida scarpata sulla destra (c’è un recinto dove “alloggia” un asinello) si imbocca una leggera salita e poi si prosegue verso Formigara. Avviso agli allergici ai pioppi…evitate il periodo piumini, se non volete collassare…in piena “fioritura” qui si pedala nell’ovatta…

Si attraversa la provinciale e si entra in Formigara, sulla destra ci sono villette, cascinali e un mulino ristrutturato, che un tempo, per azionare la ruota, sfruttava un canale che scende dalla scarpata su cui è costruito il paese. Con qualche curva e un paio di strappetti si sale in paese. L’Adda la si raggiunge seguendo (come è logico) le indicazioni per il porto, oppure dalla strada che porta alla chiesa, tenendola sulla sinistra e imboccando una stretta discesa.

Formigara, fiume Adda

Povero bambinello…

Raggiunto il fiume si svolta a destra sulla sterrata, e poi si tiene la sinistra per costeggiare l’Adda. Si prosegue così, su strade ben tenute, svoltando a destra, allontanandosi dal fiume) per passare fra le cascine Pastorello e Biasolo, girando successivamente a sinistra al bivio con la strada per Cornaleto, per poi imboccare uno sterrato sulla destra. Si passa davanti ad una grossa azienda agricola (Cascina Fasola, mi pare si chiami…); seguendo la strada si arriverebbe (anche da qui) a Cornaleto, volendo dirigersi a Gombito si svolta a sinistra con una curva secca, situata in corrispondenza di un alto pioppo e di una cappellina votiva con un dipinto della Madonna con bambino (non potete sbagliare: se il dipinto è orrendo siete nel posto giusto…).

Poco più avanti si gira a destra, imboccando una strada che, con qualche curva, procede parallelamente al fiume, e fra gli alberi potete intravedere le antenne azzurre del ponte strallato che collega Montodine con il Lodigiano, all’altezza di Castiglione d’Adda. Si svolta ancora a destra, e poi a sinistra, tagliando un’ansa dell’Adda. Passando accanto a Cascina Vinzasca si raggiunge una strada asfaltata che porta ad una cava, la si attraversa e si imbocca uno sterrato ben tenuto che, passando accanto ad una bella area di sosta (ci sono giochi per bambini, tavoli da pic nic e una torretta di avvistamento per birdwatching), corre fra l’Adda e una fila di pioppi. Arrivati alle prime case del paese, se si tiene la sinistra si arriva all’attracco sul fiume e ad una piccola area di sosta con spazio per il barbecue.

Arrivando a Gombito, area attrezzata

Verso Gombito

Gombito, area attrezzata vicino all’attracco

Riportandosi sulla strada asfaltata, si imbocca via Marconi e, passato lo scolmatore, si arriva in un’area in via di lottizzazione (via della Luna), con una villetta molto particolare davanti alla quale si passa imboccando lo sterrato sulla destra. Con qualche curva ci si avvicina a… una collina? No, non esageriamo… probabilmente la strada che si inerpica superando pochi metri di dislivello risale dal fondo del fantomatico Lago Gerundo verso una zona emersa dalle acque che un tempo era denominata Isola Fulcheria. O almeno così si dice… sta di fatto che su queste scarpate di “saliscendi” ne abbiamo già fatti dall’inizio del giro, ed altri ne faremo proseguendo fino a Ripalta e sulla strada del ritorno…

Alla villetta si svolta a destra…

… e si “sale”!!! 😀 😀 😀

In salita verso Ripalta Arpina

Tornando a bomba, ci sono due strade che consentono di risalire, quella a sinistra un po’ più dolce, quella di destra è più ripida e con il fondo inciso dall’acqua, e, almeno per il primo tratto dopo la salita, non è tenuta da dio, il fondo è parecchio erboso. Io sono passata di qui, e con un paio di curve a 90° verso sinistra, mi sono riportata sulla strada che sbuca a Cascina Saragozza (inconfondibile, arrivando alla cascina si percorre un viale costeggiato da alti pioppi cipressini). Si prosegue fino a Montodine, qui, appena prima del ponte sul Serio, si imbocca un viottolo in discesa, con il quale si raggiunge un percorso ciclabile sterrato sistemato di recente: inizialmente si segue il Serio e poi si sale per raggiungere Ripalta Arpina (all’incrocio con la strada asfaltata si svolta a sinistra).

Si attraversa il paese portandosi sulla SP52 ed imboccando successivamente via Ripalta Arpina (si passa davanti al cimitero) si raggiunge la zona industriale di Castelleone. Qui, dopo aver correttamente svoltato a sinistra in via Fontanili, invece di svoltare a sinistra in via del Carroccio per raggiungere la rotonda (quella del “famila”, tanto per capirci, da dove avrei dovuto imboccare la SP22 e successivamente svoltare a sinistra seguendo le indicazioni per il Bosco Didattico) ho tirato dritto, e in via del Lavoro ho imboccato uno sterrato, dirigendomi verso sud-est.

Questa strada vicinale, che arriva dalla rotonda di cui sopra, passa accanto ad una cava e porta ad un bivio (ci sono indicazioni per un percorso ciclabile). Qui, svoltando a sinistra, si attraversa la SP22. Proseguendo su sterrato, si svolta poi a sinistra (la deviazione non è molto visibile) e, su buon fondo, si sbuca proprio davanti a Cascina Stella e al Bosco didattico, dove ci si ricongiunge con il tracciato inizialmente previsto. Insomma, causa errore ho aumentato la percentuale su sterrato, e la cosa non mi dispiace….

Mantenendo Cascina Stella sulla sinistra si prosegue dritto attraversando un gruppo di cascine (località Cà Nove), proseguendo su una sterrata ben tenuta che segue una scarpata data dal rimodellamento apportate dalle acque si sbuca su una stretta strada asfaltata. Si svolta a sinistra in direzione San Giacomo.

Valle del Serio vista dalla strada per Ripalta

Qui, deviando nel piccolo centro (costituito da alcune cascine), si può raggiungere la chiesa di San Giacomo, che si trova lungo il tracciato di quella che, in epoca romana, era la strada che collegava Cremona a Milano. La strada risulta essere ancora “visibile” se si osserva l’allineamento dato da strade asfaltate (la ciclabile che costeggia la Paullese verso Cremona), strade vicinali, rogge e filari di alberi.

San Giacomo

Chiesetta di San Giacomo

Pannello esplicativo: Strada Mediolanum-Cremona

Pannello esplicativo: San Giacomo

Il Serio Morto fra Regona e San Bassano

Proseguendo si arriva a San Bassano. Dopo aver attraversato la provinciale nei pressi del cimitero, si imbocca la strada principale del paese e, scendendo verso il Serio Morto, si svolta a destra appena prima del ponte, seguendo le indicazioni della Ciclabile delle Città Murate.

Si percorre qui il tratto di sterrato che segue il Serio Morto: esso costituisce parte del vecchio corso del Serio, che negli anni 30 del secolo scorso è stato rettificato, anche se rimangono tracce dell’antico tracciato (lanche e la tipica vegetazione delle aree umide).

Proseguendo ci si reimmette sulla Regona-Formigara in corrispondenza della Cascina Vallate Ponte.

Serio Morto: modifiche al percorso

Serio Morto: pannello esplicativo su formazione lanche

Tracce del vecchio alveo del Serio Morto

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