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La rinascita di Passo Rolle

Alcune settimane fa mi sono imbattuta in questo post, pubblicato sulla pagina Passo Rolle

Mio nonno Alfredo Paluselli, dopo aver viaggiato per il mondo, vide in Passo Rolle tutta la bellezza possibile e a questo luogo dedicò la sua esistenza. Qui creò la prima scuola di sci delle Dolomiti, il primo skilift del Trentino e seguendo l’ispirazione creò uno dei luoghi di montagna più fotografati in assoluto: Baita Segantini. Con badile e piccone realizzò anche un placido laghetto alpino, in modo da poter vedere la bellezza della sua Baita e del suo amato Cimon della Pala raddoppiati dal riflesso. Tutto questo non prima di aver adattato a strada carrozzabile, sempre a braccia e sudore, un vecchio camminamento risalente alla prima guerra mondiale che portava fin là. A Baita Segantini rimase in solitudine per trentacinque anni, nel contatto estremo con la natura, a volte terribile, a volte eccelsa. Superò in perfetta solitudine anche l’inverno del 1950/’51 quando a Baita Segantini caddero ventisette metri di neve. Rimase sempre fedele a Passo Rolle, fino alla morte.

Oltre che un custode di questi luoghi fu sicuramente anche un pioniere. Questa parola, pioniere, racchiude un significato di innovazione, di visione diversa, di rottura con il passato. Come ogni volta che si propone qualcosa di innovativo e diverso anche ai suoi tempi non mancarono le forti critiche: “È un matto” dicevano alcuni. “Cosa pensa di fare? Qua è sempre stato così, perché vuole cambiare?” dicevano altri. È la natura umana, che avendo paura di ciò che non conosce, lo rinnega. Eppure lui continuò sulla sua strada e il risultato è che oggi Baita Segantini è una delle immagini dolomitiche più conosciute in assoluto e Passo Rolle è stato per decenni una località sciistica rinomata e frequentata.

Ho quarantuno anni, e fatta eccezione per l’anno del servizio militare, posso dire di aver vissuto e lavorato a Passo Rolle tutta la mia vita. Di questa località ho visto i momenti turisticamente migliori, quando per esempio a volte i carabinieri dovevano chiudere l’accesso perché la mobilità era compromessa dalle troppe macchine dei turisti. E ne ho visto il declino, con l’apparire del degrado, dell’abbandono, del disinteresse. Ho visto le incomprensioni, i litigi, le invidie, gli indici puntati ad indicare le colpe, tra operatori, tra politici, tra Fiemme e Primiero… A volte ho avuto persino vergogna per come Passo Rolle si presentava. Ho vissuto lo smantellamento della seggiovia per la Segantini, la chiusura di Malga Fosse, dell’Hotel Rolle. Ho vissuto anche la chiusura della strada per settantadue giorni nell’inverno del 2013/’14. Fino ad arrivare alla chiusura degli impianti, l’inverno scorso.
Difficile lavorare in una situazione di incertezza così esasperante.
E dire che si tratterebbe di un posto così bello, su questo siamo d’accordo tutti.

In questo clima di decadenza e inefficienza una recente proposta di una nota azienda locale mi ha donato un bagliore di nuova energia, di rottura con il passato, mi ha fatto sentire quel senso di rinascita di cui tanto questo posto ha bisogno. Una sera a Malga Rolle, mentre ascoltavo la proposta de La Sportiva, sentivo un senso di soddisfazione per non essermene andato, per aver resistito, nonostante tutto. Quello che La Sportiva stava proponendo a noi operatori era dirompente, innovativo, qualcosa che guardava al futuro e non al passato, qualcosa basato su due semplici fattori: le emozioni, vero motore del turismo di oggi, e la natura magnifica di Passo Rolle. Un’impresa con sede a Ziano di Fiemme, guarda caso proprio il paese di mio nonno, stava facendo una proposta in controtendenza: in una montagna dove tutti cercano di creare nuovi impianti, nell’idea de La Sportiva si parlava di togliere le seggiovie per puntare tutto sulla natura incontaminata.
Durante quella presentazione mi sono sentito come deve essersi sentito mio nonno nel 1931 quando si lasciava affascinare per le prime volte dall’idea di creare nuovi impianti sciistici. Ora nel 2017 innovare a Passo Rolle significa togliere quegli impianti. Almeno quelli non più economicamente sostenibili, appesantiti dai debiti e con una stagione di chiusura totale alle spalle; impianti che difficilmente avrebbero potuto risollevarsi, collegamento o meno. Certo, mai dire mai, ma la realtà è che l’inverno scorso quegli impianti erano chiusi.

Il turismo invernale è cambiato molto, sarebbe miope non notarlo. Sarebbe da stolti far finta di non vedere tutti quei turisti invernali che non sciano ma scelgono comunque le nostre montagne per le loro vacanze e sono alla caccia di attività alternative, di esperienze. E non è soltanto questione di sensazioni. Al giorno d’oggi ci sono le statistiche e i sondaggi a dirci che le abitudini dei turisti si stanno evolvendo.

Scrivo questa lunga lettera perché nonostante la grande approvazione generale, l’idea de La Sportiva ha suscitato anche alcuni pareri ostili, e le discussioni sui social network tra favorevoli e contrari si sono moltiplicate. L’idea a mio avviso non è stata compresa fino in fondo, si sono diffuse voci che parlavano di lusso, di mega resort, di un progetto per pochi che escludeva le persone non ricche e via dicendo. Voci che spesso erano fondate sul nulla ma che alimentavano lunghe discussioni fuorvianti. Basti dire che anche se venissero create alcune strutture di alto livello ciò non andrebbe a levare l’offerta più economica già oggi presente sul passo. Basti dire che la montagna resterebbe libera ma che tutti potrebbero usufruire di una migliore segnaletica e di una sistemazione generale dell’area con criteri assolutamente ecologici. Certo, non si potrebbe più fare sci alpino sulla pista Paradiso, ma si guadagnerebbero altre possibilità, diversificate, e vorrei ricordare ancora una volta che l’anno scorso quell’impianto è stato chiuso per tutta la stagione e che non mi pare di vedere all’orizzonte grosse possibilità su questo fronte. Sulle piste Rolle, Castellazzo e Cimon si potrebbe continuare a sciare e da quanto dichiarato finora dai politici di competenza l’idea de La Sportiva non andrebbe ad interferire con il progetto degli impianti di collegamento con San Martino di Castrozza.

Perché non provare quindi a lasciarsi affascinare da prospettive nuove? Perché non cercare di uscire dalla stagnazione tramite l’innovazione? Perché non capire la possibilità di allungamento delle stagioni o i vantaggi di avere una proposta che può funzionare anche in assenza di neve? Perché non farsi sedurre dall’idea di una zona con un’offerta turistica integrata e diversificata, unica in Italia, che porterebbe nuove tipologie di turisti?

Cambiare richiede impegno lo sappiamo. Richiede un ripensamento di abitudini e di metodi. Ma a pensare sempre nello stesso modo si va sempre nella stessa direzione, e abbiamo visto bene che direzione ha preso Passo Rolle negli ultimi anni. Se guardiamo indietro ci accorgiamo che sono state proprio le idee dirompenti e innovative a funzionare a Passo Rolle, un tempo. Ora quei tempi sono passati e c’è bisogno di nuove idee. Queste idee sono arrivate e non provare a capirle sarebbe come guardare il treno partire e passare, senza salirci. Un’azienda privata che investe lo fa per un qualche ritorno, è ovvio, ma se saremo aperti e pronti ad accogliere il cambiamento le opportunità saranno per tutti, anche per le località vicine che potranno proporre ai propri clienti qualcosa di alternativo allo sci.

Cerchiamo di essere lungimiranti come lo sono stati i pionieri che ci hanno preceduto.
Se invece saremo chiusi e ancorati ai soliti sistemi, se continueremo a piagnucolare senza avere il coraggio di cambiare, cosa ci resterà quando avremo finito il fiato?

Alfredo Paluselli

Il tema mi ha incuriosito molto: non è da tutti pensare, al giorno d’oggi, di rinunciare al turismo invernale sci ai piedi. Ovunque si sta assistendo al potenziamento degli impianti di risalita (giusto o sbagliato che sia), all’allargamento delle piste esistenti o alla creazione di nuove, al potenziamento degli impianti di innevamento artificiale necessari per poter aprire le piste in queste annate di neve pressoché assente; questa sarebbe un’iniziativa in totale controtendenza. Mi sono detta: mi informo.

Ecco, ora che sono in vacanza nelle Dolomiti ne ho sentito nuovamente parlare al TG regionale. Teoricamente, nel giro di qualche settimana si dovrebbe decidere se accettare la proposta del patron de La Sportiva (nota azienda che produce attrezzatura da montagna, con sede a Ziano di Fiemme): in sostanza l’idea è quella di acquisire gli impianti, cospicui debiti compresi, smantellarli, recuperare e riqualificare parte delle strutture esistenti per ricavare un centro dedicato agli sport all’aria aperta sia estivi che invernali, con noleggio attrezzature, assistenza di professionisti, percorsi tracciati per tutte le età e capacità. E ampliando l’offerta ricettiva anche al Passo (anche per turisti molto danarosi, stando a quel che ho letto).

Il tutto potrebbe integrarsi, anche se le due cose possono sembrare in contraddizione, con i nuovi impianti di collegamento fra San Martino di Castrozza e Passo Rolle, perché così si potrebbe accedere al centro in modo green, dando la possibilità a chi scia e a chi preferisce fare altro di partire dallo stesso punto e fare ognuno ciò che più aggrada.

Da appassionata di montagna, mi pare un’idea fantastica. Prima di tutto, non esiste solo lo sci. Esistono molte attività che si possono fare in inverno, con e senza neve, e il numero di appassionati è in continua ascesa. Inoltre bisognerebbe cominciare a farsi qualche domanda relativamente alla sostenibilità ambientale dello sci alpino, e alle ripercussioni sull’economia delle aree alpine date dall’accorciamento (e spostamento) della stagione sciistica, oltre che dalla presenza ed esigenze degli appassionati delle altre discipline.

Basta dare un’occhiata alle mappe Google Earth: molte foto nell’area dolomitica sono state scattate durante questo inverno, e sono inquietanti: piste ridotte a striscioline di neve sparata in mezzo ad un panorama brullo. E’ ancora ammissibile investire tutti questi soldi su aree così vaste? Ecco, se l’iniziativa de La Sportiva può dimostrare che esiste una via alternativa all’approccio alla montagna, sarà comunque un successo, perché di aree che in passato sono state attrezzate per lo sci e ora sono poco o per nulla utilizzate, in Italia ce ne sono parecchie. Forse è il caso di cambiare schema.

E credo sia anche normale che, a fronte di una proposta di cambiamento così radicale, le opinioni siano così diverse. Pensare di ribaltare la prospettiva che ha fatto da guida nelle ultime decadi non è facile, ma credo che nemmeno far fronte ai 750000€ di debiti sia una cosa semplice. Sono straconvinta che certe iniziative dovrebbero essere sempre prese dalle Amministrazioni e non dai privati: qui si parla anche di marketing, nel senso che per la nota azienda sarebbe un modo per dare visibilità al suo marchio, alla sua “filosofia aziendale”, ma, volendo pensar male, mi viene da dire che un’azienda che investe così tanto su un’area voglia poi qualcosa in cambio. Ma è anche difficile, al giorno d’oggi, avere Amministratori con visione nuova e di lungo periodo, perché le amministrazioni sono comunque espressione degli interessi di imprenditori e lavoratori della zona, e ognuno vuole salvare il proprio orticello, a volte contro ogni evidenza.

Spero prima di tutto che vengano rispettati i vincoli dati dal fatto che ci si muove nel contesto del Parco di Paneveggio – Pale di San Martino, questo per quanto riguarda il recupero delle strutture esistenti, perché, detto papale papale, le nuove attività previste sono sicuramente più a misura di parco rispetto allo sci alpino. In secondo luogo spero che questa sia comunque l’occasione per fare tutti una riflessione: amministratori, imprenditori, lavoratori, ambientalisti.

(Ne riparleremo a breve… anche degli interrogativi che molti cominciano a farsi relativamente alla sostenibilità degli impianti di innevamento artificiale)

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Salento bike fest 2016

Salento Bike Fest 2016. Due giorni in bici a Lecce.

fiab-onlus.it, 14/06/2016

“Salento Bike Fest 2016”, la Festa della Bicicletta e del vivere Green, è la prima manifestazione salentina dedicata al mondo ciclistico dedicato agli appassionati sportivi. L’evento è in programma nel capoluogo salentino il 18 ed il 19 Giugno e prevede Gare Bike Junior, MTB in circuito, escursioni cittadine e notturne, freebike, ride spinning ed incontri tematici dedicati al Ciclismo Salentino e alla Città Sostenibile. L’evento promosso dalle Associazioni Sportive ciclistiche Salentine, sostenuto da Legambiente Puglia e Federciclismo di Lecce, verrà patrocinato dal Comune di Lecce. Tourist Partner Vacanzattiva Network, Media partner dell’evento SalentoWeb.Tv

Due giorni dedicati interamente alla bicicletta e a chi non può più farne a meno, al via il 18 e il 19 giugno la prima edizione del “Salento Bike Fest 2016”, ovvero la Festa della Bicicletta a Lecce.

In programma una serie di incontri tematici ed iniziative dedicate alla cultura ciclistica che trasformeranno per un intero weekend il capoluogo salentino, le sue marine e parte del territorio, in un grande contenitore ciclabile da condividere.

L’inaugurazione si terrà Sabato 18 Giugno alle ore 16.00 in Piazza Sant’Oronzo con l’apertura ufficiale del Village, con stand tecnici e commerciali, demo Bici gare con i bicigeneratori e, a seguire, l’incontro tematico diviso in più sessioni: “Bici e Disabilità” a cura di Massimo Marra, che rientra nell’ambito del progetto finanziato da Regione Puglia “Momenti Rari” per la pratica sportiva e motoria di base dei pazienti Rari di Puglia, “La città sostenibile” con Andrea Guido – Assessore all’Ambiente del Comune di Lecce, Luca Pasqualini – Assessore alla Viabilità del Comune di Lecce e Carlo Salvemini – Consigliere Comunale, dedicato allo stile di vita green e alla cultura ambientale in città, “Viabilità del futuro” e, a conclusione dei lavori, l’appuntamento con le Glorie del Ciclismo “Ricordi di Ciclismo Salentino”.

Sabato a partire dalle 17.30, si terrà l’atteso appuntamento dedicato agli associati: la Gara di Wattaggio – Elite Watt Contest, prima gara ufficiale competitiva di wattaggio con ricchissimi premi per i partecipanti e con una Giuria d’eccezione.

Anche per i più piccoli è previsto lo “Junior Contest” a premi con inizio Sabato alle ore 17,00 a cura di Salis Bike.

I visitatori del Village allestito in Piazza Sant’Oronzo potranno cimentarsi con i Bicigeneratori, biciclette che producono elettricità, divertendosi ad accendere colonne di luce oppure a gonfiare palloncini.

La prima giornata del Salento Bike Fest 2016 si concluderà con l’Escursione Notturna “Pedalando sotto le stelle del Salento”, a cura di Ciclisti Campi e Salento e-Cycling, con partenza alle ore 20.00; il percorso si svolgerà nella marina dei leccesi, San Cataldo, all’interno della riserva naturale delle Cesine e si concluderà con la Spadellata di Mezzanotte al Circolo Tennis di Lecce, a partire dalle 23.00.

La seconda giornata del Salento Bike Fest 2016 continuerà in Piazza Sant’Oronzo e, inoltre, porterà i partecipanti in giro per l’intero Salento.

La prima parte del programma prevede il Giro dei Due Mari in Bici da Strada a cura di Asd Valle della Cupa con partenza da piazza Sant’Oronzo alle ore 6.30 e raggruppamento al Velodromo degli ulivi di Monteroni alle ore 7,00;

dalle ore 8,30 è prevista la apertura del Village e la Prova Bike Esposte, alle 08,30 Partirà il Giro delle Serre Salentine a cura di Fiab Lecce Cicloamici, alle 9.30 a cura di Salento e- Cycling la Partenza della prima Tappa 2016/2017 del FreeBike (circuito itinerante che ha lo scopo di raccogliere fondi per la LILT – Associazione Italiana Lega Tumori), alle 9.45 la Partenza del simpatico e nuovo Contest fotografico cittadino #SkattaePedala.

La PUIA EMOTION Tour Operator , operatore specializzato in eventi sportivi e vacanze dedicate al turismo Lento, ha organizzato un pacchetto welcome WEEK END per tutti i turisti che non vorranno perdere neanche una delle attività in programma.

SalentoWeb.Tv, media partner dell’evento, seguirà l’intera manifestazione attraverso un storytelling che sarà possibile seguire e condividere utilizzando gli hasthtag di riferimento: #salentowebtv #SalentoBikeFest2016.

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Fenomeno granfondo

Marketing mi sa di “vendita di fuffa”, qui invece si parla di altro: un modo alternativo di fare promozione turistica, la creazione di nicchie di mercato nuove e promettenti, in grado di portare persone nelle valli e negli alberghi in periodi di bassa (o bassissima) stagione. Un approccio sostenibile al territorio.

L’articolo è un po’ datato, ma attualissimo. E aggiungo che i ritmi con cui vengono bruciati i pettorali, anche diversi mesi prima, li ritroviamo anche in altre manifestazioni, in altri sport, prime fra tutte la Marcialonga di Fiemme e Fassa.

Il fenomeno granfondo: le ragioni della fatica e quelle del marketing

MARTEDÌ 4 NOVEMBRE IL SITO DELLA NOVECOLLI, UNA DELLE PIÙ IMPORTANTI GRANFONDO NEL PANORAMA ITALIANO, È STATO LETTERALMENTE PRESO D’ASSALTO

di Giacomo Pellizzari – strada.bicilive.it, 10/11/2014

Maratona dles Dolomites

In soli 18 minuti, sono stati bruciati 10.000 pettorali, per una gara che si disputerà soltanto domenica 24 maggio 2015. Praticamente tra più di 6 mesi.

Stessa storia o “peggio” per la celeberrima Maratona dles Dolomitesoltre 31 mila pre-iscritti per partecipare al tradizionale sorteggio che a metà novembre assegnerà i “soli” 9 mila posti per la gara del 5 luglio 2015.

Granfondo Sportful Dolomiti Race di Feltre (Belluno): l’edizione 2014 ha toccato il tetto record di oltre 4 mila partecipanti, l’edizione 2015, con iscrizioni aperte addirittura 9 mesi prima dell’evento, si avvia a superarlo.

Sono numeri da capogiro. Segnali di un fenomeno in costante crescita e ormai divenuto mediatico (servizi televisivi, articoli sui quotidiani, addirittura diretta RAI per la Maratona dles Dolomites). Un fenomeno che non è più spiegabile semplicemente con un generico “la bici va di moda”.

Le chiavi del successo sono molte

Indubbiamente c’entra la passione per l’endurance. Fenomeno crescente testimoniato anche dal successo che stanno vivendo altri sport di fatica: il running con le maratone, e soprattutto il triathlon, con l’ironman. La ricerca, o forse il bisogno, di fare fatica e di andare “oltre” i propri limiti affascina e richiama sempre più persone. Indiscutibile. Ma questo non è sufficiente a spiegare il boom.

Le ragioni che vorrei qui analizzare, e che ritengo decisive, sono quelle legate al marketing e alla nascita, forse, di un nuovo modello economico per lo sport amatoriale. Un modello che potrebbe diventare – opinione personale – esempio anche per altri settori del nostro Paese.

Gli organizzatori di queste granfondo hanno imparato da tempo a vendere sempre meglio e in modo più performante le proprie manifestazioni. Curando innanzitutto sempre di più l’immagine e la comunicazione: siti più accattivanti e ricchi, utilizzo dei social media sempre più originale (quest’anno la Maratona dles Dolomites in partnership con Strava, mette a disposizione un’iscrizione gratuita mediante un challenge).

Ma soprattutto, gli organizzatori hanno imparato, strategicamente, a coinvolgere tutto il territorio: operatori turistici, albergatori, enti e associazioni. In molti casi anche le Regioni.
Il risultato è stato quello di trasformare la granfondo non solo in una manifestazione sportiva, ma in un vero e proprio contenitore di business. Un modello vincente, e virtuoso, in grado di attrarre sempre più partner e sponsor.

Un esempio su tutti è quello della Maratona dles Dolomites: non a caso sponsorizzata ormai da anni da Enel, oltre a una marea di altri sponsor e partner.
La gara altoatesina è diventata a tutti gli effetti un format sempre più imitato e inseguito.
A partire dalla cura maniacale dell’immagine e della comunicazione, per finire con le intelligentioperazioni di marketing capaci di fare “rete” con il territorio: i pacchetti iscrizione+hotel, la “Settimana del ciclista”, con eventi, happening e incontri che si protraggono lungo tutto l’arco della settimana. Non solo il giorno dell’evento.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 31 mila richieste di partecipazione, sette mesi prima dell’evento non è una cosa esattamente “normale”. È un successo clamoroso, che va oltre la bici e oltre lo sport.
Non per niente, in tutto l’Alto Adige la Maratona è considerata l’evento più importante dell’anno, dopo la stagione sciistica, per introiti economici.

Sempre la “Maratona”

Stesso discorso vale anche per la Novecolli e laSportful Dolomiti Race. Granfondo che negli ultimi anni si sono conquistate posti da primato rispetto alle altre, compiendo passi da gigante. Segreto, anche qui, è stato sporcarsi le mani con il marketing.
Trasformando la gara in un vero e proprio format. Capace di vendere insieme alla bici e alla fatica, anche il territorio, la cultura, il cibo. La riviera Romagnola e Cesenatico, per la prima, Feltre, il vino e le Dolomiti bellunesi per la seconda.

Una scelta vincente che fa leva sul successo della bicicletta come straordinario mezzo di scoperta e formidabile veicolo economico.

E se la storia di questi successi ci volesse raccontare qualcosa?
Diventando magari un esempio virtuoso anche per altri settori della nostra economia?
Mi piace pensare che proprio da lei, dalla bicicletta, nella sua semplicità e bellezza, venga un segnale importante, un bel racconto di coraggio e scelte strategiche vincenti.

Come quelle della Maratona dles Dolomites, della Novecolli e della Sportful Dolomiti Race.
Tre piccole medicine per curare forse anche mali più grossi della nostra economia.

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Valtellina, non di solo sci

Accanto alla “rete” anche la bottega del commercio equo di Sondrio

Valtellina, non di solo sci

Si scrive “AltRaValtellina” e si legge un’associazione di B&B e aziende agricole che punta al turismo responsabile tra festival, artigiani e percorsi accessibili, in una valle tutta da scoprire. Anche in bicicletta, lungo i 76 chilometri di percorsi che uniscono Morbegno a Tirano, la “Via dei Terrazzamenti”

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 30/10/2015

L’appuntamento con Norma Ghizzo è davanti al teatro parrocchiale di Grosio, piccolo comune della Valtellina appena dopo Tirano, in provincia di Sondrio. Poco distante corre la Statale 38, che porta alle mete più battute di Bormio e Livigno. È una calda serata di luglio e dentro al teatro sta per cominciare il concerto jazz del William Lenihan Trio, uno dei numerosi appuntamenti della rassegna AmbriaJazz (www.ambriajazz.it, conclusasi il 9 agosto). Giunta quest’anno alla settima edizione, la manifestazione curata da Giovanni Busetto -marito di Norma- è un tour (gratuito) alla scoperta della Valle. Una riuscita esperienza artistica che cerca di mostrare una Valtellina alternativa al modello “mordi e fuggi” delle frequentate piste da sci.

In questi anni AmbriaJazz ha costruito una fitta rete tra amministrazioni locali, cooperative sociali e associazioni di varia natura. Una tela virtuosa che ha convinto Norma a dar vita con altri 16 soci fondatori all’associazione di turismo responsabile chiamata “AltRaValtellina” (www.altravaltellina.altervista.org). “Dal novembre 2014 ad oggi i soci sono diventati 21, tra B&B, agriturismi, guide, punti di ristoro e aziende agricole -racconta Norma- e respiriamo davvero un grande entusiasmo”. Mentre Norma elenca gli obiettivi della giovanissima rete -“l’ottica condivisa è quella di una fruizione senza sfruttamento delle risorse”, infatti- Roberta sta spillando una “Sbrega”, buona birra amara prodotta dal “Pintalpina” (www.pintalpina.it), birrificio artigianale sociale aperto da quest’anno con base a Chiuro, a 10 chilometri da Sondrio, che offre opportunità di lavoro e formazione a giovani con disabilità parziale. È tra i partner del festival, proprio come l’associazione fondata da Norma.

Uno dei B&B appartenenti alla rete è il suo, “Via Paradiso” (www.viaparadiso.it), immerso nel meraviglioso borgo medioevale di Ponte in Valtellina. Norma, che di mestiere fa la restauratrice, è una guida puntuale nelle strade ciottolate del paese. Oltre alle tappe storiche -come la casa dell’astronomo Giuseppe Piazzi o quella della famiglia della giornalista e scrittrice Camilla Cederna, figlia del valtellinese Giulio-, Norma tiene particolarmente a far conoscere chi coltiva mele biologiche -sono cinque aziende in tutta la provincia di Sondrio, in una terra dove l’ultimo rapporto di Greenpeace “Il gusto amaro della produzione intensiva di mele” è tornato a denunciare l’utilizzo massiccio di pesticidi- o recupera grani particolari al suo forno. Sono l’azienda agricola Simonini e il Forno di Berola. Buona parte dei negozi e delle botteghe a piano terra, però, sono chiusi, a dimostrazione di uno spopolamento che in questa parte di Valle è regola che si fatica a contraddire. Tra le eccezioni c’è Luca Waldner (www.lucawaldner.com), liutaio di bottega con clienti fino in Cina, che qui a Ponte è rimasto nonostante tutto e continua a “pensare e costruire” chitarre da studio e da concerto. È arrabbiato perché sicuro che “il modello economico e turistico di massa non porti nulla al territorio ma concentri semmai i profitti”. Pensa ad esempio al noto caso di Livigno, epicentro sciistico dell’alta valle compreso nel Parco nazionale dello Stelvio che è zona franca dal 1910. Nel solo mese di dicembre 2014 quel Comune di 6mila abitanti ha contato arrivi per oltre 38mila persone, per lo più stranieri, in crescita del 16% rispetto al 2011. Del complicato rapporto tra turismo e conservazione della fauna, ad esempio, ha trattato Mariagrazia Folatti, responsabile del Servizio Aree Protette della Provincia di Sondrio, ospite di un convegno organizzato proprio da “AltRaValtellina” a fine maggio.

Occupandosi della gestione dei 16 siti di Rete Natura 2000 affidati alla Provincia di Sondrio, Folatti conosce bene gli impatti che il turismo -anche se sostenibile- può avere sulla vita nelle aree tutelate. Ed è per questo che ha lavorato per raggiungere accordi -com’è il caso di un protocollo d’intesa sottoscritto con il Comune di Livigno- per la regolamentazione, delimitazione e formazione di chi attraversa zone battute, ad esempio, da specie come il gallo forcello, l’aquila reale o la pernice bianca. Discorso a parte per lo sci “tradizionale”, dove il consumo di suolo ha di fatto espulso la fauna dalla circolazione, eccetto cervi, caprioli o lepri che attraversano le piste in tarda serata.

Conservare la biodiversità conviene, così come passeggiare e pedalare lungo la Via dei Terrazzamenti, splendido progetto frutto del Distretto Culturale (www.distrettoculturalevaltellina.it) sostenuto da Fondazione Cariplo, finanziato dalla Fondazione di Sviluppo Locale e coordinato da Dario Foppoli, che è ingegnere. “Dei 76 chilometri di percorsi che uniscono Morbegno -all’inizio della Valle- a Tirano, -racconta Foppoli- quelli realizzati ‘ex novo’ sono meno di uno”. Gli ultimi due lotti della Via -realizzata con un investimento di 3 milioni di euro- sono stati consegnati nel giugno di quest’anno. Già candidati a diventare patrimonio dell’UNESCO, con i loro 850-1.000 ettari di estensione utilizzabile (si stima ce ne siano altri 5mila coperti dal bosco), i terrazzamenti valtellinesi rappresentano il 37% di tutta la superficie terrazzata italiana. “Le prime notizie storiche relative ai terrazzamenti -ricostruisce Foppoli- sono connesse a insediamenti monastici del 1100-1200. La grande esplosione ci fu con il dominio dei Grigioni (1512-1796), dato che la nostra valle era la più fertile del Cantone ed il vino era esportato a Nord e nell’Impero. Nel 1800 raggiungevano i 6mila ettari, coltivati a segale, grano saraceno e vino, ma attualmente sono rimasti quelli di maggior valore, dove si concentrano i vitigni Sassella, Grumello e Inferno”. Preservare i terrazzamenti è pratica che implica “un costo considerevole”, racconta Foppoli. “I muretti richiedono una manutenzione periodica, cultura che s’è persa negli ultimi 50 anni”. È per questo che la Via non si pone soltanto come un ‘sentiero’ quanto come uno strumento che metta in relazione produttori di vini, strutture ricettive, cooperative sociali che impegnano ragazzi con disabilità magari e privati, così che comprendano l’importanza strategica dei terrazzamenti e del territorio e si facciano attori della sua tutela”.

Attraversato il 18esimo Comune (Tirano), in prossimità del confine svizzero, la Via dei Terrazzamenti si unisce alla storica “Via Valtellina”, concepita per esportare il vino fino alla regione austriaca di Voralberg e che oggi è un percorso ciclo-pedonale che si snoda fino a Gargellen. Le due Vie hanno da poco sottoscritto una convenzione di “mutuo aiuto”, rendendo di fatto continuo il tracciato di circa 200 chilometri che dalle Alpi si spinge (quasi) fino al Lago di Como -mancano appena 15 chilometri-.

La Via terrazzata tra Tirano e Morbegno è costata circa 3 milioni di euro, 40mila euro a chilometro. Fa riflettere il confronto con il sesto lotto della variante di Santa Lucia della “nuova” SS38, a 30 minuti di macchina da Grosio: 1,4 chilometri di attraversamento in galleria voluto dalla Provincia di Sondrio per sgravare il centro cittadino di Bormio dal traffico automobilistico dei turisti diretti (anche e soprattutto) al Passo del Foscagno e quindi a Livigno (il treno infatti si ferma a Tirano). Il “costo complessivo” dell’opera -che per 994 metri è in galleria e sarà pronta nell’autunno di quest’anno- è di 40.374.444 euro: 28,8 milioni a chilometro. Anche questo è un esempio delle visioni differenti dello “sviluppo” della Valtellina e dell’utilizzo delle risorse a disposizione.

A Tresivio -borgo vicino a Ponte in Valtellina che conta 2mila abitanti- incontriamo Miria, che porta avanti il B&B “Dalla Zia” (www.bnbdallazia.it), anch’esso tra i soci di “AltRaValtellina”. Con lei e Norma ci spostiamo a Sud, verso Sondrio, capoluogo di Provincia e centro di questo nuovo corso della Valle, percorrendo un tratto della Via dei Terrazzamenti. Una parte di questo cuore batte in Bangladesh, equo e solidale. Lidia Perucconi, che è una delle fondatrici della Bottega della Solidarietà di Sondrio (www.commercioequosondrio.it, via Giuseppe Piazzi, 18) ormai prossima al ventitreesimo compleanno (dal 2000 è cooperativa), alza la claire del grande magazzino di stoccaggio della Bottega. Ci sono cesti, arazzi intrecciati, grembiuli e splendide creazioni con Sari riciclati. Grazie all’operato di padre Giovanni Abbiati -missionario scomparso tragicamente nel 2009- la Bottega è diventata importatore delle produzioni di BaSE (www.basebangladesh.org), l’unione degli artigiani del Bangladesh, organizzazione non-profit di commercio equo e solidale, tra gli espositori a Milano Fair City lo scorso maggio (vedi Ae 171). In occasione dell’evento milanese, alcuni membri di BaSE sono stati ospitati nel B&B “Panemiele”(www.panemiele.eu, socio di “AltRaValtellina”) che Lidia porta avanti a Sondrio con suo marito Gian Mario, la figlia Chiara e Paolo, suo genero. È proprio quest’ultimo -che lavora alla Comunità Montana del capoluogo- a mostrare nell’ufficio del B&B cartine, mappe e itinerari ciclo-pedonali che dalla città partono lungo i versanti retico e orobico che stringono la Valle. Sul suo smartphone, Paolo ha alcune fotografie del sentiero Rusca (dislivello di 2.250 metri, da Sondrio fino al Passo del Muretto nella Valmalenco),  e del sentiero Valtellina, da poco sistemati in collaborazione con l’associazione dei Tecnici senza barriere (www.valtellinaccessibile.it), associata ad “AltRaValtellina”. Le aree di sosta -dai tavoli per il pranzo ai giochi per i più piccoli- sono state rese così accessibili a tutti e i “tecnici” organizzano “eventi accessibili” “grazie all’impiego della joelette (carrozzina da montagna con una sola ruota centrale, ndr)” in modo che anche le persone disabili possano “apprezzare le bellezze naturali della provincia di Sondrio”. Questa è l’altra Valtellina.

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La ritirata

“Riscaldamento globale” e “scioglimento dei ghiacciai”: se ne sente spesso parlare nei tg, ma solo chi si occupa in modo professionale di questi argomenti, o chi frequenta in modo assiduo la montagna, ha la reale percezione del problema. Lo scioglimento dei ghiacciai sarà anche un fenomeno naturale in sé, ma un conto è constatare l’arretramento di un fronte nell’arco dei secoli, un conto è vederlo con i propri occhi, nell’arco di pochi anni o al massimo qualche decennio.

Io ho ben presente com’era il ghiacciaio della Marmolada a fine anni ’80, quanto ho cominciato a frequentare la zona in estate, e ho negli occhi quello che ho visto le ultime volte che me lo sono trovato davanti nella sua (ormai scarsa) interezza. Ai tempi d’oro d’estate veniva qui ad allenarsi quello “sborone” di Alberto Tomba (la sera scorazzava a tutta velocità sulla statale con il suo “macchinino”): poteva sciare solo la mattina ovviamente, ma ai tempi era possibile, e tra l’altro lo spostamento di grandi masse di neve per sistemare le piste ha molto probabilmente accelerato l’arretramento del ghiacciaio. Ora Pian dei Fiacconi è una landa desolata, una pietraia. E mi ricordo neve in estate anche sull’adiacente Gran Vernel, che ora è completamente sgombro. Vi consiglio di visitare questa pagina, che descrive molto bene le modificazioni subite dal ghiacciaio della Marmolada.

Fonte ARPA Veneto

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La Marmolada da Passo Padon, agosto 2008

E, allontanando il punto di vista per avere una visione del Pianeta nel suo complesso, pensiamo a quello che sta succedendo ai poli. La foto dell’orso bianco denutrito penso sia negli occhi di tutti.

In vista di #COP21 prendo quindi in prestito il titolo di un bell’articolo pubblicato qualche mese fa su “Altreconomia” per riassumere le evidenze di questi fenomeni.

Le varie info sono tratte dagli articoli citati e/o linkati in coda al testo.

da lifegate.it

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Entro la fine di questo secolo la “risorsa glaciale alpina” potrebbe scomparire quasi totalmente. La tendenza degli oltre 900 ghiacciai italiani è comune a quella delle omologhe masse planetarie, salvo rare eccezioni, come la “Karakoram anomaly” in Pakistan e il Perito Moreno in Patagonia, ed è analizzata nel World Glacier Inventory, il catasto mondiale del National Snow & Ice Data Glacier (i ghiacciai oggetto del monitoraggio sono 130mila, nsidc.org). È il riscaldamento globale l’elemento alla base dei dati forniti dal World Glacier Monitoring Service, che evidenzia la perdita progressiva di spessore e superficie dei ghiacciai. Prendendo in esame un campione di 125 ghiacciai del mondo, è stata registrata “una forte perdita di ghiaccio” tra il 1980 e il 2013 pari a 17,3 metri d’acqua equivalenti.

Nel mondo

Il fenomeno interessa innanzitutto Artide e Antartide, dove l’aumento delle temperature è doppio rispetto alle altre aree del globo. Ma oltre ai poli ci sono i ghiacciai cosiddetti “alpini” – le nostre Alpi ma anche l’Himalaya, la Patagonia, l’Alaska, gli Urali e il Kilimangiaro – che sono il serbatoio d’acqua dolce durante i mesi caldi, fondamentali per l’agricoltura, e che vedono una riduzione fino al 75%. Ad esempio il ghiacciaio Tviberi (Caucaso) ha perso 11 chilometri quadrati tra il 1965 e il 2013, pari a un quarto della sua superficie, dati pubblicati su (climalteranti.it), il Kilimanjaro invece, nel periodo 1912 ÷ 2013, ha perso circa l’85% della superficie originaria.

Il Perito Moreno, uno dei pochi ghiacciai al mondo che non sta arretrando (da repubblica.it)

L’arco Alpino

Da 519 kmq del 1962 agli attuali 368: le Alpi hanno perso in poco più di 50 anni il 40% dei loro ghiacci. Il dato emerge dal rapporto “Ghiaccio bollente” del Wwf Italia, in cui l’associazione ambientalista descrive gli effetti del cambiamento climatico sui ghiacci del pianeta e, di conseguenza, sugli animali e sull’uomo.

Al di là dei valori assoluti, incerti data l’intrinseca difficoltà connessa nel dipingere l’evoluzione del clima futuro, il quadro sembra indicare una verosimile larga diminuzione delle coperture e volumi glaciali. Di questa variazione attesa si dovrà tenere conto “nei diversi scenari evolutivi, non solo ambientali, ma anche socio economici”. Il professor Claudio Smiraglia e la dottoressa Guglielmina Diolaiuti, ricercatrice, entrambi del dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università Statale di Milano, hanno coordinato la redazione del Nuovo catasto dei ghiacciai italiani”, che ha sostituito il precedente catasto del Comitato glaciologico italiano, 1958-1962. Insieme al dottor Daniele Bocchiola, ricercatore di ruolo del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale (DICA) del Politecnico di Milano, sono fra i maggiori studiosi del fenomeno del triste declino dei ghiacciai italiani. Insieme ad altri giovani colleghi hanno recentemente tracciato la “possibile evoluzione” fino a fine secolo del più esteso ghiacciaio vallivo italiano, il ghiacciaio dei Forni, che copre 11,3 chilometri quadrati in alta Valtellina, nelle Alpi Retiche meridionali lombarde (Ortles Cevedale). Questo ghiacciaio, per la cronaca, “perde” in estate 8 centimetri al giorno, riducendosi di 4,5 metri di “solo ghiaccio” sulla sua “lingua di ablazione”. Applicando tre differenti scenari di “bilancio radiativo” (ossia, potenziali scenari evolutivi dei valori di CO2, temperatura e precipitazione), sviluppati nell’ambito del quinto assessment report del Comitato internazionale per i cambiamenti climatici (IPCC), e due differenti modelli climatici globali, la conclusione rimane invariata: “la potenziale evoluzione del ghiacciaio dei Forni porta a stimare per il 2100 una riduzione di oltre l’80% del volume glaciale stimato nel 2007”.

Ghiacciaio dei Forni: com’era, com’è, come sarà.

Il ghiacciaio dei Forni, come gli altri 902 ghiacciai del Paese, ha già subito un’importante riduzione negli ultimi 50 anni. La tendenza -comune a quasi tutti gli altri ghiacciai del Pianeta- è manifesta: nonostante la crescita in termini numerici da 838 a 903 -frutto della frammentazione delle aree glaciali- la superficie glaciale complessiva, distribuita in Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo (con il ghiacciaio del Calderone) è andata riducendosi fortemente, almeno del 30% (dato sottostimato secondo i curatori del rapporto), passando da 526 a 369 chilometri quadrati, poco meno del Lago di Garda. (valori sostanzialmente concordi con quanto riportato nel rapporto WWF)

La Regione più colpita è il Piemonte (-48% in termini di superficie), che ha perduto 8 dei 123 ghiacciai di metà secolo scorso. La Lombardia -che ha il maggior numero di ghiacciai, 230 nel 2015- ne ha guadagnati 45 secondo l’aggiornato censimento, ma ha visto fondersi e scomparire una superficie di 27 chilometri quadrati.

Le conseguenze (in Italia e nel mondo)

“Gli scenari futuri indicano che un’inversione della tendenza in corso è alquanto improbabile e che nell’arco di pochi decenni si potrebbe realizzare un ulteriore avvicinamento a un paesaggio alpino, più simile ai Pirenei e agli Appennini, ormai quasi totalmente privo di ghiacciai, che sembra il destino inevitabile delle montagne del futuro”, spiega Smiraglia.

Sebbene non siano disponibili studi sistematici e accurati sull’entità “economica” dei “servizi” assicurati dai ghiacciai -si pensi per esempio all’impatto sul turismo-, le conseguenze della loro scomparsa sono note: dall’aumento di frane dovuto a un più intenso ciclo di gelo-disgelo delle rocce un tempo “coperte” di ghiaccio (“l’Ortles ha cambiato la propria certificazione di difficoltà, dovendo affrontare pareti rocciose laddove un tempo c’era una distesa ghiaccio”, spiega il professor Smiraglia), all’incidenza sulla portata dei fiumi padani, con riflessi negativi, specie in periodi siccitosi, sull’irrigazione a fini agricoli. “Il contributo dei ghiacciai per importanti bacini quali ad esempio l’Adda pre-lacuale, può raggiungere durante le estati siccitose il 20-25% della risorsa idrica” racconta Bocchiola.

Una risposta a più ampio respiro si potrà ottenere grazie agli esiti del progetto europeo H2020 “Ecopotential”, che punta a “migliorare i benefici ecosistemici futuri attraverso le osservazioni terrestri”. Antonello Provenzale -dirigente di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr- che del percorso è ideatore e coordinatore, sintetizza così l’obiettivo prefissato: “Quello che stiamo cercando di fare è fornire una quantificazione allo stato attuale degli ecosistemi e dei servizi che questi producono mediante misure in situ e osservazioni satellitari di 30 grandi aree protette internazionali, tra cui il gruppo montuoso del Gran Paradiso (che raggruppa ghiacciai del Piemonte e della Valle d’Aosta, ndr)”.

Passando dal “locale ” (si fa per dire) al “globale” la situazione si fa ancora più inquietante. “Il problema non è così remoto come sembra: dal ghiaccio del pianeta dipendono risorse idriche, mitigazione del clima, equilibrio degli Oceani, emissioni di gas serra”, sottolinea il Wwf. E anche la sicurezza dell’uomo: “l’innalzamento dei mari minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere. Il 70% delle coste mondiali rischia di venire sommerso”. Il ghiaccio è poi vitale per la sopravvivenza di numerose specie animali, dalle balene agli orsi polari, i due terzi dei quali, senza ghiaccio, potrebbero scomparire già nel 2050.

Per quanto riguarda gli orsi polari, ad esempio, si tenga presente quanto segue: secondo i dati raccolti dagli scienziati nella Baia di Hudson, in Canada, per ogni settimana di anticipo sulla fusione dei ghiacci gli orsi perdono dieci chili di peso, fanno difficoltà ad allattare i cuccioli e sono visibilmente in condizioni di salute precarie. L’autrice della foto riportata in apertura ha dichiarato:

Mi sono resa conto che gli orsi in salute sono quasi esclusivamente i maschi che rimangono sulla banchisa tutto l’anno. Le femmine, al contrario, sono magrissime. Le mamme tendono a rimanere bloccate sulla terraferma e a perdere i cuccioli. Solo poche volte ho visto madri in carne con giovani altrettanto in salute. Spesso ho visto orsi terribilmente magri, come l’esemplare che ho fotografato. Una femmina ridotta ad uno scheletro, con problemi alla zampa anteriore, che vagava sulla banchisa nel disperato tentativo di cacciare un tricheco.

In rete si trovano alcune simulazioni relativamente alle conseguenze a lungo termine dell’aumento della temperatura media della Terra, in particolare all’impatto dello scioglimento dei ghiacci sulle aree costiere. QUI potete vedere le immagini interattive che rappresentano come cambierebbero alcune città in seguito ad un aumento della temperatura media di 2°C e 4°C (due esempi li potete trovare più sotto).

Durban

London

Qualche anno fa l’ex presidente delle Maldive aveva tenuto una riunione di governo sott’acqua, con i ministri in tenuta da sub, per denunciare il pericolo che corrono queste isole: tre quarti della loro superficie sono a meno di mezzo metro sopra il livello del mare e, se le previsioni degli scienziati risulteranno corrette, saranno coperti dall’acqua entro la fine del secolo. Nessun punto delle oltre mille isole dell’arcipelago è più alto di 2,4 metri sul livello del mare. Eppure il nuovo governo, insediatosi nel 2012 in seguito ad un colpo di stato, ha rivisto drasticamente gli obiettivi stabiliti dal governo deposto, e sta favorendo lo sfruttamento petrolifero del paese.

Il video The Climate Scoreboard illustra l’attuale quadro di valutazione sul cambiamento climatico in base all’obiettivo (goal) di contenere l’aumento della temperatura nei limiti prefissati (e da alcuni giudicati insufficienti) e tenendo conto di dati di realtà (business as usual, ossia “come di consueto”).

Portando le conseguenze all’estremo, ecco quello che succederebbe se tutti i ghiacci della terra si sciogliessero

Spero vivamente che da #COP21 si esca con qualche risultato tangibile, perché non possiamo più aspettare: è fondamentale agire sulle emissioni dei gas serra e con l’immissione di inquinanti di vario genere nell’ambiente, oltre che, ovviamente, rivedere l’approccio all’economia nel suo complesso, per renderla meno impattante sull’ambiente e più equa per quando riguarda le ripercussioni sociali. I “grandi” della Terra sapranno mettere da parte gli interessi di bottega allungando lo sguardo oltre l’immediato? In teoria non c’è scelta, ma io non sono molto ottimista…

Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato.
Hugo Chavez

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Riferimenti

La ritirata – Altreconomia

Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo” – repubblica.it

E se tutti i ghiacciai della Terra si sciogliessero? – Focus.it

L’agonia degli orsi polari racchiusa in una foto – lifegate.it

Ghiacciai,scioglimento record “La febbre della Terra frantuma le montagne” – repubblica.it tramite triskel182

Cambiamenti climatici -ARPA Veneto

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Cicloturismo ed opportunità turistiche

Ciclovia Olona Lura

Una ciclovia attrae diversi profili di turisti, un fattore che permette di stimare gli utenti in un’infrastruttura ancora da ultimare è l’osservazione dei pernottamenti negli alloggio turistici, tale valutazione consente di differenziare i residenti locali dai cicloturisti non residenti.

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FIAB incontra i ministri Del Rio e Franceschini

COMUNICATO STAMPA

Infrastrutture, Trasporti e Turismo:
elementi strategici per la mobilità ciclistica del nostro Paese.

FIAB incontra i ministri Delrio e Franceschini

Mobilità quotidiana, cicloturismo e intermodalità.

Tre aree d’intervento per un cambio di passo nelle politiche della mobilità.

15 ottobre 2015 – Intensa giornata di confronto con i massimi rappresentanti al Governo sui temi di mobilità sostenibile e cicloturismo: per la prima volta FIAB-Federazione Italiana della Bicicletta ha incontrato, in contemporanea, ieri a Roma, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio e il Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Dario Franceschini.

Partendo dalle tante proposte che FIAB (da sempre impegnata nella diffusione della bicicletta quale mezzo di trasporto ecologico in un quadro di riqualificazione dell’ambiente urbano ed extraurbano e interlocutore privilegiato delle istituzioni per tutte le tematiche delle ‘due ruote’) ha avanzato al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti nel corso degli ultimi mesi*, il colloquio tra la presidente FIAB Giulietta Pagliaccio e Delrio si è svolto in un clima di grande sintonia, condividendo l’imminente necessità di un ‘cambio di passo’ nelle prossime politiche sulla mobilità ciclistica del nostro Paese, attraverso scelte evidenti e concrete.

Abbiamo individuato l’opportunità di indirizzare il cambiamento su tre filoni– spiega la Pagliaccio – : la mobilità quotidiana con un’attenzione particolare al tema e alle necessità delle grandi città; il cicloturismo, con lo sviluppo di una rete nazionale che punti su specifici obiettivi di priorità e che includa le esigenze di ciclabilità urbana e di accesso alle città e l’intermodalità tra bici e altri mezzi di trasporto pubblico, a tutto vantaggio sia della mobilità quotidiana sia del cicloturismo.

L’incontro tra FIAB e Delrio avviene all’indomani dal 1° Summit Europeo sulla Mobilità Ciclistica, dove i Ministri dei Trasporti della UE hanno dato vita alla Carta di Lussemburgo, ovvero una Dichiarazione d’intenti e un piano attuativo sulla mobilità ciclistica come modalità di trasporto climate friendly, in cui la bicicletta – per il suo contributo d’innovazione, i benefici per l’ambiente e il clima, quelli per la salute degli utenti, nonché per l’indotto economico – deve essere riconosciuta da tutti gli Stati Membri come mezzo di trasporto paritario rispetto alle altre modalità.

Anche in Italia assistiamo a nuovi segnali politici che lasciano ben sperare in questa direzione -dice ancora Giulietta Pagliaccio – come il recente sblocco di 12 milioni di euro destinati a opere per la sicurezza dei percorsi ciclabili. Insieme al Ministro Delrio auspichiamo la nascita di un tavolo interministeriale che, coinvolgendo in primis i Ministeri delle Infrastrutture e Trasporti e quello del Turismo, coordini i temi di mobilità ciclisticae sensibilizzi le Regioni a politiche sostenibili, anche in vista dell’approvazione della legge di stabilità che prevede risorse dedicate.

Ci si è invece confrontati con il Ministro del Turismo Franceschini in merito all’importanza economica del cicloturismo e, in particolare, sul progetto per lo sviluppo del percorso ciclabile tra Verona e Firenze, parte centrale della Ciclopista del Sole che collega il Brennero alla Sicilia e che, nel primo tratto fino a Verona, è già completato ‘in sede propria’.

I rappresentanti di Regioni ed Enti di tutti i territori attraversati dal percorso (le regioni Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, le città metropolitane di Mantova, Modena, Bologna,  Prato e Pistoia, il Circuito Città d’Arte della Pianura Padana  e FIAB) hanno dato vita ieri, alla presenza del Ministro Franceschini, a un tavolo per lo sviluppo del tratto ciclabile Verona / Firenze dal punto di vista turistico, con l’obiettivo di affrontare difficoltà e problematiche attraverso un metodo di lavoro sinergico e strategico per il cicloturismo, che parte da ciò che già esiste sul tracciato e valorizza l’impegno di tutti gli attori coinvolti lungo il percorso.

La ciclopista del Sole richiama, nel cicloturismo, quello che ha rappresentato l’autostrada del Sole per lo sviluppo del turismo in Italia: un percorso che collega il nostro Paese dal nord al sud e che, anche per tratti intermedi, offre interessanti opportunità di vacanza sulle due ruote attraverso i territori italiani di rara bellezza -spiega Antonio Dalla Venezia, responsabile FIAB per il cicloturismo e Bicitalia. E aggiunge – Integrata nella rete Bicitalia.org la Ciclopista del Sole è il tratto italiano dell’Eurovelo 7 che, lungo oltre 5000 chilometri, permette di pedalare da Capo Nord a Malta.

Oltre Bicitalia.org, la rete cicloturistica nazionale targata FIAB e Ministero dell’Ambiente, con 18.000 km di strade ciclabili sul territorio nazionale, di cui 10.000 già mappati, 18 suggestivi grandi itinerari e oltre 50 «ciclovie di qualità», FIAB è il principale promotore in Italia di iniziative cicloturistiche. Attraverso le oltre 140 associazioni presenti sul territorio propone ogni anno oltre 4000 attività (gite, escursioni, ciclovacanze, bici-viaggi e altri appuntamenti in bicicletta) consultabili sul sito Andiamoinbici.it. Le strutture ricettive “amiche della bicicletta” sono invece classificate nel motore di ricerca Albergabici.it

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* Proposte avanzate da FIAB al Ministro Infrastrutture e Trasporti Graziano Delrio nella lettera del 6/5/15:

  • Sostenere la legge Decaro–Gandolfi per lo sviluppo della mobilità in bicicletta al fine di arrivare a una rapida approvazione
  • Istituire la Direzione Generale per la Mobilità Ciclistica
  • Attivare una strategia generale di comunicazione per cambiare spazi urbani e comportamenti in riferimento al tema della mobilità delle persone
  • Attivare una strategia generale di formazione dei funzionari delle pubbliche amministrazioni, dei politici e di coloro che influenzano i destini delle nostre città e territori
  • Equiparare la bicicletta al trasporto pubblico nell’infortunio in itinere
  • Definire una segnaletica nazionale cicloturistica
  • Monitorare la composizione modale degli spostamenti (attivare la raccolta dati su scala territoriale)
  • Raccogliere i dati sull’incidentalità locale (consentire la divulgazione dei dati disaggregati e utilizzabili a fini statistici locali)
  • Introdurre l’analisi di rischio per ridurre i rischi stradali (rendere obbligatori Piani della Sicurezza Urbana per le amministrazioni provinciali e metropolitane)
  • Anticipare l’applicazione della VISS, Valutazione di Impatto sulla Sicurezza Stradale (D.Lgs. 35/2011) ed estenderne il campo di applicazione anche a livello urbano
  • Introdurre tecniche ISA (Intelligent Speed Adaptation)
  • Promuovere la certificazione secondo la norma UNI ISO 39001:2012
  • Pubblicare il Piano Nazionale della Sicurezza Stradale orizzonte 2020 (siamo al 2015! Ovvero 5 anni in ritardo)
  • Revisione organica del Codice della Strada e delle norme tecniche
  • Aggiornamento della legge di finanziamento sulla mobilità ciclistica
  • Finanziamento della rete nazionale di mobilità

Ufficio Stampa FIAB:Dragonetti&Montefusco Comunicazione T 02 48022325 – ufficio-stampa@fiab-onlus.it

Annachiara Montefusco – M 339 7218836 – montefusco@dragonettimontefusco.com

Monica Macchioni – M 3441447050 – macchioni@dragonettimontefusco.com

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44 miliardi di motivi per viaggiare in bici

Articolo dello scorso anno, molto interessante

di Veronica Caciagli – tekneco.it, tramite comune-info.net, 12/01/2014

Il Parlamento europeo ha scoperto che l’impatto economico del cicloturismo ha cominciato a raggiungere giri d’affari importanti (almeno 44 miliardi di euro nel 2012), in particolare in Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Svizzera e Olanda. Il requisito fondamentale per il viaggiatore è solo una una strada continua, sicura e piacevole, con una chiara segnaletica stradale e magari qualche officina attrezzata presso ostelli, alberghi e agriturismi. Insomma, non serve nessuna grande opera.

È guidando una bici che puoi conoscere meglio i contorni di un luogo, poiché sudi sulle salite e le discendi a ruota libera. In tal modo ricorderai come sono veramente, mentre con un’automobile solo un’elevata altura ti impressionerà e non avrai l’accurato ricordo del territorio che hai attraversato come quello ottenuto guidando con la bicicletta

Ernest Hemingway

Anche l’avventuriero Hemingway amava i viaggi in bicicletta, magari attraversando i sentieri impervi della sua epoca: il cicloturismo era una prerogativa per pochi amatori, appassionati di bicicletta e di viaggi alla scoperta. Da allora il cicloturismo si è evoluto, diventando una vacanza alla portata di tutti, anche delle famiglie.

Nell’Europa del centro-nord il cicloturismo è un tipo di turismo molto diffuso: non solo fa bene alla salute e all’ambiente, in quanto ad emissioni zero, ma anche all’occupazione, agli investimenti e al reddito. Secondo lo studio “European Cycle Route Network EuroVelo”, condotto dalla Direzione Generale per le Politiche Interne del Parlamento Europeo nel 2012 l’impatto economico del cicloturismo è significativo: la stima è di 2.295 milioni di viaggi, per un giro d’affari di 44 miliardi di euro all’anno. Il numero di pernottamenti ammonta attualmente a 20,4 milioni, con 9 miliardi di euro spesi annualmente.

A testimonianza del recente nuovo interesse, anche i dati sul cicloturismo sono ancora parziali e sono disponibili solo da alcuni anni: il cicloturismo non è registrato nelle statistiche Eurostat o in altre statistiche ufficiali, per cui la stima del Parlamento europeo è stata fatta attraverso un modello con cui le diverse frazioni di flussi turistici sono state usate per stimare il valore e il volume del cicloturismo. La crescita del turismo in bicicletta non è uguale in tutta Europa: il mercato è comunque in aumento ovunque, nonostante la crisi economica, ma il suo impatto è già significativo nei Paesi dell’Europa centro-settentrionale, l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Francia, la Germania, la Svizzera e l’Olanda, mentre alcuni Paesi, tra cui l’Italia, sono indietro nello sviluppo delle infrastrutture che permettono ai viaggiatori un sereno cammino. Il requisito fondamentale per il viaggiatore è, infatti, una strada continua, sicura e piacevole, con una chiara segnaletica stradale, per un percorso di almeno 150-200 Km. La Francia è, attualmente, la più importante destinazione per i tour operator che si occupano di cicloturismo, seguita dall’Austria, mentre la maggior parte dei cicloturisti vengono da Germania e Gran Bretagna.

Tra gli impatti del cicloturismo, al primo posto troviamo le strutture ricettive: alcuni alberghi offrono dei servizi dedicati al cicloturista, come un’officina attrezzata per le riparazioni a disposizione dei clienti, o informazioni. Il reddito connesso al cicloturismo in realtà va ben oltre, iniziando dalla fase di pianificazione della rete turistica: la progettazione richiede il lavoro di architetti, ingegneri, designer e impiantisti; il coordinamento, supervisione e stipula di contratti dovrà essere portata avanti dal settore amministrativo. Poi si avrà la fase di realizzazione, con il coinvolgimento di imprese edili, di impiantistica, di illuminotecnica, di sicurezza, ITC; si dovranno installare nuovi arredi stradali, per permettere un percorso continuativo. Infine, si dovrà curare la comunicazione e promozione, anche attraverso i canali web.

Nella fase operativa, oltre alle già citate strutture ricettive, l’impatto maggiore sarà sulla ristorazione, sulle attività di manutenzione e su tutti gli operatori del settore turistico: dall’organizzazione e fruizione del viaggio (tour operator, guide turistiche, treni, traghetti, passaggi autostradali), ai servizi di promozione (punti di informazione, promozione, sito web. Infine, per la sua natura di turismo lento, viaggiare in bicicletta rende il percorso turistico più originale e con spazio all’iniziativa, “off the beaten track”; distribuendo il turismo anche in zone fino a pochi anni prima poco sconosciute e verso beni culturali e ambientali non raggiunti precedentemente.

Mappa europea del cicloturismo

La tratta ciclistica attualmente più frequentata è da Passau a Vienna: sono 320 km di percorso, che vedono circa 300.000 ciclisti all’anno, con picchi di 5.000 al giorno. Nel 2010 l’indotto è stato di quasi 72 milioni di euro all’anno, ovvero ben 225.000 euro per chilometro di ciclabile all’anno. Ancora più incoraggianti sono gli sviluppi per il ciclismo europeo, con il progetto EuroVelo: è la nuova rete di vie ciclabili gestita dalla European Cyclists Federation, che congiungerà i Paesi membri dell’Unione, fornendo ai viaggiatori dei comodi collegamenti ciclabili.

Tra questi nuovi collegamenti, la nuova rotta Iron Curtain Trail (ICT), come la Cortina di Ferro ha diviso l’Europa per quasi cinquant’anni nel secolo scorso, così offrirà una via ciclabile continua dal mare di Barents al Mar Nero, attraversando e unendo 20 Paesi europei. Potrà portare a un ingresso addizionale di turisti proprio laddove la Cortina di Ferro ha reso in passato difficoltosi gli spostamenti di persone. Il potenziale di domanda generato dall’ICT è stimato in 1 milione di viaggi, con un ricavo di circa 521 milioni di euro annui.

Cicloturismo Made in Italy

“Quando pedalerai in Italia, troverai buon cibo, buon vino e un buon caffè o un cappuccino ad accoglierti”, è scritto sulla pagina italiana del sito EuroVelo. Del totale di 70.000 Km europei, sono tre le ciclovie EuroVelo che attraversano l’Italia, per un totale di circa 6600 km. Due sono in direzione nord-sud, ovvero la EV5 Via Romeo Francigena e la EV7 Sun Route; un’altra in direzione ovest-est, la EV8 Mediterranean Route. Sono già state inserite nello studio di fattibilità di rete ciclabile nazionale denominato BICITALIA, elaborato dalla FIAB su incarico del Ministero dell’Ambiente, in attuazione della delibera CIPE n. 1 del 1° febbraio 2001 che impegnava il Ministero dei Trasporti a dotarsi di un piano nazionale di percorribilità ciclistica.

In realtà, attualmente, il cicloturismo in Italia non è ancora organizzato a livelli di altri Stati europei: per alcuni andare in bicicletta sembra un semplice sport, oppure un passatempo adatto alle passeggiate domenicali. Il motivo di questo vuoto italico si può forse trovare nelle politiche industriali sulle auto, oppure nel segno di distinzione sociale che l’auto ha avuto per decenni. Fatto sta che in Italia è ancora difficile considerare l’utilizzo della bicicletta come soluzione di trasporto al pari delle altre. I numeri, in realtà, smentiscono questa attitudine e classificano la bicicletta come mezzo di trasporto capace di attirare investimenti, occupazione e reddito: la stima del reddito aggiuntivo generato dalle tratte italiane di EuroVelo è di 2,05 miliardi (dati del report “European Cycle Route Network EuroVelo” del Parlamento europeo), di cui 1,51 miliardi di pernottamenti. Al momento, però, in Italia ci sono ancora poche infrastrutture ciclistiche di media percorrenza, tra cui quelle del Trentino Alto Adige. Con la presenza di 370 Km di piste ciclabili attrezzate, chi vuole organizzare la sua vacanza in bicicletta in Trentino può contare su una segnaletica verticale e orizzontale che permette di seguire agevolmente i tracciati e sapere la propria posizione, su percorsi dedicati alle biciclette e mantenuti in sicurezza.

Inoltre, sono a disposizione dei cicloturisti i Bicigrill: dei punti di ristoro che mettono a disposizione gratuitamente delle attrezzature per piccole riparazioni della bicicletta e un kit di primo soccorso. Alcuni Bicigrill hanno anche aree gioco per i bambini. C’è anche un servizio di pianificazione del viaggio: basta andare sul sito www.ciclabili.provincia.tn.it. I risultati sono evidenti: secondo lo studio “Cicloturismo e cicloturisti in Trentino”, condotto dall’Osservatorio Provinciale per il Turismo di Trento, l’impatto del settore è “importante e in continua crescita”: la sola pista ciclabile della Valle dell’Adige ha visto 310 mila passaggi nel 2009, generando ricadute economiche di quasi 1 milione di euro.

Politiche per il cicloturismo

Le motivazioni dei cicloturisti risiedono in un mix di elementi, ma le motivazioni principali sono il contatto con la natura e l’opportunità di rilassarsi, rallentando rispetto alla vita di tutti i giorni. Perciò i cicloturisti hanno bisogno di strade apposite: di reti e dorsali ciclistiche, con una chiara segnaletica e la garanzia di sicurezza. Mentre dal punto di vista dell’Unione europea il cicloturismo si introduce perfettamente nelle politiche europee per la sostenibilità, ci sono ancora delle barriere allo sviluppo, come le difficoltà per il turista di interfacciarsi con modalità di trasporto intermodale ancora non sviluppato e pochi tour operator specializzati. Alcuni ciclisti iniziano il loro viaggio direttamente da casa, mentre molti utilizzano altri mezzi di trasporto per raggiungere il luogo di partenza: di solito lo spostamento primario avviene in treno, per cui per i ciclisti è fondamentale avere treni attrezzati. Trasportare la bicicletta sul treno ha un costo relativamente basso, ma non sempre è possibile e in alcuni casi non semplice. Il trasporto in treno è problematico dal punto di vista del cicloturista perché gli operatori ferroviari di diversi Paesi hanno degli approcci differenti al trasporto della bicicletta; inoltre, la maggior parte delle ferrovie non permette il trasporto di biciclette su treni di alta velocità.

In Italia è possibile trasportare gratuitamente biciclette sul Frecciarossa, ma solo se smontate e inserite in una sacca delle dimensioni di 80x110x40: un’operazione che scoraggia i più; sui treni Italo è previsto che le biciclette siano smontate e riposte in una sacca, ma senza specificarne le dimensioni. Invece il numero di ciclisti che viaggia in pullman è molto esiguo, per la scomodità di dover impacchettare la bicicletta come per un viaggio in aereo per riporla nel portabagagli.

Questa situazione sta lentamente cambiando: la francese TGV, la tedesca ICE e l’austriaca Railjet hanno adesso alcune linee con spazi adibiti al trasporto biciclette e si sono impegnate ad aumentare la capacità trasportabile nei prossimi anni. Un altro mezzo di trasporto molto utilizzato è il traghetto, che potrebbe costituire un elemento importante nello sviluppo delle rete europea ciclabile. Dalla ricerca della Commissione è risultato che le compagnie dei traghetti hanno la capacità, e anche la volontà, di trasportare un alto numero di cicloturisti, ma che attualmente non propongono questa possibilità in modo attivo nelle iniziative promozionali, perdendo quindi un’opportunità di mercato.

Le ciclovie EuroVelo in Italia

  • EV5 Via Romea Francigena: Canterbury-Londra-Roma- Brindisi. Il tratto italiano è di circa 2300 km: viene dalla Svizzera, toccando 8 regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia. Congiunge le città di Como, Milano, Pavia, Piacenza, Lucca, Siena, Roma, Benevento, Matera e Brindisi.
  • EV7 The Sun Route: Capo Nord-Malta. Di circa 3000 km, viene dall’Austria e attraversa 11 regioni: Trentino Alto Adige, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia. Passa per le città di Bolzano, Trento, Mantova, Bologna, Firenze, Arezzo, Orvieto, Roma, Napoli, Salerno, Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Siracusa. Dalla Sicilia arriva via traghetto fino a Malta.
  • EV8 The Mediterranean Route: Cadice/Gibilterra-Atene e Cipro. In Italia per circa 1300 km: viene dalla Francia, interessa 6 regioni: Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, proseguendo poi in Slovenia. Passa per le città di Ventimiglia, Cuneo, Torino, Pavia, Piacenza, Cremona, Mantova, Ferrara, Venezia, Grado e Trieste.
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Il VenTo del Po

Immaginate un percorso ciclopedonale di 679km, che collega fra loro città ricche di storia, che consente di abbinare il percorso in bici all’utilizzo dei mezzi pubblici (treno e battello) e che si raccorda ad altri percorsi, rendendo possibile una vacanza “green”, attiva ma allo stesso tempo “lenta”.

Immaginate questo in Italia. Già, perché se si parlasse, ad esempio, della Germania o dell’Austria nessuno si stupirebbe.

Questo è il progetto VenTo, la ciclovia del Po, su cui da alcuni anni sta lavorando un gruppo di studio del Politecnico di Milano coordinato dal Prof. Paolo Pileri. Un percorso che si sviluppa prevalentemente lungo gli argini del Po, sfruttando dove possibile la rete viaria esistente (utilizzabile con interventi minimi, in molti casi è sufficiente agire sulle regole d’uso delle strade vicinali), e prevedendo interventi localizzati per la messa in sicurezza dei tratti in cui è necessario affiancare o intersecare la rete stradale ubana ed extraurbana (ad esempio realizzazione di tratti di ciclabile in sede propria, passerelle ciclopedonali sui ponti).

Il tracciato individuato, che si snoda alternando le due sponde idrografiche del fiume, consente di abbinare gli spostamenti in bicicletta all’uso del treno, in quanto sono presenti stazioni ferroviarie distanti dal percorso principale meno di 6km, e del battello (a Venezia, ma anche lungo il Po a valle di Cremona si sta pensando di rilanciare il turismo fluviale). Ed è un “tracciato per generare tracciati”, ovvero è concepito per essere la spina dorsale di un sistema di percorsi ciclabili interconnessi, in grado di collegare quindi le località lungo il Po a numerose città della pianura padana, e non solo. Basti pensare, ad esempio, ai percorsi lungo il Mincio e nella zona del Garda, lungo il Ticino e i navigli milanesi, i percorsi ciclabili in Emilia Romagna.

In alcune località, seguendo i numerosi esempi europei, ci si sta organizzando per offrire pacchetti vacanza pernottamento+bici, e queste possibilità vengono pubblicizzate sulle riviste di settore, ma in generale le potenzialità del turismo in bici sono sottovalutate. Conoscendo le zone dell’Est Ticino, del Cremonese e del Piacentino posso dire che ci sono differenze abissali fra le diverse zone: il Naviglio Grande è frequentatissimo e dotato di servizi per i ciclisti, in Emilia si sta cercando di promuovere il cicloturismo anche come modo per visitare le città e i castelli presenti nella zona.

Anche il territorio cremonese ha delle enormi potenzialità in tal senso: le piste ciclabili lungo il Naviglio Civico e il Vacchelli, il bellissimo percorso delle Città Murate (prevalentemente sterrato, per gli amanti delle “ruote grasse”) che collega Pizzighettone a Soncino, oltre ovviamente ai percorsi lungo il Po inclusi nel tracciato principale di VenTo. Questi percorsi sono però noti quasi esclusivamente ai “local”. E pensare che, in abbinamento all’ ”ecomuseo del territorio” e ad altre iniziative quali ad esempio “Lavialattea” organizzata dal FAI, si potrebbero portare molte persone a conoscere le peculiarità del nostro territorio, i nostri prodotti, i nostri borghi. E anche i cremonesi tornerebbero a scoprire località e angoli ricchi di storia di cui stanno dimenticando l’esistenza.

In sostanza, quali sono i potenziali benefici del progetto VenTo?

In termini di ricadute occupazionali, le potenzialità sono notevoli, se si fa un confronto con i tracciati esistenti sul territorio nazionale ed europeo. In casi simili, è stato stimato che nel giro di pochi anni ogni km di tracciato possa generare un indotto compreso fra i 110.000 e i 400.000€

I possibili nuovi posti di lavoro lungo l’intero tracciato sono stimati in circa 2000.

Si, ma quanto costa?

Meno di quello che si possa pensare, perché

  • Il 15% del tracciato è già pedalabile in totale sicurezza;
  • Il 42% necessita di interventi limitati, o di modifiche delle regole d’uso: con 1milione di euro (4€ al metro) si raggiungerebbe quasi il 60% dello sviluppo totale;
  • Un ulteriore 22% circa richiede interventi un po’ più sostanziosi: 18 milioni (120€ al metro);
  • Il restante 21% richiede interventi sostanziali in quanto non è attualmente pedalabile, sono necessari circa 61 milioni (420€ al metro)

In sostanza servono circa 80 milioni per 679 km, ma con un quarto di questa somma si renderebbe pedalabile in sicurezza l’80% di tutto il tracciato.

QUI il sito dedicato

QUI la pagina facebook

NB

La Giunta Regionale della Lombardia l’anno scorso ha deliberato l’inserimento di VenTo nel Piano Regionale per la Mobilità Ciclistica.

(Immagini dalla pagina facebook ufficiale)

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