alpinismo

La montagna insozzata

Sono passati ormai 28 anni dall’iniziativa Free K2 lanciata da Mountain Wilderness, ma a quanto pare l’inciviltà continua a regnare sovrana

Addio montagna immacolata, l’allarme sull’Everest: “E’ diventato una discarica”

Sul tetto del mondo la Cina ha recuperato 8,5 tonnellate di spazzatura, ma il via vai dei turisti continua a lasciare tracce. In buona parte plastica e residui lasciati da alpinisti incivili

Nella foto, scattata il 21 maggio, i rifiuti lasciati al campo 4 sull’Everest (afp)

di Giacomo Talignani – reubblica.it, 18/06/2018

UNA montagna di spazzatura. E’ triste dirlo, ma da tempo l’Everest ha perso il suo fascino di montagna immacolata e, soprattutto a causa delle spedizioni commerciali, oggi è sempre più ricoperta da rifiuti umani. Ad aprile, riporta il Global Times, la Cina in un tentativo di pulizia ha recuperato 8,5 tonnellate di rifiuti da quella che è considerata la vetta più alta del mondo.

Purtroppo, sottolineano le squadre intervenute sul luogo, buona parte di questi detriti è composto da plastica e feci umane. Da quando la grande montagna è diventata sempre più accessibile anche per il turismo di massa, che si trasforma in spedizioni dove spesso non si rispettano le regole del campo base, l’Everest si è infatti trasformato in una discarica all’aria aperta dove senza alcuna remora migliaia di persone, ogni giorno, si lasciano indietro immondizia, oltre a fare i loro bisogni. Rifiuti che, fanno notare gli himalayani, a causa delle temperature e dei ghiacciai restano a lungo presenti lungo i cammini verso la cima a 8.848 metri.

La squadra intervenuta per ripulire la montagna tra Tibet e Nepal, composta da trenta persone, ha ripulito circa 5,2 tonnellate di rifiuti domestici: 2,3 erano composte da feci umane. Una raccolta che, tra l’altro, è difficilissima anche per gli addetti ai lavori dato che devono affrontare altitudini elevate, carenza di ossigeno e percorsi complessi.

Inoltre, a contribuire allo scempio, ci si è messo anche il riscaldamento globale che sciogliendo parte dei ghiacciai ha liberato la spazzatura lasciata dagli scalatori per decenni. Nepal, India e Cina si dicono preoccupate dall’inquinamento dell’Everest e, oltre ad iniziative per ripulire l’aria inquinata, l’acqua e e il suolo contaminato, stanno studiando strategie per arginare lo spiacevole fenomeno. I cinesi, dicono i media locali, a breve dovrebbero realizzare più bagni pubblici e servizi igienici lungo la rotta. I tibetani invece sono impegnati in diversi percorsi di bonifica da completare entro il 2020.

Ma a preoccupare non sono solo i rifuiti umani: l’abbandono diverso materiale che inquina quotidianamente l’ambiente è sempre più frequente. Si va da pezzi di tende a plastiche, da giubbotti a resti di attrezzatura per le scalate sino a scarti dei contenitori di cibo. Da “la montagna più difficile del mondo” l’Everest è infatti diventato ben presto un luogo dove spedizioni turistiche e gruppi arrivano con sempre più frequenza e spesso sono proprio questi alpinisti meno esperti a contribuire ai danni. “È disgustoso, un pugno nell’occhio. La montagna ospita tonnellate di rifiuti”, ha detto all’Afp Pemba Dorje, sherpa che ha raggiunto la vetta dell’Everest per ben diciotto volte.

Già nel 2012 i rifiuti (non organici) erano così tanti che gli artisti nepalesi hanno perfino prodotto sculture con tonnellate di detriti. I primi dati del 2018 sulle presenze, inoltre, non fanno che rafforzare il volume delle preoccupazioni: sono ben 600 gli scalatori giunti sull’Everest nei primi sei mesi dell’anno spesso grazie a tour low cost.

Per arginare le inciviltà al momento le autorità hanno anche imposto (quelle nepalesi) un deposito cauzionale di 4mila dollari per ogni team di scalatori, rimborsato se ogni scalatore del gruppo riporta alla base almeno 8 chilogrammi di rifiuti. Dalla parte tibetana stesso obbligo, ma al posto del deposito c’è una multa da 100 dollari per ogni chilo di spazzatura non riportato indietro. Con le spedizioni decisamente costose, in molti giudicano questa multa come irrisoria.

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Il diavolo generoso

Al Trento Film Festival, domenica 29 aprile…

Il Diavolo generoso. La storia di Tita Piaz, il diavolo delle Dolomiti

di Alfredo Paluselli, Edizioni Dolomiti.

Iva Berasi, presidente di SportAbili, onlus a cui è destinata una parte degli introiti del libro, dialoga con l’autore

Domenica 29/04/2018 ore 18.00

Palazzo Roccabruna – via SS Trinità, 24 – Trento

Il ritrovamento di importanti documenti inediti, di nuove testimonianze e di moltissime fotografie hanno spinto alla realizzazione di questo curato volume sull’incredibile esistenza di Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti.
Più di duecento pagine accompagneranno il lettore in un’avvincente avventura, realmente avvenuta e inequivocabilmente documentata, attraverso gli albori dell’alpinismo, due guerre mondiali, arresti, scandali, tragedie, conquiste e amori. Fino a un epilogo inatteso, sorprendente, che riassumerà i tratti infinitamente umani di un personaggio indimenticabile.

In tutta la storia sarà riconoscibile lo spirito generoso di Piaz, sempre pronto ad aiutare i più deboli. In linea con lo spirito altruista del protagonista, una parte dei proventi del libro sarà devoluta in solidarietà.

L’autore

Alfredo Paluselli: è il nipote dell’omonimo Alfredo Paluselli, il “papà” di Baita Segantini a Passo Rolle.

Si veda il post nel quale ricordava la figura del nonno e parlava del progetto di riconversione di Passo Rolle

 

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Addio a The Bird

Jim Bridwell, addio a The Bird leggenda dell’arrampicata mondiale

Jim Bridwell ci ha lasciati. Ieri, 16 febbraio 2018, se n’è andato a 73 anni una delle assolute leggende dell’arrampicata e dell’alpinismo di tutti i tempi.

planetmountain.com, 17/02/2018

Jim Bridwell

Se n’è andato The Bird. Uno dei simboli e delle leggende immortali dell’arrampicata nella Yosemite Valley, anzi dell’arrampicata tout court. Di quell’arrampicata che è anche uno stile di vita e che riempie la vita tutta. Quell’arrampicata nata negli anni ’60 sulle pareti di Yosemite e vissuta da vagabondi della verticale. Un’era per certi versi mitica, che riecheggiava quel mondo ribelle e “hippie” che sognava la libertà e si preparava a contestare l’ordine di sempre. Jim Bridwell è stato non solo uno dei profeti di quell’arrampicata, di quell’alpinismo e di quel modo di intendere il mondo da “ribelli”. Ma anche uno che ha praticato e testimoniato quelle idee fino alla fine, dimostrando un coraggio e un’etica in parete davvero unici, da vero guerriero.

Nato a San Antonio, USA, il 29 luglio 1944, Bridwell ha iniziato suo viaggio nel mondo dell’arrampicata e dell’alpinismo negli anni ’60 proprio dalle immense pareti della Yosemite Valley facendo parte di quel gruppo di climber che, dal mitico Camp 4, cambiò per sempre il modo di intendere ed interpretare l’arrampicata, modificandone per sempre anche il “costume”. Da allora non si è più fermato spaziando poi sulle montagne del mondo ed in particolare in Patagonia e Alaska dove ha scritto pagine memorabili nella storia dell’alpinismo.

Billy Westbay, Jim Bridwell (al centro), e John Long dopo la prima ascensione in giornata di The Nose (El Capitan) nel 1975 – da wikipedia

Nella mitica Yosemite sono più di 100 le sue nuove vie, alcune diventate delle autentiche icone e delle pietre di paragone. Indimenticabile, nel 1974, la sua prima salita in giornata di The Nose su El Capitan, insieme a Billy Westbay e John Long. Impiegarono 15 ore. Fu una sorta di rivoluzione, anche per l’approccio. Non a caso la foto che riprende i 3 climber sullo sfondo dell’immensa parete del Cap è un’assoluta icona. Di più: quei tre giovani “figli dei fiori”, con quei gilets, quelle camicie a fiori, quelle bandane rappresentano lo spirito e il simbolo di un’epoca indimenticabile. Come indimenticabili sono tutte le vie di Bridwell di cui, tra le altre, ricordiamo: The integral (1969), Aquarian wall (1971), Pacific ocean wall (1975), Mirage (1976), Sea of dreams (1978), Zenyatta Mondatta (1981) e ‘Shadows’ (1989) su El Capitan. Mentre sull’ Half Dome assolutamente da ricordare sono Snake dike (1966), Bushido (1977), Zenith (1978), Big chill (1987). In Valle sarà anche ricordato per avere contribuito a fondare il Yosemite National Park’s Search and Rescue Team – YOSAR.

Invece, in Patagonia, altra sua terra d’elezione, Bridwell lasciò il suo segno indelebile centrando nel 1979 la storica prima ripetizione, ma anche prima salita completa e prima in stile alpino (con Steve Brewer), della via del “Compressore” di Maestri al Cerro Torre. Proprio riferendosi alla schiodatura di quella via Bridwell espresse il suo parere a planetmountain.com in un articolo pieno di passione e visioni che vanno oltre l’arrampicata. Sempre in Patagonia sono da ricordare, inoltre, la prima salita di Exocet al Cerro Standhardt (1988) e la prima salita completa di Desmochada (1988). In Alaska assolutamente da menzionare la prima stupefacente salita della parete Est del Moose’s Tooth (1981) aperta in pieno inverno con difficoltà di A4. Un’impresa incredibile, un autentico capolavoro! Da segnalare in Himalaya anche la sua via nuova sul Pumori (7145m) aperta nell’inverno del 1982.

Jim Bridwell, l’inconfondibile Jim, con i suoi baffi, con quella faccia segnata e vissuta da mille battaglie e pareti non c’è più. E’ un altro pezzo di storia che se ne va. Stava male da tempo. Anche su queste pagine avevamo pubblicato l’appello lanciato del suo amico e compagno di cordata Giovanni Groaz. Eppure Bridwell ha resistito, ha lotttato come sempre ha fatto sulle pareti del mondo. Forse perché, come ci aveva risposto in un’intervista tanto tempo fa, la via perfetta, come la vita, “Non deve dimostrare le capacità di uno specialista ma la completezza dell’arrampicatore.”

di Vinicio Stefanello

Alcune delle moltissime prime salite e salite di rilievo di Jim Bridwell

1963 Northeast Buttress, Higher Cathedral Rock, Yosemite, CA, USA
1964 North Buttress 5.10a, Middle Cathedral Rock, first free ascent
1965 Entrance Exam, Arch Rock, Yosemite, CA, USA con Chuck Pratt, Chris Fredericks e Larry Marshik
1967 East Face, Higher Cathedral Rock, Yosemite, CA, USA con Chris Fredericks
1967 South Central, Washington Column, Yosemite, CA, USA con Joe Faint
1968 T-riple Direct, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Kim Schmitz
1970 New Dimensions, Arch Rock, Yosemite, CA, USA con Mark Klemens
1970 Vain Hope, Ribbon Falls, Yosemite, CA, USA con Royal Robbins e Kim Schmitz
1971 Aquarian Wall, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Kim Schmitz
1972 Nabisco Wall, The Cookie, Yosemite, CA, USA
1973 Straight Error, Elephant Rock
1974 Freestone, Geek Towers, Yosemite Falls, Yosemite, CA, USA
1975 Wailing Wall, Tuolumne Meadows, CA, USA (2° 5.12 degli USA) con Dale Bard e Rick Accomozo
1975 Pacific Ocean Wall, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Bill Westbay, Jay Fiske e Fred East
1976 Gold Ribbon, Ribbon Falls, Yosemite, CA, USA con Mike Graham
1977 Bushido, Half Dome, Yosemite, CA, USA con Dale Bard
1978 Sea of Dreams, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Dale Bard e Dave Diegelman
1978 Zenith, Half Dome, Yosemite, CA, USA con Kim Schmitz
1979 Southeast Ridge del Cerro Torre (Via del Compressore), Patagonia, Argentina con Steven Brewer (prima salita in stile alpino del Torre)
1979 Northwest Face, Kichatna Spire, Alaska Range, USA con Andrew Embick
1981 Zenyatta Mondatta, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Peter Mayfield e Charlie Row
1981 Dance of the Woo Li Masters, East Face di The Moose’s Tooth, Ruth Gorge, Alaska, USA con Mugs Stump
1982 South Face, Pumori, Nepal con Jan Reynolds e Ned Gilette (invernale)
1987 The Big Chill, Half Dome, Yosemite, CA, USA con Peter Mayfield, Sean Plunkett e Steve Bosque
1988 Exocet VI 5.9 WI6, East Face Cerro Stanhardt, Patagonia con Greg Smith, Jay Smith
1989 Shadows VI 5.10 A5, Half Dome, con Cito Kirkpatrick, Charles Row, William Westby
1989 West Face (VI 5.11b), El Capitan (in libera)
1999 Oddysey, Gran Capucin, Monte Bianco, Alpi, Francia con Giovani Groaz
1999 The Useless Emotion (VII 5.9 WI4 A4), The Bear’s Tooth, Ruth Glacier, Alaska, USA con Terry Christensen, Glenn Dunmire, Brian Jonas e Brian McCray May 3-21, 1999
2001 The Beast Pillar, The Moose’s Tooth, Ruth Gorge, Alaska, USA con Spencer Pfinsten

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L’incredibile operazione di salvataggio sul Nanga Parbat

Un’alpinista francese è stata soccorsa da alcuni dei migliori alpinisti in circolazione su una delle montagne più difficili del mondo

Il momento in cui Elisabeth Revol è stata caricata sull’elicottero, al campo base del Nanga Parbat. (SAYED FAKHAR ABBAS/AFP/Getty Images)

ilpost.it, 29/01/2017

Domenica gli alpinisti polacchi Adam Bielecki, Jarek Botor e Piotr Tomala e il russo Denis Urubko hanno salvato l’alpinista francese Elisabeth Revol sul Nanga Parbat, la nona montagna più alta del mondo, in Pakistan. Revol stava tentando insieme al polacco Tomek Mackiewicz di scalare il Nanga Parbat – che è alto 8126 metri – d’inverno: erano rimasti bloccati durante la discesa e in loro aiuto si è mobilitata quella che in molti stanno definendo una delle più incredibili operazioni di soccorso della storia dell’alpinismo. Revol, che ha riportato gravi congelamenti alle mani e ai piedi, è stata salvata, mentre Mackiewicz è ancora sulla montagna: con ogni probabilità è morto.

Cos’è il Nanga Parbat

Il Nanga Parbat non appartiene propriamente né al massiccio dell’Himalaya né a quello del Karakorum: si trova nella regione del Kashmir, nella valle dell’Indo, ed è considerata una delle montagne più difficili al mondo da scalare (molto più dell’Everest, nonostante sia oltre 700 metri più bassa), per la ripidezza dei suoi versanti e per la grande rapidità con la quale cambiano le condizioni climatiche. Venne scalato per la prima volta nel 1953 dall’austriaco Herman Buhl, in una storica salita compiuta per la maggior parte in solitaria. Negli anni precedenti, oltre 30 persone erano già morte provando a scalare il Nanga Parbat, e da allora ne sono morte altre decine, tanto che ha ricevuto il soprannome di “montagna assassina”. Nel 1970 l’alpinista italiano Reinhold Messner, il più grande himalayista di sempre, provò a scalare per la prima volta il versante del Rupal, quello esposto a sud. Nel tentativo morì travolto da una valanga suo fratello Günther, sulla cui morte ci furono per anni polemiche, perché a lungo Reinhold non fu creduto e fu accusato ingiustamente di avere abbandonato il fratello.

A partire dagli anni Ottanta, quando ormai tutte e quattordici le montagne più alte di ottomila metri erano state scalate, l’alpinismo himalayista si concentrò sul provare a scalarle d’inverno, quando le condizioni già normalmente molto ostili all’uomo sono ancora più difficili. L’unico ottomila ancora mai scalato d’inverno è il K2, mentre il Nanga Parbat è stato salito in invernale per la prima volta nel 2016, da una spedizione in cui c’era l’alpinista italiano Simone Moro.

La spedizione di Revol e Mackiewicz

Revol ha 37 anni ed è una delle migliori alpiniste del mondo. È stata la prima donna a scalare il Broad Peak, il Gasherbrum I e il Gasherbrum II – tre ottomila del Karakorum vicini tra loro – in solitaria e senza utilizzare bombole d’ossigeno, che rendono molto più facile respirare rispetto all’aria rarefatta a grandi altitudini. Mackiewicz aveva invece 42 anni ed era a sua volta un alpinista affermato, che aveva già provato a scalare il Nanga Parbat d’inverno altre sei volte. La loro spedizione era partita settimane fa, ed era stata organizzata in stile alpino, cioè senza usare bombole d’ossigeno, portatori, corde fisse o rifornimenti dal basso. Dopo il periodo di acclimatamento con cui gli alpinisti si abituano alle altitudini sopra i 4000 metri, la spedizione era partita ufficialmente a metà gennaio: il piano era salire la montagna dal versante del Diamir, quello occidentale.

Mercoledì 25 gennaio avevano raggiunto la quota di 7300 metri, dove avevano bivaccato pianificando di raggiungere la cima il giorno successivo. I due sono effettivamente arrivati sulla vetta, ma durante la discesa hanno avuto dei gravi problemi. Le informazioni sono ancora confuse, perché arrivano solo dalle testimonianze fornite via radio e poi di persona da Revol, che deve ancora fare delle dichiarazioni pubbliche. Sembra però che intorno ai 7400 metri Mackiewicz abbia sofferto di un grave mal di montagna, che abbia perso la vista e abbia riportato dei congelamenti. Revol, dopo avere aiutato per quanto possibile Mackiewicz nel proseguire la discesa, ha proseguito da sola per provare a chiedere aiuto, riuscendo a lanciare un segnale di soccorso con il telefono satellitare.

L’operazione di soccorso

Dopo la diffusione della notizia delle difficoltà della spedizione, è stata immediatamente lanciata una raccolta fondi online per finanziare la spedizione di soccorso, che ha raccolto rapidamente oltre 115mila euro. Il governo pakistano infatti non finanzia le operazioni di soccorso di questo tipo, e mancavano i soldi per trasportare dei soccorritori sul posto. Poco dopo il ministro dello Sport polacco ha comunque annunciato che sarebbe stato il suo governo a coprire le spese.

Il problema è che organizzare una spedizione di soccorso a oltre 7000 metri su una delle montagne più difficili del mondo è complicatissimo. Gli elicotteri non possono atterrare sopra una certa quota, intorno ai 5000 metri, oltre i quali i soccorritori devono salire a piedi. Per questo potevano essere impiegati soltanto altri alpinisti, che dovevano essere nei paraggi e disponibili a rischiare grosso: i cinque membri di una spedizione che stava provando la prima salita del K2 in invernale, tra i migliori alpinisti del mondo, si sono subito offerti di provare a soccorrere Revol e Mackiewicz.

Le condizioni meteo sul Nanga Parbat però stavano peggiorando, così come quelle sul K2, distante un centinaio di chilometri. Due elicotteri hanno raggiunto sabato mattina il campo base del K2, dove si trovavano gli alpinisti, ma hanno potuto decollare soltanto nel primo pomeriggio per via del brutto tempo: a bordo c’erano Bielecki, Urubko, Botor e Tomala. Sono stati lasciati sul Nanga Parbat, a circa 5000 metri, e hanno subito cominciato la salita. Dalle notizie si sapeva che Revol era a circa 6700 metri, e si sperava che stesse continuando lentamente la sua discesa, andando incontro ai soccorritori. Mackiewicz, a quanto si sapeva, era invece a 7200 metri. (Un video girato nel momento in cui Revol è stata ritrovata).

Due dei quattro alpinisti hanno salito quasi duemila metri, in cattive condizioni meteo e in parte di notte, ma alla fine sono riusciti a trovare Revol grazie al tracker satellitare e grazie ai segnali che stava facendo con una lampada frontale. Dopo una breve sosta hanno incominciato la discesa, mentre gli altri due alpinisti sono andati loro incontro per aiutarli. Domenica mattina Revol ha infine raggiunto il campo base del Nanga Parbat, con principi di congelamento a mani e piedi, e successivamente è stata trasportata in elicottero a Islamabad. Le condizioni meteo, l’altitudine e la stanchezza non hanno consentito ai soccorritori di provare a raggiungere Mackiewicz, le cui ricerche sono per ora sospese. È molto improbabile che sia sopravvissuto.

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L’ultima intervista a Walter

Bella intervista a Walter Bonatti.

Di Hervé Bricca, per “Fischio d’inizio”

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Il peso delle ombre

Il peso delle ombre di Mario Casella, un libro sull’alpinismo, le bugie e le calunnie

Il peso delle ombre. Racconti veri o false storie? (GCE Gabriele Capelli Editore). Nel suo ultimo libro il giornalista e alpinista Mario Casella affronta il mai definitivo, ma sempre doloroso, tema del falso in alpinismo ripercorrendo alcuni dei casi più emblematici e famosi. La sua è un’analisi che va oltre la semplice ricostruzione dei fatti e cerca di gettar luce su quel lato “oscuro” o meno bello che l’uomo porta con sé nell’alpinismo come nella vita.

di Erminio Ferrari – planetmountain.com, 14/09/2017

Anche Mario Casella quando giunse in vetta al Cho Oyu, il suo primo ottomila, si trovò a camminare in nubi tanto fitte da fargli smarrire la percezione del luogo. Sarò in cima, non ci sarò. Sì, c’era, ma come dimostrarlo? Tornare senza una foto che documentasse il coronamento della salita (non una prima, peraltro, e senza la pressione di uno sponsor a cui dover rendere conto) sarebbe bastato a fugare eventuali dubbi altrui? Allora non era un neofita Casella, e sapeva quanti alpinisti avevano dovuto subire quarti gradi per dimostrare l’indimostrabile, cioè la schiettezza della propria coscienza, il valore della parola. Perché funziona così: la calunnia – canta il don Basilio rossiniano – è “un venticello”, e l’invidia la nutre. Viceversa, le bugie rifulgono spesso di tanta luce da accecare per primo chi le concepisce. Accecarne la mente, intendo, così da impedirgli – pare – di distinguere il vero dal falso. Come l’Impostore di cui ha scritto bene Javier Cercas.

Le dispute sono grandi e gli uomini piccoli. E bisogna leggere ‘Il peso delle ombre’ – il bel libro di Casella, appena pubblicato da Gabriele Capelli (pp.192, 18 euro) – per averne conferma, pagina dopo pagina. Ottimo giornalista e ottimo alpinista, Casella ha affrontato con questo indispensabile bagaglio il doloroso e talvolta grottesco tema del falso nell’alpinismo, per distinguere tra bugie e calunnie, ma in particolare per interrogarsi sui meccanismi psichici e mentali insondabili di chi concepisce le prime, o sul dramma di chi è vittima delle seconde.

Un lavoro improbo, non tanto per l’abbondanza di materia fornita da due secoli e rotti di storia alpinistica, ma proprio per una peculiarità dell’alpinismo, quella cioè di non essere attività “misurabile” al pari di altre prestazioni sportive, di essere praticato il più delle volte lontano, lontanissimo da ogni possibile punto di osservazione e giudizio, e soprattutto di alimentare nei propri praticanti-adepti un pregiudizio di nobiltà su di sé, un qualcosa che li distinguerebbe dal resto dell’umanità osservata dall’alto di una vetta.

Tra i primi tentativi di salire il Monte Bianco, alla deriva perversa imboccata dalla commercializzazione degli Ottomila, si potrebbero narrare una infinità di storie. Casella ne ha scelte alcune, le più emblematiche, a suo giudizio. Alcuni casi, dibattuti sino all’indecenza, come quello della prima salita al Cerro Torre, che un novantenne Cesare Maestri continua a giurare di aver compiuto, e che sempre meno persone sono disposte ad attribuirgli. Altri meno noti, ma con uguale devastante effetto su chi ne è stato protagonista: dai dubbi avanzati sulle formidabili solitarie di Tomo Cesen sulle più difficili e inviolate pareti himalayane (dallo Jannu al Lhotse), alle riserve espresse a suo tempo sulla velocissima salita solitaria di Ueli Steck sulla sud dell’Annapurna, alle infanganti accuse a Reinhold Messner di avere abbandonato il fratello, di fatto uccidendolo, nella disperata discesa dal Nanga Parbat, nel 1970.

In un ambiente comunque competitivo, condizionato dalla relazione “atleta”-sponsor, e vittima a sua volta dell’impazzimento in tempo reale della comunicazione via social media, quale è da tempo l’alpinismo di punta, bugie conclamate, come quella dell’austriaco Christian Stangl, che si attribuì una salita al K2 non compiuta (per dirne una), hanno certamente concorso a confondere il giudizio: una verità “aggiustata” è già una bugia? Una ricostruzione lacunosa un’invenzione? Una omissione una menzogna? Un dubbio legittimo una diffamazione?

Citando i più bei nomi dell’alpinismo mondiale da oltre un secolo a questa parte, Casella reinterpreta questi interrogativi, accompagnandosi a una accurata ricostruzione dei fatti. Ma il suo merito maggiore è quello di avere evitato il piglio del giornalista d’inchiesta, preferendovi l’attenzione (e talvolta un’addolorata vicinanza) ai meccanismi psicologici, alle implicazioni esistenziali dei personaggi di questo dramma. Non deve essere stato facile: per chi ancora crede nell’uomo, condividendone nel suo caso una passione totalizzante come può essere l’alpinismo, ogni smentita, ogni “tradimento” è una ferita, la cui cura impegna più della salita più difficile.

Link: gabrielecapellieditore.com

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K2 – Bonatti contro tutti

montagna.tv, 13/03/2017

Il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sono in cima al K2, la seconda montagna più alta del mondo. E’ la più grande impresa sportiva del nostro Paese dopo la fine della II guerra mondiale. La notizia occupa le prime pagine di tutti i quotidiani italiani, ma negli anni a venire, sulle ultime ore che hanno preceduto la scalata si aprirà una polemica che durerà per cinquant’anni. Da un lato la versione ufficiale di Compagnoni e del capo-spedizione Ardito Desio, dall’altro quella di Walter Bonatti, protagonista di un drammatico bivacco notturno a oltre ottomila metri di quota.

La Grande Storia  con  Paolo  Mieli  racconta la storia di questa avventura avvalendosi delle immagini a colori di Italia K2, il film che il Club Alpino Italiano produsse in occasione della spedizione. Le interviste a Reinhold Messner e allo storico dell’alpinismo Enrico Camanni svelano i retroscena dell’impresa e i misteri di una vetta che ancora oggi è considerata tra le più inaccessibili e pericolose. Il “caso K2” si è concluso soltanto nel 2008, quando una commissione di saggi nominata dal Club Alpino Italiano ha dato pienamente ragione a Walter Bonatti e alla sua versione dei fatti, restituendogli il suo onore di uomo di montagna.

“K2 – Bonatti contro tutti” di Peter Freeman – La Grande Storia, 13/03/2017

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Chiuso per siccità

Rifugio Gonella sul Monte Bianco: nevaio prosciugato e niente più acqua, chiuso il rifugio

mountbnb.it, 31/07/2017

E’ finita l’acqua, e il Rifugio Gonella sulla via italiana al Monte Bianco a 3071 m chiude. Non ci si può né lavare e né cucinare perché i nevai ai quali il rifugio attingeva si sono esauriti. Lo scorso inverno ha nevicato poco e il caldo di questa estate ha fatto il resto. A questo fatto si è aggiunta anche la condizione in cui versa la via sui ghiacciai del Miage e del Dôme, pericolosi per crepacci aperti con salti di oltre due metri.

Quindi la stagione estiva al Gonnella finisce qua. Con più di un mese di anticipo rispetto agli anni precedenti.
Da oggi quindi resta a disposizione solo la parte invernale della struttura. Le alte temperature – secondo quanto ha riferito oggi il quotidiano La Repubblica – hanno provocato l’esaurimento dei nevai che lo riforniscono attraverso opere di captazione.

Quest’anno, spiega all’ANSA uno dei gestori, Davide Gonella, “abbiamo accolto appena 250 alpinisti, meno delle stagioni passate, anche perché la via è la limite, si sono aperti molti crepacci”. Nelle ultime giornate il caldo ha concesso un po’ di tregua, “se fosse continuata l’afa iniziata a giugno, avremmo dovuto anticipare ulteriormente la chiusura. Per dieci giorni siamo andati avanti con l’acqua di riserva delle cisterne”. Non è comunque la prima chiusura anticipata per il rifugio: “Successe due anni fa, ma era già agosto, fu meno eclatante”, ricorda il gestore.

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Kangchenjunga Skyline

Simone Moro e Tamara Lunger si preparano per la traversata del Kangchenjunga senza ossigeno e senza supporto degli sherpa.

Kangchenjunga Skyline

up-climbing.com, 07/04/2017

Gli atleti del team The North Face® Simone Moro e Tamara Lunger annunciano che tenteranno la traversata più alta del pianeta senza il supporto di sherpa né di ossigeno supplementare, una spedizione unica al mondo.

L’impresa avrà luogo nei mesi di aprile e maggio 2017 partendo dall’altopiano del Kangbachen al Yalung Kang (8505m), da cui i due atleti si dirigeranno verso la cima del Kangchenjunga lungo lo skyline montuoso sino alla Cima Sud (8476m), il tutto senza scendere al di sotto degli 8200m e per un totale di 5.5 chilometri in 7 giorni.

Il team intraprenderà una fase di acclimatamento sulla via normalmente utilizzata per l’ascensione al Kangchenjunga; in questa fase verranno anche studiati i possibili punti di uscita durante la traversata. Una volta che l’acclimatamento sarà completato, il duo scalerà la prima parte della via normale fino al campo 1 e successivamente affronterà  una nuova via a nord sino alla cresta e all’altopiano del Kangbachen. Raggiunto questo punto del percorso, Simone e Tamara seguiranno l’intero skyline montuoso verso est per raggiungere le cime Yalung Kang, Kangchenjunga, la Cima Centrale e la Cima Sud per una distanza totale di 5.5 chilometri. Questa scalata ad alto rischio si svolgerà in stile alpino, il che significa che Simone e Tamara porteranno con sé tutto l’equipaggiamento necessario dal campo base per tutta la durata della spedizione senza alcuna possibilità di depositarlo e di ottenere aiuto esterno lungo la via per 7 giorni.

Tamara Lunger e Simone Moro

L’ultima importante impresa che Simone e Tamara hanno compiuto insieme nel febbraio dello scorso anno è stata la prima ascesa in invernale del Nanga Parbat. Durante questo nuovo epico viaggio, si spingeranno al limite rimanendo al di sopra della “death zone” degli 8.000m per 3 giorni di fila.

Per un alpinista, scalare una vetta di 8.000m è di per sé un grande risultato. Una traversata di 3 giorni sopra gli 8.000m è una sfida alquanto rara, ma affrontarla senza alcun supporto né ossigeno è qualcosa di unico!” afferma Simone Moro.“Ci siamo allenati per aiutare i nostri corpi a far fronte allo stress che deriverà dall’affrontare un percorso di questo tipo, ma nessuno di noi sa davvero cosa accadrà a questa altitudine, per un periodo di tempo così lungo. Sarà la forma di esplorazione più autentica, dirigersi verso l’ignoto senza sapere cosa accadrà – ma è un’avventura che entrambi siamo entusiasti di affrontare.

Tamara Lunger aggiunge:

Come alpinista, cerchi costantemente di impegnarti in qualcosa che non ti spinga soltanto a superare i tuoi limiti personali, ma anche i confini dello sport. Quando è nata l’idea di conquistare il Kangchenjunga, mi sono resa conto che era la sfida giusta per raggiungere questi obiettivi. Tutto l’allenamento e la pianificazione del mondo non ti possono preparare completamente ad un’avventura come questa, ma Simone ed io abbiamo la determinazione e la capacità di sognare necessarie per portarla a termine!

Per sapere di più sull’impresa, e per rimanere aggiornato, visita la sezione dedicata del sito di The North Face.

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