sci

Quando suona il telefono…

Dalla pagina del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, immagini, video e testimonianze relativamente all’opera degli operatori del Soccorso Alpino nei decenni passati. Un momento di riflessione, viste le polemiche che ci sono state nelle ultime settimane relativamente alle richieste di intervento per motivi assurdi.

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Ma come operava il Soccorso Alpino 35 anni fa? Un video storico di una tv tedesca racconta le modalità di allertamento dell’Aiüt Alpinisc’ Alta Badia nei primi anni 80.

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Mio padre ha operato come volontario del Soccorso Alpino di Cortina d’Ampezzo per 37 anni. Riceveva le chiamate presso l’ufficio in cui lavorava e immediatamente chiamava casa, dove io bambina guardavo mia mamma attivarsi per contattare tutti i nominativi di una lista di volontari, alla ricerca di soccorritori disponibili. Papà arrivava poco dopo semi vestito, perché anche il tempo per cambiare gli abiti era considerato perso. Ricordo inoltre il suo sguardo al ritorno dai soccorsi: l’esito si leggeva in volto. E quante volte purtroppo gli sfortunati erano amici d’infanzia. Sono cresciuta con l’immagine dei familiari delle vittime della montagna, seduti al tavolo di casa, nel nostro salotto, per ricevere un piatto di pasta e parole di conforto. Per anni ho visto mio papà alzarsi alle 4 del mattino. Usciva per allenarsi: il suo fisico, i suoi muscoli dovevano poter affrontare le immani fatiche di quelle ore alla ricerca delle persone bisognose di aiuto. L’elicottero del IV corpo d’armata quei tempi giungeva da Bolzano soltanto in casi eccezionali. Sono cresciuta con l’idea che il telefono fosse solo un ambasciatore di cattive notizie. Sono cresciuta con la convinzione che chi opera per aiutare il prossimo in difficoltà sia un eroe. Allora, come oggi.

Racconto di Simonetta, figlia di Luciano (tecnico del Soccorso alpino e speleologico Veneto).

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La Coppa del Mondo ha 50 anni

5 gennaio 1967: ecco come andò la prima gara della storia della Coppa del Mondo di sci alpino

di Max Valle – neveitalia.it, 05/01/2017

Era un giovedì come oggi il giorno in cui tutto ebbe inizio: giovedì 5 gennaio 1967 andò in scena la prima gara di Coppa del Mondo di sci alpino della storia.

Quel giorno si disputò uno slalom maschile sulla pista Jenner di Berchtesgaden, località dell’allora Germania Ovest e della Baviera famosissima perché rifugio di Adolf Hitler che soggiornava alla Berghof, vicino al cosiddetto Nido dell’Aquila. Il nuovo trofeo dello sci era nato da un’idea avuta durante i Mondiali di Portillo, in Cile, disputati nell’agosto del 1966, dal giornalista dell’Equipe Serge Lang, dal direttore agonistico della squadra francese Honoré Bonnet e da quello di quella statunitense Bob Beattie, cui si aggiunse l’austriaco Sepp Sulzberger. Costoro sottoposero l’idea al presidente della FIS Marc Hodler il quale l’approvò e l’11 agosto diede l’annuncio ufficiale della nascita della manifestazione.

La prima gara in calendario era, per l’appunto, lo slalom maschile di Berchtesgaden. Dopo la prima manche era al comando a sorpresa lo svedese Bengt Erik Grahn, che precedeva i francesi Jules Melquiond e Jean-Claude Killy, ma nella seconda manche lo scandinavo forzò troppo e cadde. Ma non fu la Francia, allora squadra dominatrice indiscussa delle gare internazionali, a vincere, bensì un austriaco, Heini Messner, 27enne austriaco del Tirolo che sorprese tutti, lui che era considerato molto più discesista che slalomista, rimontando dalla decima posizione. Col tempo di 1’37”257 (per la prima volta furono calcolati i millesimi) precedette di 60 millesimi Melquiond e di 124 lo svizzero Dumeng Giovanoli mentre Killy dovette accontentarsi del quarto posto a 540 millesimi.

Questi che abbiamo citato sono i distacchi riportati dal quotidiano La Stampa il giorno dopo, ma sul sito ufficiale della FIS sono arrotondati al centesimo: Messner risulta vincitore in 1’37”26 con 5 centesimi su Melquiond e 13 su Giovanoli e Killy è quarto a 54. Quinto posto per colui che a Portillo aveva fatto la gara della vita conquistando il titolo mondiale della specialità, il 23enne altoatesino della Val Gardena Carlo Senoner, che precedette due grandissimi dello sci di allora, il francese Guy Périllat, sesto, e l’austriaco Karl Schranz, settimo. Il giorno dopo ci fu un gigante in una sola manche con un podio tutto francese: Georges Mauduit primo, Léo Lacroix secondo e Killy terzo. Quest’ultimo comincerà poi a vincere a ripetizione tanto da aggiudicarsi 12 delle 17 gare in calendario quell’anno, portandosi così a casa a fine marzo la prima Coppa del Mondo della storia.

Da notare che sia per la classifica generale sia per quelle di specialità andavano a punti i primi dieci di ogni gara e contavano solo i tre migliori risultati di ciascun atleta in ogni specialità. Il 7 gennaio a Oberstaufen, sempre in Baviera ma dalla parte opposta rispetto a Berchtesgaden, cioè molto più a ovest, andò in scena la prima gara femminile, uno slalom vinto da Nancy Greene che fece il bis il giorno dopo in gigante, ma la canadese si aggiudicherà la prima sfera di cristallo riservata alle donne solo dopo aver sorpassato in vetta alla classifica proprio all’ultima gara le due francesi Marielle Goitschel e Annie Famose, con le quali aveva duellato in maniera entusiasmante lungo tutto l’arco della stagione.

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Ritorniamo d’inverno

La guida alpina che viaggia da un inverno all’altro per amore

Coppia aostana fra Nuova Zelanda, Nord America e Ande, purché sia freddo

Matteo Calcamaggi e Paola Marquis si sono conosciuti sulle nevi del Monte Rosa

di Enrico Martinet – lastampa.it, 02/11/2016

Ritorniamo d’inverno. Così hanno detto a casa. Lui guida alpina, lei maestra di scuola primaria («e precaria»): dopo dieci anni di vita insieme hanno deciso di inseguire amore e inverno. Per passione della neve e dello sci, dice Matteo Calcamuggi che sulla neve ha cominciato a giocare a 3 anni e a 6 faceva già curve fra i pali dello slalom. Guida alpina e maestro di sci, giramondo, cercatore di avventura. Ora la più grande: inseguire l’inverno fra Nuova Zelanda, Nord America, le Ande e ritorno. Viaggio di un anno. «A dicembre 2017 ci vediamo in Valle d’Aosta», dice la coppia che si è inventata una sorta di marchio, «Teo&Peo».

LA CURVA PERFETTA

Il progetto di Matteo e Paola Marquis, che si sono conosciuti sulle nevi del Monte Rosa, piste di Gressoney, è «La curva perfetta». Da Aosta alla Malpensa quindi la Nuova Zelanda. Adesso sono lì. «Fantastico. Neve poca però, l’inverno se ne va e noi siamo pronti a inseguire il freddo, come una coda che risale verso il Nord, si gira e torna al Sud», dice Matteo. In realtà nel suo piano di viaggio poteva entrarci anche il Giappone, dove però le montagne, seppur cariche di neve, sono più dolci. «Mondo di straordinaria bellezza, ma pendii più tranquilli, ci penseremo quando gli anni si faranno sentire», dicono. La loro è una spedizione «nella natura». Sciano e scalano. Progetti sicuri soltanto l’itinerario: le biforcazioni sono legate ai sogni di salite e discese nelle Ande. Matteo le conosce: fra le sue spedizioni c’è già stata la costola che percorre tutta l’America del Sud. Quando nel nostro emisfero tornerà l’estate Matteo e Paola saranno in Perù, Bolivia, Cile e Argentina. Il loro viaggio finirà in Patagonia. Paola dice: «Mi sono presa un anno per poi raccontare ai bimbi questo viaggio fra sci e scalate». In Nuova Zelanda hanno comperato un furgone e lo hanno attrezzato come un camper. Fra poco lo venderanno, saliranno su un aereo che li porterà alle isole Cook, quindi in cima alla California per affrontare di nuovo la neve. «Inverno di bufere. Altro furgone, altro camper improvvisato». Tutto al risparmio: un po’ di sponsor, i soldi messi da parte a fare la guida e il maestro. «E se vediamo che il portafoglio ha più scontrini che dollari, allora faremo qualche giornata sui campi di sci. Un po’ di lezioni ai turisti».

NIENTE RECORD

L’inverno del Nord America sarà duro: dallo Utah al Nevada, quindi l’Oregon e lo Stato di Whashington. «Forse la curva perfetta – dicono Teo e Peo – la troveremo nella “polvere” delle Rochies Mountains in Canada, o in Alaska». E sarà già febbraio. Record? Neanche uno in previsione. «Ma no, via da queste cose. Incontreremo appassionati come noi di sci, condivideremo esperienze su Internet. E porteremo con noi foto e filmati, certo», racconta Matteo che in tv c’è finito con il programma «Monte Bianco», la gara a squadre. Lui era la guida alpina di Arisa, grande cantante, alpinista disastrosa. E Matteo, nonostante i consigli e i rimproveri, non è riuscito a dominare le sue paure. Ha pianto quando Arisa è stata esclusa. Ora è in viaggio per «respirare la natura, il suo freddo e per vivere questa esperienza insieme a Paola». Per amore sulle montagne delle Americhe, dal Nord al Sud. Con una tappa al tempio della roccia, il californiano Yosemite Park. Parola chiave «lovers», dello sci, certo, e per la vita.

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L’altra faccia di Federica Brignone

Sci e arrampicata: l’altra faccia di Federica Brignone

La 25enne Federica Brignone, vincitrice in questa stagione dello slalom gigante di Sölden (Austria) e del supergigante di Soldeu (Andorra), parla del mondo dello sci ad altissima velocità e della sua arrampicata dai ritmi lenti.

di Edoardo Falletta – planetmountain.com, 03/03/2016

Il mondo scintillante e patinato delle gare di Coppa del Mondo di sci alpino non potrebbe essere idealmente più distante dagli anfratti silenziosi, protetti da fitti boschi di conifere, dove si nascondono incastonate nelle vallate di montagna alcune delle più belle falesie del nostro paese. Può esistere sintesi ed un punto d’incontro tra questi due mondi all’apparenza così lontani? Ho rivolto questa inconsueta domanda ad una delle più brillanti stelle della nazionale di sci italiana: Federica Brignone. Con la sua straordinaria sensibilità, questa giovane e talentuosa sciatrice è riuscita a sviluppare un attacco di curva che pochissime altre ragazze sono in grado di gestire. Grazie alla competitività che caratterizza il suo carattere, nell’arco di questa stagione è già salita sul gradino più alto del podio due volte: nel mese di ottobre a Sölden in Austria e giusto lo scorso week-end ad Andorra. Federica ha lo sci stampato a chiare lettere nel DNA ed è capace di gestire con gioiosa facilità le grandi velocità che gli sci raggiungono sui ripidi pendii di neve. Buona parte di questa innata eredità le è stata trasmessa da sua mamma Ninna, slalomista della Valanga Rosa e vincitrice di quattro gare di Coppa del Mondo tra il 1979 e il 1983.

“Nel luglio del 1996, quando avevo 6 anni, da Milano la mia famiglia si è trasferita in Valle d’Aosta dove ho iniziato a frequentare i corsi dello ‘Sci Club Courmayeur’. Essere immersa nella natura, specialmente in un ambiente alpino, mi piace tantissimo e non sarei più in grado di rinunciare a vivere in un luogo che mi regala costantemente una sensazione di grande libertà. Penso che avere l’opportunità di crescere circondati dai boschi, nei quali posso andare a camminare o semplicemente dove potersi sdraiare al sole su un prato, sia un privilegio che non è concesso a molti. Non cambierei il posto nel quale vivo con nessun altro luogo al mondo.

Adoro la montagna in ogni sua stagione e fare sport all’aria aperta è ciò che più mi piace. In falesia vado principalmente con mio papà, è lui lo scalatore della famiglia e mi ha trasmesso l’amore per questa disciplina quand’ero bambina. Arrampicare è un’attività fantastica e oltre ad essere un ottimo esercizio fisico è in grado di liberarmi la mente regalandomi equilibrio ed una grande calma interiore. Lottare contro la forza di gravità è un tonico veramente eccezionale. Anche se le gare di Coppa del Mondo mi hanno insegnato a gestire le emozioni e le paure, spesso confrontarmi con la verticalità della parete mi spaventa in modo particolare. Ripongo grande fiducia nei materiali e sono consapevole di muovermi in maniera sicura ma eliminare totalmente la paura di cadere e farsi un lungo volo è molto difficile.

Spingersi al di là delle proprie capacità, nell’ideale superamento dei propri limiti è un’aspetto che accomuna in grandissima misura l’arrampicata e lo sci alpino. Sui tracciati filanti delle gare mi è capitato molte volte di domandarmi se sarei stata in grado o meno di tenere una curva. Allo stesso modo in parete mi capita di chiedermi se sarò capace di stringere le dita attorno ad una solida presa o se la lascerò scappare via. Provare o desistere segna il netto confine di chi, assumendosi un determinato rischio, tende con le sue azioni a diventare più forte, più determinato e quindi a vincere. Io sento molto questa analogia tra lo sci e l’arrampicata e più continuo a scalare, entrando maggiormente in confidenza con l’ambiente circostante, meno mi pongo queste domande.

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Quando arrampico ricerco l’equilibrio giusto per poter superare l’ostacolo che la roccia mi frappone. La mia scoperta dei punti più fragili della parete avviene nella più grande calma e con massima lentezza. Nello sci, invece, succede tutto in maniera così veloce che spesso risulta veramente difficile rendersi conto di ciò che si è appena realizzato. Essere in grado di non pensare e concatenare una serie di movimenti spontanei ed automatici è la chiave per la buona riuscita di una gara. Quando sono in forma mi capita spesso che la prima ”manche“ sia migliore rispetto alla successiva. Sapendo già in che condizioni si trova il tracciato non sono più in grado di abbandonarmi nuovamente all’estro puro e ripetere la stessa prestazione.

Quando sono sulle piste sono felice, sciare è la mia passione. Il nostro è uno sport vario, ogni tracciato è diverso e non mi annoia mai. Sciare però significa anche impegno e determinazione, ma non è esagerando che si diventa campioni. L’importante è divertirsi sempre.

Un buon atleta deve avere tecnica, un fisico in forma e grande forza mentale: la tecnica è migliorabile mentre il fisico deve sempre essere in condizioni ottimali altrimenti reggere i ritmi estenuanti della stagione è molto difficile. Avere la mente tranquilla ma allo stesso tempo essere sicuri del proprio obiettivo è fondamentale perché permette di essere determinati, voler dare il massimo e sapersi assumere i giusti rischi.”

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