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Al Gardeccia in mtb – video

Finalmente sono riuscita ad assemblare il video dell’escursione di questa estate al Gardeccia, di cui avevo parlato in questo post.

Eccolo qua.

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Al cospetto del Catinaccio

Dove andiamo oggi?

La Conca del Gardeccia è un punto nodale in val di Fassa. Situata in un anfiteatro naturale costituito dalle Cigolade, dal Catinaccio, dal Dirupi di Larsech, è il punto di partenza (o di transito) per numerose escursioni in questi gruppi (Torri del Vajolet, Passo Principe e Catinaccio d’Antermoja, Passo Coronelle, Passo Scalette e Lago Antermoja). E’ servita da servizio bus navetta ed è raggiungibile dal Ciampedie (circa 45 min di gradevole passeggiata nel bosco) o mediante seggiovia da Pera, che al momento non è utilizzabile: è stata smantellata per essere sostituita con un impianto moderno. Ci si può arrivare anche in inverno, con le ciaspole, neve permettendo… ma negli ultimi anni le ciaspole si sono rivelate del tutto superflue.

Il Vajolet

La zona è però critica dal punto di vista idrogeologico: la conca dove sono situati i rifugi Gardeccia e Stella Alpina è stata più volte interessata da colate di fango e sassi trascinati dai torrenti che scendono dalle montagne circostanti, e anche la strada di accesso non è da meno. Locali mi hanno raccontato che, quando è stata realizzata quella strada, i “vecchi” dicevano che era una fesseria realizzarla su quei versanti. Ricordo che i primi anni che venivo qui in vacanza si poteva arrivare in macchina fino al Gardeccia, ed era un delirio. Macchine che si incrociavano sulla strada stretta e che venivano parcheggiate ovunque nei pressi del rifugio. Poi la strada ha avuto cedimenti, è stata chiusa per essere sistemata e da quel momento (primi anni novanta) è stato istituito il servizio bus navetta. Indubbiamente ciò ha portato benefici, alla strada, all’ambiente, al benessere di chi viene qui perché avere la zona antistante un rifugio di montagna ridotta ad un parcheggio stile centro commerciale non è proprio ciò che ci si aspetta da una caratteristica valle dolomitica. Periodicamente però si verificano frane e dissesti, l’ultimo episodio è questa estate, quando tre diverse frane hanno interessato la strada (ripristinata, peraltro, in temi rapidissimi). Mi vien però da dire che questi luoghi sono belli, paradossalmente, proprio grazie al loro essere fragili, perché le guglie frastagliate dei Dirupi di Larsech non sarebbero così se il materiale non tendesse a sgretolarsi sotto l’azione degli agenti atmosferici, e prati e boschi ai loro piedi si sono formati con i detriti caduti dall’alto. Il problema è, semmai, umano. Siamo noi che costruiamo in territori delicati, e siamo sempre noi che acceleriamo gli eventi causando l’estremizzazione degli eventi atmosferici.

Ma torniamo a noi. Stavolta voglio parlare di questa valle da un punto di vista diverso, ovvero… sopra a due ruote. Qualche anno fa il Gardeccia è stato arrivo di tappa del Giro d’Italia, in una giornata con un tempo abbastanza infame che non ha consentito agli spettatori di apprezzare la bellezza dei luoghi, ai tifosi presenti lungo la strada di godersi appieno la giornata… e ai ciclisti di arrivare asciutti e non infreddoliti al traguardo. Ma, oltre con la strada asfaltata (che presenta pendenze di tutto rispetto), qui ci si può arrivare in mtb, sfruttando le forestali che risalgono i pendii della valle, ai piedi del Ciampedie e delle Cigolade. E non solo…

Come ci arriviamo?

Il percorso che propongo qui è segnalato in valle con il numero 208. Io, purtroppo, ho dovuto fare una variazione a causa dei lavori in corso per il rifacimento della seggiovia. Mi avevano segnalato la chiusura di un tratto di forestale, quindi mi sono sobbarcata un lungo tratto a spinta per evitare di beccarmi insulti dagli operai (che in realtà erano impegnati altrove, ma ovviamente non potevo saperlo).

Il tracciato

Profilo altimetrico

Parto, come mio solito, da Meida, strada de Ciancoal. La percorro in discesa fino ad immettermi sulla strada bianca che porta, in sinistra Avisio, al parco giochi di Pera e poi verso Canazei. Arrivo fino al bivio che porta in Mazzin, attraverso l’Avisio e imbocco la ripida salita che porta in paese. E qui ho una piacevole sorpresa. Dovete sapere che proprio lungo la strada principale di Mazzin (non la statale, quella più a monte) c’è un edificio è vuoto da anni e fatiscente. Fino a qualche anno fa, sulla facciata si leggeva ancora il nome “Jackob Cassan”: è un edificio denominato Cèsa Battel, Casa Cassàn, Casa del Moro, o “castello” per la presenza di una torre cuspidata. Si tratta di uno dei pochi esempi superstiti di edificio rustico-signorile. Ha impronta romanica. Nel XIX secolo ospitava la “Locanda dell’uomo nero” (Gasthaus zum schwarzen Mann), di proprietà di Jackob Cassan. Si raccontano molte cose relativamente alla storia di questo edificio. Le testimonianze parlano di un mercante proveniente dall’Africa, Jakob Cassan, e per questo detto, appunto, “uomo nero”, dal colore della pelle. Sembra che in questa antica costruzione si udissero nottetempo lamenti, sospiri, passi, porte che sbattevano, finestre che si aprivano improvvisamente nel cuore della notte. Varie le ipotesi per i fenomeni riportati nel tempo. Alcuni parlano di un soldato morto in quella casa. Altri ancora ritengono responsabile dei fatti misteriosi la stessa figlia di Jakob Cassan, che in seguito a una delusione amorosa si uccise gettandosi dal terrazzino dell’ultimo piano.

Da Mazzin vista verso la Val Udai, chiusa dal Sas Mantèl

Casa Cassan, particolare delle decorazioni a tempera. Sullo sfondo Sas Mantel

Casa Cassan pre-ristrutturazione

Il Comune aveva, in passato, chiesto alla Provincia aiuto per rilevare l’edificio e ristrutturarlo, ma senza risultato. Ora qualcuno si è cimentato nell’impresa di recuperarlo per ricavare appartamenti. Sono ben contenta che si prosegua nel lavoro di recupero dell’esistente senza occupare nuovo terreno, in particolare di un edificio che in origine doveva essere veramente bello e che stava diventando pericoloso per i passanti. Spero solo che non ne venga alterato l’impianto.

Ritorniamo al percorso. Si svolta a sinistra per uscire dal paese, in leggera discesa, e si imbocca il viottolo per Ronch. Questa mulattiera fa parte della rete di sentieri Troi di Ladins, che veniva utilizzata dai valligiani per spostarsi fra i paesi di mezzacosta e le valli laterali senza dover necessariamente scendere a fondovalle. Lo sterrato presenta numerosi strappi, a tratti la ruota tende a slittare. L’ultimo tratto, che si immette su un tornante della strada asfaltata che sale al Gardeccia, è particolarmente ripido e con fondo un po’ sabbioso.

Raggiunti la strada asfaltata la si percorre in salita verso Ronch, e oltre fino a Mazzin. Qui, seguendo i cartelli, si svolta a destra imboccando una strada asfaltata che è un piccolo balcone con vista sul gruppo del Sella. La strada, entrando nel bosco, diventa sterrata, con alcuni tratti in acciottolato, e si sa, acciottolato vuol dire ben ripido….

L’alta Val di Fassa da Ronch

Nel complesso, comunque, la forestale è abbastanza pedalabile, si prosegue inizialmente verso la Val Udai, con un tornante si riprende la direzione de direzione Gardeccia, attraverso i boschi ai piedi dei Dirupi di Larsech. E’ un percorso bello e poco frequentato: non è una strada che rientra dei tradizionali percorsi escursionistici, anzi mi pare che non sia nemmeno segnata sulle mappe. Porta fino ad uno spiazzo dove si trovano una mangiatoia per gli animali selvatici e un crocefisso, spesso usato per accatastare la legna. Si comincia poi a scendere, su un fondo generalmente regolare… ma che si fa piuttosto sassoso man mano che si scende.

Ai piedi del Larsech

Ci si immette sulla strada asfaltata che sale al Gardeccia, poco dopo quella che, qualche anno fa, era la Baita Regolina (anni fa ero venuta qui per cena, e avevo mangiato veramente bene, io avevo scelto un profumatissimo orzotto con fiori di campo). Si passa il “guado”, si sale ancora per un breve tratto e poi si svolta a sinistra seguendo le indicazioni, lungo la vecchia strada per Gardeccia. Si passa il ponte…e si trova il muro. Una salita molto ripida (a tratti raggiunge il 30%) e che non molla assolutamente. In teoria si dovrebbe percorrere un tratto piuttosto breve, per poi svoltare a sinistra, verso Pera ed imboccare la forestale che risale lungo la pista da sci. Per i motivi che ho spiegato prima io ho tirato dritto, quindi ho spinto la mtb fino in cima. I tentativi di salire in sella, fatti approfittando di qualche punto meno ripido e con un viottolo laterale a fare da corsia di immissione, si sono rivelati fallimentari, come ampiamente previsto…

Lungo la pista da sci

Si arriva così sulla pista da sci e si svolta a destra. E tutte le volte che arrivo qui, percorrendo questo tratto di forestale, faccio sempre lo stesso pensiero. Mi ricordo di quanto percorrevo questa pista da principiante, con la tavola, e le madonne che tiravo perché in alcuni tratti non riuscivo a far scorrere la tavola e mi impiantavo. Ecco, a farla in salita sono comunque madonne, ma per motivi totalmente diversi. Le rampette che in discesa erano una benedizione per riprendere velocità, a farle in senso contrario strappano non pochi insulti…

Dirupi di Larsech

Si arriva a Pian Peccei, un ampio prato da cui partono le seggiovie che servono le piste da sci del Ciampedie: una di queste ha, più a monte, la variante “Tomba”, che già ad attraversarla in estate, lungo il sentiero che collega Gardeccia e Ciampedie, fa abbastanza impressione per quanto è ripida, mentre le altre sono comunque tutte piste rosse.

Ex Rifugio Catinaccio

Si rimane sulla destra, salendo fino a dove si trova una sbarra verde che chiude una forestale. La si imbocca in direzione Gardeccia. Da qui in poi c’è pochissimo dislivello; qualche tratto un po’ rognoso, magari perché il fondo è sconnesso, lo si trova comunque, ma nel complesso è un bel tratto pedalabile, pur se parecchio frequentato in agosto. Il tratto più antipatico è in corrispondenza dell’immissione del sentiero che arriva dal Ciampedie. Da qui manca poco, e si raggiunge il rifugio Catinaccio, chiuso da 4-5 anni. E’ un peccato perché si trova in una posizione tranquilla. Certo, aveva bisogno di (consistenti) lavori di ristrutturazione, ma poteva comunque mantenere una sua “fetta di mercato”, rinnovandosi mantenendo il suo carattere di rifugio, senza diventare, cioè, l’ennesimo “albergo in quota” come invece è successo a molte strutture.

Piccola divagazione. Qualche anno fa (ovvero l’ultimo anno che l’ho trovato aperto) sono venuta qui a piedi, salendo dal paese, insieme alla mia famiglia, ad un amico e alla sua compagna. Ai tempi mio figlio faceva ancora l’asilo. Troviamo posto all’interno, ci sediamo. Arriva una signora a servirci, che, mentre prende gli ordini, mi fissa e se ne esce con un “…camping Catinaccio?!?!?”. La fisso. Orco boia… Arianna!!! Milanese, qualche anno più di me, era nella compagnia del campeggio di Pozza, quando eravamo ggiovani. Dopo la scuola aveva cominciato a lavorare qui in estate (i suoi si fermavano qui praticamente tutto l’anno), e qui si era sposata. Da allora, credo di averla vista per caso una volta in giro per il paese (mentre i genitori, che sicuramente di me non si ricordano, li ho incrociati spesso). E la ritrovo qui, dopo tanti anni, che gestisce il rifugio, mentre i tre figli giocano sul prato e sulle rive del “laghetto” sul retro (ora interrato). E mi viene un po’ da ridere a vedere questi marmocchi che crescono allo stato brado (esagero, ovviamente…), mentre da noi ci sono genitori che corrono dietro ai figli per pulir loro le mani con l’amuchina… Ok, fine divagazione.

Ex Rifugio Catinaccio

In ricordo del “Diavolo”

Si passa dietro al rifugio, dove già si cominciano a vedere le cime del Vajolet, si passa il torrente e si percorre l’ultimo tratto fino al Gardeccia.

Intendiamoci, da qui non si vedono le Torri del Vajolet come nelle foto da cartolina (per quello bisogna camminare ancora un’ora e mezzo circa, l’ultimo tratto è un sentiero su roccette), ma l’anfiteatro merita comunque, con le cime del Larsech verso Nord, talmente vicine che nelle foto non entrano tutte, e la parete del Catinaccio, inconfondibile con le sue macchie scure, verso Ovest.

Vista verso le cime fra la Marmolada e Costabella

La torta alla ricotta ha il suo perché

Generalmente la merenda ristoratrice la prendo al bar Edelweiss, perché è più tranquillo e ha una bella terrazza in legno, con vista su Larsech e, in lontananza, Marmolada. Il tempo di gironzolare un po’ di fare qualche foto, e di verificare cos’è quell’assembramento di persone sul prato, fa molto gita della parrocchia, o gruppo scout. Guardo meglio: c’è il prete che dice messa. OK, meglio mettersi in sella prima della benedizione finale, perché se li becco sul sentiero al ritorno è un bel casino.

Ripercorro la strada dell’andata (beh, in discesa è una bella goduria), svolto a sinistra lungo la discesa ripida che mi ha portato qui. Causa fifa, e non solo (ho problemi alla regolazione del sellino, non riesco ad abbassarlo in discesa e mi sembra di ribaltarmi) scendo e la faccio a piedi fino alla deviazione per Pera. Risalgo in sella e mi faccio l’ultimo pezzo, passando sotto la seggiovia e sbucando sulla paseggiata “sora i prè”. Scendo fino alla statale, la attraverso e vado verso il lungo Avisio che attraverso di fronte ai prati di Fraines: l’appuntamento è al parco giochi di Pera, dove la famigliola mi attende.

Dati tracciato

Lunghezza:          18.7km

D+:                        810m

Quota minima:   1357m slm

Quota massima: 1994m slm

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Fra Porta Vescovo e il Padon

La Marmolada vista dal sentiero per Porta Vescovo

Le montagne lungo la cresta che separa la zona di Passo Fedaia dal Livinallongo (la zona di Arabba) e i sentieri che passano per i pascoli sottostanti sono carichi di storia. Già nei secoli passati la zona era importante per il commercio: il panoramico Viel del Pan (sentiero del pane) era il tragitto lungo il quale venivano trasportate le merci fra la Val Cordevole e la Val di Fassa, in quanto era considerato più sicuro di quello di fondovalle.  Caduto in disuso, è stato recuperato nei primi anni 900 dall’alpinista tedesco Karl Bindel e con il nome “Bindelweg” è ancora oggi ricordato.

Ma questa zona è diventata di importanza cruciale durante la Grande Guerra, perché segnava il confine fra la Val di Fassa, che era sotto il dominio austriaco, e le valli venete, sotto il Regno d’Italia. Le truppe austriache erano arroccate lungo questa cresta, il confine passava per Passo Fedaia e proseguiva verso la Marmolada e oltre, fino a Passo San Pellegrino. Camminamenti, postazioni, gallerie sono accessibili percorrendo la Ferrata delle Trincee. Alcune gallerie sono visitabili partendo da Passo Padon, muniti solo di torcia.

Io sono stata da queste parti più volte, e su sentieri differenti. Di seguito riporto alcune note su alcuni itinerari che è possibile seguire in questa parte di mondo.

Mappa generale dell’area

Viel del Pan

Il tracciato del Viel del Pan si sovrappone a quello dell’Alta Via n°2.

Si parte da Passo Pordoi: spalle alla Val di Fassa, sulla sinistra si imbocca il sentiero contrassegnato dal segnavia 601, che, diretto verso sud, passa ai piedi del Sass Becé fino al rifugio omonimo e, successivamente, a Baita Fredarola. Da qui, sempre seguendo il n°601, si passa sul versante meridionale della cresta che separa la parte alta del Livinallongo (con il lato veneto della salita al Pordoi) dal Fedaia: il sentiero, molto panoramico, è agevole e si mantiene sostanzialmente in quota, raggiungendo il Rifugio Viel del Pan e passando sotto il Sass Ciapèl (vista dal Pordoi, la sua nera sagoma è inconfondibile). Si prosegue fino ad incontrare una deviazione, mantenendo la sinistra si raggiunge Porta Vescovo, continuando lungo il 601 si scende verso la diga del Fedaia, inizialmente in modo dolce per poi perdere quota piuttosto rapidamente.

Della versione “da Arabba” di questo percorso si trova traccia su questa pagina.

Su questo sito invece si possono trovare belle foto scattate lungo il Viel del Pan.

Stralcio mappa Tabacco – 1:25000

Ferrata delle trincee

L’attacco della ferrata è a poca distanza da Porta Vescovo, dalla stazione di monte della funivia si prende il sentiero in direzione Padon e si seguono le indicazioni per la ferrata. La maggior parte delle persone parte quindi da Arabba, sale con la funivia e, ultimato il percorso, rientra a Porta Vescovo dal sentiero. Come alternativa, si può salire a piedi da Passo Fedaia, come dirò più avanti.

Io e il mio compagno l’abbiamo fatta nel 2008, con un avvicinamento ben diverso. Con partenza da Canazei, tramite i due tronconi della funivia, siamo saliti a Col dei Rossi. Da qui abbiamo raggiunto Baita Fredarola, e poi abbiamo percorso il Viel del Pan fino a Porta Vescovo. Lunga? Si. Io inizialmente non volevo, poi mi sono fatta convincere. Diciamo che il tempo che serviva per andare da Canazei ad Arabba e prendere la funivia noi lo abbiamo impiegato raggiungendo a piedi Porta Vescovo (forse aggiungendoci qualcosa). All’andata non sarebbe stato un problema, ma il ritorno…beh, lì qualche problemino avremmo potuto anche averlo.

Ma passiamo ora alla descrizione del percorso, e della nostra avventura

La ferrata non è per nulla banale, anzi. Soprattutto ha una partenza pronti-via che può mettere in difficoltà anche chi è abituato a destreggiarsi con imbrago, moschettoni e cavi metallici. Il primo tratto è piuttosto verticale, con pochi appigli, e la mattina è in ombra. Tirarsi su a braccia, con le mani fredde a stringere il cavo freddo, non è proprio semplice. Io e il mio compagno avevamo un passato da climbers, seppur di non troppe pretese, ma qui qualche timore lo abbiamo avuto.

Il Gruppo del Sella col Piz Boè. Sullo sfondo, il Gruppo del Sassolungo

Passaggio “aereo”

Il percorso si snoda fra i resti degli appostamenti delle truppe austriache: posti di avvistamento, ripari, camini quasi totalmente diroccati ma ancora anneriti dal fumo. E’ spettacolare dal punto di vista del paesaggio, con il gruppo del Sella e il Piz Boè a sinistra e Gran Vernèl e Marmolada a destra… e questo limitandosi alle vette più vicine. Fa meditare, su ciò che siamo stati e su ciò che siamo adesso, con tutti i conflitti che ci sono nel mondo: pensare alle condizioni nelle quali hanno combattuto cento anni fa giovani ragazzi, strappati alla loro vita per essere mandati a combattere in un ambiente ostile, dovrebbe farci riflettere sulla sofferenza che ancora c’è ovunque ci siano popoli che imbracciano le armi.

Oltre al tratto iniziale, la ferrata presenta qualche altro passaggio un pochino esposto. Non è per principianti, insomma… però noi sul tragitto abbiamo trovato una ragazza bloccata dalla paura su una scaletta, in un tratto in discesa, e il signore che la accompagnava non riusciva a tranquillizzarla a sufficienza. Max ha sfoderato la sua (ormai lontana) esperienza da istruttore di arrampicata, le ha dato un po’ di suggerimenti su come muoversi e la ragazza, finalmente, si è calmata. Proseguendo l’itinerario con i nostri nuovi compagni, abbiamo scoperto che la tipa era alla sua prima (!!!) ferrata, e il tizio ha ben pensato di portarla qui perché è “bella e abbastanza facile”…no comment…

Il tratto già percorso, verso Porta Vescovo

I resti del camino

Resti dei manufatti

La parte finale della ferrata passa attraverso le gallerie scavate al di sopra di Passo Padon. E’ assolutamente necessario portarsi una torcia, la distanza fra prese d’aria e feritoie è notevole e il buio è totale. Muoversi in questi budelli è inquietante. Doveva essere alienante rimanere qui dentro, con fuori neve e colpi di granate.

Le gallerie

Si esce dall’ultima galleria proprio sopra Passo Padon. Si scende lungo un ripido sentiero fino al rifugio. Noi, lungo questo tratto, incontriamo una coppia di francesi muniti dell’attrezzatura completa per scalare, e qui mi assale la curiosità…chissà che tipo di vie sono tracciate su queste scure pareti. Nei pressi del rifugio, passando accanto ad un cannone molto ben conservato, una mente malata per l’arrampicata non può non pensare ad una celebre foto scattata in Israele, con Wolfgang Gullich appeso alla canna di un cannone. E la tentazione di fare un boulder su questo pezzo di storia è notevole…mettete i talloni nei vostri cannoni, insomma…

Il rifugio Padon è luogo ideale per rilassarsi un attimo e rifocillarsi. Noi però non abbiamo tempo per prendercela comoda. Il rientro dal sentiero è luungo, ed è tardi.

Prendiamo il sentiero in direzione Porta Vescovo, e lo percorriamo di buona lena. I cartelli danno 1h15′, noi ne impieghiamo molti meno. Eh, la (ex) gioventù…

Proseguiamo oltre, direzione Col dei Rossi, e ogni volta che guadiamo l’orologio acceleriamo. Il passo molto veloce diventa corsetta, e poi corsa. L’ultimo tratto lo facciamo gambe in spalla.

Mentre ci avviciniamo alla stazione di monte della funivia, l’occhio all’orologio ci getta nello sconforto. L’ultima corsa se ne sta andando…poi guardiamo meglio e vediamo delle persone. Arriviamo lingua a terra, gli operatori della funivia ci guardano e ci dicono: “è da un po’ che vi teniamo d’occhio, certo che avete un bel passo! Se non vi avessimo visto viaggiare  quel modo non vi avremmo aspettato”.

Scendiamo a valle con l’ultima corsa della giornata, grazie ai ragazzi che hanno ritardato la partenza di pochi minuti, risparmiandoci la scarpinata in discesa fino a Canazei.

Stralcio mappa geologica 1:50000

Sentiero geologico Arabba – “quasi anello” dal Fedaia

On the road

Il sentiero di collegamento fra Porta Vescovo e Passo Padon è indicato sulle mappe come “Sentiero geologico Arabba”. Non è numerato, ma in loco è contrassegnato da segnali a vernice gialli e rossi. Lo avevo già percorso con il mio compagno, al ritorno dalla ferrata delle Trincee, stavolta decido di rifarlo con mio figlio.

L’itinerario scelto parte dal lago Fedaia-diga e si chiude a Passo Fedaia, località servite dalla linea di autobus che sale dalla Val di Fassa, così evitiamo di utilizzare l’auto (anche se l’uso dei mezzi pubblici in piena alta stagione non è proprio cosa semplice). Scesi alla fermata “impongo” la pausa caffé  al Rifugio Castiglioni. Lo dico perché di fronte al bancone del bar, sul muro, c’è un dipinto “strano”: qualcuno ha avuto la bella idea di far dipingere la sezione geologica in corrispondenza del lago, fra il Padon e la Marmolada, con tanto di indicazione delle formazioni geologiche e delle faglie. Peccato non averla fotografata, perché è decisamente in tema con il nome del sentiero.

Lago Fedaia

Imbocchiamo quindi il sentiero 698, che dal lago sale fino a Porta Vescovo: l’attacco è lungo la statale, proprio di fronte alla strada che percorre il coronamento della diga. Ci si porta sopra alla galleria artificiale che protegge la statale e poi si inizia a salire con tratti ripidi alternati ad altri più dolci. E subito ci imbattiamo nell’origine del nome “Fedaia”: in ladino infatti “feida” significa “pecora”, e proprio all’inizio del sentiero ci imbattiamo in un recinto, qualche pecorella qua e là mentre il grosso del gregge è al pascolo.

La Crepa Neigra

Si prende quota rapidamente, mentre il panorama si allarga. Oltre all’incombente parete della Marmolada e al suo ormai striminzito ghiacciaio, verso Fassa si vedono le cime che circondano la conca del Ciampac e, più lontano, il Catinaccio. Sul lato opposto fa capolino la Civetta.

Il Belvedere. Sulla cima, lato Fedaia, c’è un posto di osservazione

Croce commemorativa

Sotto i nostri piedi, rocce di vari colori. Come si può vedere dalla planimetria sopra riportata, la geologia dell’area è infatti piuttosto complessa. E qui faccio una puntualizzazione: la Marmolada, considerata la regina delle dolomiti, dal punto di vista geologico non fa parte delle dolomiti. E’ infatti costituita da calcare, e diverse formazioni calcaree sono presenti lungo la strada che sale al Fedaia dalla Val di Fassa e in corrispondenza della diga. Dalle creste sovrastanti però sono rotolati a valle sassi e massi di una roccia scura, qui sopra infatti si trovano colate laviche e conglomerati costituiti da frammenti di varia natura in matrice lavica. Man mano che saliamo possiamo vedere la sovrapposizione delle due tipologie di roccia (in zona capita spesso di trovare rocce vulcaniche, formatesi in seguito ad eruzioni sottomarine, sopra alla dolomia).

Arriviamo ad una piccola stalla, poco oltre ci fermiamo per uno spuntino. Da qui, verso Est vediamo alcune cavità nel versante (zona di Pescul), mentre verso ovest, in cima al colle che sovrasta Porta Vescovo, è visibile una delle postazioni del Belvedere, con una finestra che serviva da posto di osservazione: le prime postazioni austriache che vediamo.

Raggiungiamo poi Porta Vescovo, incrociando prima il sentiero che si ricongiunge con il Viel del Pan.

Svoltiamo a destra imboccando il Sentiero Geologico. Da qui in poi ci teniamo grossomodo in quota, con qualche saliscendi, passando ai piedi della cresta della Ferrata delle Trincee (l’attacco si raggiunge, come dicevo prima, proprio da questo sentiero). Il percorso è piuttosto agevole, solo qualche tratto si rivela piuttosto sdrucciolevole, si passa fra massi erratici e resti di appostamenti bellici, croci in ricordo dei soldati dell’esercito austroungarico morti qui. Alzando lo sguardo, scorgiamo le sagome colorate degli escursionisti sulla ferrata (anche se mezzogiorno e mezzo non mi pare l’orario ideali per attaccare percorso di questo tipo). Il sentiero è una grande balconata fronte Marmolada e sovrasta verdi pascoli, dove vediamo un numeroso gregge di pecore.

In lontananza, il Catinaccio.

Esploditore per distacchi controllati

“Incontri” in aria, con i corvi che svolazzano sulle nostre teste, e incontri sul sentiero, con gli escursionisti che incrociamo o che ci sorpassano, ma anche con qualcuno che si avventura in mtb. Sinceramente… non mi pare il periodo per passare di qui in bici. A parte che bisogna essere bravi, perché ci sono alcuni punti scivolosi (e ripidi) o sconnessi, e si tratta comunque di un single track…ma ad agosto ci sono tanti escursionisti, e anche se sei bravo ti diverti poco. All’inizio del sentiero ci supera una coppia di stranieri, abbastanza giovani, ma nel punto più rognoso abbiamo incrociato due signori di una certa età. Sentiero stretto su pendio ripido, siamo dovuti salire, un po’ in bilico, sul ciglio del sentiero, ma uno dei due, con la bici in spalla, ha colpito mio figlio con il pedale. E, sinceramente, mi sono girati un po’ i maroni…

Man mano che proseguiamo, avvicinandoci all’ultimo tratto verso il Padon, ci raggiungono anche alcuni “e-bikers”, che con il loro mezzo superano pendenze decisamente non banali. Qualche tratto un po’ sdrucciolevole, e siamo quasi alla fine. A ridosso del rifugio ci imbattiamo in un qualcosa di “strano”: pali metallici sormontati da una struttura stranissima, un disco metallico, profili ricurvi e delle “rotelle” metalliche. Mi chiedo a cosa possa servire un aggeggio di questo tipo, poi mi accorgo che non è “solitario”, ma ne contiamo altri 4, allineati fra il sentiero e la pista da sci. Il mistero lo svelo al rientro al lavoro, con la complicità di un collega: si tratta di “cannoncini” per il distacco di masse di neve instabile, che possono essere comandati a distanza. Sono recenti, e il motivo lo capisco ripensando a ciò che c’è al rifugio (ne riparliamo dopo…). Dal sito di Aineva si può scaricare un articolo che spiega il funzionamento del sistema.

Crepe Rosse; sullo sfondo, Pelmo e Civetta.

Raggiungiamo infine il Rifugio Padon, dove facciamo il “secondo tempo” del pranzo e il marmocchio si può gustare la meritata fetta di Sacher (fettona… a dispetto del suo appetito non riesce a finirla). Siamo su un vero e proprio terrazzo vista Marmolada (e Pelmo, e Civetta…), mentre verso Est c’è Cima Padon. Dal Passo, il panorama spazia invece verso Lagazuoi, Tofana, la zona di Fanes, Col di Lana e Sief. Mentre mangio, mi viene in mente “E l’obice?” Si, perché, come dicevo prima, vicino al rifugio ricordavo di aver visto un cannone, la volta scorsa, ma ero convinta fosse sotto al rifugio. Penso “beh, sarà dietro, dopo se non lo trovo chiedo”, e invece mi passa totalmente dalla mente. Visto l’orario infatti rinuncio, in accordo con il bimbo, ad andare a vedere le gallerie, e probabilmente il cannone si trova proprio lì sopra.

Col di Lana-Sief e Setsass. Sullo sfondo, Conturines, Lagazuoi e la Tofana

Nessuno è straniero…

Dentro al rifugio c’è un pannello con le foto relative alle nevicate dell’inverno 2013-2014. Impressionanti, soprattutto in confronto alla situazione disastrosa (nel senso che la neve non l’hanno proprio vista) degli ultimi inverni. In particolare, mi colpisce una foto scattata in primavera, raffigurante i pali della seggiovia abbattuti dalla furia di una valanga che si è abbattuta sulla pista da sci per Malga Ciapela, sfiorando Capanna Bill, distruggendo una baita e mettendo fuori uso due impianti di risalita (erano stati preventivamente chiusi proprio per l’elevato rischio valanghe).

Scendiamo lungo la pista da sci (segnavia 699), con sulla sinistra il Monte Padon e il Laste?. Non lo sappiamo, ma siamo nella zona che era occupata dalle postazioni italiane (ahi, potevo documentarmi meglio). Perdiamo quota seguendo la ripida (e un po’ scivolosa) sterrata, puntando al sottostante Passo Fedaia. Poco sopra al passo, vediamo un cartello che indica un cippo di confine. L’erba, altrove alta, è qui corta ad individuare un sentierino che porta fino ad un “masso che sorride” di pietra lavica, circondato da massi più piccoli e attorno al quale l’erba è ben tagliata. Suppongo sia questo (anche se le foto che trovo poi in rete raffigurano massi di altra forma), ma l’ora tarda e il figlio che scalpita fanno desistere dalla tentazione di guardarsi meglio intorno. Stiamo infatti facendo un tentativo disperato, l’autobus passa di lì a pochi minuti…

Cippo di confine?

Ci rendiamo poi conto che l’unica speranza è che l’autobus parta in ritardo… e, visto che il mio ginocchio comincia a protestare, rallentiamo un attimo. Mentre scendiamo verso la “galleria” con la quale la pista da sci scavalca la statale, vediamo un enorme gregge di pecore, poco sopra al lago. Arriviamo al passo e ci fermiamo al bar, in attesa del bus successivo. E ci capita di “intercettare” la conversazione fra una cliente e la signora al bancone; “Ma dove è tuo figlio?” “Eh, quando c’è da lavorare sparisce. Sarà in giro con le pecore insieme alla sua amica, la piccola Heide”. Mi sa che lo abbiamo appena visto, il figlio della signora…

Sentiero degli obici

Scendendo dal Padon ho notato i cartelli per questo percorso: poco sotto al rifugio segnavano una deviazione sulla sinistra rispetto alla strada che scende lungo la pista da sci. Ho cercato in giro qualche informazione relativamente al tracciato, e a dire il vero non ho trovato molto. Una descrizione l’ho trovata su Pèdia davò pèdia, le foto si trovano anche sulla pagina facebook di Severino Rungger (che credo sia uno dei gestori del sito sopra citato).

Tanto per intenderci, il sentiero passa attraverso le postazioni italiane, fra fortini e postazioni di vedetta (alcune sono citate al paragrafo “Per saperne di più). La traccia è riprodotta nello schema sottostante, e par la parte bassa si sovrappone al percorso di discesa da Passo Padon.

Fonte: pagina facebook di Severino Rungger

Per sapere di più

Sul sito fassafront.com sono riportate numerose note relativamente ai siti interessati dagli eventi bellici e agli itinerari che è possibile seguire per raggiungerli. In particolare, per quanto riguarda il fronte austriaco sono riportati le postazioni di Pescul e del Belvedere a Porta Vescovo, per la linea italiana la “collinetta della morte” sotto al Padon e le postazioni di Ciamp de lo Stanzon (peccato aver scoperto questo sito solo dopo aver fatto l’escursione).

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Adrenaline Downhill Dolomites

La val di Fassa e il Downhill.

Un video dal FreeRider Channel (di Michele Caprari, ha anche pagina g+)

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Da Pozza a Pian Trevisan

Penia

Dopo qualche anno in val di Fassa, a sbattere il naso su percorsi corti ma con dislivello “concentrato”, ho trovato il percorso ideale per iniziare le mie vacanze sulle “ruote grasse”: si tratta di un anello fra Canazei e Pian Trevisan, non molto lungo e con dislivello contenuto, divertente perché alterna tratti molto diversi fra loro e in parte decisamente poco frequentati, con qualche “difficoltà” tecnica (ovvero strappettini nel bosco su fondo sassoso e con radici, ostici per chi arriva dalla pianura e pure poco allenato) e che consente di attraversare alcuni piccoli borghi che, essendo piuttosto fuori mano, sono rimasti abbastanza fedeli alla loro struttura originaria.

Il percorso è, in sostanza, quello che in loco è identificato come “Tour 212”, sul quale io mi innesto arrivando da Pozza, lungo il percorso sterrato che passa in sinistra Avisio (il “ritorno” della Marcialonga di fondo). Anzi, volendo dirla tutta, ora che ho rifatto tutto il giro (lo scorso anno mi ha fregato una foratura) lo posso dire: il tratto fisicamente più impegnativo è proprio lungo questo tratto, dalle parti di Mazzin.

Descrivo qui l’intero percorso, distinguendo fra avvicinamento (e rientro) e l’anello vero e proprio.

Planimetria

Andata

La strada sterrata che porta da Pozza verso Canazei può essere imboccata in più punti, attraversando il Rio San Nicolò nei pressi del parco giochi o della chiesa di San Nicolò. Io generalmente preferisco la seconda opzione, risalendo Streda del Piz e svoltando a sinistra in Streda de Ciancoal, seguendo le indicazioni del tour in mtb che porta al Gardeccia. Da qui si percorre un breve tratto in discesa fino ad uscire dal paese e poi, con una serie di curve, si passa da Fraines (dove c’è il campo scuola di sci) e dal parco giochi di Pera, con vista sui Dirupi di Larsech e sugli abitati di Ronch e Muncion.

Fra Pozza e Pera – i Dirupi di Larsech

Fra Pozza e Pera – scorcio verso il Sassolungo

Si prosegue verso Nord, lungo l’Avisio, affrontando di tanto in tanto qualche breve strappo, fino al ponte in corrispondenza di Mazzin, da dove si vede la stratta Val Udai con il Sass Mantèl a fare da chiusura. Proseguendo oltre, si incontra la prima vera difficoltà: qui il tracciato della forestale si allontana dal torrente e risale lungo il pendio, con pendenze di tutto rispetto. La salita è suddivisa in tre rampe, intervallate da brevi spezzoni nei quali si può tirare un po’ il fiato. Al termine del primo si arriva al parchetto di Mazzin, da qui, volendo, si può evitare il resto della salita: sulla sinistra si stacca uno sterrato nel bosco che, su fondo a tratti sconnesso (radici, sassi) o un po’ fangoso causa attraversamento di un prato spesso zuppo d’acqua, si ricongiunge più avanti allo sterrato principale. Arrivati in cima, la discesa è bella ripida… intanto ci si fa un’idea di quello che ci aspetta al ritorno…

Superata questa asperità, la sterrata prosegue poi tranquilla, attraversando o passando accanto ai vari parchi giochi della valle, al maneggio, al mini campo da golf, alla palestra di arrampicata “ADEL” di Campitello, dedicata ai quattro ragazzi del soccorso alpino morti sotto una valanga nel 2009, mentre cercavano due ragazzi investiti da un’altra valanga mentre si avventuravano nella Val Lastiès (con rischio valanghe altissimo). La visuale sulle vette circostanti cambia in continuazione, dato che la Val di Fassa compie una curva: l’abitato di Campitello è caratterizzato dalla presenza del Gruppo del Sassolungo e dal Col Rodella, e, muovendosi verso Canazei, dal Gruppo del Sella.

Sassolungo e Sassopiatto, da Campitello

Superato il piccolo parco giochi del campo scuola di Canazei ci si immette sul percorso ad anello.

Canazei – “Ecomostro” incompiuto

Anello

Si prosegue sullo sterrato in sinistra Avisio, passando accanto ad un piccolo bike park dove si possono apprendere ed affinare le tecniche di conduzione della mtb, con la parete del Piz Ciavazes a sinistra e il Gran Vernel davanti. Raggiunta la statale la si attraversa girando a sinistra e, subito dopo il ponticello, si svolta a destra lungo la ciclabile. Con un bel percorso prevalentemente all’ombra si costeggia il torrente raggiungendo Alba (visibile il palazzo del Ghiaccio sulla destra), passando accanto ad un (altro!) parco giochi e sotto la palestra di arrampicata (sulla parete scura sulla sinistra sono tracciate alcuni monotiri).

Si giunge nuovamente la statale, che si attraversa in corrispondenza della stazione di valle della funivia. Si imbocca una sterrata lungo il torrente, in destra idrografica, e poco dopo lo si attraversa grazie ad un ponticello in legno. Qui comincia la parte divertente, perché ci si ritrova nel bosco, su un sentiero non troppo largo che, con alcuni saliscendi, passaggi su passerelle in legno o su fondo naturale, qualche tratto più ampio e sassoso, risale il corso del torrente. L’ultimo tratto è quello più impegnativo, perché gli strappi sono più ripidi e sconnessi (radici e rocce affioranti), poi si sbuca sulla strada per Passo Fedaia, poco prima del tornante 1.

Gran Vernèl

Pian Trevisan

Villetta Maria

Dalla statale per il Fedaia a Lorenz. Sullo sfondo, la Crepa Neigra

Si percorre, in salita, un tratto di statale, fino ad incontrare uno spiazzo sulla destra, dove c’è un crocefisso in legno: qui si imbocca la strada, inizialmente asfaltata, che percorre Pian Trevisan, il vallone ai piedi del Gran Vernel. Oltre la cava si prosegue su sterrato, agevole e su ottimo fondo, prima di rientrare sulla strada asfaltata che porta al Villetta Maria passando accanto ad alcune delle stazioni della via Crucis che sale verso il Fedaia (prosegue lungo un sentiero che parte dal piazzale dell’albergo).

Si percorre la strada asfaltata che dall’albergo riporta sulla statale, poco prima del tornante 2. Si prosegue e, esattamente in corrispondenza del tornante 3, si imbocca una bella forestale sulla sinistra (sbarra verde). Si sale nel bosco, in una zona scarsamente frequentata. Da qui si deve raggiungere Penia: ho il dubbio che il cartello che segnala la deviazione sia saltato, o forse basta proseguire lungo la forestale? Io imbocco un sentiero sulla sinistra con indicazione per Penia: passando di qui si segue un ripido sentiero in discesa nel bosco, su fondo reso soffice dagli aghi di pino, ma con qualche radice o roccia che affiora qua e là. Si supera un torrente in corrispondenza di una stretta incisione e da qui si segue una mulattiera, che alterna tratti quasi pianeggianti a discese più ripide, fino ad immettersi su una strada che, con vista su Gran Vernel, Colac e Crepa Neigra, raggiunge il villaggio di Lorenz.

Verso Lorenz

Panorama da Lorenz

Penia

Si attraversa questo piccolo villaggio (i borghi di mezza costa sono quelli che hanno subito di meno l’impatto del turismo, mantenendosi sostanzialmente fedeli alla struttura originaria) e si scende, su ripido sterrato, a tratti acciottolato, fino a Penia. Questa frazione di Canazei ha subito i cambiamenti dati dal turismo (alberghi e residence, soprattutto verso la statale), ma arrivando da Lorenz sembra ancora di piombare in un vecchio paesino di montagna, oltretutto la posizione defilata (e più esposta al sole rispetto ai paesi sottostanti) lo fanno restare un luogo tuttora tranquillo e godevole. Da qui però si ripiomba presto sulla statale, che si percorre in discesa fino alla ciclabile (quella della palestra di roccia), che si imbocca in direzione opposta.

Giunti nuovamente sulla statale in prossimità della caserma dei Vigili del Fuoco, la si attraversa percorrendo il lungo Avisio destro (all’andata ci si era mantenuti sul lato opposto), passando accanto al campeggio. Al ponticello in legno si attraversa, passando (bici a mano) dietro al parchetto del campo scuola.

Penia

Ritorno

Si ripercorre esattamente la strada seguita all’andata. Occhio però… che stavolta a Mazzin il salitone non concede tregua, o quasi. Affrontato da qui è decisamente più impegnativo (e a tratti può slittare la ruota).

Un consiglio gastronomico. Per chi volesse far merenda, a Mazzin potete dirigervi verso il paese e portarvi sulla statale. Nello spiazzo del mercato c’è un tendone, con scritto “sagra del dolce locale”: ecco, è lo spaccio della vicina Dolciaria Fassana (il laboratorio mi pare sia a Fontanazzo, vicino al fiume, se passate nel momento giusto potete sentire il profumo degli strudel appena sfornati). Vi avviso, hanno roba “porca”.

Rientro a Pozza

Dati percorso

Lunghezza: 33km

Quota min-max (*): 1372 – 1826 mslm

D+: 615m

(*) Valori da gps (va tarato meglio)

Tracciato – curve di livello

Profilo

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Sempre santi e madonne…

Scorcio sul Catinaccio e i Dirupi di Larsech

E niente, sarà anche corto, ma il percorso da Pozza di Fassa alla Baita alle Cascate (Val San Nicolò) mi bastona sempre. Sarà la partenza pronti-via, sarà lo scarso allenamento, ma gli strappi su sterrato fra il Soldanella e Malga Crocefisso mi fanno sempre sanguinare le orecchie. E non è che il tratto in asfalto prima di Sauch sia una passeggiata…

Stavolta però, come per gli altri giri di quest anno, ho approfittato per provare il “baracchino” nuovo, il ciclocomputer che fa anche dei video di lunghezza limitata (9 secondi al massimo).

Questo è il primissimo esperimento di assemblaggio. Ho dovuto smadonnare un po’, perché uno dei programmi di assemblaggio non i importava i filmanti perché risultavano protetti, li ho dovuti importare prima con un altro programma. E comunque non mi ha fatto tagli e giunzioni in modo impeccabile, e, dulcis in fundo, alcune parti vanno a scatti e altre no… Insomma, devo ancora capire bene come “domare” il software (o se è il caso di passare ad altro). Però… sono soddisfatta della scelta musicale!!! 😀

Speriamo che il prossimo riesca meglio…

I Maerins e il Catinaccio dal prato antistante Baita alle Cascate

Col Ombert

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Lo zen e l’arte di accatastare la legna

Accatastare la legna per farla asciugare in vista dell’inverno può diventare una forma d’arte.

No, non sto scherzando: con un po’ di tecnica e parecchia fantasia ogni anno si può rinnovare la facciata di casa. In questi anni ho visto cose degna di nota, qui in Val di Fassa: ecco qualche esempio.

Mazzin, 2012

Mazzin, 2017

Baita Lino Brach – Val Duron, 2012

Pozza, 2017

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Il fascino dell’impossibile

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Paesaggi di Fassa

Foto di Anton Sessa

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Costalunga reload

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Roda di Vael e Majaré dal Passo di Costalunga

Nelle scorse settimane ho rifatto (tutto sommato dignitosamente) il tour Moena-Costalunga-Tamion-Vigo che trovate descritto qui. Gran giornata, tra l’altro… e quindi ho qualche bella foto da aggiungere a quelle pubblicate in passato.

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Vista dalla strada di collegamento fra Soraga e Moena

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Majaré dalla strada che sale al passo. In bella evidenza il profilo della Torre Finestra

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Gruppo Vael – Majaré dalla strada che si immette sulla statale

E, soprattutto… ho trovato dove fare merenda!!!

Agritur Weiss, a Tamion: mi hanno servito una fetta di strudel larga 5cm minimo, con pasta sottilissima e gonfissima di mele. Il miglior strudel che io abbia mai mangiato, servito con una crema alla vaniglia molto buona. Merita il bis. E, stando al menu, anche cenarci non deve essere male…

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Sassopiatto, Sassolungo e Col Rodella da Larcioné

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Gioco d’ombre fra Larcioné e Vigo, con vista sulla Chiesa di Santa Giuliana (Sent’Uliana)

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