intermezzo

Quanto è figo il ciclista!

Cominciamo l’anno con una notizia “curiosa”.

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Molti di voi diranno “E c’era bisogno di uno studio? Guardate me!”. Qualcun altro si guarderà la pancetta perplesso, consapevole di non essere il Re Leone. Io non mi esprimo, perché i miei chili di troppo sono tragicamente sempre al loro posto.

Ma questo non è una specie di concorso per Mr o Miss pedivella… si tratta dei risultati di uno studio inglese sulla percezione che hanno le persone, riportato in un articolo di Paolo Pinzuti pubblicato su bikeitalia.it. In particolare, obiettivo dello studio commissionato dalla British Heart Foundation era l’esame dell’approccio (a livello subconscio) da parte della popolazione britannica nei confronti dei praticanti di differenti attività sportive, e a emergere è soprattutto che i ciclisti sono considerati del 13% più intelligenti e “fighi” della media e del 10% più caritatevoli. Circa un quarto delle persone intervistate (23 per cento) ha detto che preferirebbe frequentare un ciclista piuttosto che altri sportivi e, in generale, circa la metà ha riferito di sentirsi maggiormente attratti dagli sportivi  che dalle celebrità. Sorprendente è stato invece un altro risultato: il 63% degli intervistati ha confessato il proprio amore nei confronti delle tutine attillate in Lycra (per chi se le può permettere…).

A detta del neuropsichiatra Lewis, la metodologia utilizzata permette di far emergere ciò che pensano realmente le persone, sfrondando i pensieri dal desiderio di conformismo che colpisce molti.

Può darsi che su tutto ciò pesino i successi dei ciclisti britannici, ma una cosa interessante da osservare è che un terzo degli intervistati, quando sono in cerca di un nuovo amore, consideri importante l’attività sportiva del (potenziale) partner.

Quindi, amici ciclisti… sappiatevi regolare! E se siete in cerca, ovviamente senza stalkerare e mettendoci un po’ di stile, ricordatevi le parole di un affascinante e saggio Cary Grant…

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Dall’alba al tramonto

lastampa.it, 20/12/2018

Le pareti rocciose si stagliano nel cielo rosa dell’alba, per diventare infuocate con quello rosso del tramonto. È la luce dell’inverno a rendere questo volo con il drone sulle Dolomiti spettacolare. La temperatura ambientale va dai -12 ai -20 gradi. ”E’ un posto semplicemente mistico, affascinante, uno dei quei luoghi che ti fa capire perché l’Italia è uno dei Paesi più turistici del mondo”, ha spiegato il regista.  video Reuters

 

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La diga del Gleno (quel che rimane…)

Se si pensa alle parole “disastro” e “diga”, viene spontaneo pensare al Vajont e ai suoi quasi 2000 morti o, in tempi più recenti, a Stava, in Trentino.

In Italia, purtroppo, di disastri legati all’opera dell’uomo, e alle dighe in particolare, se ne sono verificati altri, meno conosciuti, a dispetto della bravura di ingegneri e maestranze italiane, che nel campo dell’idroelettrico si sono fatti un nome a livello mondiale. Qualche giorno fa ricorreva il 95° anniversario di un altro disastro meno noto, quello della diga del Gleno, in provincia di Brescia. La storia poco edificante che sta dietro alla costruzione di questo sbarramento e allo scempio che ne è derivato è ben descritta sul sito http://www.molare.net, nato per ricordare un altro crollo, quello della diga di Molare, nel quale vengono descritti itinerari escursionistici nei luoghi che hanno visto fallire l’uomo, perché superficialità e sete di denaro hanno preso il sopravvento sulla perizia. Perché la natura fa il suo corso e non perdona, e l’acqua, se deve trovarsi una strada, ci riesce….

Riporto qui la storia della diga del Gleno, con qualche indicazione sul percorso escursionistico che si può fare nella zona. Rimando alla pagina http://www.molare.net/disastri_simili/disastri_gleno.html per gli approfondimenti (si può anche scaricare una pubblicazione tecnica resa disponibile da Umberto Barbisan, Professore Associato di Tipologia Strutturale all’Università Iuav di Venezia), al sito www.scalve.it, all’articolo su l’Eco di Bergamo e al servizio andato in onda su TeleBoario.

Le rovine della diga, viste da monte

La storia della diga

La storia della Diga del Gleno ha origine nei primi anni del 1900 come pure quella narrata nel Disastro di Molare. Già durante la seconda metà del ‘800 l’Italia operosa aveva sete di corrente idroelettrica. Fortemente penalizzati dalla carenza di carbon fossile (il motore della Rivoluzione Industriale) gli Italiani e le loro attività produttive altro non poterono fare che ripiegare in “fonti elettriche alternative”. L’arco alpino, con le sue innumerevoli valli era sito ideale, per lo sviluppo idroelettrico. Quest’ultimo trovò impulso decisivo grazie a una serie di progettisti molto capaci e da ditte private ed impresari “pre-ENEL” pronti con i loro capitali ad investire in questo business.

Fu così, che nel 1907 venne richiesta una concessione per lo sfruttamento idroelettrico del T.Povo da parte di tal Ing.Tosana di Brescia. La concessione venne poi ceduta all’Ing. Gmur di Bergamo e poi alla Ditta Galeazzo Viganò di Truggio (Milano). Nel 1917 il Ministero del Lavori Pubblici fissò a 3.900.000 mc la capacità di invaso in Loc. Pian del Gleno. Pochi mesi dopo la Ditta Viganò notificò l’inizio dei lavori. Piccolo particolare: il progetto esecutivo non era stato ancora approvato dall’autorità competente (Genio Civile)! Dopo una serie di proroghe venne presentato nel 1919 il progetto esecutivo per una diga a gravità a firma dell’Ing. Gmur. Quest’ultimo però morì un anno dopo e la Ditta Viganò assunse l’Ing. Santangelo di Palermo. Nel 1921 venne approvato il progetto esecutivo dell’ing. Gmur con i lavori già da qualche anno avviati.

Nell’anno 1921 la Ditta Vigano appaltò alla Ditta Vita & C. le opere di edificazione delle arcate. Nell’agosto del 1921 l’Ing. Lombardo del Genio Civile eseguì un sopralluogo al cantiere. E’ buffo immaginare la sua faccia quando constatò che la tipologia costruttiva della diga a progetto, cioè a gravità (lo sbarramento che si oppone alla spinta del lago grazie al suo peso), era stato cambiata in corso d’opera in una diga ad archi multipli (struttura in grado di trasferire alle rocce di fondazione le spinte del lago). Rilevò infatti che stavano per essere costruite le basi delle arcate e che, quelle nella parte centrale della diga non erano appoggiate sulla roccia ma sul tampone a gravità (come in una sorta di castello di carte !!!). Ne seguì l’immediata diffida al proseguire la costruzione e venne ingiunto alla Ditta Viganò di presentare un nuovo progetto (quasi si trattasse di una semplice abitazione in cui è stata variata la posizione di un paio di finestre rispetto al progetto). Comunque i lavori andarono avanti alla faccia dei vari sopralluoghi dell’Ing. Lombardo e solo nei primi mesi del 1923 venne presentato il progetto.

La diga quasi ultimata. E’ visibile il tampone a gravità, su cui si fonda parte della diga

Nell’ottobre del 1923 il lago venne riempito a seguito delle violenti precipitazioni. Vi furono problemi negli scaricatori superficiali ma soprattutto si innescarono massicce perdite d’acqua alla base delle arcate sovrastanti il tampone a gravità. Tali perdite furono sfruttate nelle ore notturne per la produzione di energia elettrica !! La diga non poteva dirsi ultimata. Ancora numerose opere edili dovevano essere portate a termine. Il cattivo tempo perdurò anche nella seconda metà di Novembre. Il 1° dicembre 1923 alle 6.30 il Sig. Morzenti, guardiano della diga (collega di sventura del Sig. De Guz di Molare) avvertì un “moto sussultorio violento“. In seguito la difesa della Ditta Viganò ipotizzò addirittura che vi vosse stata un’esplosione causata da un atto terroristico. Il 1° dicembre 1923, alle 7.15 avvenne il crollo delle dieci arcate centrali della Diga. Una massa d’acqua di volume compreso tra 5-6 milioni di metri cubi iniziò la sua folle corsa verso valle.

Vista aerea delle rovine della diga e del Lago del Gleno (fonte Ecodibergamo.it)

 

Bueggio, frazione di Vilminore, fu quasi immediatamente travolta. Le due centrali elettriche vennero rase al suolo, così come due chiese ed il cimitero. L’acqua percorse lo stretto alveo montano del T.Povo sino alla confluenza con il T.Dezzo. L’omonima località scomparì, così come la centrale elettrica, l’antico ponte, la strada e la fonderia per la produzione di ghisa la quale determinò un terrificante spettacolo di acqua, fiamme e vapore. All’altezza di Angolo il T.Dezzo forma una serie di spettacolari forre. L’ondata, colma di detriti, creò delle ostruzioni temporanee con effetti terrificanti. Infatti, nei punti più stretti si crearono dei laghi che dopo pochi istanti riuscivano a sfondare le dighe di detrito, causando ondate ancora più distruttive. Molte località furono gravemente falcidiate: in Loc. Mazzunno venne distrutta la quarta centrale elettrica. L’ondata si precipitò nell’odierna Boario Terme. Le Ferriere di Voltri vennero gravemente danneggiate e vi furono gravissimi danni alle viabilità ed alle strutture. Più a valle (Corna e Darfo) la valle del Povo si allarga e raggiunge il T.Oglio. L’energia dell’ondata andò attenuandosi ma causò ancora vittime a gravissimi danni sino a raggiungere il Lago d’Iseo. Qui lo spettacolo non fu meno terribile: una cinquantina di salme galleggiavano nell’acqua torbida. Il calcolo delle vittime fu stimato sulle 500 unità. Le vittime ufficiali del Disastro del Gleno sono circa 360. Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l’Ing. Santangelo a tre anni e quattro mesi più 7.500 Lire di multa. Va ricordato che la maggioranza dei sinistrati fu’ precedentemente economicamente tacitata. Il Cav. Viganò morì nel 1928 “vinto da cinque anni di indicibili amarezze“.

Distruzione a Darfo (www.pegliese.it)

Testimonianze

I racconti dei testimoni raccolti nel tempo sono state pubblicate in alcuni libri. Alcuni stralci sono disponibili sul sito www.scalve.it.

Perché la Diga del Gleno è crollata ?

Il Disastro del Gleno rappresenta un esempio macroscopico degli effetti di un’approssimativa progettazione e malcostruzione di una diga. La scelta (dettata da ragioni puramente economiche) di variare in corso d’opera la tipologia stessa della Diga ha rappresentato una sorta di bestemmia strutturale.

Le dighe ad archi multipli presupponevano un ottimo terreno d’appoggio poiché le volte hanno la funzione di trasmettere gli elevati carichi alle fondazioni. Quest’ultime devono essere dunque incastonate in roccia compatta ed integra. A Pian del Gleno le rocce subivano gli effetti degradanti del gelo e disgelo ed inoltre erano state sottoposte all’azione dei ghiacciai durante le glaciazioni. Ma, anche tralasciando il fattore geologico dell’area, ben undici arcate furono appoggiate direttamente sul tampone a gravità inizialmente costruito. Si creò una pericolosissima discontinuità strutturale. Solo un’accuratissima esecuzione delle opere avrebbe garantito un certo grado di sicurezza. Durante la fase istruttoria del processo vennero sentiti molti testimoni. Il quadro che ne risultò fu agghiacciante. I materiali utilizzati erano di qualità pessima, mentre le armature erano quantitativamente insufficienti. Non solo: le imprese che lavorarono sotto la supervisione del Viganò (impresario all’antica, che non tollerava l’intrusione di ingegneri in cantiere e gli sprechi di materiale) vennero pagate a cottimo e quindi meno tempo vi impiegavano tanto era di guadagnato. Durante i carotaggi sulla struttura eseguiti dai periti dopo il disastro, venne evidenziato che in alcuni casi i muratori avevano gettato direttamente i sacchi di cemento all’interno dei piloni! Ed ancora: venne criticato il tempo di maturazione del cemento delle arcate. Testimonianze affermarono che i muratori, nelle ultime fasi di costruzione, lavorarono direttamente sulle barche: si riempiva il lago mano a mano che i lavori progredivano !! Con queste premesse (e ve ne furono molte altre) il disastro fu inevitabile. Al contrario del Vajont non vi fu nessuna corsa al collaudo perché non vi fu alcun collaudo.

Itinerari escursionistici

La diga è raggiungibile dalla frazione Pianezza, percorrendo il sentiero CAI n.411. Per una descrizione del percorso si può far riferimento al già citato sito www.molare.net, nella sezione dedicata al Gleno.

APE Brescia e Kamunia escursionismo hanno organizzato un’escursione alla diga in occasione dell’anniversario del crollo. Sulla pagina dell’evento potete trovare la descrizione del percorso seguito e numerose foto scattate ai piedi delle rovine e nelle valli circostanti.

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Dolcetto o scherzetto?

Halloween secondo #mobike 😉

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Il trenino della Val Gardena

Per puro “caso” (si, insomma, stavo smanettando con un mio video girato in Val Gardena), youtube ha inserito fra i video consigliati questa chicca.

Si tratta di un video degli anni ’50, con protagonista assoluta la ferrovia della Val Gardena, della quale avevo parlato qui.

E’ interessante anche la storia di questo video, raccontata nella didascalia e nei commenti dall’utente che ha caricato il video.

Buona visione!!!

 

 

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Preparazione atletica

Spunti per una seduta di allenamento a 0 m.s.l.m.

E non so se è più duro pedalare in salita, in montagna, o sulla sabbia di Senigallia…

Senigallia (AN). Passeggiando in riva al mare… le foto sui baracchini degli stabilimenti balneari

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Ad avercene…

Devo fare i complimenti ai tre tizi in mtb che ieri ci hanno superato sul sentiero fra i rifugi Vajolet e Principe.

A parte che già fare Gardeccia-Vajolet è durissima e qui arrivano in pochi, mai però avrei pensato di veder qualcuno proseguire oltre (magari parlando al telefono…).

Il dislivello totale da fondovalle è di 1300m. Il problema, ovviamente, non è tanto quello, ma i tratti ripidissimi sotto al Vajolet e la presenza di escursionisti: fino al Rifugio Vajolet il tragitto è molto frequentato, dopo, invece, il “traffico” si riduce, ma il sentiero si stringe e capita di dover fare lo slalom fra gruppi in salita e discesa (il primo biker si è infilato, lungo un ripido strappo, fra noi e una famigliola in discesa, facendo il pelo ad una bimba).

Fra i rifugi Vajolet e Passo Principe

Il sentiero verso Passo Antermoja

Non contenti, dal Principe si sono diretti verso passo Antermoja.

Mi chiedo però: è divertente avventurarsi su sentieri così poco pedalabili? Intendiamoci, io mi sono fatta due volte la traversata dei Monzoni e non ne avevo abbastanza per farla dignitosamente, ma in salita, se uno è allenato, la fa quasi tutta in sella. Qui però si tratta di sentierini su ghiaioni, da fare a piedi in salita, a cui seguono sentierini su ghiaioni, da fare a piedi in discesa. Fuori stagione è già un altro discorso, ma in agosto, anche se di sabato (è giorno di partenze e arrivi, su questi sentieri c’è meno casino) non mi sembra proprio il top.

Insomma, ad avercene io comunque sceglierei altri percorsi, e qui continuerei a venirci a piedi.

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Prima del temporale

Ci sarò prima del temporale?

…no.

E niente, il tentativo di andare al San Pellegrino da Soraga è sfumato. E non solo per l’acquazzone (quantomeno, non solo per quello di oggi).

Il resto ad una prossima puntata.

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Un tocco di colore

Il termine “cestino”, riferito ai fiori, a me fa venire in mente i cestini bianchi che si usavano per addobbare le chiese in occasione delle cerimonie.

Li ho sempre trovati tristi, e tanto.

Ma se il cestino è quello della bici, e i cestini son più di uno, magari in vimini… l’effetto è totalmente diverso. E una vecchia bici con i freni a bacchetta riprende vita, improvvisamente, in un vicoletto di San Carlo di Valdidentro.

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Prevenire un infarto. Correre o andare in bicicletta fa sempre bene, anche con lo smog

Sempre meglio senza smog, eh!!!

Nb. Lo studio di cui sotto ha parecchi limiti, ma fornisce comunque indicazioni interessanti

Fonte: www.quotidianosanita.it, 19/07/2018

Anche in condizioni ambientali non salubri, caratterizzate da un elevato inquinamento, l’attività fisica svolge un ruolo protettivo nei confronti del cuore. È questa l’evidenza che emerge da uno studio danese al quale hanno partecipato oltre 50 mila persone tra i 50 e i 65 anni

Anche quando i gas di scarico permeano l’aria, è sempre meglio uscire e fare esercizio fisico invece di trascorrere tutta la giornata seduti in casa o in ufficio. Il cuore ringrazia. È quanto suggerisce un recente studio pubblicato dal Journal of the American Heart Association.

Lo studio. Nadine Kubesch e colleghi, dell’università di Copenaghen,  hanno esaminato dati sull’esposizione all’inquinamento atmosferico, le abitudini di esercizio e le ospedalizzazioni o gli incidenti mortali correlati a infarti relativi 51.868 adulti danesi tra i 50 e i 65 anni. Durante un periodo medio di follow up di quasi 18 anni, 3.260 partecipanti (il 6%) ha avuto un infarto. Chi viveva in aree con alti livelli di inquinamento atmosferico ha avuto il 17% di probabilità in più di avere un attacco cardiaco rispetto a chi risiedeva in zone meno inquinate. E le persone che all’inizio del lavoro avevano già una storia di infarto, hanno fatto registrare il 39% di probabilità in più di avere un attacco di cuore durante il follow up, quando vivevano in zone molto inquinate. L’attività fisica, tuttavia, è stata d’aiuto anche nelle aree più inquinate. Chi ha praticato regolarmente sport in questi luoghi, infatti, aveva il 21% di probabilità in meno di avere un infarto rispetto a chi era inattivo.

Le conclusioni. “Il nostro studio dimostra che l’attività fisica, anche quella in aree inquinate, può ridurre il rischio di attacco cardiaco – osserva Kubesch – La nostra ricerca supporta l’evidenza esistente che anche livelli moderati di attività fisica regolare sono sufficienti per ottenere questi benefici”.

I ricercatori hanno preso in esame, oltre allo sport, l’andare in bicicletta, il giardinaggio e le passeggiate e hanno scoperto che tutte queste attività, tranne l’ultima, sono associate con un minor rischio di infarto. Tra le persone con una storia pregresso di attacchi cardiaci, andare in bicicletta, giardinaggio e camminate sono state associate con una riduzione del rischio di ripetizione dell’evento cardiovascolare.

Chi faceva da mezz’ora a quattro ore di attività fisica la settimana aveva un rischio inferiore del 23% di avere un primo infarto rispetto a chi si muoveva per meno di mezz’ora. Chi dedicava all’esercizio fisico oltre quattro ore riduceva il rischio del 28%. Quando i ricercatori hanno considerato solo l’attività all’aria aperta, l’allenamento da mezz’ora a quattro ore a settimana è stato associato a un 19% in meno di avere il primo attacco cardiaco. La percentuale saliva a 24% per chi dedicava all’esercizio fisico oltre quattro ore. E l’esercizio all’aperto ha aiutato anche nella prevenzione degli attacchi ripetuti: chi si muoveva tra mezz’ora e le quattro ore la settimana aveva un 45% di probabilità in meno, mentre chi superava le quattro ore dimezzava il rischio.

Limiti dello studio. Lo studio non era controllato né progettato per dimostrare se e come l’esposizione all’inquinamento o l’attività fisica possano avere un impatto diretto sul rischio di infarto. Un altro limite è rappresentato dal fatto che ai ricercatori mancavano i dati relativi a eventuali cambiamenti nelle abitudini di esercizio dei partecipanti e del livello di inquinamento atmosferico nel tempo. Inoltre, la regione interessata dallo studio non ha incluso zone con livelli molto alti di inquinamento , quindi i risultati non possono essere generalizzati a queste condizioni.

Fonte: J Am Heart Assoc 2018

Lisa Rapaport

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

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