intermezzo

Sono… in bicicletta, quindi leggo

(Grazie a Stefano per la segnalazione)

timreading.it, 19/07/2017

Quest’anno ti vuoi dare al cicloturismo e fare una bella vacanza a pedali? Nel ritmo lento di un viaggio su pista ciclabile ci vuole un buon libro da leggere tra una tappa e l’altra, anzi un ebook, che non occupa spazio e non pesa. C’è un che di eroico nell’andare in bici, perché per raggiungere la meta – che sia la scuola, l’ufficio o il prossimo borgo lungo la ciclovia – bisogna mettere in gioco tutti se stessi: muscoli, fiato, occhi e riflessi. Il terreno ti parla attraverso la vibrazione di ruote e manubrio, il vento ti sospinge o ti rallenta, la pioggia ti punge come spilli o ti inonda come una doccia fredda, il sole ti ustiona gli avambracci.

Ecco, se tutto questo ha il sapore dell’epica non è perché ti sei montata la testa, ma perché la bicicletta è mitica, epica ed utopica, parola di Marc Augé. Nel suo Il bello della bicicletta il filosofo francese che ha chiamato non luoghi tutti quei posti che frequentiamo quotidianamente, tra stazioni, aeroporti e centri commerciali, scopre nella bicicletta il mezzo per un nuovo umanesimo. La bici rende uguali, restituisce al tempo il suo significato e ai luoghi la loro essenza e, di più, la bici dà speranza per il futuro perché è un mezzo per spostarsi in modo sostenibile, senza emissioni di pm10. Insomma, se vuoi dare un senso profondo e filosofico alla tua vacanza in bici, il saggio di Marc Augé è tra gli ebook più consigliati. Il filosofo indica alcune città italiane come esempi di questo umanesimo su due ruote, naturalmente parliamo di città emiliane, Modena, Reggio Emilia e Ferrara, che fieramente si proclama “città delle biciclette”.

E c’è un romanzo che rientra tra i capolavori della letteratura italiana ambientato a Ferrara in cui la bicicletta ha un ruolo importante: è Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani. Un libro da leggere anche se se ne conosce la trama ponendo attenzione proprio sull’elemento della bici, il mezzo con il quale il protagonista esplora la città di notte e scopre l’amore percorrendo il giardino dei Finzi Contini con la bella Micòl. L’autore si sofferma spesso sulla descrizione dei modelli delle bici degli anni Trenta e sulle sensazioni che colpiscono il giovane protagonista mentre si avventura nel buio e nel gelo padano.

Adolescenza, pedalate e amore in una città emiliana le puoi ritrovare anche in un romanzo dalla trama più leggera che ha spopolato tra i ragazzini degli anni Novanta, è Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi, autore che nei libri successivi ha elogiato anche il viaggio a piedi. Qui sono memorabili le scalate in bicicletta che il protagonista fa per andare a studiare a casa della sua amica e amore impossibile, lei vive sui colli bolognesi e per raggiungerla bisogna fare una salita con una bella pendenza. Un libro di culto per una generazione da riprendere in mano per chi l’ha letto all’epoca e oggi vuole ricordare come era e da scoprire per i famosi millennial, per immaginare come erano amore, amicizia e musica appena prima dell’avvento di internet.

Se invece sei in partenza e vuoi farti una cultura sulle tante declinazioni della bicicletta c’è un libretto pratico, divertente e informativo che si intitola Dieci bici e ti spiega qual è il modello di bici proprio giusto per te: mountain bike con venti marce per pedalare in ogni pendenza e terreno o minimal a scatto fisso per essere la più trendy in città?

A te la scelta, l’importante e avere l’ebook giusto a portata di pedale.

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E le cicale…

(anteprima sconclusionato)

Il frinire delle cicale lo associo irrimediabilmente alle vacanze di luglio in Istria. Un rumore fortissimo che arrivava dalle chiome dei lecci, dalle foglie spesso immobili (già, la “calma equatoriale” a volte c’era pure lì), mentre calpestando le sterpaglie si liberava l’odore caratteristico di alcune specie erbacee.

Fra Regona e Cascina Sant’Archelao

Ma se l’unico modo per andare a fare un giro in bici è inforcare la mtb alle 14,30 di un caldissimo venerdì di inizio luglio, rassegnandomi alla filosofia T.I.N.A. (there is no alternative), che generalmente aborrrrrro nella vita, ecco che le cicale diventano la mia compagnia, e il medesimo odore di erba, che si sprigiona mentre mi scanso per far passare un’auto lungo l’argine dell’Adda, mi fa tornare con la mente alle vacanze di 30 anni fa.

Ma, ricordi o non ricordi, fa un caldo abbestia mentre mi avventuro lungo un giro ben collaudato (che descriverò prossimamente), parzialmente ombreggiato nel primo tratto… e in pieno sole nel secondo, con la borraccia che dopo poco contiene qualcosa che assomiglia più alla pipì che all’acqua con i sali.

Ma non sono l’unica in giro per diletto, a quanto pare. Vecchietti in bici, a torso nudo e abbronzatissimi, che vanno più veloci della sottoscritta, e un tizio a piedi lungo l’argine dell’Adda, con solo un paio di pantaloncini tirati su che più non si può, senza manco il cappello… anche lui bello nero.

In ogni caso…meglio noi, a soffrire per diletto, che chi con quel caldo deve pure mettere le rotoballe di paglia sul pianale del carro. L’è mei fa un casu al so che laurà à l’umbria (*) , cantavano i Gamba de Legn, e in fondo non avevano tutti i torti.

Il giro collaudato mi gioca però un brutto scherzo. Poco prima di sbucare sull’argine di Adda mi trovo la strada sbarrata da due-trattori-due che stanno irrigando con la turbina e che occupano completamente la carreggiata, con le ruote posteriori a filo del fosso e il bocchettone che riversa l’acqua sul lato opposto, allagando totalmente la strada. A quel punto, per non dover tornare sulla provinciale, torno indietro per tentare la sorte lungo una traccia che avevo scartato in fase esplorativa in quanto avevo trovato ortiche alte un metro. Causa stagione piuttosto secca la traccia è percorribile e mi porta lungo un fossato che passa in prossimità del bacino terminale di quel monumento all’inutilità che è il Canale Cremona-Milano, che dopo tutti questi anni andrebbe derubricato a Cremona-Cascina Tencara (circa 15km totali). E così, arrancando nell’erba, mi trovo a scavalcare, bici in spalla, degli arbusti caduti sulla strada, con nutrie (nota specie “autoctona”) che placidamente mi passano davanti per tuffarsi in un fosso di acqua stagnante.

Questa è la zona della foce dell’Adda, di fronte a Isola Serafini. I temporali degli ultimi giorni hanno restituito all’Adda e agli stagni della torbiera un livello accettabile, ma il Po è decisamente in condizioni disastrose, con vasti spiaggioni emersi, alcuni dei quali coperti d’erba fin alla riva. Procedo fino a Spinadesco, dove mi fiondo in un bar gestito da un cinese, che parla in dialetto cremonese, per scolarmi una lemonsoda, chiacchierando con alcuni clienti un po’ perplessi alla vista di una tizia in giro in bici con quel caldo.

C’è chi lavora…lì in mezzo…

Cascina Tencara

E il discorso finisce sulle piste ciclabili, e il Comune di Cremona che finalmente collega le frazioni ma poteva svegliarsi prima (chissà dove si erano imboscati i soldi, mi dicono… bah, a dire il vero il comune aveva ottenuto dei finanziamenti circa un anno fa). E poi il solito discorso… l’industriale locale. Se non ci fosse Lui (non LVI, non fraintendete…) che fa lavorare tanta gente e finanzia piscina-ciclabili-museo-casa di riposo-cazzi e mazzi…non si farebbe nulla. “Di solito poi si vuole anche qualcosina in cambio”, dico io. Attimo di silenzio. “Beh, gli faranno mettere un po’ di scorie nella strada…” (preciso: pratica legale, sono materiali compatibili con la realizzazione di rilevati stradali e pavimentazioni, non si tratta di seppellire materiali tossici). “Fosse solo quello”, penso io. La discarica del paese accanto intanto continua a crescere, mentre altre questioni sono bloccate da pratiche burocratiche e indagini sulle aree interessate.

Dato l’orario è il caso di rimettersi in sella. E la temperatura del contenuto residuo della borraccia consiglia vivamente una sforbiciata al percorso di rientro.

Un po’ di Po

ps.

(*) Traduzione dal magentino: è meglio non fare un cazzo al sole che lavorare all’ombra.

Con Cremona non c’entrano nulla, ma, visto che li ho nominati, ecco i Gamba de Legn (sono di Corbetta, MI).

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Ciao Paolo

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La polvere e l’altare

Capitomboli, arrivi mancati e grandi successi… in attesa del Tour di France.

 

 

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Ti raserò l’aiuola

…waiting for #HERO

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L’Ironman è uno sport per asceti e un affare milionario

La gara di Ironman a Copenaghen, agosto 2015. (Nikolai Linares, Reuters/Contrasto)

di Claudio Giunta – internazionale.it, 23/04/2017

L’Ironman è tra le altre cose un esempio affascinante del modo in cui oggi, nel mondo, girano i soldi. Uno non può brevettare il calcio o il biliardo e passare a riscuotere una tassa nei campetti di periferia o nelle tavernette; invece Ironman è un marchio registrato come la Coca-Cola, il che vuol dire che chiunque nel mondo organizzi una gara di Ironman deve pagare delle royalties ai detentori del marchio. Dato che i partecipanti a un Ironman sono di solito intorno ai duemila e che le gare di Ironman nel mondo sono parecchie decine, non è sorprendente che la gestione di questo sport per asceti sia diventata un affare milionario.

“Il marchio Ironman”, mi spiega Fabio, già allenatore delle squadre italiana e svizzera di triathlon, ora coach di Ironman, “apparteneva a un fondo d’investimento statunitense. Poi due anni fa è stato comprato per circa 650 milioni di dollari da un gruppo finanziario cinese, Dalian Wanda, lo stesso che attraverso Infront detiene i diritti della serie a di calcio”. Non per caso, la Cina. L’Ironman nasce negli Stati Uniti, come quasi tutto, ed è l’attività preferita dei manager rampanti sui 30-40 anni, una delle tessere che compongono la loro vita-mosaico ad alta intensità (le altre sono il lavoro e, a grande distanza, le relazioni familiari); ma poi segue il denaro, e il denaro fresco oggi è soprattutto in Cina. E così c’è una nuova leva di manager-asceti che pratica l’Ironman in Cina, è un nuovo status symbol, uno status symbol che, a differenza della Porsche o del Rolex, richiede uno sforzo enorme, uno sforzo continuo, uno status-symbol che non si può comprare perché riguarda – nemesi di Erich Fromm – non l’avere ma l’essere: chi conclude un Ironman è un Ironman.

Quanto all’Italia, quelli che hanno fatto un “mezzo Ironman” sono circa cinquemila, quelli che hanno fatto un Ironman intero circa duemila. I numeri sono in crescita ma ancora niente, per esempio, rispetto alle decine di migliaia di svizzeri, tedeschi o di britannici che praticano il triathlon o l’Ironman. Quest’anno ci si aspetta un incremento a due cifre percentuali, perché oltre al “mezzo Ironman” di Pescara a giugno, c’è in programma il primo Ironman full distanceitaliano a Cervia il 23 settembre (costo dai 500 ai 600 euro, dipende da quanto tempo prima della gara ci si iscrive).

Un’idea nuova
L’Ironman prima non esisteva. Esisteva il triathlon, e anche quello è un’invenzione recente. Il triathlon diventa disciplina olimpica nel 2000, e consiste nella somma di tre discipline di resistenza: nuoto (1.500 metri), ciclismo (40 chilometri), corsa (10 chilometri). L’Ironman prende la miscela del triathlon e, semplicemente, aumenta le dosi: quasi quattro chilometri a nuoto, 180 in bicicletta, più di 42 di corsa. Aumentando le dosi, cambia anche la natura delle prestazioni: una gara di velocità e resistenza diventa una gara soprattutto di resistenza. E cambia anche la miscela delle virtù che bisogna possedere per arrivare in fondo alla gara, perché la resistenza è sì un fatto fisico, ma è anche e soprattutto un fatto mentale, un prodotto della convinzione, della determinazione, di un lavoro su se stessi che non riguarda soltanto le gambe e il fiato.

Così, mentre di solito sono i giochi di società che diventano specialità sportive – vale per il calcio come per il tennis, per la ginnastica come per la boxe: prima erano tutte attività per amatori – qui abbiamo una specialità sportiva che diventa un gioco di società. Correre, nuotare e andare in bicicletta si è sempre fatto, ma farlo tutto insieme, secondo quella formula, è un’idea nuova, così nuova che si conosce anche il nome dell’inventore. Durante una festa al Waikiki swim club di Honolulu l’ufficiale di marina John Collins si sarebbe messo a discutere con altri membri del club sul tema “Sono meglio i nuotatori, i podisti o i ciclisti?”.

Per rispondere con coscienza alla domanda, John e sua moglie Judy decidono di organizzare una gara che combini le tre discipline. Il 18 febbraio del 1978, a Waikiki, viene disputato il primo Ironman. Gli atleti partecipanti sono quindici, tutti amici o conoscenti dei Collins. Due anni dopo, la rete televisiva Abc trasmette in diretta la gara per la prima volta, facendola conoscere in tutti gli Stati Uniti. Altri due anni, 1982, e l’Ironman ha il suo momento di celebrità mondiale quando la studente Julie Moss, che guida la corsa con un buon margine di vantaggio sulle altre atlete, crolla a circa due miglia dal traguardo della maratona. Le altre la superano ma Moss non si arrende, e fa gli ultimi metri trascinandosi sulle braccia, “unknowingly creating one of the most iconic moments in Ironman history”.

Questo momento iconico inaugura l’età dell’oro dell’Ironman, trentacinque anni di moltiplicazione degli atleti, delle gare e soprattutto dei soldi che girano intorno alle gare. Come il golf, l’Ironman ha dei praticanti molto solvibili; ma a golf uno può anche giocare sul green a due passi da casa, prendendo le mazze a nolo, per l’Ironman – a parte il costo dei voli e dei soggiorni in posti non dietro l’angolo come le Hawaii o l’Australia – ci vuole tutta un’attrezzatura tecnica di prima mano, bicicletta ultraleggera, tuta integrale da nuoto, batteria di scarpe da corsa, più un repertorio infinito di accessori per il controllo delle prestazioni, della dieta.

Uno capisce che si fa sul serio quando vede che i clip-on aerobars della Vision tech – degli aggeggi di metallo da fissare al manubrio della bici per appoggiarci i gomiti, in modo da “migliorare l’aerodinamicità” – su Trisports costano 899 dollari (e l’unica recensione al prodotto pubblicata nel sito, cinque stelle su cinque, apre uno spiraglio interessante su questa provincia dell’alienazione: “I don’t even own this product but I love it”); e quando constata che il post più letto su Slowtwitch s’intitola Your seat’s too low? Good for you e parla della giusta altezza del sellino, con grafici e istogrammi e duemila parole di spiegazione dettagliata.

Come ci si prepara
E poi c’è il coaching. Fabio allena un piccolo numero di atleti di professione che mirano alle Olimpiadi e un numero più grande di non atleti di professione che, come mi dice con un’espressione che non mi uscirà più dalla testa, e che nei giorni successivi al nostro incontro finirò per applicare un po’ a tutte le circostanze della vita, “hanno deciso di crearsi un ostacolo e di superarlo”. In vent’anni ha portato una cinquantina di persone a fare un Ironman; e più di una dozzina di loro ha fatto anche l’Ironman delle Hawaii, Kona, che è la gara più famosa sia perché il posto è meraviglioso sia perché – soprattutto perché – ci si può andare soltanto su invito: non basta pagare. Kona è il sogno di tutti quelli che cominciano ad allenarsi per un Ironman.

“Fai tutto da solo?”, gli chiedo.
“No, io faccio la regia. Scrivo una scheda molto dettagliata degli allenamenti, con i carichi, la durata, le ore del giorno. È una questione di equilibro. L’obiettivo non è sfiancarsi ma acquisire a poco a poco più forza, più velocità e soprattutto più resistenza allo stress muscolare e psicologico. Se occorre, ho una rete di esperti a cui posso indirizzare chi viene da me per una consulenza: nel caso serva una dieta particolare, o un supporto fisioterapico, o anche un supporto psicologico”.

Sì, anche il supporto psicologico, sia perché “le ragioni per tenere duro vengono soprattutto da dentro” sia perché càpita che gli aspiranti Ironman siano persone psicologicamente complesse, o per indole o per storie di vita. Amano fare fatica, amano superare i propri limiti, spostarli in avanti; sono determinati, concentrati sull’obiettivo, sono – precisa Fabio – persone sfidanti, che amano gareggiare e detestano fallire. Alcuni prendono l’Ironman come occasione per cambiare vita, o almeno modo di vita; alcuni stanno attraversando una crisi, sono usciti dalla giovinezza e vorrebbero farla durare ancora, alcuni hanno avuto un incidente e reagiscono rilanciando anziché passando la mano. A parte il conforto familiare, la minestra pronta la sera, la pacca sulla spalla dopo le due ore di bicicletta, sentire uno bravo può aiutare.

Durata del trattamento? Cioè, quanto a lungo bisogna prepararsi per essere in grado di fare un Ironman?

“Be’, intanto non si comincia subito con un Ironman”, dice Fabio. “Il mezzo Ironman (che tecnicamente si chiama Ironman 70.3, ndr) è il passaggio che porta alla full distance, all’Ironman intero. Tipicamente, se non sei un professionista, fai un paio di mezzi Ironman e poi un Ironman all’anno, finché hai tempo per allenarti e non sei troppo vecchio. Ma il ‘troppo vecchio’ è relativo, perché a fare l’Ironman arriva anche gente di settant’anni. Quanto al tipo di allenamento, massacrarsi di fatica per un breve periodo non serve a niente, bisogna abituare il proprio corpo a un carico di lavoro completamente nuovo. Quindi si parla di almeno sei mesi”.
“E in questi sei mesi…”, dico.
“Dipende dalla condizione psicofisica da cui parti”.

Diciamo la mia: 45 anni, in buona forma. Ma mangio maluccio. Dormo maluccio. Ho un sacco di cose da fare.

“Allora, intanto bisogna intervenire sulla dieta, che ti prescrivo io, magari con l’aiuto di un dietologo”, dice Fabio. “Poi per il sonno vediamo: potresti essere così stanco, la sera, da dormire tranquillamente. Cioè, l’allenamento intenso potrebbe risolvere il problema. E intenso vuol dire che ti alleni cinque o sei giorni su sette, corsa nuoto bicicletta, per una quarantina di settimane all’anno. E naturalmente puoi continuare a fare tutto, ma devi sapere che ogni giorno dovrai trovare un paio d’ore per correre o nuotare o andare in bicicletta”.

Vengono subito in mente gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio:

Chi è impegnato in mansioni pubbliche o in occupazioni importanti può dedicare un’ora e mezza agli esercizi (…). Potrà fare per tre giorni, ogni mattina per un’ora, la meditazione sul primo, secondo e terzo peccato; quindi, per altri tre giorni, alla stessa ora, la meditazione sui peccati propri.

Solo che i gesuiti non avevano famiglia, mentre gli aspiranti Ironman spesso ce l’hanno. È per questo che l’ambiente è fondamentale; è per questo che Fabio, in un’oretta di colloquio, ripete una mezza dozzina di volte i sintagmi “clima familiare favorevole”, “avere un sistema che ti supporta”, che semplificando un po’ ma non troppo significa che non ci dev’essere un partner molesto, in casa, o figli troppo esigenti, da portare a scherma o a lezione di violino in orari imprevedibili. Ovvero, qualcuno deve portarli a scherma o a violino, il che vuol dire che ci devono essere delle persone di servizio, delle tate, col che si torna alla questione del censo: da vite normali è molto difficile sottrarre due ore al ménage quotidiano.

“L’ideale, in realtà, è che, se si convive o si è sposati, tutti e due i membri della coppia siano interessati all’Ironman, che si allenino tutti e due. Di fatto parecchi dei miei clienti sono coppie. Le donne sono ancora una minoranza, circa il 20 per cento delle persone che seguo; e spesso vengono al traino dei compagni, dei mariti”.

Torniamo ai soldi. Dicevamo che l’Ironman è un passatempo non per ricchi, magari, ma per gente agiata sì

Il campionato mondiale di Ironman alle Hawaii, ottobre 2016. (Kirk Aeder, Icon Sportswire/Ap/Ansa)

“Un po’ perché costa l’allenamento, l’attrezzatura, il coaching. Un po’ perché l’iscrizione a un Ironman costa sui 600-800 euro, e spesso sono gare che si disputano all’estero, in posti belli e costosi, come le Hawaii. Uno ci mette dentro anche un po’ di vacanza. Per esempio c’è questo training camp a Lanzarote che…”, dice Fabio.
“Una cifra, suppergiù?”.
“Diciamo diecimila euro all’anno, per chi fa le cose sul serio. Che è l’unico modo per farle, poi”.

Che non è poco, oggettivamente. Ma è anche quello che alcuni spendono, ogni anno, per la macchina. E c’è il vantaggio che se ti alleni per l’Ironman non ti resta molto tempo per toglierti altri sfizi. Nell’Ironman non si tratta di essere veloci o scattanti ma di saper durare. Perciò la lotta non è tanto contro il tempo quanto contro la fatica, contro i propri limiti personali.

“Sfidare i propri limiti, spostare l’asticella un po’ più in alto”, dice Fabio, “è l’obiettivo che si pone chi si allena per l’Ironman. Anzi, potremmo dire che la bellezza dell’Ironman sta soprattutto in questo, nella scoperta che puoi superare quelli che credevi fossero i tuoi limiti, che puoi fare uno sforzo del quale non credevi potessi essere capace”.

Ai più convinti piace mettere questa fatica, questa resistenza in una cornice scientifica. Qualche anno fa su Nature è uscito un articolo nel quale si spiegava che la corsa è stata, all’inizio dei tempi, una delle chiavi dell’evoluzione umana. L’homo sapiens avrebbe soppiantato i suoi antenati più stanziali perché era in grado non solo di camminare ma anche di correre. Gli animali che cacciava erano quasi tutti più veloci di lui, ma pochi avevano la sua resistenza sulla lunga distanza:

La storia suggerisce che il corpo umano si è perfettamente adattato a correre lunghe distanze. Gli esseri umani hanno una capacità superiore a qualsiasi altro animale nel correre queste distanze, una capacità che probabilmente emerse due milioni d’anni fa, come ausilio in una tecnica di caccia ancora in uso tra i boscimani del Kalahari.
(Born to run. Studying the Limits of human performance, Andrew Murray and Ricardo Costa)

Secondo questa spiegazione, la corsa non sarebbe soltanto una conseguenza del bipedalismo (la capacità di camminare eretti sugli arti inferiori) ma anche la causa, il motore di un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie. Questa sollecitazione avrebbe infatti modellato la nostra anatomia, potenziando i muscoli delle gambe e indebolendo quelli del torso, e rendendoci scarsi nello sprint (rispetto alla gazzella, diciamo) ma quasi imbattibili nel fondo.

Ausilii tecnici a parte, coaching a parte, chi fa un Ironman rivive per una dozzina di ore quell’alba dell’umanità: qualcosa di molto più impegnativo della dieta paleo, ma in quell’ambito d’esperienza, in quell’aura. Uno può liquidare tutto come decadente sete di esotismo, come nostalgia delle caverne da parte di gente che vive negli attici – “l’Ironman ha più o meno lo stesso networking del golf”, dice Fabio – ma tre chilometri e ottocento metri a nuoto, quarantadue chilometri e rotti di corsa e centottanta chilometri in bici sono tutto sommato un prezzo adeguato, perfino alto, per l’esercizio dello snobismo.

“Diciamo”, mi spiega Stefano, ingegnere elettronico e Ironman, “che fare un Ironman tira fuori energie che abbiamo nel corredo genetico ma che se ne stanno lì inespresse, soprattutto perché nelle vite normali che viviamo non c’è nessun bisogno di esprimerle. Il bisogno arriva verso la sesta o la settima ora di una gara, quando il tuo corpo ha bruciato tutte le calorie che poteva bruciare e ti senti spossato, svuotato, ma sai che ti restano ancora tre o quattro ore buone da correre, o da nuotare, o da pedalare. Ecco: è allora che devi riuscire a trovare quelle energie che avevi dimenticato, e superare un limite che ti sembrava insuperabile. Lì comincia il dolore. Ma anche la soddisfazione, e in un certo senso anche il piacere”.

Oltre la seduzione
Come qualsiasi pratica ascetica, anche l’Ironman sollecita lo spirito settario, ma senza eccessi. Leggendo le discussioni nei forum si vede che uno dei piaceri consiste nell’ironizzare su quelli che non capiscono, che fanno domande non pertinenti come “Tu quale delle tre frazioni fai?” (si fanno tutte e tre), o “ma quanti giorni ci mettete?” (dodici ore è considerato un buon tempo, ma i campioni possono impiegarne poco più di otto), con qualche rara, moderata ironia sugli appesantiti, i non sportivi, quelli che in palestra perdono tempo tra un esercizio e l’altro (“A me viene un po’ il nervoso e mi piacerebbe impossessarmi del tempo che costoro dilapidano inutilmente”). Ma è normale: quelli che hanno fatto almeno un Ironman, o mezzo, o si allenano per farlo, formano una famiglia di spiriti affini, che tende naturalmente a escludere i non iniziati, come succede in qualsiasi nicchia: per questo, forse, per questa congenialità al team building, le aziende chiamano spesso Fabio per la formazione – spirituale, non fisica – di impiegati e dirigenti.

La mia meraviglia di fronte al successo dell’Ironman dipende soprattutto dal fatto che ho sempre considerato ovviamente vero l’aforisma di un mio vecchio compagno di palestra, che dopo aver ascoltato sorridendo di compassione gli alibi narcisistici miei e di altri (“Veniamo in palestra per stare meglio con noi stessi, per tonificare i muscoli, per non avere mal di schiena a cinquant’anni, per avere uno stile di vita più sano, per passare il tempo insieme a gente simpatica e nel frattempo buttare giù qualche chilo”) aveva chiuso la discussione con la frase: “Siamo qui soltanto per scopare”. Non è tutto qui, il segreto? L’attività fisica, se non è divertimento, se non è pallone, non è semplicemente un mezzo per incrementare il nostro appeal sessuale, le nostre chances di seduzione? Pare di no.

Il fatto è che da un lato, anche se sembra incredibile, sopravvalutavo il sesso, e dall’altro sottovalutavo l’amore di sé, o meglio – per dirla con Weber – il desiderio di perfezionamento in vista di un fine intramondano. Si profila all’orizzonte un mondo, un frammento di mondo, nel quale “piacere agli altri” sarà meno importante di “piacere a se stessi”, di “stare bene con se stessi”, e anche di vivere secondo una disciplina autoimposta. È come se il regno della libertà che è la vita odierna non potesse stare, per alcuni, senza un angolino votato alla costrizione, forse anche perché questa costrizione è poi il motore di un piacere che a chi non fa sport a un certo livello deve probabilmente restare estraneo. Quello che si nota più spesso nei forum di discussione fra triatleti e Ironman non è tanto l’orgoglio per avercela fatta quanto un grato stupore.

Ho smesso di contare i post in cui si dice che “Mai, mai mi sarei aspettato, tre anni fa, di poter nuotare per quattro chilometri!”, oppure di correre o andare in bicicletta per una distanza da Ironman. Molti non erano atleti, molti avevano una vita sedentaria, fumavano, mangiavano sregolatamente. Adesso sono dei figurini, ma non è questa la cosa più importante. Tonificando il loro corpo, l’allenamento per l’Ironman sembra aver messo in ordine anche la loro psiche: gli interventi nei forum sono quasi tutti euforici, con una larga prevalenza di persone equilibrate perfino capaci di autoironia (“No, poi mentre sono lì a nuotare me lo dico da me che sono un po’ strana…”), e una piccola percentuale di spiritati la cui euforia ricorda un po’ quella dei born again che avevano perso la fede e l’hanno ritrovata, e ora vivono in armonia con il mondo.

Autocorrezione e riscoperta
C’entra senz’altro il fatto che l’attività fisica, liberando endorfine, rasserena l’umore; ma qui stiamo parlando di allenamenti di sei ore, di giorni e notti (anche le notti: “L’uscita in bici”, scrive un Ironman di Desenzano nel forum di Fcz.it, “inizia appunto verso quell’ora e termina verso le sei del mattino successivo. Poi di solito corro per tre o quattro ore, poi palestra. Faccio questo per allenarmi sulla stanchezza e sul sonno, per essere vigile durante le ore della notte per poi non soffrire più di tanto nelle gare di ultra triathlon”. Giorni e notti passati correndo o andando in bicicletta, di sacrifici che una persona normale esiterebbe a fare un giorno al mese, e che invece vengono fatti tutti i giorni. Il che vuol forse dire che c’entra di più l’idea del perfezionamento, dell’autocorrezione, del cambiarsi, insomma, per trovare il proprio vero sé, idea implicita nello slogan “an athletic odyssey of personal rediscovery” che si è coniato per uno dei tanti spin-offdell’Ironman, l’Ultraman. Riscoperta: come di qualcosa che c’era, e su cui qualcos’altro (la civiltà, la routine, il lavoro, la vita come è) si è sovrapposto, e che ora si tratta appunto di recuperare.

“Ma così la fai sembrare davvero troppo ascetica”, obietta Stefano. “La prendi troppo sul serio, filosofeggi troppo. Mentre la verità è che quello che conta, te l’ho detto, è soprattutto il piacere”.

Stefano ha 43 anni, amministra un fondo d’investimento, ha una moglie e due figlie. Da ragazzo giocava a calcetto, correva. Poi una sera, per caso, gli hanno parlato del triathlon. Il giorno dopo era in piscina per la prima lezione di nuoto: da piccolo non aveva imparato. Un anno più tardi ha fatto il suo primo mezzo Ironman. L’anno dopo il primo Ironman. Adesso ha appena finito quello di Porth Elizabeth in Sudafrica. “Dopo un po’ che corri, che corri e basta, capisci che non puoi fare più di quello che già fai. Non puoi, o almeno io non potrò mai fare una maratona in meno di tre ore. E allora correre comincia a diventare noioso. E anche pericoloso per le giunture, dopo i trent’anni. Invece correre, nuotare e pedalare è una miscela più equilibrata”.

Così, cinque giorni alla settimana, Stefano si alza alle cinque, corre o nuota o va in bici per un’ora e mezza, torna a casa, fa colazione con la famiglia e poi va al lavoro. Ne ricava, mi dice, un grande benessere fisico ma soprattutto mentale, psicologico: è più lucido, più sereno, dorme meglio, usa le ore di allenamento anche come momenti, lunghi momenti di autocoscienza, perché in effetti 10-12 ore di allenamento settimanale vogliono dire una mezza giornata di solitudine, di concentrazione, che è molto più di quanto l’adulto medio oggi possa o voglia concedersi. E poi c’è il piacere. Doppio, addirittura.

“Il primo sta nella frase che ripetono certi allenatori: Embrace the sucks!, cioè ‘accetta lo schifo’, dove lo schifo è la fatica, il dolore, il tuo corpo che ti dice di fermarti”, mi spiega. “Anzi, non accettarlo soltanto ma abbraccialo, assaporalo, fallo diventare il tuo alleato. Il secondo è il flow, il flusso: dopo il picco della fatica, dopo che hai superato il limite che sembrava insuperabile, ecco che entri in una specie di limbo in cui il tuo corpo semplicemente va. Non so come dirlo diversamente, è davvero una condizione felice”.

Così sembra che lo stare bene con se stessi, il piacere, possa anche prendere il nome molto più impegnativo di felicità. E in effetti la parola salta fuori sovente nei post dei forum; e “alzare l’indice della felicità” è l’obiettivo finale dell’Ironman secondo il coach Fabio: formula che all’inizio avevo liquidato come uno slogan motivazionale e che invece più leggo e sento di queste cose più mi sembra sensata, adeguata all’oggetto. Una condizione felice, protratta nel tempo, e che soprattutto – soprattutto – non è legata alla nostra relazione con gli altri, non dipende da niente che gli altri possano darci oppure toglierci. È difficile immaginare qualcosa di più bello, specie dopo una certa età.

Grazie a Fabio Comba, Stefano Matalucci, Fabio Vedana.

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Scappa!!!

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Dolomiti timelapse

Prendetevi 3 minuti…

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Paesaggi di Fassa

Foto di Anton Sessa

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Quell’apocalisse nove secoli fa

Un tema, purtroppo maledettamente attuale. L’analisi delle fonti storiche è stata molto importante ai fini della definizione della “storia” di un luogo dal punto di vista sismico, e quindi della sua pericolosità.

Quell’apocalisse nove secoli fa. Il primo terremoto che fu misurato

Con i suoi 9 gradi Mercalli seminò morte da Cividale a Milano, da Bergamo a Pisa

di Gian Antonio Stella – corriere.it, 19/01/2017

Fu il terremoto assai terribile. Per cui crollarono molte chiese coi campanili, e innumerevoli case e torri e castelli e moltissimi edifici, sia antichi che nuovi; per il quale anche i monti con le rupi crollarono e devastarono e in molti luoghi la terra si aprì ed emanava acque solfuree…

La scossa

La cronaca degli Annales Venetici breves offre un’immagine nitida di cosa fu lo spaventoso scossone del 3 gennaio 1117. Nove secoli fa. «Fu il più antico evento sismico del mondo per il quale si abbia un quadro dei danni tale da consentire oggi di stimarne l’area epicentrale e la magnitudo con tecniche analitiche rigorose, le stesse usate per analizzare terremoti di secoli più vicini», spiega Emanuela Guidoboni, tra i promotori del convegno di oggi all’Istituto Veneto di Venezia sul tema «Novecento anni dal più grande terremoto dell’Italia Settentrionale».

L’area padana

Fu così devastante quel cataclisma, coi suoi 9 gradi di intensità della scala Mercalli-Cancani-Sieberg e «una magnitudo calcolata, a partire dal quadro complessivo del danneggiamento, tra 6.5 e 6.9» (quello in Friuli del 1976 fu di «appena» il 6,4 e ogni aumento di 0,2 punti di magnitudo corrisponde al raddoppio della potenza) da seminare morte e rovine il tutta l’area padana, da Cividale a Milano, da Bergamo a Pisa.

Le parole

«Per due volte fra il giorno e la notte avvenne in tutto il mondo un terremoto tanto terribile che molti edifici crollavano e gli uomini a stento riuscivano a fuggire; ma soprattutto in Italia, dove fu tanto pericoloso e orribile, che gli uomini aspettavano su di sé il manifesto giudizio di Dio», si legge negli Annales Sancti Disibodi, «e all’improvviso, per le spaccature della terra, crollarono città, castelli, ville, con gli uomini che ivi indugiavano [a fuggire]. Infatti anche i monti furono spaccati e i fiumi, la terra inghiottente, si essiccarono tanto che chi voleva poteva attraversarli a piedi».

Il Po

Il fiume Po, aggiunge il cronista, «erigendosi dal suo alveo, si levò in alto a guisa di arco in modo da aprire la via tra la terra e l’acqua e da dare a intendere apertamente che minacciava la fine al mondo con i suoi flutti alti. E l’acqua essendo rimasta sospesa così a lungo, finalmente si rimise in se stessa con tanto suono, che il suo fragore si udiva per miglia».

Trentamila morti

Furono trentamila, stando ad alcune stime, le vittime di quell’evento, generato da una «sorgente sismica piuttosto profonda, mascherata dalla spessa copertura di sedimenti che ricopre tutta la pianura-padano-veneta e perciò finora imperscrutabile». Un’apocalisse. Paragonabile rispetto alla popolazione di oggi, tanto per capirci, a trecentomila morti.

L’epicentro

L’epicentro fu probabilmente a Ronco all’Adige, a sud di Soave. La città più colpita fu Verona dove collassò la cinta esterna dell’Arena e, scrisse Pietro Diacono, «le chiese furono rovesciate dalle fondamenta e le alte torri precipitarono» ma i danni furono gravissimi anche alla cattedrale di Parma, a quella di Cremona, alla Basilica padovana di Santa Giustina…

Le testimonianze

Devastazioni di cui restano memorie preziose: 72 fonti memorialistiche coeve (60 annali monastici e 12 cronache cittadine) più tre dozzine di atti processuali, libri di conti, epigrafi… Mancano, perché arriveranno solo successivamente, testimonianze autobiografiche come quelle che lascerà fra’ Salimbene de Adam sul sisma del 1222: «Mia madre soleva ricordarmi che durante quel grande terremoto io ero bambino ancora nella cuna, ed essa prese sottobraccio le mie due sorelle (erano piccine) e, abbandonando me nella cuna, riparò nella casa dei suoi parenti. Temeva infatti che rovinasse su di lei il battistero, poiché la mia casa era vicina ad esso. E per questo che io non l’amavo eccessivamente, perché avrebbe dovuto preoccuparsi più di me che ero maschio, ma lei rispondeva che era più facile portare le due sorelle perché più grandicelle».

La mano di Dio

I resoconti a tinte forti, però, sono molti. Come quello di Landolfo Iuniore (o Landolfo di San Paolo), che nella Historia Mediolanesis vede nello sconvolgimento la mano di Dio: « E il terremoto (…) smosse e sconvolse profondamente il Regno dei Longobardi. In quel tempo la gente, che vedeva grandi rovine per le città e in genere per i luoghi, particolarmente per le chiese, diceva che gocce di sangue cadevano come pioggia dal cielo e di vedere parti mostruosi e molti altri prodigi in aria, acqua, monti, pianure e selve, e di sentir tuoni sotterranei. E in questa prova divina anche coloro, che apparivano essere sacerdoti, non sapevano dove fuggire».

In Germania

Il botto fu tale, si legge negli Annales Remenses et Colonienses, da essere avvertito in Germania: «Il 3 gennaio ai vespri», le sei di sera, «nelle chiese furono scosse le immagini del Signore e molte cose pendenti in esse». E l’Annalista Sassone insiste apocalittico in Monumenta Germaniae Historica: «Non minore che una volta quello di Sodoma e Gomorra giunse un clamore di tal fatta alle celesti schiere di Dio. Per la qual cosa, durante la festa stessa della natività del Signore il 3 gennaio all’ora del vespro, mentre tanti sprezzavano oltremodo il giudizio divino, la terra fu scossa e tremò per l’ira tremenda del furore divino, tanto che non si è trovato nessuno sulla terra che dichiari di aver mai sentito un terremoto tanto grande. (…) Ma soprattutto in Italia questo minaccioso pericolo imperversò continuamente per molti giorni, tanto che il corso del fiume Adige fu ostruito per alcuni giorni dalla collisione e dalla rovina dei monti; Verona città d’Italia nobilissima, scrollati gli edifici, sepolti anche molti uomini, crollò. Similmente a Parma a Venezia e in molti altre città, borghi e castelli perirono non poche migliaia di uomini. (…) Il 17 febbraio all’ora del vespro vedemmo nubi infuocate o sanguigne sorgere da nord e estendendosi in mezzo al firmamento incutere al mondo non poco terrore. Infatti a ciascuna città sembrava tanto vicino, che sembrava minacciare la fine di tutte le cose…»

Lo spavento del visconte

Il visconte Rodolfo di Verona si prese un tale spavento, dice un documento conservato all’Archivio di Stato, che diventò meno avido. E pur essendo «solito chiedere e pretendere la decima», venne «toccato e commosso da un pio turbamento dell’animo» e «presenti e testimoni i rappresentanti della comunità, convocato il figlio, rinunciò alla decima della suddetta chiesa…».

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