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Le bici di Felice

Felice Gimondi: “La mia prima bicicletta da corsa, comprata per un sacco di sabbia”

Il rapporto dei campioni con le due ruote: «Ma oggi la strada è rischiosa, meglio la mountain bike»

Felice Gimondi al Giro d’Italia che vinse nel 1967 (Foto: ArchiviFarabola)

di Giorgio Viberti – lastampa.it, 31/07/2017

Felice Gimondi è stato uno dei più grandi corridori di tutti i tempi. Nato a Sedrina (Bergamo) il 29 settembre 1942, dopo una brillante carriera dilettantistica passò professionista nel 1965 e subito vinse il Tour de France. In 14 anni di carriera ai massimi livelli ha ottenuto 81 vittorie, fra le quali tre Giri d’Italia, una Vuelta di Spagna, un Mondiale, due Campionati italiani, un Lombardia, una Milano-Sanremo e una Parigi-Roubaix. Insomma, uno che di ciclismo e di biciclette se ne intende.

Gimondi, si ricorda ancora la sua prima bicicletta?

«Certo, era un’Ardita rossa, un regalo di mio padre perché ero stato promosso alle elementari, avevo sette o otto anni. Ero così contento che la inforcai subito per farmi un giro, ma caddi e mi ruppi un dente. Non un buon inizio».

E quando arrivò la prima bici da corsa?

«A 16 anni dissi a mio padre che avrei voluto correre, ma in casa c’erano pochi soldi».

E allora come andò?

«Papà, che era appassionato di ciclismo e in gioventù aveva corso, lavorava come trasportatore e un giorno doveva portare un carico di sabbia a un cliente che non pagava mai. “Se stavolta mi paga, ti compro la bici” mi disse. Andò bene, perché quel giorno il cliente saldò i debiti. Era destino».

E suo padre mantenne la promessa?

«Certo. Con quei soldi, circa 30 mila lire, comprammo una bici usata. Ero talmente felice che lasciai gli zoccoli in mano a mio padre, saltai in sella e pedalai a piedi nudi fino a casa. All’inizio non arrivavo nemmeno ai pedali e allora mettevo una gamba di traverso in mezzo ai tubi del telaio per poter pedalare».

Ma allora lei andava anche su un’altra bici, di sua madre.

«Certo. Spesso sostituivo mia madre che faceva la postina a Sedrina, il nostro paese. Allora la Valle Brembana era magnifica, pedalavo su e giù per le strade sterrate per recapitare buste e pacchi. Diventarono la mia palestra».

Era una bici da donna?

«Sì, ma mi andava bene lo stesso. Se mai il problema era il telaio pesantissimo, 15-20 chili, in ferro, col portapacchi. Che fatica quando cercavo un po’ di velocità».

Pensare che oggi le bici pesano meno di 7 kg. Che ne pensa dell’idea della Federciclismo mondiale di abolire il limite minimo di peso per le bici dei professionisti, che oggi è 6,8 kg?

«Che sarebbe un errore, perché bici troppo leggere diventerebbero molto pericolose, soprattutto in discesa».

Ricorda la bici della sua prima corsa?

«In verità non la potei nemmeno usare. Era una gara a Treviglio, vicino a Bergamo. Eravamo in tre e andammo alla partenza sul rimorchio del motocarro di mio zio, appoggiati alla cabina per non prendere troppa aria. Durante il viaggio ruzzolai fuori due o tre volte, poi perdemmo la strada. Quando arrivammo era già finito tutto e avevano già tolto lo striscione».

E la bici della sua prima vittoria?

«Eravamo a Celana, nel Bergamasco. Partimmo dal patronato di San Vincenzo, andai in fuga con un compagno e poi rimasi da solo. Vinsi per distacco, a modo mio, perché non ero molto veloce negli sprint».

A 22 anni, nel primo anno da professionista, vinse a sorpresa il Tour de France che non avrebbe nemmeno dovuto correre e nel quale era gregario di Adorni. Ricorda la sua bici di allora?

«Una Chiorda marchiata Magni, col suo colore caratteristico blu-azzurro. Ci vinsi anche la Roubaix e il Lombardia. Poi passai alla Bianchi, alla quale sono ancora legato».

Va ancora in bici?

«Certo, anche se dopo una frattura alle vertebre devo andarci un po’ più cauto».

E che modello ha?

«Ho una bici da corridore che celebra il centenario della Bianchi, ditta per la quale ho anche curato il reparto corse».

Però lei ha fatto nascere una scuola di mountain bike. Ha cambiato specialità?

«Con monsignor Mansueto, il parroco di Almè, e altri amici ho creato un gruppo di ragazzini dagli 8 ai 13 anni per andare in mountain bike nel Parco dei Colli di Bergamo».

Allora è meglio la mountain bike della bici da corsa?

«Adesso vado più spesso in mountain bike, è più sicura, mi dà un contatto più diretto con la natura e incrocio meno auto. La strada è diventata sempre più complicata, le famiglie portano più volentieri i figli a correre fuoristrada, è meno pericoloso e più divertente».

E la bici a motore, la pedalata assistita, l’ha mai usata?

«No, ma trovo che sia stata una bella trovata. Dà la possibilità a tutti di pedalare e restare in salute».

Dicono che la bici a motore sia usata di nascosto anche dai professionisti. Che ne pensa?

«Forse in passato, oggi non credo, ci sono così tanti controlli».

Sempre più corridori o cicloamatori subiscono incidenti stradali? Che cosa si può e si deve fare?

«Darsi una regolata reciproca. Gli automobilisti rispettino di più i ciclisti, ma chi va in bici eviti di andare in pariglia o terziglia. In bici si va uno dietro l’altro. E pedalare».

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La polvere e l’altare

Capitomboli, arrivi mancati e grandi successi… in attesa del Tour di France.

 

 

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Il mio Giro visto dal fondo

Maglia nera Giuseppe Fonzi, l’eroe al contrario: “Il mio Giro visto dal fondo”

Giro d’Italia 2017. Primo, Tom Dumoulin. Centosessantunesimo, e ultimo l’italiano a cinque ore, quarantotto minuti e quaranta secondi dall’olandese. A una media di 39,843 all’ora, più o meno 225 chilometri di distacco.

di Marco Pastonesi – repubblica.it, 30/06/2017

Tom Dumoulin ha conquistato la maglia rosa precedendo Nairo Quintana di 31 secondi. Roba da dilettanti, se si pensa che Giuseppe Fonzi si è impadronito della maglia nera scavando fra sé e Zhandos Bizhigotov un baratro di 22 minuti e 12 secondi. Dorsale 214, anni 25, altezza 180, peso 63 alla partenza ad Alghero e 61 all’arrivo a Milano, anni da professionista quattro, vittorie zero. Eppure aveva buon sangue: “Papà zii, nonno, tutti corridori, fino ai dilettanti”. Eppure prometteva benissimo: “A due anni andavo su una biciclettina senza rotelle”. Eppure proseguiva meglio: “La mia prima bici da corsa a sette anni, fucsia e azzurra”. Eppure aveva le idee chiare: “Fin da piccolo ho sempre voluto fare il corridore”. Poi l’impatto con il mondo del ciclismo: “La prima corsa, in provincia di Teramo. Mio padre si raccomandò di prestare la massima prudenza, ché sarei potuto cadere. Lo ascoltai con attenzione, e la prima curva feci cadere una decina di avversari”. Tanta passione sarebbe stata, prima o poi, ripagata: “Alla fine di quell’anno, categoria G2, finalmente primo, da solo”.

Da allora Fonzi non ha mai smesso di crederci: “L’importante è partecipare, almeno quando non vinci. L’importante è esserci e rimanerci, soprattutto quando vedi chi molla o cade o abbandona o si ritira. L’importante è aiutare, il ciclismo è uno sport di squadra, anche se su quella bici ci sono soltanto io”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di godere: “La volata è un attimo, la salita è un’eternità, ed è una sofferenza eterna, la discesa è un brivido, il rifornimento una resurrezione, la borraccia è acqua, l’acqua è vita, la vita è amicizia, come dimostra la borraccia fra Coppi e Bartali, il mio record di borracce è 10, tre nelle tasche, quattro sulla schiena e altre tre qua e là”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di pedalare: “Il momento più difficile sullo Stelvio, la prima volta, da Bormio. Ma non ho mai pensato di mollare, e non mi sono mai detto chi me l’ha fatta fare, perché la risposta la conoscevo già, a farmela fare sono sempre stato io”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di lottare: “Cotte e crisi sono una questione più di testa che di gambe”. E non smetterà neanche di sognare: “Una vittoria. Magari al Giro d’Italia. Secondo me si può fare”.

Solo una volta Fonzi si è confuso: “Quando sono andato in fuga davanti, e non dietro, cioè dalla parte che tutti considerano giusta. Mi sono chiesto che cosa ci facessi lì. Quando il gruppo mi ha ripreso, ho ritrovato la mia dimensione”. E solo una volta Fonzi si è offeso: “Quando il mio compagno di squadra Ilia Koshevoy ha insidiato il mio primato. Eh no, Ilia, l’ultimo è uno solo, e quello sono io”.

Fonzi navigava nei fondali del plotone, sprofondava negli ordini di arrivo, galleggiava nel tempo massimo: “Sono un regolarista. Andavo piano in salita e perfino in discesa, a crono e allo sprint. A dire la verità, non è che andassi poi così piano: andavo più piano, o meno forte, degli altri. Ma strada facendo ho trovato tifosi e sostenitori. Nella crono da Monza a Milano c’era gente che urlava il mio cognome. E mi faceva volare. Bellissimo”. I primi della classifica? “Qualche volta li ho visti anch’io. Con Dumoulin e Pinot non ho mai parlato. Quintana non solo non parla, ma neanche sorride”.

E adesso? “Porto a casa il dorsale che avevo in Sardegna, il Garibaldi e la vittoria in un gran premio della montagna, anche se la montagna era piccola. Un paio di giorni di riposo, una bistecca alta quattro centimetri, poi azzero tutto e ricomincio la preparazione”. All’arrivo c’erano i suoi: “Mio padre Giovanni, mia mamma Daniela, la mia ragazza Elisa, che mi aveva portato un giubbotto di pelle”. Più da Fonzie – ehi, wow – che da Fonzi.

Fonzi, il bello della bici? “L’estetica”. Fonzi, il bello del ciclismo? “Qui, al Giro d’Italia”. Fonzi, chi era Malabrocca? “Chi?”. Fonzi, e Dio? “Sono credente, ma non praticante. Noi corridori abbiamo poco tempo, siamo sempre in bicicletta”. Fonzi, e la Madonna? “Lei appare, spesso in cima alle salite, qualche volta anche più in basso”.

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(pro) Cycling Territory

procycling

Mercoledì 19 gennaio 2017 dalle ore 15 -19 al Politecnico di Milano si terrà “Cycling Territory un open Seminar sui temi della mobilità ciclistica, organizzato a partire dall’analisi del volume Pro-cycling territory. Il contributo del ciclismo professionistico agli studi urbani e territoriali” di Paolo Bozzuto

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Pro-cycling territory. Il contributo del ciclismo professionistico agli studi urbani e territoriali

Autore: Paolo Bozzuto

Ed. FrancoAngeli

pp 208

€27,00

Nel corso degli ultimi anni, la bicicletta e i molteplici fenomeni urbani e territoriali legati al suo uso, come mezzo per la mobilità quotidiana e come prodotto di design, sono divenuti oggetto di una rinnovata attenzione da parte di una pluralità di settori disciplinari del mondo universitario, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Ciò è accaduto e continua ad accadere in virtù della concomitanza di fattori diversi: gli investimenti istituzionali in progetti e politiche per la mobilità sostenibile; la crescente e diffusa sensibilità dei cittadini verso i temi ambientali e i temi del benessere fisico; il radicamento di nuove domande di abitabilità degli spazi urbani; l’affermazione di molteplici forme partecipative di cycling advocacy espresse dalla società civile; il palesarsi di nuove opportunità di sviluppo locale attraverso la costruzione di ‘eventi’ e progetti legati al cicloturismo e, più in generale, al turismo ‘lento’ e sostenibile.
Entro questo quadro vasto, articolato e interessante, poca attenzione è stata fino a oggi prestata a uno dei fenomeni territoriali, legati alla bicicletta, più complessi e di più lunga durata: le grandi competizioni del ciclismo (Tour de France, Giro d’Italia, ecc.), sport tra i più amati e seguiti dal grande pubblico internazionale. Oggi come un secolo fa.
Questo libro prova a indagare il contributo che il ciclismo professionistico e le sue corse possono offrire al campo disciplinare degli studi urbani e territoriali, come oggetto di indagine, come insieme complesso di pratiche d’uso, come patrimonio storico e culturale, ma anche come osservatorio peculiare attraverso cui leggere la città e i territori contemporanei, le loro dinamiche e trasformazioni. Il volume condensa i risultati di un’attività di ricerca che ha già lasciato un deposito in paper e articoli, pubblicati tra il 2013 e il 2015, e che ha portato alla costruzione di un progetto di ricerca denominato “Atlante storico del ciclismo in Lombardia”, svolto presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Un libro scritto per il mondo universitario, ma che riesce a rivolgersi anche ai tanti appassionati di ciclismo.

Paolo Bozzuto, dottore di ricerca in urbanistica, insegna ‘Progettazione urbanistica dello spazio aperto’ presso la Scuola di Architettura, Urbanistica, Ingegneria delle Costruzioni (AUIC) del Politecnico di Milano. Svolge la propria attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (DAStU) dello stesso ateneo milanese. È coautore di una monografia sul ruolo della costruzione di scenari in campo urbanistico (Storie del futuro. Gli scenari nella progettazione del territorio, 2008) e ha pubblicato molteplici saggi, contributi e articoli in libri e riviste.

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