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Il pane in bici

In bici portiamo il pane artigianale nelle case. In Italia non c’è lavoro? Uscite dagli schemi

Danilo Perozzi, 26 anni, e Elena Galli, 27, hanno ideato Mylbread dopo essersi conosciuti ad Expo durante un concorso di idee sulla malnutrizione. L’obiettivo è anche di aiutare i forni virtuosi a offrire una via d’uscita alla grande distribuzione. “Vediamo entusiasmo per la nostra startup”

mylbread

di Danilo Nappi – ilfattoquotidiano.it, 17/10/2016

Tutte le mattine Danilo ed Elena salgono in sella alla loro bici e iniziano a pedalare tra le strade di Bologna, lasciando il profumo di pane appena sfornato. Poi ci sono gli eventi, la programmazione, la cura del sito e il rapporto con i forni artigianali in città. Si chiama Mylbread, ed è la piattaforma messa insieme da due studenti italiani che permette di ordinare ceste di pane artigianale e riceverle direttamente a casa o al lavoro. “Volevamo convincere le persone ad abbandonare il fast food e a tornare a gustare il pane di una volta”, raccontano.

Tutto è nato durante un concorso di idee sulla malnutrizione, organizzato dal Food Innovation Program ad Expo, nel 2015. “Era un pomeriggio piovoso di settembre – racconta Danilo – Lì ci siamo conosciuti per la prima volta”. Da quel giorno è nata l’idea di unire la community di panettieri, amanti del pane e ciclisti per riportare il pane (fresco e di prima qualità) nelle case delle famiglie bolognesi. Danilo Perozzi, 26 anni, è uno studente in Design sistemico del Politecnico di Torino; Elena Galli, 27 anni, ha una laurea magistrale in International Management presso l’Università di Bologna e un’esperienza alle spalle in Silicon Valley grazie ad una borsa di studio.

Dopo mesi di presentazioni, raccolte opinioni e dubbi, Danilo ed Elena hanno deciso di partire. Dal primo giorno di marzo la piattaforma Mylbread è diventata reale. Perché proprio il pane? “Abbiamo l’ambizione di portare la magia della panificazione artigianale a casa di tutti, o almeno ci proviamo – spiega Danilo – Il pane fatto a mano ha un suo gusto, un suo sapore, un suo odore. È completamente diverso da quello industriale”. Mylbread ha l’obiettivo di offrire ai piccoli panifici virtuosi una “way out” dalla concorrenza della grande distribuzione, “che sempre più rischia di farli scomparire” aggiunge Danilo. Ma vuole anche offrire a chi apprezza il pane, ma non riesce ad andare a comprarlo al forno, la possibilità di riceverlo a casa.

L’obiettivo di Elena e Danilo è anche quello di conciliare tradizione e innovazione. “In questo momento collaboriamo con tre forni bolognesi, tutti i ragazzi che li gestiscono sono nativi digitali. Per loro scelta hanno iniziato a lavorare con un occhio di riguardo alle materie prime e ai processi di panificazione”, aggiungono. Alla piattaforma, infatti, sono iscritti solo i forni artigianali e locali che usano lievito madre e farine di grani pregiati.

Grazie a Mylbread si può ricevere direttamente a casa o al lavoro pane, ma anche ceste per colazione e brunch, merende, aperitivi e kit per la panificazione casalinga. Tutto è consegnato in bici o in auto elettrica. L’obiettivo è anche quello di portare un messaggio legato alla qualità del cibo e all’importanza di una sana nutrizione. La risposta dei bolognesi, per il momento, rimane molto positiva. “Parliamo con le persone e notiamo tanto entusiasmo e voglia di conoscere che pane stiano mangiando”, racconta Elena. L’interesse sta crescendo: “Siamo fiduciosi”.

Elena e Danilo sono determinati su un punto. “La solita frase ‘il lavoro in Italia non c’è’ non appartiene al nostro modo di vivere. Le difficoltà nel mondo del lavoro, certo, ci sono – insistono i due – ma il potenziale del nostro territorio è immenso”. L’obiettivo, insomma, non è solo il benessere economico, ma un miglioramento della qualità di vita. L’idea piace, ed anche altre città si stanno interessando al progetto. “Abbiamo presentato la piattaforma a Milano: hanno apprezzato, anche se ci fanno già alcune critiche per migliorare il servizio”, sorridono. Anche a Torino poi, sono sorte alcune iniziative legate al mondo della panificazione, da semplici corsi a classi con risvolti sociali.

Esportare il modello all’estero? Elena e Danilo rimangono con i piedi ben piantati per terra. “Siamo nati da poco – spiegano –, abbiamo molto più interesse a creare un servizio con un reale valore aggiunto, piuttosto che a sognare la Silicon Valley”. Se dovessero dare un consiglio a qualche coetaneo, però, le ideesarebbero chiare: “Siamo nati e cresciuti in un contesto socio-culturale che predilige i percorsilavorativi lineari, senza uscire troppo dagli schemi. Il nostro consiglio è invece quello di sperimentare”, sorridono. La decisione di fondare una startup viene proprio dalla voglia di ripristinare connessioni con il territorio. “E poi – concludono – una volta che assaggi il pane artigianale è difficile farne a meno”.

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La rivolta dei fattorini a pedali

Da Parigi parte la rivolta dei fattorini a pedali della gig economy

lifegate.it, 04/10/2016
I fattorini in bici sono il simbolo di una nuova logistica urbana sostenibile. Eppure, le loro condizioni di lavoro ricordano molto il passato.

Fare la spola in bicicletta fra ristoranti e abitazioni di clienti affamati con in spalla la loro cena. Da qualche ora nel weekend a diverse ore tutti i giorni, per compensi che possono superare i 1000 euro al mese. È questo il quotidiano delle migliaia di fattorini che lavorano in Europa per piattaforme internazionali come Deliveroo o Foodora. Un lavoro sempre più ambito da studenti e giovani adulti, ma anche il simbolo di una nuova logistica urbana.

Come funziona la gig economy

Dietro questa patina moderna e sostenibile si nasconderebbero però fattorinicondizioni di lavoro che non lo sono. Come le più note Uber e AirBnB in altri campi, le Food Tech – la famiglia cui appartengono le piattaforme di consegne nel gergo degli investitori – fanno proprie le regole della cosiddetta “gig economy”, l’economia dei concertini. Rapporti di lavoro occasionali, fugaci, ripetuti nel tempo e pagati a prestazione che ricordano quelli dei musicisti che si esibiscono nei piccoli club. Nei fatti però, i ragazzi delle consegne in bici sottostanno a regole che tanto ricordano quelle di un dipendente a tutti gli effetti: pressione da parte della gerarchia, obbligo di portare l’uniforme, turni da rispettare, niente ferie o malattia, ancor meno sussidi di disoccupazione, assicurazioni infortuni o contributi per la pensione. Impossibile per giunta negoziare le tariffe, come ogni libero professionista dovrebbe poter fare. In sintesi, zero costi per la piattaforma, zero garanzie per chi fa le consegne.

Fattorini in bici

Fattorini in bici che consegnano un pasto. Foto © ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images

La rivolta dei fattorini in bici parigini

I primi in Europa a provare sulla loro pelle le conseguenze di questo modello sono stati i “rider” parigini. Quando a fine luglio di quest’anno TakeEatEasy, importante piattaforma nata in Belgio nel 2013, ha chiuso i battenti, i 2.500 ragazzi delle consegne che lavoravano per lei in Francia si sono ritrovati appiedati dall’oggi al domani, senza la paga di luglio e senza nessuna garanzia. Alcuni di loro facevano parte del Collectif des coursiers franciliens nato a maggio di quest’anno e che oggi conta circa 1000 membri riuniti attorno a un gruppo Facebook. La sua prima battaglia sarà quella di far riconoscere, in sede legale, che fra piattaforme e ragazzi delle consegne esisteva un rapporto di subordinazione e che quindi questi ultimi devono poter beneficiare di tutte le garanzie che spettano a un dipendente.

Proteste lavoratori

In Europa avanzano le proteste per le condizioni di lavoro dei ragazzi delle consegne. Foto © Russell Davies / Flickr

Una cooperativa dei fattorini su due ruote

E domani? Piuttosto che attendere il fallimento della prossima piattaforma – a settembre è toccato a una francese, Tok Tok Tok, chiudere per farsi riassorbire da una piattaforma spagnola – c’è chi vorrebbe organizzarsi per unire le forze e reclamare migliori condizioni di lavoro. Ad esempio ispirandosi ai colleghi belgi che, assunti tramite una società di interim, hanno potuto se non altro farsi pagare fino all’ultima consegna nonostante il fallimento di Take Eat Easy. Un alleato di peso in questa mobilitazione si è già manifestato: a fine settembre, il consiglio comunale della capitale francese ha deciso di studiare la fattibilità di una cooperativa di fattorini su due ruote, sull’esempio di quelle che federano già alcuni tassisti della capitale. Simbolo della rivoluzione ecologica nella mobilità, la bicicletta si sta trasformando in strumento di emancipazione nel mondo del lavoro 2.0.

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“Bonus a chi va al lavoro in bici”

di Ilaria Carra – repubblica.it, 08/02/2016 tramite triskel182

Ottima iniziativa. Ricordo però che in Italia si sta già muovendo qualcosa, in particolare a Massarosa, a due passi dalla Versilia.
http://www.fiab-onlus.it/bici/bici-in-citta/bici-in-citta-news/item/1309-massarosa-premia-bici.html

Triskel182

I precedentiMilano, il Comune guarda all’esempio francese: 25 centesimi a chilometro se si lascia a casa l’automobile I finanziamenti dall’eco-bando del governo. Preferire le due ruote frutterebbe in media 50 euro al mese.

MILANO – I primi sono stati i belgi, dove già dal 1997 si rimborsa chi sceglie di pedalare, 21 centesimi al chilometro. Un contributo che arriva persino a 40 centesimi nel comune norvegese di Sandnes, contea di Rogaland. L’idea si è poi diffusa in altri Paesi europei, ultimo la Francia, l’anno scorso: dare incentivi economici a chi si sposta sulle due ruote, specialmente nel tragitto da casa al lavoro, andata e ritorno. Ora è Milano che vuole provare questa svolta
green:
Palazzo Marino parteciperà all’eco- bando annunciato dal governo Renzi sulla mobilità sostenibile con il suo “piano bici”, il primo del genere in una grande città d’Italia.
Due settimane fa il ministro all’Ambiente, Gian Luca Galletti, aveva annunciato 35…

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MEF e mobilità nuova

Una buona notizia

Se l’Economia investe nella mobilità nuova

bikeitalia.it, 10/11/2015

Novità in via XX Settembre a Roma, dove la ciclabilità urbana sembra aver fatto breccia nel cuore del Ministero dell’Economia e delle Finanze: c’è un ampio parcheggio-bici per i dipendenti che si recano al lavoro pedalando e uno spogliatoio dedicato dove potersi cambiare prima di salire in ufficio. Lo riporta il blog di Angelo Diario, che ha voluto sottolineare questa bella e inaspettata novità con un post corredato da foto:

“I nuovi servizi costituiscono un’azione concreta sostenuta dall’Amministrazione per incrementare il numero di dipendenti che sceglieranno, in futuro, di usare la bicicletta per venire al lavoro: una piacevole e salutare abitudine quotidiana a vantaggio di se stessi e dell’ambiente”. Questo si legge nella comunicazione con cui il Mef ha pubblicizzato l’iniziativa presso i propri dipendenti.

Se l’Economia decide d’investire nella mobilità nuova, dando spazi e servizi a chi pedala, è segno che davvero qualcosa sta cambiando e può cambiare ancora in meglio: le Pubbliche Amministrazioni e le aziende private medio-grandi che con una spesa contenuta possono realizzare un servizio ad hoc per i dipendenti e i collaboratori che si spostano in bici sono migliaia e le ricadute sarebbero positive per tutti.

Angelo Diario sul suo blog spiega come funziona il servizio: “Ogni ciclista ha diritto ad avere la chiave dello spogliatoio, dove sono presenti degli armadietti per lasciare il proprio cambio. Sembra di essere a Copenaghen o in una ipotetica città dei sogni del futuro e invece siamo a Roma e tutto ciò è realtà, oggi, per i dipendenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Non riesco ancora a crederci eppure è proprio così: ho appena preso la mia copia delle chiavi”.

Dal canto suo il Mef, nella comunicazione rivolta ai dipendenti li esorta ad approfittare di questa occasione: “Ripensare le proprie scelte di trasporto, cambiare le abitudini in senso più eco-sostenibile, scegliere la bicicletta, se possibile, può essere più semplice di quanto si pensi”.

Cos’altro aggiungere? Ogni tanto fa piacere poter dare qualche buona notizia che viene dall’Italia: speriamo che l’esempio del Ministero dell’Economia e delle Finanze sia preso come esempio anche da tanti altri uffici della Pubblica Amministrazione con tanti spazi inutilizzati che potrebbero diventare perfetti hub per la mobilità nuova.

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Pagati per andare in bici

PAGATI PER ANDARE AL LAVORO IN BICI, PROPRIO COME IN FRANCIA – PETIZIONE

di Francesca Mancuso – greenme.it, 07/10/2015

Essere pagati per andare al lavoro in bici. Un’iniziativa che in Francia ormai è realtà. Oltralpe chi sceglie le due ruote a pedali riceverà 25 centesimi per ogni chilometro percorso, come confermato nei giorni scorsi dal Ministro dell’ambiente Ségolène Royal. E in Italia? Anche il nostro paese potrebbe pensare a una soluzione simile per incentivare i pendolari. Ed è già partita una petizione.

In Francia, la misura è destinata infatti a far decollare coloro che utilizzano la bici, percentuale attualmente ferma al 5%. Per contrastare lo smog e ridurre il traffico, i cugini hanno pensato bene di incentivare i cittadini che si mettono in sella per andare al lavoro.

C’è poco da inventarsi, il bonus economico spesso è l’unico a convincere davvero. Un ciclista francese che sostituisce la bici all’auto per il tragitto casa-lavoro alla fine di ogni mese potrebbe ricevere 25 euro percorrendo mediamente 5 chilometri al giorno.

Una cifra che probabilmente far saltare giù dal sedile dell’auto anche i più pigri. Ancor più convincente il fatto che questa indennità non verrà in alcun modo tassata e potrà anche essere detratta dal reddito imponibile nelle dichiarazioni fiscali.

Perché non replicare l’idea anche in Italia? Il nostro paese, nonostante la mancanza di una rete di infrastrutture adeguata, vanta un gran numero di ciclisti che seppur senza piste ciclabili preferiscono scegliere la bici invece dell’auto.

Un’idea che già corre sul web grazie a una raccolta firme in cui si chiede al premier Matteo Renzi, al Ministro dell’ambiente Gianluca Galletti, a quello dei Trasporti Delrio e al Governo Italiano di copiare subito questa iniziativa, in grado sia di diminuire il traffico legato al pendolarismo da lavoro che di migliorare la salute dei cittadini.

Voglia di respirare aria più pulita e di evitare lunghe code in auto in mezzo al traffico?

Clicca qui per firmare la petizione

LEGGI anche:

LA FRANCIA PAGA CHI VA A LAVORO IN BICI: 25 CENTESIMI A KM

10.000 FRANCESI PAGATI PER ANDARE A LAVORO IN BICI

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Pedalare per vivere: quando la bici è un mestiere

Giacomo Talignani – repubblica.it, 25/09/2015

A Parma “Bagaj” si è inventato il ciclofabbro. Nel cassone della sua bici bianca cargo tieni gli attrezzi del mestiere, viene chiamato e via: cambia tapparelle, riparazione porte, serrande, mobili e quello che capita Lo stipendio di fine mese dipende da quanto si ha pedalato. Non c’è inverno, non c’è estate bollente perché la bici è sempre lì, da inforcare, è un orto da coltivare. Era una cosa che cento anni fa era quotidiana: il lattaio, l’arrotino, il postino, il gelataio, il fabbro, perfino il fotografo o il pompiere. Lavoravano tutti sulle due ruote. Poi sono arrivate le macchine e ­ come ricorda un museo di Fabriano che ne colleziona le memorie ­ i mestieri in bicicletta sono scomparsi. Fino ad oggi. Adesso, nell’Italia che ritorna alla terra, i giovani li hanno recuperati, reinventati: spettacolari bici cargo, piccoli bazar trasportabili, caschetti e telai in carbonio. Pedalare per vivere è una nuova professione

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