escursionismo

Escursione Anello del Tracciolino

Dato che il Tracciolino è nell’elenco delle “cose da fare”, lo ribloggo così non mi perdo i riferimenti… 😉

AGENDA DEGLI APPUNTI

Nel territorio tra la Val Codera e la Valle dei Ratti si trova il sentiero del tracciolino, una spettacolare opera di ingegneria che io e Claudia abbiamo deciso di andare a scoprire in un caldissimo sabato di fine luglio

Costruito negli anni trenta [del vecchio millennio, nda] il sentiero del tracciolino è lungo 10 chilometri e si sviluppa lungo il fianco della montagna all’altezza costante di 920 metri s.l.m..

anello del tacciolino novate mezzole verceia 7 Uno dei tratti “all’aperto” delle gallerie scavate nella roccia sul tracciolino. Un vero spettacolo!

Collegamento tra le dighe della Valle dei Ratti e della Val Codera, il tracciolino in se è un “sentiero” abbastanza monotono, se non fosse reso un pelo più interessante da:

  1. le spettacolari gallerie scavate nella roccia e comprese tra la diga della Valle dei Ratti ed il sentiero che scende a San Giorgio
  2. il panorama mozzafiato del quale si può godere cammino facendo
  3. la diga della Valle dei Ratti

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Camminare

 c/o CasciNet – via Cavriana 38, Milano

Il primo festival del Social Walking a Milano, organizzato da ViaggieMiraggi con gli amici di CasciNet e Altreconomia. Due giorni dedicati al viaggio lento e condiviso. Racconti di esperienze di viaggio insoliti, presentazione di libri sui cammini, attività per bimbi e famiglie, risto-bar e proiezioni.

Parleremo di turismo responsabile e conosceremo le esperienze di chi ha fatto del viaggio a piedi uno stile di vita.

Si inizia SABATO 14 OTTOBRE con focus sui cammini accessibili:

18:00
🐾 Alberto Conte (Movimento Lento) e Pietro Scidurlo (Free Wheels onlus): l’esperienza dei cammini accessibili per tutti

19:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

20:00
🎥 Proiezione dei film dal Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina
“Buona fortuna Trophy” (dalla raccolta di cortometraggi 3 Fables à l’usage des blancs en Afrique) di Luis Marquès e Claude Gnakouri
“Ailleurs” di Othman Naciri

20:30
🐾 Anna Rastello “Il cammino di Marcella”. Più di 13.000 chilometri di cammini-inchiesta e cammini-evento per creare una grande rete di buone pratiche per cambiare lo sguardo sulla disabilità.
🎥 A seguire il docufilm “Il Cammino di Marcella”

La giornata e gli incontri di sabato sono moderati in collaborazione con Radio Francigena – La voce dei cammini

DOMENICA 15 OTTOBRE la cascina sarà animata da incontri con viaggiatori e autori:

11:00
🐾 presentazione mostra ERSAF “Cammina Foreste Lombardia 2017”: un trekking di 42 giorni attraverso le foreste lombarde
🐾 Enrico De Luca e Massimo Acanfora presentano “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” di Elisa Nicoli, Altreconomia edizioni

13:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

14:30 inizio tavola rotonda
🐾 Sabrina Bergamo racconta l’esperienza del Cammino di Oropa
🐾 Fabrizio Teodori racconta l’ esperienza di cammino nelle Marche, ad un anno dal sisma, e le nuove mete programmate con ViaggieMiraggi
🐾 incontro con Grazia Andriola – autrice di “#steptostopviolence Un cammino in memoria delle vittime di femminicidio”: un’esperienza di oltre 5000 km a piedi per dire basta alla violenza contro le donne
🐾 i terranauti marchigiani Maurizio Silvestri e Paolo Merlini, amanti dei mezzi locali di trasporto quale chiave per conoscere il territorio

15:00
🍂 attività per bambini (6-10 anni) “Foliage d’autunno”: un laboratorio scientifico e creativo per scoprire giocando come cambiano gli alberi in autunno e preparare un erbario speciale.

Durante il festival sarà presente anche l’Ape-Libreria di Terre di mezzo Editore

INGRESSO LIBERO

Prenotazione consigliata per pranzo/cena e laboratorio bambini scrivendo a rete@viaggiemiraggi.org

Per info

Evento Facebook

www.viaggiemiraggi.org

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Fra Porta Vescovo e il Padon

La Marmolada vista dal sentiero per Porta Vescovo

Le montagne lungo la cresta che separa la zona di Passo Fedaia dal Livinallongo (la zona di Arabba) e i sentieri che passano per i pascoli sottostanti sono carichi di storia. Già nei secoli passati la zona era importante per il commercio: il panoramico Viel del Pan (sentiero del pane) era il tragitto lungo il quale venivano trasportate le merci fra la Val Cordevole e la Val di Fassa, in quanto era considerato più sicuro di quello di fondovalle.  Caduto in disuso, è stato recuperato nei primi anni 900 dall’alpinista tedesco Karl Bindel e con il nome “Bindelweg” è ancora oggi ricordato.

Ma questa zona è diventata di importanza cruciale durante la Grande Guerra, perché segnava il confine fra la Val di Fassa, che era sotto il dominio austriaco, e le valli venete, sotto il Regno d’Italia. Le truppe austriache erano arroccate lungo questa cresta, il confine passava per Passo Fedaia e proseguiva verso la Marmolada e oltre, fino a Passo San Pellegrino. Camminamenti, postazioni, gallerie sono accessibili percorrendo la Ferrata delle Trincee. Alcune gallerie sono visitabili partendo da Passo Padon, muniti solo di torcia.

Io sono stata da queste parti più volte, e su sentieri differenti. Di seguito riporto alcune note su alcuni itinerari che è possibile seguire in questa parte di mondo.

Mappa generale dell’area

Viel del Pan

Il tracciato del Viel del Pan si sovrappone a quello dell’Alta Via n°2.

Si parte da Passo Pordoi: spalle alla Val di Fassa, sulla sinistra si imbocca il sentiero contrassegnato dal segnavia 601, che, diretto verso sud, passa ai piedi del Sass Becé fino al rifugio omonimo e, successivamente, a Baita Fredarola. Da qui, sempre seguendo il n°601, si passa sul versante meridionale della cresta che separa la parte alta del Livinallongo (con il lato veneto della salita al Pordoi) dal Fedaia: il sentiero, molto panoramico, è agevole e si mantiene sostanzialmente in quota, raggiungendo il Rifugio Viel del Pan e passando sotto il Sass Ciapèl (vista dal Pordoi, la sua nera sagoma è inconfondibile). Si prosegue fino ad incontrare una deviazione, mantenendo la sinistra si raggiunge Porta Vescovo, continuando lungo il 601 si scende verso la diga del Fedaia, inizialmente in modo dolce per poi perdere quota piuttosto rapidamente.

Della versione “da Arabba” di questo percorso si trova traccia su questa pagina.

Su questo sito invece si possono trovare belle foto scattate lungo il Viel del Pan.

Stralcio mappa Tabacco – 1:25000

Ferrata delle trincee

L’attacco della ferrata è a poca distanza da Porta Vescovo, dalla stazione di monte della funivia si prende il sentiero in direzione Padon e si seguono le indicazioni per la ferrata. La maggior parte delle persone parte quindi da Arabba, sale con la funivia e, ultimato il percorso, rientra a Porta Vescovo dal sentiero. Come alternativa, si può salire a piedi da Passo Fedaia, come dirò più avanti.

Io e il mio compagno l’abbiamo fatta nel 2008, con un avvicinamento ben diverso. Con partenza da Canazei, tramite i due tronconi della funivia, siamo saliti a Col dei Rossi. Da qui abbiamo raggiunto Baita Fredarola, e poi abbiamo percorso il Viel del Pan fino a Porta Vescovo. Lunga? Si. Io inizialmente non volevo, poi mi sono fatta convincere. Diciamo che il tempo che serviva per andare da Canazei ad Arabba e prendere la funivia noi lo abbiamo impiegato raggiungendo a piedi Porta Vescovo (forse aggiungendoci qualcosa). All’andata non sarebbe stato un problema, ma il ritorno…beh, lì qualche problemino avremmo potuto anche averlo.

Ma passiamo ora alla descrizione del percorso, e della nostra avventura

La ferrata non è per nulla banale, anzi. Soprattutto ha una partenza pronti-via che può mettere in difficoltà anche chi è abituato a destreggiarsi con imbrago, moschettoni e cavi metallici. Il primo tratto è piuttosto verticale, con pochi appigli, e la mattina è in ombra. Tirarsi su a braccia, con le mani fredde a stringere il cavo freddo, non è proprio semplice. Io e il mio compagno avevamo un passato da climbers, seppur di non troppe pretese, ma qui qualche timore lo abbiamo avuto.

Il Gruppo del Sella col Piz Boè. Sullo sfondo, il Gruppo del Sassolungo

Passaggio “aereo”

Il percorso si snoda fra i resti degli appostamenti delle truppe austriache: posti di avvistamento, ripari, camini quasi totalmente diroccati ma ancora anneriti dal fumo. E’ spettacolare dal punto di vista del paesaggio, con il gruppo del Sella e il Piz Boè a sinistra e Gran Vernèl e Marmolada a destra… e questo limitandosi alle vette più vicine. Fa meditare, su ciò che siamo stati e su ciò che siamo adesso, con tutti i conflitti che ci sono nel mondo: pensare alle condizioni nelle quali hanno combattuto cento anni fa giovani ragazzi, strappati alla loro vita per essere mandati a combattere in un ambiente ostile, dovrebbe farci riflettere sulla sofferenza che ancora c’è ovunque ci siano popoli che imbracciano le armi.

Oltre al tratto iniziale, la ferrata presenta qualche altro passaggio un pochino esposto. Non è per principianti, insomma… però noi sul tragitto abbiamo trovato una ragazza bloccata dalla paura su una scaletta, in un tratto in discesa, e il signore che la accompagnava non riusciva a tranquillizzarla a sufficienza. Max ha sfoderato la sua (ormai lontana) esperienza da istruttore di arrampicata, le ha dato un po’ di suggerimenti su come muoversi e la ragazza, finalmente, si è calmata. Proseguendo l’itinerario con i nostri nuovi compagni, abbiamo scoperto che la tipa era alla sua prima (!!!) ferrata, e il tizio ha ben pensato di portarla qui perché è “bella e abbastanza facile”…no comment…

Il tratto già percorso, verso Porta Vescovo

I resti del camino

Resti dei manufatti

La parte finale della ferrata passa attraverso le gallerie scavate al di sopra di Passo Padon. E’ assolutamente necessario portarsi una torcia, la distanza fra prese d’aria e feritoie è notevole e il buio è totale. Muoversi in questi budelli è inquietante. Doveva essere alienante rimanere qui dentro, con fuori neve e colpi di granate.

Le gallerie

Si esce dall’ultima galleria proprio sopra Passo Padon. Si scende lungo un ripido sentiero fino al rifugio. Noi, lungo questo tratto, incontriamo una coppia di francesi muniti dell’attrezzatura completa per scalare, e qui mi assale la curiosità…chissà che tipo di vie sono tracciate su queste scure pareti. Nei pressi del rifugio, passando accanto ad un cannone molto ben conservato, una mente malata per l’arrampicata non può non pensare ad una celebre foto scattata in Israele, con Wolfgang Gullich appeso alla canna di un cannone. E la tentazione di fare un boulder su questo pezzo di storia è notevole…mettete i talloni nei vostri cannoni, insomma…

Il rifugio Padon è luogo ideale per rilassarsi un attimo e rifocillarsi. Noi però non abbiamo tempo per prendercela comoda. Il rientro dal sentiero è luungo, ed è tardi.

Prendiamo il sentiero in direzione Porta Vescovo, e lo percorriamo di buona lena. I cartelli danno 1h15′, noi ne impieghiamo molti meno. Eh, la (ex) gioventù…

Proseguiamo oltre, direzione Col dei Rossi, e ogni volta che guadiamo l’orologio acceleriamo. Il passo molto veloce diventa corsetta, e poi corsa. L’ultimo tratto lo facciamo gambe in spalla.

Mentre ci avviciniamo alla stazione di monte della funivia, l’occhio all’orologio ci getta nello sconforto. L’ultima corsa se ne sta andando…poi guardiamo meglio e vediamo delle persone. Arriviamo lingua a terra, gli operatori della funivia ci guardano e ci dicono: “è da un po’ che vi teniamo d’occhio, certo che avete un bel passo! Se non vi avessimo visto viaggiare  quel modo non vi avremmo aspettato”.

Scendiamo a valle con l’ultima corsa della giornata, grazie ai ragazzi che hanno ritardato la partenza di pochi minuti, risparmiandoci la scarpinata in discesa fino a Canazei.

Stralcio mappa geologica 1:50000

Sentiero geologico Arabba – “quasi anello” dal Fedaia

On the road

Il sentiero di collegamento fra Porta Vescovo e Passo Padon è indicato sulle mappe come “Sentiero geologico Arabba”. Non è numerato, ma in loco è contrassegnato da segnali a vernice gialli e rossi. Lo avevo già percorso con il mio compagno, al ritorno dalla ferrata delle Trincee, stavolta decido di rifarlo con mio figlio.

L’itinerario scelto parte dal lago Fedaia-diga e si chiude a Passo Fedaia, località servite dalla linea di autobus che sale dalla Val di Fassa, così evitiamo di utilizzare l’auto (anche se l’uso dei mezzi pubblici in piena alta stagione non è proprio cosa semplice). Scesi alla fermata “impongo” la pausa caffé  al Rifugio Castiglioni. Lo dico perché di fronte al bancone del bar, sul muro, c’è un dipinto “strano”: qualcuno ha avuto la bella idea di far dipingere la sezione geologica in corrispondenza del lago, fra il Padon e la Marmolada, con tanto di indicazione delle formazioni geologiche e delle faglie. Peccato non averla fotografata, perché è decisamente in tema con il nome del sentiero.

Lago Fedaia

Imbocchiamo quindi il sentiero 698, che dal lago sale fino a Porta Vescovo: l’attacco è lungo la statale, proprio di fronte alla strada che percorre il coronamento della diga. Ci si porta sopra alla galleria artificiale che protegge la statale e poi si inizia a salire con tratti ripidi alternati ad altri più dolci. E subito ci imbattiamo nell’origine del nome “Fedaia”: in ladino infatti “feida” significa “pecora”, e proprio all’inizio del sentiero ci imbattiamo in un recinto, qualche pecorella qua e là mentre il grosso del gregge è al pascolo.

La Crepa Neigra

Si prende quota rapidamente, mentre il panorama si allarga. Oltre all’incombente parete della Marmolada e al suo ormai striminzito ghiacciaio, verso Fassa si vedono le cime che circondano la conca del Ciampac e, più lontano, il Catinaccio. Sul lato opposto fa capolino la Civetta.

Il Belvedere. Sulla cima, lato Fedaia, c’è un posto di osservazione

Croce commemorativa

Sotto i nostri piedi, rocce di vari colori. Come si può vedere dalla planimetria sopra riportata, la geologia dell’area è infatti piuttosto complessa. E qui faccio una puntualizzazione: la Marmolada, considerata la regina delle dolomiti, dal punto di vista geologico non fa parte delle dolomiti. E’ infatti costituita da calcare, e diverse formazioni calcaree sono presenti lungo la strada che sale al Fedaia dalla Val di Fassa e in corrispondenza della diga. Dalle creste sovrastanti però sono rotolati a valle sassi e massi di una roccia scura, qui sopra infatti si trovano colate laviche e conglomerati costituiti da frammenti di varia natura in matrice lavica. Man mano che saliamo possiamo vedere la sovrapposizione delle due tipologie di roccia (in zona capita spesso di trovare rocce vulcaniche, formatesi in seguito ad eruzioni sottomarine, sopra alla dolomia).

Arriviamo ad una piccola stalla, poco oltre ci fermiamo per uno spuntino. Da qui, verso Est vediamo alcune cavità nel versante (zona di Pescul), mentre verso ovest, in cima al colle che sovrasta Porta Vescovo, è visibile una delle postazioni del Belvedere, con una finestra che serviva da posto di osservazione: le prime postazioni austriache che vediamo.

Raggiungiamo poi Porta Vescovo, incrociando prima il sentiero che si ricongiunge con il Viel del Pan.

Svoltiamo a destra imboccando il Sentiero Geologico. Da qui in poi ci teniamo grossomodo in quota, con qualche saliscendi, passando ai piedi della cresta della Ferrata delle Trincee (l’attacco si raggiunge, come dicevo prima, proprio da questo sentiero). Il percorso è piuttosto agevole, solo qualche tratto si rivela piuttosto sdrucciolevole, si passa fra massi erratici e resti di appostamenti bellici, croci in ricordo dei soldati dell’esercito austroungarico morti qui. Alzando lo sguardo, scorgiamo le sagome colorate degli escursionisti sulla ferrata (anche se mezzogiorno e mezzo non mi pare l’orario ideali per attaccare percorso di questo tipo). Il sentiero è una grande balconata fronte Marmolada e sovrasta verdi pascoli, dove vediamo un numeroso gregge di pecore.

In lontananza, il Catinaccio.

Esploditore per distacchi controllati

“Incontri” in aria, con i corvi che svolazzano sulle nostre teste, e incontri sul sentiero, con gli escursionisti che incrociamo o che ci sorpassano, ma anche con qualcuno che si avventura in mtb. Sinceramente… non mi pare il periodo per passare di qui in bici. A parte che bisogna essere bravi, perché ci sono alcuni punti scivolosi (e ripidi) o sconnessi, e si tratta comunque di un single track…ma ad agosto ci sono tanti escursionisti, e anche se sei bravo ti diverti poco. All’inizio del sentiero ci supera una coppia di stranieri, abbastanza giovani, ma nel punto più rognoso abbiamo incrociato due signori di una certa età. Sentiero stretto su pendio ripido, siamo dovuti salire, un po’ in bilico, sul ciglio del sentiero, ma uno dei due, con la bici in spalla, ha colpito mio figlio con il pedale. E, sinceramente, mi sono girati un po’ i maroni…

Man mano che proseguiamo, avvicinandoci all’ultimo tratto verso il Padon, ci raggiungono anche alcuni “e-bikers”, che con il loro mezzo superano pendenze decisamente non banali. Qualche tratto un po’ sdrucciolevole, e siamo quasi alla fine. A ridosso del rifugio ci imbattiamo in un qualcosa di “strano”: pali metallici sormontati da una struttura stranissima, un disco metallico, profili ricurvi e delle “rotelle” metalliche. Mi chiedo a cosa possa servire un aggeggio di questo tipo, poi mi accorgo che non è “solitario”, ma ne contiamo altri 4, allineati fra il sentiero e la pista da sci. Il mistero lo svelo al rientro al lavoro, con la complicità di un collega: si tratta di “cannoncini” per il distacco di masse di neve instabile, che possono essere comandati a distanza. Sono recenti, e il motivo lo capisco ripensando a ciò che c’è al rifugio (ne riparliamo dopo…). Dal sito di Aineva si può scaricare un articolo che spiega il funzionamento del sistema.

Crepe Rosse; sullo sfondo, Pelmo e Civetta.

Raggiungiamo infine il Rifugio Padon, dove facciamo il “secondo tempo” del pranzo e il marmocchio si può gustare la meritata fetta di Sacher (fettona… a dispetto del suo appetito non riesce a finirla). Siamo su un vero e proprio terrazzo vista Marmolada (e Pelmo, e Civetta…), mentre verso Est c’è Cima Padon. Dal Passo, il panorama spazia invece verso Lagazuoi, Tofana, la zona di Fanes, Col di Lana e Sief. Mentre mangio, mi viene in mente “E l’obice?” Si, perché, come dicevo prima, vicino al rifugio ricordavo di aver visto un cannone, la volta scorsa, ma ero convinta fosse sotto al rifugio. Penso “beh, sarà dietro, dopo se non lo trovo chiedo”, e invece mi passa totalmente dalla mente. Visto l’orario infatti rinuncio, in accordo con il bimbo, ad andare a vedere le gallerie, e probabilmente il cannone si trova proprio lì sopra.

Col di Lana-Sief e Setsass. Sullo sfondo, Conturines, Lagazuoi e la Tofana

Nessuno è straniero…

Dentro al rifugio c’è un pannello con le foto relative alle nevicate dell’inverno 2013-2014. Impressionanti, soprattutto in confronto alla situazione disastrosa (nel senso che la neve non l’hanno proprio vista) degli ultimi inverni. In particolare, mi colpisce una foto scattata in primavera, raffigurante i pali della seggiovia abbattuti dalla furia di una valanga che si è abbattuta sulla pista da sci per Malga Ciapela, sfiorando Capanna Bill, distruggendo una baita e mettendo fuori uso due impianti di risalita (erano stati preventivamente chiusi proprio per l’elevato rischio valanghe).

Scendiamo lungo la pista da sci (segnavia 699), con sulla sinistra il Monte Padon e il Laste?. Non lo sappiamo, ma siamo nella zona che era occupata dalle postazioni italiane (ahi, potevo documentarmi meglio). Perdiamo quota seguendo la ripida (e un po’ scivolosa) sterrata, puntando al sottostante Passo Fedaia. Poco sopra al passo, vediamo un cartello che indica un cippo di confine. L’erba, altrove alta, è qui corta ad individuare un sentierino che porta fino ad un “masso che sorride” di pietra lavica, circondato da massi più piccoli e attorno al quale l’erba è ben tagliata. Suppongo sia questo (anche se le foto che trovo poi in rete raffigurano massi di altra forma), ma l’ora tarda e il figlio che scalpita fanno desistere dalla tentazione di guardarsi meglio intorno. Stiamo infatti facendo un tentativo disperato, l’autobus passa di lì a pochi minuti…

Cippo di confine?

Ci rendiamo poi conto che l’unica speranza è che l’autobus parta in ritardo… e, visto che il mio ginocchio comincia a protestare, rallentiamo un attimo. Mentre scendiamo verso la “galleria” con la quale la pista da sci scavalca la statale, vediamo un enorme gregge di pecore, poco sopra al lago. Arriviamo al passo e ci fermiamo al bar, in attesa del bus successivo. E ci capita di “intercettare” la conversazione fra una cliente e la signora al bancone; “Ma dove è tuo figlio?” “Eh, quando c’è da lavorare sparisce. Sarà in giro con le pecore insieme alla sua amica, la piccola Heide”. Mi sa che lo abbiamo appena visto, il figlio della signora…

Sentiero degli obici

Scendendo dal Padon ho notato i cartelli per questo percorso: poco sotto al rifugio segnavano una deviazione sulla sinistra rispetto alla strada che scende lungo la pista da sci. Ho cercato in giro qualche informazione relativamente al tracciato, e a dire il vero non ho trovato molto. Una descrizione l’ho trovata su Pèdia davò pèdia, le foto si trovano anche sulla pagina facebook di Severino Rungger (che credo sia uno dei gestori del sito sopra citato).

Tanto per intenderci, il sentiero passa attraverso le postazioni italiane, fra fortini e postazioni di vedetta (alcune sono citate al paragrafo “Per saperne di più). La traccia è riprodotta nello schema sottostante, e par la parte bassa si sovrappone al percorso di discesa da Passo Padon.

Fonte: pagina facebook di Severino Rungger

Per sapere di più

Sul sito fassafront.com sono riportate numerose note relativamente ai siti interessati dagli eventi bellici e agli itinerari che è possibile seguire per raggiungerli. In particolare, per quanto riguarda il fronte austriaco sono riportati le postazioni di Pescul e del Belvedere a Porta Vescovo, per la linea italiana la “collinetta della morte” sotto al Padon e le postazioni di Ciamp de lo Stanzon (peccato aver scoperto questo sito solo dopo aver fatto l’escursione).

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Ammappa l’Italia

…figo!!!

Ammappa l’Italia, la guida del trekking ora la scrivono gli escursionisti. Grazie agli open data

Dal Viterbese un progetto di turismo “collaborativo”: mappare strade pedonali, sentieri e percorsi sparsi per l’Italia. Una sorta di enciclopedia libera dell’escursionismo dove tutti possono segnalare una nuova via. Il risultato è una mappa interattiva open source, consultabile e modificabile da ogni utente.

di Marcello Gelardini – repubblica.it, 25/09/2017

“Ammappa l’Italia!”: non è la solita espressione di stupore, usata spesso quando si parla del nostro Paese e delle sue bellezze, ma è un’esortazione alla partecipazione. A cosa? A un originale progetto di ‘turismo collaborativo’. Un invito rivolto soprattutto a chi conosce cammini che non siano quelli sulla bocca di tutti, sentieri che permettano di scoprire la provincia italiana spostandosi a piedi, strade antiche (oggi raramente battute) che possano diventare collegamenti alternativi tra borghi, campagne e vallate, mulattiere e sterrati panoramici. Con una domanda di fondo: perché non mettere tutte queste risorse a disposizione degli altri? È stato proprio questo lo sprone che ha spinto Marco Saverio Loperfido – documentarista, guida ambientale e organizzatore di attività culturali – a lanciare la proposta di far ‘mappare’ direttamente agli escursionisti (non necessariamente di professione) ogni angolo del nostro territorio. In che modo? Semplicemente passandoci a piedi. Chi meglio di loro, in fondo, può sapere come trasformare una passeggiata in un’esperienza di viaggio a tutti gli effetti.

Nasce la libera enciclopedia del trekking – Nasce così Ammappa l’Italia, un sito e una App (attualmente disponibile solo per iOS) che ha l’ambizione di scovare e mostrare tutti i sentieri nascosti nel cuore delle nostre regioni. Spinti dall’idea che non siano indispensabili automobili, treni e autobus per percorrere la Penisola. Basta avere le giuste coordinate. Quelle date dagli utenti che hanno deciso di animare il portale. Un blog collettivo in cui tutti collaborano per dare nuova risonanza alle cosiddette ‘strade bianche’: vie non asfaltate che da secoli caratterizzano l’entroterra. Un tempo erano l’unico tramite tra i centri abitati e le zone rurali ma, ancora adesso, sono depositarie di una funzione fondamentale: raccontare le nostre radici, da dove veniamo, per collegare l’Italia al suo passato. Il risultato è una sorta di ‘Wikipedia del trekking’ – o, come la definisce il fondatore, una wikiPIEDIA – dove non si condividono i saperi universali ma i mille sentieri di cui si compone da Nord a Sud uno dei Paesi più ricchi del mondo dal punto di vista culturale. Un modo utile, tra l’altro, anche presidiare e proteggere il territorio: passo dopo passo, infatti, si possono segnalare abusi, discariche, scempi edilizi, situazioni di abbandono. Offrendo un servizio alla collettività.

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#TorHighlights 2017

I momenti più significativi del Tor des Géants del 2017

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Anello del Resegone

Più di uno spunto per qualche escursione nel Lecchese…

NB. La salita ai Piani d’Erna via Rifugio Stoppani l’ho fatta in inverno, con le ciaspole, e non è malaccio.

Al Resegone sono salita una volta sola, partendo da Morterone, ma non ricordo assolutamente che giro ho fatto…

AGENDA DEGLI APPUNTI

Una inaspettata “conquista” per me e Claudia: la cima Carminati sul Monte Resegone

Per molti magari potrebbe sembrare ovvio salire sul Resegone, ma per noi, che non siamo assolutamente dei provetti “alpinisti” ne tanto meno ci consideriamo degli esperti trekkers, è stata proprio una bella soddisfazione arrivare su in cima. Proprio come ci diceva un ragazzo trovato lungo il nostro cammino.

Ma cominciamo dal principio

Da quando è che mi sono trasferito per lavoro nel varesotto, ho spesso sentito parlare del Monte Resegone.

Negli anni poi, ho appreso che per moltissimi bustocchi el Resegun [insieme alle Grigne, nda] è una di quelle montagne che una volta nella vita almeno bisogna arrampicarsi lassù, fosse l’ultima cosa che si fa.

Poi ho conosciuto Claudia e anche lei si è aggiunta a quella schiera di persone che varda là el Resegun che montagna. La vedi? Lì, vicino alle Grigne, a…

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I sentieri della rinascita

Cerchiamo volontari per recuperare la rete di sentieri escursionistici nell’area dei Parchi colpiti dal sisma in centro Italia. Parti con noi per aiutare le comunità locali a rimettere in moto l’offerta turistica 

legambiente.it, 11/08/2017

Partiranno da metà settembre una serie di campi di volontariato, “I sentieri della rinascita”,  organizzati da Legambiente per ripristinare e rendere di nuovo fruibili i percorsi escursionistici nel Parco Nazionale del Gran Sasso e nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

A un anno di distanza dal sisma che ha devastato il centro Italia le ferite nel territorio sono ancora aperte e profonde. Secondo gli esperti del Cnr e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), le tre scosse più importanti, oltre alla tragica perdita di vite umane e ai danni su edifici e infrastrutture, hanno deformato il suolo, causando profonde modifiche del sistema idrogeologico e ambientale dell’Appennino centrale provocando diffuse situazioni di dissesto e di rischio. La rete dei sentieri e dei percorsi escursionistici presenti nei due Parchi interessati è stata sconvolta dagli effetti del sisma, ma se da una parte alcune aree risultano ancora inaccessibili, altre possono essere già frequentate ed è proprio su queste che si vuole intervenire.

I campi di volontariato contribuiranno alla rinascita economica del territorio, a partire proprio dal rilancio del settore turistico che potrà fare da volano per l’intera economia dell’area mettendo in moto l’indotto agricolo, agrituristico e delle produzioni tipiche locali.

I campi si svolgeranno nell’arco di un mese a partire dalla seconda metà di settembre; sono previsti 4 campi nell’area del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e 4 campi nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.  Ogni campo avrà la durata di una settimana, i volontari potranno scegliere di partecipare a uno o più turni se lo vorranno. I campi sono aperti a volontari italiani e stranieri provenienti dalla rete internazionale dell’Alliance of European Voluntary Service Organization con cui già collaboriamo da anni. Non è prevista alcuna quota di partecipazione.

Per maggiori informazioni chiamaci dal 1° settembre a questi numeri 06 86268323/324/326/403 

o scrivi a volontariato@legambiente.it

Può interessarti anche: campi di volontariato con Legambiente 

 

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Ai piedi delle Odle

(S’alza il vento)

Le Odle dal Col Raiser

Come dicevo in un post precedente, il giorno della “Hero” io e il pargolo siamo andati a fare un’escursione.

Obiettivo: percorso non eccessivamente lungo con dislivello contenuto e bel panorama. Essendo la prima volta che ci avventuravamo in Val Gardena, ed essendo mio figlio un po’ difficile da convincere quando si tratta di fare qualcosa di nuovo, era necessario minimizzare l’avvicinamento per salire in quota, privilegiando i sentieri alle forestali (si, ho un figlio esigente…).

Anello Col Raiser – Pieralongia – Rif. Firenze. Purtroppo abbiamo fatto solo la parte in blu, andata e ritorno

La scelta è caduta sulla conca sopra Santa Cristina, ai piedi delle Odle, raggiungibile con la lunghissima cabinovia di Col Raiser, anche se, alla fin della fiera, a fondovalle è stato fatto comunque un avvicinamento di tutto rispetto. L’idea era quella di compiere un giro ad anello, in senso orario, toccando la malga di Pieralongia e il rifugio Firenze, per cause di forza maggiore il giro è poi stato “potato”.

Mappa dell’area

Il percorso

Si parte da Santa Cristina, zona Plan de Tieja: si percorre la strada che, dal paese, sale e porta a Selva di Val Gardena passando a mezzacosta, da qui si seguono le indicazioni per la cabinovia Col Raiser.

Man mano che con l’ovetto si sale “sorvolando” quella che in inverno è la pista di rientro, superando i 22 piloni della cabinovia, il panorama si allarga: sotto e accanto a noi gli abeti sferzati dal vento si diradano sempre di più per lasciar spazio a estesi verdi pascoli, con le vette del parco Puez-Odle che li abbracciano verso nord, mentre alle nostre spalle via via compaiono le vette delle dolomiti della Val di Fassa (Sella, Sassolungo e Sassopiatto, la catena del Molignon) e l’Alpe di Siusi. E, sopra, il cielo azzurrissimo, sporcato solo da qualche nuvoletta.

Alla faccia del bagno #1

La stazione di arrivo della cabinovia, a circa 2100mslm, è, in pratica, tutt’uno con il rifugio. Anche se il termine rifugio, qui, è decisamente fuori luogo. Questo è un vero e proprio hotel, con tanto di area benessere (c’è anche una vasca all’esterno), bella stufa di maiolica nel bar e finiture di livello. E qui apro una parentesi: non ho mai trovato bagni così belli nei rifugi. Direte: e chissenefrega… Beh, tra questo e il piccolo rifugio dove mi sono fermata all’Alpe di Siusi ho trovato delle cose che mai mi sognerei di mettere nel bagno di casa mia, e non solo perché ho il braccino corto: certe cose bisogna anche saperle tenere, e io a casa non saprei farlo. Qui c’erano piastrelle con inserti e bordure in legno e un sistema di contrappesi in pietra per chiudere in automatico le porte (qualcosa del genere c’è anche a Fuciade, ma qui si sono superati).

Alla faccia del bagno #2

Dopo il caffè ristoratore (per me, lo gnomo meglio di no…) ci mettiamo in marcia. E qui purtroppo ci rendiamo conto che il vento è un po’ più forte rispetto a quello che ci aspettavamo, è freddino e piuttosto fastidioso (anche se io vado avanti, coraggiosamente, in maniche corte ancora per un po’).

Spalle al rifugio prendiamo la forestale sulla sinistra, che, passando accanto alla malga Odles, porta verso il rifugio Fermeda. Si sale molto dolcemente, la strada è abbastanza riparata, ma nei punti esposti il vento si fa sentire. I fiori di inizio estate ci fanno compagnia, ne approfitto per far vedere al pargolo le genziane (che ad agosto non ci sono). D’altra parte bisogna pur sfruttare il manualetto sui fiori alpini comperato il giorno prima…

Genziane

Gruppo Sella e Sassolungo

Sassolungo, Sassopiatto, grippo del Molignon

Imbocchiamo successivamente una forestale sulla destra, contrassegnata dal 4A, seguendo le indicazioni per la ferrata e per Pieralongia. Il vento si fa via via più insistente, e freddo, mentre prendiamo dolcemente quota fra i prati. Sempre peggio…mentre proseguiamo tenendo nuovamente la destra dirigendoci verso i massi erratici ai piedi della Gran Fermeda, aggirando il piccolo colle sopra il quale c’è il nostro primo obiettivo (la malga Pieralongia, dove, vista l’ora, vorremmo mangiare). Il figlio si lamenta, e ha ragione. Nel frattempo si copre pure il cielo, qui a ridosso delle vette.

Arrivati alla malga scopriamo che…è proprio una malga, piccina picciò, senza saletta interna. Ci rimango un po’ male, la stragrande maggioranze delle “malghe” e “baite” della val di Fassa sono ristoranti a tutti gli effetti: mi sarei presa volentieri una zuppa, giusto per scaldarmi, mentre il figlio a metà strada già stava sognando un piatti di tagliatelle al ragù… Invece no, troviamo un angolo di panca riparato dal vento e ordiniamo un tagliere speck e formaggio in due. Con speck si intende una fetta alta più di mezzo centimetro, e il formaggio (due tipi diversi) sufficientemente dolce da piacere all’erede. Più che l’onor potè il digiuno… Ettore si scofana quasi tutto il formaggio e un pezzetto di speck.

Con questo vento pensare di completare il giro è abbastanza assurdo. Si tratta di fare un tratto in quota verso Est (segnavia 2B) prima di scendere verso il rifugio Firenze (13B-13) e da lì “risalire” al Col Raiser, zona quasi tutta molto esposta, senza alcun riparo. E già così è dura, se poi il vento dovesse aumentare ulteriormente….

Scendiamo quindi da dove siamo arrivati, e riprendiamo la cabinovia. Peccato, perché il posto meritava sul serio… rimane la voglia di tornare per completare il giro, magari allungandolo un po’.

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Fra Selva e Santa Cristina

Il Sassolungo da La Selva (il buon giorno si vede dal mattino)

Con il moroso ad arrancare lungo il percorso “medio” della Hero, io e lo gnomo siamo andati a fare una escursione.

La scelta è ricaduta sulla conca ai piedi delle Odle, raggiungibile via cabinovia da Santa Cristina. Io sono abbastanza allergica di mio all’uso dell’auto per gli spostamenti, ma, visto il casino che prevedibilmente avremmo trovato in paese (dovevamo per forza passare dall’arrivo della gara), la scelta di raggiungere la partenza della cabinovia è stata obbligata. La nostra escursione può quindi suddividersi idealmente in due parti, quella di fondovalle, adatta a bambini e pensionati, e quella in quota che, seppur facile, si sviluppa sopra i 2100m. Qui verrà brevemente descritto il percorso “ad anello” che collega Selva di Val Gardena con Santa Cristina, il percorso in quota sarà oggetto di un post a parte.

Località… e curiosità

Santa Cristina. Si trova fra i torrenti Pilon Bach e Cisles Bach, di fronte a Monte Pana. E’ punto di accesso per il Parco Puez-Odle, dove si possono fare numerosissime escursioni, e sede di un importante comprensorio sciistico proprio ai piedi delle Odle.

Selva di Val Gardena si trova a fondovalle, ai piedi dei passi Sella e Gardena, dominata dai Gruppi Sassolungo, Sella e Puez. A parte le infinite possibilità relativamente a escursioni e ferrate, è importante centro sciistico, punto di passaggio per il Sellaronda. Ma sellaronda non è solo sci… è anche Sellaronda bike day, Maratona dles Dolomites (che però parte dalla Val Badia)… insomma, anche per bici da strada e mtb ce n’è veramente per tutti i gusti.

Ferrovia della Val Gardena. L’esercito austriaco costruì, durante la prima guerra mondiale, una ferrovia a scartamento ridotto che collegava Chiusa con Plan, sopra Selva di Val Gardena. La ferrovia, rimasta in funzione fino al 1960, aveva un tracciato piuttosto tortuoso necessario per superare il notevole dislivello fra le località servite. La parte bassa del tracciato è stata utilizzata per realizzare una nuova strada di accesso alla valle, la parte alta invece è diventata un percorso ciclopedonale di collegamento fra le località dell’alta valle. L’unica locomotiva superstite è visibile ad Ortisei: è stata recentemente restaurata e, in occasione dei lavori, è stata aperta una pagina facebook per raccogliere ricordi e testimonianze di chi quella ferrovia l’aveva utilizzata.

La ferrovia a Santa Cristina. Visibile, sullo sfondo, Castello Gardena

Mappa percorso. In rosso l’andata (fino alla partenza della funivia Col Raiser), in arancio il ritorno.

Il percorso

La località La Selva, facilmente raggiungibile dal centro di Selva di Val Gardena (si seguono le indicazioni per l’ufficio postale e poi si prosegue per circa 1 km), è una specie di balconcino sull’alta val Gardena, un unico grande prato disseminato di alberghetti e garni ai piedi del Sassolungo, ad un tiro di schioppo dalle piste da sci. Anzi, la pista da sci rossa che da Sochers scende alla partenza della cabinovia Saslong (dove arriva la pista della coppa del mondo di discesa) passa proprio su questi prati.

Si segue il segnavia 22, che indica una strada che scende in mezzo ai prati servendo qualche albergo (il Granvara non passa inosservato) e case private e poi entra nel bosco, dove intercetta il sentiero 22A. Le indicazioni recitano “Santa Cristina-Castello”, e io, non conoscendo la zona, mi chiedo cosa caspita sia “Castello”. Ci vuol poco per scoprire di che si tratta: percorrendo un bel sentiero nel bosco si sbuca dietro a Castel Gardena (Fischburg), dimora di caccia (e pesca, come suggerisce il nome) risalente al ‘600 e attualmente di proprietà di una famiglia veneziana. E devo fare i complimenti ai “signori” che hanno scelto il luogo per costruirlo, perché si trova in una posizione invidiabile, con ampia vista sulla valle e i boschi appena fuori dal muro di cinta.

Castel Gardena

Castel Gardena

Proseguendo lungo il sentiero si finisce su una “cosa” ripida ripida… ovvero… il muro finale della mitica Saslong!!! Ho provato a convincere il figlio a mettersi in posizione a uovo (lui che non sa sciare) per immortalarlo sul ripidissimo prato, ma non c’è stato verso. Gli ho chiesto di farmi una foto (io che scendo con lo snowboard, e che, piuttosto di farmi una discesa del genere, scendo a piedi), ma mi ha mandato a stendere. E niente foto, quella solo col prato non rende mica l’idea…

Ci si dirige verso al stazione di valle della cabinovia, passando accanto ad una casa decorata con vecchi attrezzi agricoli si prende poi la strada che porta in paese.

Attraversando la statale si imbocca via Plan da Tieja, che sale ripida fino ad una specie di balcone naturale fra Santa Cristina e Selva. Da qui, svoltando a destra seguendo la segnaletica, si può raggiungere la stazione di valle della cabinovia Col Raiser (è punto di partenza per la conca ai piedi delle Odle e per il rifugio Firenze). Proseguendo lungo la strada (asfaltata) si può raggiungere Selva evitando la statale, passando a monte dell’abitato La Poza.

Altra possibilità è quella di rientrare dalla ciclabile, che ripercorre quello che un tempo era il tracciato del trenino. La si incontra salendo da Santa Cristina, dove la pendenza di Str. de la Tieja diminuisce.

Entrando in Selva si passa accanto all’Alpenroyal Grand Hotel. Se proprio siete curiosi potete farvi fare un preventivo per le prossime vacanze… io mi risparmio la fatica…

Info

Mappa escursionistica schematica  della Val Gardena

Mappa interattiva

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Cortina: un’estate di corsa e tutta in salita

3 giorni di gare per i più allenati

di Chiara Todesco – lastampa.it, 19/06/2017

Una dietro l’altra, senza sosta: Cortina comincia la stagione estiva di corsa. Sono tre le gare di running in quota previste tra qualche giorno: la Cortina Skyrace il 22 giugno, The North Face Lavaredo Ultra Trail il 23 giugno e la Cortina Trail il 24. Tre appuntamenti per chi ha le gambe allenate e saltabecca come i camosci.

Il primo appuntamento impegna gli atleti per 20 chilometri: un percorso che parte dal centro di Cortina, in Corso Italia, e si arrampica sempre più su lungo i sentieri. Occorre avere testa e gambe perché il dislivello positivo è notevole: ben 1000 metri. Da precorrere massimo in 3 ore e mezza.

Il giorno dopo è la volta di un’altra ultra maratona delle montagne, la “The North Face Lavaredo Ultra Trail”: 119 chilometri di corsa con 5.850 metri di dislivello positivo. A questa rinomata competizione di trail running, giunta alla sua undicesima edizione, partecipano atleti da tutto il pianeta. Fatica, agonismo e spettacolo: gli ingredienti ci sono tutti. Si parte di notte, sempre dal centro di Cortina, e si percorrono sentieri che attraversano i luoghi più scenografici di tutta la zona: dal Cristallo alle Tofane, dalle Cinque Torri alle Cime di Lavaredo. I più in forma ci mettono 12 ore a tagliare il traguardo, i meno allenati hanno 30 ore di tempo a disposizione per compiere l’impresa della vita.

Sabato 24 giugno si chiude invece con la Cortina Trail, giusto per alleggerire un po’ le gambe: “solo” 48 km di percorso con un dislivello positivo di 2.600 metri.

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