escursionismo

Cortina: un’estate di corsa e tutta in salita

3 giorni di gare per i più allenati

di Chiara Todesco – lastampa.it, 19/06/2017

Una dietro l’altra, senza sosta: Cortina comincia la stagione estiva di corsa. Sono tre le gare di running in quota previste tra qualche giorno: la Cortina Skyrace il 22 giugno, The North Face Lavaredo Ultra Trail il 23 giugno e la Cortina Trail il 24. Tre appuntamenti per chi ha le gambe allenate e saltabecca come i camosci.

Il primo appuntamento impegna gli atleti per 20 chilometri: un percorso che parte dal centro di Cortina, in Corso Italia, e si arrampica sempre più su lungo i sentieri. Occorre avere testa e gambe perché il dislivello positivo è notevole: ben 1000 metri. Da precorrere massimo in 3 ore e mezza.

Il giorno dopo è la volta di un’altra ultra maratona delle montagne, la “The North Face Lavaredo Ultra Trail”: 119 chilometri di corsa con 5.850 metri di dislivello positivo. A questa rinomata competizione di trail running, giunta alla sua undicesima edizione, partecipano atleti da tutto il pianeta. Fatica, agonismo e spettacolo: gli ingredienti ci sono tutti. Si parte di notte, sempre dal centro di Cortina, e si percorrono sentieri che attraversano i luoghi più scenografici di tutta la zona: dal Cristallo alle Tofane, dalle Cinque Torri alle Cime di Lavaredo. I più in forma ci mettono 12 ore a tagliare il traguardo, i meno allenati hanno 30 ore di tempo a disposizione per compiere l’impresa della vita.

Sabato 24 giugno si chiude invece con la Cortina Trail, giusto per alleggerire un po’ le gambe: “solo” 48 km di percorso con un dislivello positivo di 2.600 metri.

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Lecco, a lezione di canyoning sull’Acquaduro

Visto che la bella stagione è arrivata…

ilgiorno.it, 30/08/2016

Il canyoning è sempre più una disciplina che affascina e cresce anche nel lecchese. Tra i maggiori esperti di questo sport c’è la guida alpina Fabio Lenti che ha attrezzato alcuni dei fiumi in cui si pratica questa attività. Di fatto il canyonig consiste nel scendere i torrenti nell’acqua seguendo il tortuoso percorso scavato nella montagna.

«Diciamo che l’idea del canyoning – spiega Lenti – è più francese perché sono stati loro i primi a discendere i torrenti a livello commerciale, mentre a livello di esplorazione ci sono stati tanti speleo che l’hanno fatto e poi è diventata ludica. Come sport si è sviluppato sulle Alpi francesi per poi crescere negli ultimi 15 anni». Il canyoning, a differenza di quello che si pensa, non è considerato uno sport estremo e Lenti spiega: «Si tratta di una attività per tutti anche chi non è in formissima riesce a fare, si fa nei mesi estivi perchè l’acqua è a circa 12 gradi. Uno sport per tutti però chiaramente non si deve avere paura dell’acqua. Non è necessario essere nuotatori provetti perchè comunque la muta tiene a galla. Detto questo è un’attività divertentissima, fare i toboga, che sono scivoli naturali, fare i tuffi nelle pozze e così via è molto bello. Bisogna però conoscere i torrenti dove si pratica. Quando ci sono le guide specializzate sanno dove ci sono i sassi, la profondità delle pozze e quant’altro. Serve la massima attenzione e a quel punto è uno sport sicuro. Dove non consociamo ci caliamo prima e verifichiamo che la pozza sia libera. Se fai un torrente spesso lo consoci a memoria e puoi fare in tranquillità tutto. Farlo con una guida lo rende più divertente e alla portata di tutti».

Per poter praticare il canyoning servono attrezzature come muta in neoprene, calzari speciali antiscivolo per i sassi, imbragatura, casco, corde, zaino forato con bidoncino e alcune competenze minime come sapersi calare con la corda che si impara in pochi minuti con l’insegnamento delle guide alpine. Diverse le zone dove è possibile praticare canyoning e Lenti spiega: «Qui in zona c’è il Caldone che scende da Morterone, si percorre in circa 3,5 ore. Molto bello è l’Acquaduro che richiede circa cinque ore, o nella versione corta si fa in tre. Sono due torrenti che voglio potenziare perchè sono vicini alla città, molto belli e non inflazionati. In Val Bodengo capita di dover fare la coda, qui invece c’è poca gente per questo nel futuro voglio farli crescere e promuoverli»

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Le storie dell’ultratrail

Il campione, la wonder woman e il medico: le storie dell’ultra trail dei castelli valdostani

Si è svolta la prima edizione del Tor des Châteaux: nel tracciato da 170 chilometri vince Oliviero Bosatelli, nel percorso da 100 chilometri prima assoluta Simona Morbelli

di Franz Rossi – repubblica.it, 16/05/2017

Pagina di quotidiano divisa in due sezioni uguali: da una parte la cronaca dell’incendio doloso di quattro auto a Quart e dall’altra una grande foto del runner Oliviero Bosatelli mentre spicca da vincitore uno dei suoi tradizionali salti proprio sulla linea del traguardo della 170 km del Tor des Châteaux, prima edizione. Pagina su cui i fans del “Bosa”, arrivati da Bergamo in gran numero, hanno ironizzato non poco. Perché lui, il campione bergamasco vincitore anche del Tor des Géants dello scorso anno, di mestiere fa il vigile del fuoco e dunque non poteva esserci accostamento migliore su cui fare battute.

Per rimanere a Quart non è stata invece presa bene, dalla società organizzatrice VdA Trailers e dai valdostani stessi, la mancata illuminazione del castello della suddetta località quasi alle porte di Aosta.

Tutte le altre dimore storiche della valle erano illuminate al passaggio notturno dei corridori, creando scenari di grande effetto e dando al tempo stesso ampio riscontro al nome e agli intenti anche culturali della manifestazione. Ma a Quart buio pesto, neanche una candela alla finestra. Chi dice per vecchie ripicche mai sopite, chi per malintesi, chi ha rimpallato competenze sulla gestione dell’interruttore generale. Fatto sta che è intervenuta una task force notturna prontamente inviata dall’assessorato alla cultura per riportare la luce sulla cupa vicenda.

Corsa veloce, ma anche massacrante, la 170 km; vuoi per le diversità del terreno, vuoi per i dislivelli (4mila metri positivi) vuoi per i cambiamenti climatici, dalle piogge al vento freddo della notte al caldo torrido del giorno. Non poteva vincere che un runner eclettico, preparato, resistente, incapace di demoralizzarsi. Anche se ne avrebbe avuto il motivo, considerando che si è perso almeno quattro o cinque volte nei punti cruciali, ovvero nei pressi dei paesi, dove le vie spesso si incrociano, si mescolano, si perdono nelle piccole piazze irregolari. Colpa di una segnaletica non particolarmente efficiente, di beceri atti di vandalismo spicciolo (lo stesso vincitore ha raccontato di fettucce strappate), di furtarelli da parte per lo più di passanti occasionali a cui le aste delle bandierine vengono utili per tener su le piantine dei pomodori nell’orto o di ragazzini a cui i piccoli stendardi gialli fluorescenti servono da catarifrangenti per la mountain bike.

Non è stato l’unico a perdersi il concorrente bergamasco, ma tutti sono stati riportati sulla retta via grazie al contatto telefonico con la sala comando, che ha sempre una dettagliata cartina sott’occhio. Questa sì segnalata con dovizia di particolari.

La corsa non ha età, o meglio, non c’è una età in cui non si può correre. E bene, anche. Lo ha dimostrato, sempre nella 170 km, il medico piemontese Tarcisio Fresia, al traguardo di Piazza Chanoux come una rosa fresca, asciutto e pimpante come quasi nessun altro, persino elegante (non a caso la sua società è sponsorizzata dalla Ermenegildo Zegna). Decimo assoluto e con il tempo di 23 ore. Mezz’ora prima della prima donna, Marina Plavan, anche lei piemontese, un lavoro in banca, due figlie oltre i vent’anni e ampi successi conquistati nelle corse in montagna. Il dottor Fresia avrebbe potuto far qualcosa di meglio, ha detto un suo assistente lungo il percorso, ma non è riuscito a prepararsi al meglio perché ha dovuto anche badare a sua madre, ultranovantenne. Dimenticavo: il dottor Fresia ha 72 anni.

La 170 km non è stata l’unica gara ad avere protagonisti sorprendenti. Infatti sullo stesso percorso ma con uno sconto sul chilometraggio, si è disputata anche una gara, diciamo così, corta, una 100 km. In cui gran favorito era l’idolo di casa, Giuliano Cavallo che, di corsa o in bici, si allena su e giù per la Valle d’Aosta tutto l’anno e il percorso lo aveva pure provato più volte. A lui la mancanza di segnaletica gli ha fatto dunque un baffo.
Ma a un certo punto, esattamente all’84° chilometro, i crampi si sono dimostrati più forti della preparazione e della determinazione. Così la  corsa di Giuliano è terminata in una gelateria. Per conservare almeno un po’ di buonumore.

Quindi strada spianata per la concorrente alle sue immediate spalle. La concorrente, sì è giusto; Simona Morbelli, gentile e determinata signora piemontese adottata dalla Valle d’Aosta dove pratica tutti gli sport di montagna nel tempo che l’essere madre di due figlie le concede; una atleta di primo piano che i trail, anche quei che contano nel calendario internazionale, se li conquista con uno smagliante sorriso sulle labbra e una fisicità che sembra sempre di tutto riposo. Non dico come andare a fare shopping ma quasi. Simona ha sempre seguito Cavallo da vicino, all’insegna della continuità e della costanza; segno di una grande preparazione e di una altrettanto grande capacità di saper gestire la gara e le sue difficoltà. Alla fine la notizia vera non è stata la sua vittoria, dunque prima assoluta nella gara e prima, di conseguenza, anche della classifica femminile, ma il forzato ritiro del suo compagno di squadra – stesso team Salomon – Giuliano Cavallo.

Organizzatori molto soddisfatti, non c’è che dire, anche se si aspettavano qualche atleta in più; ma non tutti i mali …. Perché se avessero smarrito le strade notturne qualche centinaio di concorrenti allora sì sarebbero stati bei problemi nell’indicare loro il viottolo giusto.

La prima edizione molto apprezzata dai runner e molto supportata, specie dai Comuni della valle e dalle solite centinaia di volontari, ha così dato modo allo staff di VdA Trailer di prendere nota dei piccoli ingranaggi da oliare in vista della prossima tornata. Intanto c’è da pensare al Gran Trail di Courmayeur di luglio e al Tor des Géants e Tot Dret di settembre, quando oltre un migliaio di concorrenti torneranno a correre nel silenzio delle alte quote. Dove a strappar via le bandierine gialle saranno al massimo indisciplinate mucche brade o camosci curiosi.

 

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15 Sentieri Partigiani

Itinerari storico-escursionistici nell’Appennino Reggiano

www.sentieripartigiani.it

Questo libro è un invito a camminare sui sentieri dei partigiani, un invito a uscire dalla vita consueta e a mettersi in cammino. Lentamente, un passo dopo l’altro, scoprire lo splendido scenario dell’Appennino reggiano e il tesoro della storia antifascista.

Solo tornando sui luoghi di queste storie si può comprendere quel desiderio di guistizia che ha spinto i partigiani a combattere. Ascoltare i luoghi per capire la scelta di divenire partigiano, le sofferenze che essa ha comportato, la paura della morte, le speranze di un futuro diverso, fatto di uguaglianza. Un sogno da costruire con la forza della ragione e della solidarietà che nasceva da un gruppo di uomini e donne liberi.

Dopo l’8 settembre 1943 i primi partigiani solirono in montagna per organizzare la resistenza armata contro l’occupazione nazista tedesca e contro i fascisti italiani. Fino alla Liberazione, fino al 25 aprile 1945, furono 20 mesi duri. E la montagna seppe accogliere chi cervava una nuova vita, con un contributo tanto generoso quanto determinante.

Nel 1992 si tenne la prima edizione di quello che sarebbe divenuto poi un appuntamento fisso sui nostri monti. Da allora ogni anno la camminata dei Sentieri Partigiani, organizzato da Istoreco, raccoglie un successo sempre maggiore: saliamo anche noi dopo ogni 8 settembre in montagna, per camminare insieme ai testimoni partigiani, per ascoltare le loro storie durante i momenti di sosta, per discutere di ieri e di oggi, per goderci quella natura che allora li ha accolti e che fa oggi da sfondo al nostro tornare in quei luoghi.
Da questa esperienza nacque dieci anni fa una prima piccola guida, subito esaurita. Oggi, con questa nuova pubblicazione storica-escursionistica. vogliamo rimettere a disposizione di tutti uno strumento aggiornato per (ri)scoprire i luoghi dell’Appennino reggiano e la memoria che essi custodiscono.

La sezione di soli 15 itinerari è dovuta a motivi editoriali. Per ogni approfondimento sulla Resistenza nell’Appennino reggiano si rimanda alle opere citate in bibliografia. Questa nuova guida non è che una proposta dei tanti sentieri possibili ancora da fare!

Avvertenze

Presentiamo in questo volume 15 sentieri che toccano solo alcuni di quei luoghi dell’Appennino reggiano teatro della lotta di Resistenza al nazi-fascismo – nel più ampio contesto della Seconda Guerra Mondiale – e delle vicende ad essa legate. Sono solo ipotesi di percorsi che si lasciano aperte a variazioni, interpretazioni, aggiunte, sovrapposizioni. Tante quante la vostra creatività e curiosità vorranno proporre.
Vogliamo offrire una guida per tutti. Nella scelta dei tracciati abbiamo privilegiato la chiarezza, tenendo conto della fattibilità, e del mutamento – a tratti radicale – del territorio. La descrizione escursionistica e le informazioni turistiche di supporto hanno così lo scopo di facilitare il più possibile il percorso.

Si è cercato di creare sentieri ad anello dove partenza e arrivo combacino; quando ciò non è stato possibile abbiamo proposto luoghi d’inizio e fine serviti dai bus di linea, in modo da poter sfruttare i mezzi pubblici per il ritorno. Data la lunghezza impegnativa, alcuni sentieri prevedono anelli a intersezione che possono essere svolti nella loro interezza oppure singolarmente, in autonomia gli uni dagli altri. Potrebbe essere la scusa per spezzare un sentiero lungo in due parti, sostando per un pernottamento in una delle tante strutture ricettive segnalate.

Ogni sentiero è legato a un tema e diviso in cinque parti. La prima prevede informazioni d’avvicinamento: i principali luoghi che si andranno a toccare, durata e difficoltà, profilo altimetrico e carta con riferimenti iconografici d’orientamento e storici. Seguono una descrizione del percorso, con indicazioni escursionistiche e storiche, una memoria costituita da testimonianze legate ai luoghi percorsi e una scheda storica legata al tema del sentiero. Alcune informazioni turistiche di ristorazione e pernottamento completano l’intinerario. Le cartografie che corredano ogni sentiero sono indicative: è sempre consigliato avvalersi di bussola e specifiche mappe, come:
> Appennino Reggiano, carta escursionistica 1:25.000 in tre fogli, Geomedia-Regione Emilia Romagna-CAI, 2009;
> Carta dei Sentieri e Rifugi, fogli n. 14, 15, 16, Firenze, Multigraphic.

La scala delle cartografie presenti su quello libro è 1:56.250, il lato di ogni quadrato del reticolo misura 2 km.

I riferimenti segnalati nelle descrizioni escursionistiche possono subire variozioni a distanza di tempo; le durate sono indicative. Le condizioni ottimaliper intraprendere i percorsi proposti si ritrovano nei mesi estivi, per l’ampia durata di luce e l’assenza di ostacoli come umidità e guadi difficoltosi dovuti all’ingrossarsi dei corsi d’acqua, pioggia, neve e gelo.
Fra le tante regole non scritte ci teniamo a ricordare di portate a valle i vostri rifiuti e più generale il rispetto per i luoghi attraversati.

Buon cammino.

Altre testimonianze su:
www.resistance-archive.org

Informazioni generali su:
www.istoreco.re.it

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La Valle delle Cartiere

(Ovvero: il posto che non ti aspetti, praticamente dietro casa)

Maina inferiore – sede del Museo della Carta

Un paio di anni fa, dopo una estenuante coda in uscita al casello di Sirmione, ci eravamo detti “mai più Pasquetta sul lago”. Questa volta invece ci siamo azzardati a ripetere l’esperienza, e devo dire che, nonostante il traffico al rientro, ne valeva la pena.

L’occasione è stata data da una nuova iniziativa dell’Arci di Persichello (un paesino vicino a Cremona), che ha iniziato una collaborazione con l’APE di Brescia (APE non nel senso di ape-ritivo, ma di Associazione Proletaria Escursionisti, in un’altra occasione vi racconterò di che si tratta). L’idea è quella di organizzare una serie di uscite collettive in montagna, la prima delle quali era fissata proprio per il giorno di Pasquetta. Meta decisamente a portata di mano, ovvero la Valle delle Cartiere: si tratta della valle del Toscolano, torrente che si getta nel Garda a Toscolano-Maderno.

Un po’ di storia

Una barca naufragò nel Garda; il vento spezzò l’albero e portò la vela ad incassarsi in una insenatura di Toscolano. La forza delle onde ridusse la vela in poltiglia ma l’esposizione al sole tornò a darle consistenza. Quando alcuni abitanti del luogo si resero conto che quel materiale era adatto alla scrittura fondarono la prima cartiera.

Questa è la leggenda che “spiega” la nascita e lo sviluppo della produzione cartaria, dal medioevo in poi, nella valle del Toscolano. Il fatto è che il torrente portava parecchia acqua, e le prime strutture per produrre carta dagli stracci sono nate qui già nel ‘400, via via ampliandosi e ammodernandosi. La stretta imboccatura della valle rendeva impossibile arrivare in valle con i carri, direttamente dal paese: gli stracci arrivavano a dorso d’asino dalle valli laterali (alcuni di questi percorsi sono ancora praticabili). Solo nella seconda metà del XIX secolo, grazie anche all’intervento dei proprietari delle cartiere della valle, è stata realizzata la strada di accesso dal lago, caratterizzata dalla presenza di alcune gallerie.

Info più approfondite potete trovarle QUI.

Accesso

L’imboccatura della valle è ben segnalato, dalla strada del lungo lago si seguono le indicazioni per Gaino, Valle delle Cartiere o Museo della Carta: arrivando davanti al municipio si gira a destra per poi tenere la sinistra (occhio ai cartelli per la valle). Ci si intrufola nella stretta strada che, grazie a qualche galleria, permette di raggiungere il parcheggio (gratuito). Lo spazio non è molto, in ogni caso dal paese dista circa 500m, volendo si può arrivare in valle anche con il trenino turistico.

Mappa del percorso (spudoratamente rubata dalla pagina dell’evento)

L’escursione

Il tracciato scelto è alla portata di quasi tutti: per non fare solo la camminata di fondovalle ci è stato proposto di percorrere un giro ad anello sulle tracce dei vecchi sentieri di accesso alla valle e di servizio per le attività delle cartiere. Il sentiero delle Calchere risale il versante in destra idrografica, passando accanto ai vecchi manufatti che venivano utilizzati per produrre la calce, materiale utilizzato nel ciclo produttivo della carta, con funzione di sbiancante e disinfettante.

Lo sviluppo totale è di circa 8km, la quota massima toccata è 290m slm. Temo di percorrenza netto: circa 2h30′.

Calchera

Panorama dal sentiero delle Calchere. E’ visibile la stretta imboccatura della valle

Dal parcheggio abbiamo seguito la strada di fondovalle fino al Museo (in località Maina inferiore), proseguendo ulteriormente fino a ponte di Maina Superiore. Qui si imbocca, appunto, il sentiero delle calchere, che si snoda, su forestali e sentieri, nel bel bosco sovrastante Maina. Passando accanto ad alcune abitazioni e ai resti delle vasche di produzione della calce, si raggiunge un belvedere da cui risulta evidentissima la “V” che segna lo stretto ingresso nella valle. Si prosegue in quota per poi scendere, con alcuni tornanti, fino alla chiesetta di Luseti (risale al ‘500) e all’adiacente campo scout. Le strutture qui presenti sono ciò che rimane dei vecchi opifici, risalendo la valle lungo il corso del Toscolano in pratica si cammina tra, e sopra, le rovine, raggiungendo la Forra di Covoli.

Forra di Covoli

Forra di Covoli – Torrente Toscolano

Torrente Toscolano nei pressi di Luseti

Rientrati a Luseti abbiamo percorso la strada di fondovalle. Poco sotto Luseti si incontrano le rovine di una struttura caratterizzata dalla presenza di più locali (alcuni dei quali parzialmente scavati nella roccia) realizzati in epoche successive, qui è ben visibile il canale realizzato per deviare il torrente per poter azionare i mulini che muovevano i macchinari.

Edificio nei pressi di Luseti – vasche scavate nella roccia

Edificio nei pressi di Luseti – interno di uno dei locali più antichi

Edificio nei pressi di Luseti – Canale di servizio per funzionamento mulini

Più a valle, altre rovine risultano visibili, le più recenti (e più grandi) sono parzialmente realizzate in cemento armato. Per alcune strutture sono in atto interventi di messa in sicurezza, per poterle rendere accessibili.

Vecchio ponte in legno

Il paesaggio è, nel complesso, molto particolare, perché mescola la natura, a tratti selvaggia, e l’opera dell’uomo, con la prima che, complici il tempo che passa, le frane e le intemperie, sta avendo il sopravvento sulla seconda. E’ quindi fondamentale che le opere più importanti vengano adeguatamente restaurate, per non smarrire la testimonianza di un’epoca importante per queste terre.

Il museo

In località Maina Inferiore, ha sede, in una cartiera ristrutturata, il Museo della carta. Qui si viene guidati lungo il percorso che dagli stracci permetteva di ottenere carta pregiata, secondo il metodo tradizionale: la cernita, la macerazione in acqua e calce, la riduzione in poltiglia degli stracci, la creazione dei fogli, la loro pressatura e successiva asciugatura, il trattamento impermeabilizzante con colla animale, la lisciatura. Successivamente alcuni macchinari (come il cilindro olandese) hanno consentito di aumentare la produzione. Con la costruzione della nuova cartiera in riva al lago (proprietà Burgo), e con l’introduzione dei macchinari a ciclo continuo, la produzione in valle si è progressivamente ridotta.

Il locale asciugatura

Attrezzatura per trattamento con la colla

Tamburina (macchina per produzione in ciclo continuo)

Nel museo c’è spazio anche per esemplari di libri stampati dai Paganini (famiglia di stampatori attivi nel ‘500) per i principali signori dei secoli scorsi, nonché per filigrane artistiche e per documenti storici.

Libretto di lavoro di un residente in valle.

Info

Sito web Valle delle Cartiere

Itinerari ad anello nel Comune di Toscolano Maderno

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Effetto trail

Un sostegno al turismo con l’alleanza dei trail

Vco top race si amplia per la seconda edizione con 13 eventi da aprile a ottobre

L’arrivo di Giulio Ornati al Bettelmatt ultra trail 2016 in Val Formazza, uno degli eventi più attesi in calendario

di Valeria Matli – lastampa.it, 27/03/2017

Raddoppia e rilancia «Vco top race», il campionato di trail e sky race che alla seconda edizione si arricchirà di tre nuove corse. Inaugurato l’anno scorso con il proposito di gemellare dieci tra gli appuntamenti più importanti del panorama podistico provinciale, il circuito 2017 con tutte le novità è stato presentato giovedì a Ornavasso alla presenza dei vincitori della scorsa edizione, Alice Modignani Fasoli e Massimo Ragazzoni, e dei rappresentanti dei vari comitati organizzatori.

Ai dieci appuntamenti del campionato 2016, il cui successo è stato sancito da un numero totale di 4.339 iscrizioni, si aggiungeranno tre nuove corse, Grand Bucc race di Trasquera, Val Brevettola race di Montescheno e Ultra trail del Lago d’Orta che segnerà anche il gran finale. «L’anno scorso grazie al circuito abbiamo avuto un gran numero di partecipanti e speriamo nel 2017 di crescere ancora grazie all’aggiunta di queste tre nuove gare – ha spiegato Stefano Trisconi, atleta e organizzatore dell’Orna Trail -. L’obiettivo principale sarà di incrementare la partecipazione di concorrenti provenienti da fuori provincia».

Oltre 800 km previsti

Vco top race verterà su 13 eventi per un totale di 800 km di sentieri e 4.000 metri di dislivello, un vero e proprio viaggio alla scoperta della fitta rete escursionistica del Vco. Eventi sportivi che promuovono il territorio, permettendo in alcuni casi anche il recupero di antichi sentieri ormai in disuso, e che non a caso avranno l’appoggio dal punto di vista comunicativo e pubblicitario del Distretto turistico.

«Saremo presenti con materiale informativo alla Maratona di Vienna e ad altri importanti eventi – ha spiegato Andrea Lometti, in rappresentanza comitato di Vco top race -. Verrà inoltre realizzato un video promozionale per ogni gara che, oltre alla parte sportiva, illustrerà il lato paesaggistico del territorio su cui si svolge».

Si comincia domenica 9 aprile con l’edizione numero 11 dell’Ossola trail di Mergozzo: già raggiunto il tetto massimo (350) delle iscrizioni su ambedue le distanze (17 e 27 km).

Ecco tutti gli appuntamenti

Ecco qui di seguito tutti gli appuntamenti di Vco Top Race:

  • 9 aprile Ossola trail (Mergozzo);
  • 22 aprile Orna trail (Ornavasso);
  • 7 maggio Trail del Motty (Armeno);
  • 4 giugno Maratona della Valle Intrasca (Verbania); 18 giugno Grand Bucc race (Trasquera);
  • 25 giugno Stràgrandamonterosa (Macugnaga);
  • 9 luglio Mozzafiato sky race (Cannobio);
  • 15/16 luglio Bettelmatt ultra trail (Formazza);
  • 23 luglio Val Brevettola race (Montescheno);
  • 20 agosto Rampigada (San Domenico);
  • 27 agosto International Veia sky race (Bognanco);
  • 17 settembre Lago Maggiore zip line trail (Alpe Segletta di Aurano);
  • 20-22 ottobre Ultra trail del Lago d’Orta con base a Omegna.

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L’anello mancato: 3 e 4- Le 5 Torri e la Val Travenanzes

Ecco, siamo arrivati alla parte mancante dell’anello.

Con la tappa 1 siamo andati da Cortina al Lago Verde (Rifugi Fanes e La Varella), con la tappa 2 e metà della 3 abbiamo percorso tutta la valle di Fanes fino al Col Locia, da qui siamo scesi a Plan d’Ega per poi risalire alla piana del Rifugio Scotoni, proseguendo poi per il Lagazuoi fino a scendere al Falzarego.

Da qui in poi, non avendolo percorso di persona, riporto le indicazioni della relazione e qualche foto rubata alla rete. Si tenga presente che la relazione era presa da una “vecchia rivista” già dieci anni fa, e in alcuni punti le indicazioni non sono chiarissime, è quindi opportuno verificare sentieri, punti di appoggi e l’eventuale presenza di tratti attrezzati.

…Lo chiuderò, prima o poi, questo giro…

Mappa del trek. In fucsia e arancione le tappe 3 e 4

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore.

La descrizione fino a Passo Falzarego è riportata nel post precedente.

Un’osservazione: nella relazione si cita il segnavia 441b come riferimento per raggiungere Forcella Averau da Passo Falzarego, ma dalla mappa Kompass in mio possesso il 441b non parte dal passo. Suppongo sia da intendere “segnavia 441”, verificare le condizioni del sentiero.

Le 5 Torri, sullo sfondo le Tofane, da http://lagazuoi5torri.dolomiti.org

Museo all’aperto – 5 Torri

Per info

Museo all’aperto delle 5 Torri

Tappa 4: da 5 Torri (2137mslm) a Ponte de ra Sies, tempo stimato 8-9 ore.

Per info

Fotogallery traversata val Travenanzes da sito cai San Vito al Tagliamento

Escursione Falzarego – Lagazuoi – Travenanzes

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L’anello mancato: 2,5-da Fanes al Falzarego

Mappa del trek. In blu e fucsia sono indicate le tappe 2 e 3

Proseguo qui la descrizione di un percorso ad anello tentato nel 2017.

Doveva essere la tappa n°2, invece abbiamo fatto un’aggiunta, e, a posteriori, dico “per fortuna!!!”. Ma andiamo con calma.

La prima tappa ci aveva portato da Cortina al rifugio La Varella percorrendo la bella val di Fanes e il Passo di Limo.

Chiesetta dietro al rifugio La Varella

Qui abbiamo pernottato in un bel rifugio, tranquillo, che faceva anche da alberghetto, nel senso che, oltre alle camerate, c’erano stanze più piccole e c’era chi pernottava qui più giorni facendosi portare qui in jeep. Non essendo proprio lungo l’Alta Via n°1 come il vicino, e più grande, Rifugio Fanes, risultava meno affollato rispetto a quest’ultimo. Nel rifugio abbiamo incontrato anche alcune comitive in mtb impegnate nella traversata del gruppo (qui si può arrivare anche da San Vigilio di Marebbe), e, personalmente, non li ho invidiati, sapendo che all’indomani avrebbero dovuto affrontare le rampe che portavano al Passo di Limo…

Il torrente nei pressi del Lago Verde

Tappa 2: da Rifugio La Varella (2038mslm) a Rifugio Scotoni (1985mslm), tempo stimato 4-5 ore.

La mattina successiva ci rimettimo in marcia in direzione sud lungo l’Alta Via n°1. Ripercorriamo il Passo di Limo per poi percorrere l’Alpe di Fanes Grande, fra torrenti, laghetti e bastionate rocciose dalle forme più varie. Sembra di essere in un altro mondo, lontano dai sentieri più affollati, in un ambiente particolare, che si differenzia dalla maggior parte delle valli dolomitiche proprio per la forma delle vette circostanti, che, sulla nostra destra, sono molto “morbide” per una strana combinazione di storia geologica ed erosione, che ha reso molto visibili le ondulazioni, le pieghe degli strati rocciosi.

Alpe Fanes Grande, con le Cime di Campestrin a sinistra e Sas dai Bec e Taibun sulla destra

Sas dai Bec

Arriviamo al Juf da l’Ega (Passo Tadega, 2157mslm), lasciando sulla destra il vallone che porta a Punta Lavarella, per poi imboccare il sentiero 11 percorrendo la Val di Fanes fino a Col Locia (2069mslm), fra la Cima del Lago e il Piz les Cunturines. La relazione in nostro possesso diceva di tagliare in quota lungo il sentiero 21 fino alla Forcella di Lago (2140mslm) e, da qui, al Rifugio Scotoni. A parte che sulla nostra mappa tale sentiero non era segnalato, noi preferiamo scendere lungo un sentiero che, fra rocce e gradoni sostenuti da tronchi, ci porta fino a Plan d’Ega, a quota 1730mslm circa, percorrendo parte di questo tragitto insieme ad un paio di coraggiosi bikers che si fannno buona parte del dislivello con la bici in spalla. Ho pensato fossero matti, poi negli anni successivi sono andata ad impegolarmi in situazioni forse peggiori, capendo che… una scammellata val bene un giro spettacolo.

Col Locia, vista verso il vallone che porta a San Cassiano. Sullo sfondo, Pralongià e il Gruppo del Sella

La discesa dal Col Locia, lungo il sentiero 11.

“Hotel Pecora” a Plan d’Ega

Da lì risaliamo, lungo il segnavia 20, percorrendo il vallone di Lagazuoi fino alla verde piana del Rifugio Scotoni (in pratica risalendo il percorso che in inverno si fa con la lunghissima pista da sci che dal rifugio Lagazuoi scende fino a San Cassiano.

Al rifugio Scotoni arriviamo intorno all’una, piuttosto affamati. Il rifugio è parecchio affollato e… gli altoparlanti sparano musica tirolese a palla. Vabbè che in fondo siamo…a casa loro, ma per chi si è conosciuto ascoltando Love Over Gold dei Dire Straits è un po’ troppo. Mangiamo, ci guardiamo in faccia e… “tira fuori un attimo la cartina…”. Visto l’orario c’è margine, rimanere lì a farsi ammorbare, per quanto il posto non sia male, non ne vale assolutamente la pena. Da lì al successivo Rifugio Lagazuoi però c’è un bel pezzo, e per me, stimare le percorrenze su una carta al 50.000 dopo che per una vita ho usato quelle al 25.000, non è banalissimo. Ritenendo la cosa fattibile ci rimettiamo in marcia, decisi a fare mezza tappa del giorno successivo.

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore (interrotta al Falzarego).

Sempre lungo il sentiero 20 saliamo fino al lago di Lagazuoi e da qui rientriamo sull’AV n°1. Una parte del sentiero è a gradoni (anche un po’ alti), ma nel vallone si procede lungo una traccia su roccia, su una specie di piana coronata dalla Cima del Lago, dalle Torri di Fanes e dal Piccolo Lagazuoi. Ma mano che procediamo lungo il sentiero il cielo si copre progressivamente, dando ragione (purtroppo) alle previsioni dei meteorologi.

Alpe di Lagazuoi, chiusa a nord dalla Cima del Lago e dalle Punte di Fanes

Arrivati sotto al rifugio ci rendiamo conto che il “sotto” sono 200 metri di dislivello da farsi in salita (e ridiscendere la mattina successiva) lungo il primo tratto della pista da sci. “Col cavolo che salgo per poi ridiscendere, andiamo a dormire al passo” mi sento dire. Borbotto, un po’ per l’ora tarda, un po’ perché al Falzarego poteva essere problematico trovare alloggio, ma mi adeguo. E sotto un cielo che, dal grigio normale, vira al grigio topo e alla tonalità piombo, ci avviamo alla Forcella Lagazuoi e scendiamo, lungo il segnavia 402, passando ai piedi della Cengia Martini. Da qui partono i sentieri che portano nelle gallerie scavate nella prima guerra mondiale, e che ora è possibile visitare (con l’attrezzatura adeguata, si intende).

Tofana di Rozes, in vista l’AV1 che porta a Forcella Col de Bos

Arriviamo al Passo Falzarego e scendiamo lungo la statale fino al Rifugio Col Gallina. Il tempo di entrare per chiedere un posto letto e si scatena l’inferno. Un diluvio allucinante…

Per fortuna hanno una stanzetta libera e ci fermiamo lì. Ma al tempo infernale ci si aggiunge pure la notte infernale passata perché il mio compagno sta malissimo, al ché capiamo che il nostro trek finisce lì.

La mattina successiva, mesti mesti, prendiamo l’autobus in direzione Cortina, nell’impossibilità totale di vedere il panorama perché immersi in una fitta cortina di pioggia, ma consapevoli che, se fossimo dovuti scendere del Lagazuoi con quel tempo, sarebbe stato molto, ma molto, peggio.

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L’anello mancato: 1-Val di Fanes

Le vette a Nord della piana del Lago Verde

La ricerca di informazioni per un’amica che mi ha chiesto info per le ferie di questa estate mi ha fatto tornare indietro di qualche anno, ad un progetto di 4 giorni che purtroppo non sono riuscita a chiudere.

Mappa del trek. In verde la prima tappa

…Si parte!

Era l’estate del 2007 ed  ero dalle parti di Cortina insieme al mio compagno. Prima di spostarci in Val di Fassa avevamo alcuni obiettivi: qualche escursione in mtb (che per me era una novità), le tre cime di Lavaredo, un trek ad anello fra Cortina, Fanes e il passo Falzarego, il “pellegrinaggio laico” al Vajont.

Il meteo ballerino ci ha messo i bastoni fra le ruote; con un occhio al bollettino meteo e l’altro al cielo cerchiamo la finestra ottimale per fare il trek. Individuando una finestra temporale tiratissima, ci decidiamo e partiamo.

Orrido in Val di Fanes

Prima tappa: la val di Fanes.

Partenza segnalata da Ponte de Ra Sies (1283mslm), arrivo al Rifugio La Varella (2038mslm) passando per il Passo di Limo (2172mslm). Tempo 6-7 ore.

Troviamo parcheggio per il furgone e imbocchiamo la forestale che corre ai piedi del bosco, in direzione Nord, parallela alla strada che va verso Cimebanche (segnavia 417 lungo la Valle d’Ampezzo). Dal Ponte de ra Piencia imbocchiamo la val di Fanes (segnavia 10).

Spalto di Col Becchei

Sono passati un bel po’ di anni, e alcuni ricordi sono un po’ sbiaditi, ma mi ricordo una bella valle, con orridi e cascate, che si percorre da Est verso Ovest in modo abbastanza agevole, seguendo una forestale che, con qualche tornante, risale la valle lungo il Rio Fanes, incrociando, in corrispondenza del Ponte Outo, la val Travenanzes (che doveva costituire il nostro percorso di rientro dal trek ad anello). La cosa che più mi ha colpito, a parte la tranquillità e il verde dei pascoli, sono le rocce. Ok, siamo nelle dolomiti… ma qui la conformazione di piane, pendii e versanti è fortemente influenzata dalla stratificazione della roccia.

Lungo tutto il tragitto incontriamo numerosi bikers, alcuni dei quali impegnati in un tragitto a tappe, ma nel complesso l’itinerario non è molto frequentato.

Guadagniamo quota e, costeggiando il Lago di Fanes, ci dirigiamo verso Malga Fanes Grande, da qui saliamo verso destra in direzione del lago di Limo, e dell’omonimo passo. Si scende per larga forestale in direzione Lago Verde e ci dirigiamo verso il Rifugio La Varella.

Qui…integratore salino a base di luppolo e ci rilassiamo in attesa della cena.

Per maggiori informazioni relativamente alla Val di Fanes visita questo link, oppure scarica l’opuscolo sulle valli di Fanes e Travenanzes.

Rifugio Fanes (adiacente al rifugio La Varella): sito dedicato.

Rio Fanes

Al pascolo nei pressi del Lago di Limo

Verso il Lago Verde

Conca del rifugio La Varella

In arrivo

“Arte” in alta quota

Segue…

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La nuova vita di Alan

Un giorno, mentre sto “cazzeggiando” (termine tecnico) su internet, mi arriva una notifica da un gruppo g+ che seguo. Il titolo del post, relativo ad un trek nel Lagorai, mi incuriosisce: io di solito vado in Val di Fassa, ma il Lagorai, che è nella vicina val di Fiemme, non lo conosco per niente.

Clicco sul link. Si apre una pagina, e la prima cosa che mi colpisce, più che le montagne, è il logo AIDO su un pannello segnaletico.

Io sono una donatrice AIDO (o meglio, una potenziale donatrice) e i miei genitori, in tempi diversi, sono stati nello staff del gruppo AIDO locale (mia mamma è tuttora presidente), quindi il tema della donazione in casa mia è… “di casa”. Incuriosita, comincio a navigare nel sito, una volta tanto interessata più al gestore del sito che alle escursioni in montagna descritte nelle pagine.

E la storia che scopro è una di quelle che ti scombussolano dentro. E’ la storia di una doppia vita, la vita prima e la vita dopo.

In mezzo, un trapianto.

Ecco la storia di Alan.

Personalmente mi sento in dovere di dover inserire nella mia autobiografia, due Biografie, una per il “pre” e una per il “post” Trapianto.

Mi chiamo Alan e sono nato a Trento il 27 ottobre 1984 all’Ospedale San Camillo da genitori entrambi trentini, con parto naturale.

Appena nato dopo poco più di un mese vengo ricoverato all’ospedalino a Trento per problemi di fegato, ero giallo, gonfio, non avevo appetito e quindi, dopo qualche mese sono stato trasferito all’ospedale di Padova nel reparto di Gastroenterologia presso la Prof.ssa Zancan per accertamenti più dettagliati sul mio stato di salute.

Dopo vari studi mi diagnosticano il Deficit di Alfa 1 antitripsina, disordine genetico che per una combinazione del 50% di possibilità vado a incontrare già dalla tenera età…

Inizia una vita fatta di visite, dottori, ospedali, una vita da “malato”. La tenera età non mi consente di potermi lamentare, le problematiche che incontro durante il periodo neonatale sono relativamente poche.
La vita però va avanti, frequento asilo, elementari, medie e superiori cercando di condurre una vita normale, ma così non è, le limitazioni sono tante, troppe per un ragazzo che sta iniziando a vivere la sua adolescenza, non poter far sport non mi aiuta a socializzare e a poter confrontarmi con i miei compagni,  ma con determinazione riesco ad arrivare fino ai 14 anni, i tempi del motorino, delle prime compagnie.

Un “bel” giorno succede il “patatrack”, la pipì rossa….. è Panico!!! Non riesco a parlarne con nessuno, neanche con gli adulti, ho paura, dentro di me mi convinco del fatto che da li a pochi giorni il tutto si sarebbe risolto.

Un giorno vengo colto in flagrante, si accorgono del mio problema e mi portano in ospedale con urgenza.

Successivamente mi viene diagnosticata una Glomerulo-nefrite membranoproliferativa, una malattia renale per la quale ho dovuto sottopormi a un trattamento Dialitico (Emodialisi) piuttosto intensivo.

Qui inizia uno dei periodi più duri della mia vita, a 14 anni, non poter più fare neanche il poco che mi piaceva, costretto in un letto d’ospedale con 3 trattamenti di Emodialisi da fare a settimana…

Il morale è sotto terra, ansia e panico sono all’ordine del giorno, ricordo ancora il mio pensiero più ricorrente “Quando andrò a casa?”…

Un giorno… l’encefalopatia… che in poche parole è l’accumulo di sostanze tossiche nel sangue che il fegato non riesce a eliminare e che causa coma epatico, in cui se non vieni trattato subito con i mezzi più appropriati vai incontro a morte certa.

Fortunatamente a Trento i medici del reparto di Nefrologia mi hanno salvato, e dopo 12 ore di lotta contro la morte, riapro gli occhi e intorno a me trovo i miei famigliari più cari, la mia amata nonna Letizia, il mio zio Emilio e la mia mamma. Bei brutti momenti !!!

L’encefalopatia è il punto di non ritorno, successivamente l’Ospedale di Trento prende contatti con la Clinica Universitaria di Padova e dopo attente valutazioni, con un’ambulanza vengo trasportato al Policlinico Universitario dell’Ospedale Civile dove la dott.ssa che mi seguiva fin da piccolo mi ha fissato una visita specialistica un pò particolare.

Quella visita cambiò per sempre la mia vita…

In un mese e mezzo di Ospedale a Padova eseguo tutti gli esami necessari per il Trapianto, penso di non aver mai fatto così tanti esami, invasivi o meno, una sorta di Check-Up completo di tutto il mio corpo, atto a valutare le mie possibilità di sopravvivenza al Trapianto e la mia predisposizione all’accoglimento di due nuovi organi. Il fegato e il Rene.

Il 22 maggio 2000 il telefono di mia madre squilla, è sera, sono circa le 18.00.

Poco dopo mia madre entra in camera e mi dice “Alan prepara il pigiama!”.

Verso le 20.00 siamo a Padova, un chirurgo viene a prelevarmi circa 20, 25 provette di sangue, il quale verrà utilizzato per tutte le analisi necessarie al Trapianto.

Entro in sala operatoria il 23 maggio 2000 alle ore 06.00 e ne esco alle 22.30 dello stesso giorno.

Da qui in poi potrei scrivere un’altra Biografia, quella che descrive la vita da Trapiantato di Organi, ma preferisco non farlo, perché in questo piccolo spazio sul web voglio raccontare le esperienze sportive con immagini e racconti che testimoniano che una vita dopo il Trapianto è possibile e anzi, è un dover sfruttare e goderne a pieno, per te stesso e per chi col suo sacrificio di vita ti ha donato una seconda chance.

Vigolana trail, passaggio a 35km

Nella sua nuova vita Alan va in montagna. O meglio: partecipa ad escursioni impegnative, fa ghiaccio, partecipa a gare Ultratrail. Le sue escursioni le racconta sul suo blog, TRANSPLANT SPORT. Il sito però non è solo il diario di bordo di un giovane appassionato di montagna, è anche uno strumento per parlare di emodialisi e trapianti. Uno strumento di supporto a pazienti in attesa di trapianto o già trapiantati e, soprattutto, di sensibilizzazione nei confronti dei potenziali donatori.

Cima Tosa – Canalone Neri

Per chi volesse sapere qualcosa in più su Alan:

Blog: TRANSPLANT SPORT

Mail: alan.cattincosso@gmail.com

Facebook: https://www.facebook.com/alan.deslucca

Garmin: http://connect.garmin.com/profile/alancattin

Alan in vetta… con maglietta

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