escursionismo

Un violino sul Grignone

Rifugio Elisa – montagna.tv

Elena Cosmo, la violinista che molla tutto per il rifugio sul Grignone

«Basta tournée in giro per il mondo, divento capanatt: continuerò a essere una musicista, solo che i concerti invece che in un auditorium davanti a un pubblico numeroso si terranno tra le mie amate vette con accanto gli appassionati di montagna»

Elena Cosmo – resegoneonline.it

di Barbara Gerosa – milano.corriere.it, 27/04/2018

Guai a chiederle perché ha deciso di appendere il violino al chiodo per gestire un rifugio a 1.515 metri d’altezza, ai piedi del Sasso Cavallo e del Sasso dei Carbonari, a tre ore di cammino dalla frazione mandellese di Rongio e lontano dai sentieri più conosciuti. Gli occhi scuri si accendono di passione e le parole sgorgano come le note dello strumento che suona fin da piccola. «Non ho appeso proprio nulla. Continuerò ad essere una musicista, solo che i concerti invece che in un auditorium davanti a un pubblico numeroso si terranno tra le mie amate vette con accanto gli appassionati di montagna, che sono certa apprezzeranno il suono della natura che si mescola con le note del mio violino».

Elena Cosmo ha il sorriso che incanta e grinta da vendere. Fisico minuto, da un paio di settimane è la nuova «capanatt» del rifugio Elisa, di proprietà del Cai Grigne di Mandello, sul versante occidentale del Grignone, tra le più note cime lecchesi. Originaria di Desio, 37 anni, da sei vive a Pasturo, in Valsassina, dove si è trasferita per trasformare in lavoro la sua passione per la montagna. Figlia di musicisti, diplomata in violino al Conservatorio di Milano, si è inizialmente dedicata all’insegnamento per poi suonare in tutta Italia e nel mondo, con concerti anche in Indonesia.

Nel 2010 è rimasta folgorata sulla via delle vette lariane: il Resegone, la Grigna, si è poi dedicata all’arrampicata arrivando persino a risalire le cascate di ghiaccio. Infine l’attività nei rifugi, a Claviere, in Val di Susa, Brioschi, Rosalba e Sassi Castelli nel Lecchese. «Facevo praticamente di tutto. È stata un’esperienza importante e quando si è trattato di poter partecipare al bando per gestire da sola l’Elisa, raccogliendo l’eredità di Mauro Balatti che mi ha preceduta in questo incarico, non ci ho pensato un istante», racconta raggiante.

Ma insieme allo zaino pesante 70 chili con le provviste per cucinare i pranzi e le cene agli ospiti-alpinisti- amanti della musica, con sé ha portato anche il violino. «In realtà non l’ho mai abbandonato — continua a raccontare —. Nel 2016 è nato il progetto “Armonie tra cielo e terra”. Insieme al quartetto d’archi di cui faccio parte abbiamo organizzato una decina di concerti in alta quota, molto apprezzati e partecipati. Ed è quello che intendo continuare a fare, anche se non abbiamo ancora fissato date precise».

Intanto il rifugio Elisa, edificato nel 1926 in alta Val Meria, ventitrè posti letto e un panorama mozzafiato, ha già fatto il pieno di consensi, è stato letteralmente preso d’assalto nella giornata del 25 aprile e resterà aperto nei week end fino a giugno e in autunno. Porte e finestre spalancate tutti i giorni, invece, a luglio e agosto, il periodo di maggiore richiesta e quello nel quale l’ambiente e le temperature sono maggiormente gradevoli. Un richiamo irresistibile soprattutto per chi è costretto a vivere nelle città.

«Un lavoro difficile? Impegnativo certo, ma non faccio né più né meno di quello che fanno gli altri rifugisti — si schermisce Elena —. Portare le provviste a piedi per tre ore di cammino? Vivere isolati dal mondo per lunghi mesi? È normale. Anzi è fantastico. E le donne che hanno scelto di impegnarsi in questa attività sono sempre di più. Certo io suono anche il violino, ma in alta quota la musica ha tutto un altro sapore. Arriva prima al cielo e al cuore di chi l’ascolta».

Fotogallery

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Si combatteva qui!

100 anni dopo, il fronte della Grande Guerra fa Italia e impero Austroungarico, nelle foto Di Alessio Forconi.

Dalla Slovenia attraverso Carso, Alpi Giulie, Dolomiti, Marmolada, Adamello, Stelvio: tutto è cominciato a inizio 2017, quanto Alessio si è recato  nei lontani Monti Carpazi, per immortalare con i suoi scatti le terre un tempo interessate dal fronte orientale, dove si combatteva già nel 2014 e dove sono stati mandati a combattere, spesso a morire, anche trentini, ladini, friulani, che ai tempi vivevano sotto il dominio austriaco (come già veniva ricordato nella mostra Gran Vera ). Da lì, il progetto, patrocinato dal CAI, si è poi ampliato, fino a consentire la realizzazione di una mostra fotografica che ha già toccato alcune città europee.

Attraverso lo studio del passato che ci accomuna possiamo trarre riflessioni sui conflitti e su ciò che rappresentano per le popolazioni italiane ed europee, sulle conseguenze dei conflitti sulla popolazioni, sullo spirito di fratellanza fra popoli, che ora sembra sia stato dimenticato, rendendoci tutti più poveri.

La mostra è poi diventata un libro

A. Francioni – Si combatteva qui! Nei luoghi della Grande Guerra – Hoepli

Per informazioni

franconiphotos.eu

Pagina facebook Montagne 360 -rivista del CAI

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Ciaspole e accompagnatori

Fabrizio, Accompagnatore di Media Montagna e gestore del sito zainoinspalla.it, segnala che il Collegio delle Guide Alpine della Lombardia ha finalmente fatto chiarezza sulle competenze (e responsabilità) dei vari soggetti che operano in montagna

Dal suo sito, il link al pdf.

“Bicio” aggiunge inoltre:

Mia nota personale relativa al punto 5: la comunicazione viene dal collegio della Lombardia e quindi si parla “solo” di Lombardia, per quanto riguarda il divieto di accompagnamento con le ciaspole da parte dei soci UIMLA.
In realtà tale divieto è su tutto il territorio nazionale, in quanto il divieto è regolato dalla legge nazionale 6/1989

Rimane il mio augurio che certe “follie” legislative (come la necessità di una Guida Alpina per andare su di un sentiero battuto) verranno superate prossimamente; rimane il fatto che finché c’è una legge, questa va rispettata: è uno dei fondamenti della nostra società

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Escursione Anello del Tracciolino

Dato che il Tracciolino è nell’elenco delle “cose da fare”, lo ribloggo così non mi perdo i riferimenti… 😉

AGENDA DEGLI APPUNTI

Nel territorio tra la Val Codera e la Valle dei Ratti si trova il sentiero del tracciolino, una spettacolare opera di ingegneria che io e Claudia abbiamo deciso di andare a scoprire in un caldissimo sabato di fine luglio

Costruito negli anni trenta [del vecchio millennio, nda] il sentiero del tracciolino è lungo 10 chilometri e si sviluppa lungo il fianco della montagna all’altezza costante di 920 metri s.l.m..

anello del tacciolino novate mezzole verceia 7 Uno dei tratti “all’aperto” delle gallerie scavate nella roccia sul tracciolino. Un vero spettacolo!

Collegamento tra le dighe della Valle dei Ratti e della Val Codera, il tracciolino in se è un “sentiero” abbastanza monotono, se non fosse reso un pelo più interessante da:

  1. le spettacolari gallerie scavate nella roccia e comprese tra la diga della Valle dei Ratti ed il sentiero che scende a San Giorgio
  2. il panorama mozzafiato del quale si può godere cammino facendo
  3. la diga della Valle dei Ratti

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Camminare

 c/o CasciNet – via Cavriana 38, Milano

Il primo festival del Social Walking a Milano, organizzato da ViaggieMiraggi con gli amici di CasciNet e Altreconomia. Due giorni dedicati al viaggio lento e condiviso. Racconti di esperienze di viaggio insoliti, presentazione di libri sui cammini, attività per bimbi e famiglie, risto-bar e proiezioni.

Parleremo di turismo responsabile e conosceremo le esperienze di chi ha fatto del viaggio a piedi uno stile di vita.

Si inizia SABATO 14 OTTOBRE con focus sui cammini accessibili:

18:00
🐾 Alberto Conte (Movimento Lento) e Pietro Scidurlo (Free Wheels onlus): l’esperienza dei cammini accessibili per tutti

19:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

20:00
🎥 Proiezione dei film dal Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina
“Buona fortuna Trophy” (dalla raccolta di cortometraggi 3 Fables à l’usage des blancs en Afrique) di Luis Marquès e Claude Gnakouri
“Ailleurs” di Othman Naciri

20:30
🐾 Anna Rastello “Il cammino di Marcella”. Più di 13.000 chilometri di cammini-inchiesta e cammini-evento per creare una grande rete di buone pratiche per cambiare lo sguardo sulla disabilità.
🎥 A seguire il docufilm “Il Cammino di Marcella”

La giornata e gli incontri di sabato sono moderati in collaborazione con Radio Francigena – La voce dei cammini

DOMENICA 15 OTTOBRE la cascina sarà animata da incontri con viaggiatori e autori:

11:00
🐾 presentazione mostra ERSAF “Cammina Foreste Lombardia 2017”: un trekking di 42 giorni attraverso le foreste lombarde
🐾 Enrico De Luca e Massimo Acanfora presentano “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” di Elisa Nicoli, Altreconomia edizioni

13:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

14:30 inizio tavola rotonda
🐾 Sabrina Bergamo racconta l’esperienza del Cammino di Oropa
🐾 Fabrizio Teodori racconta l’ esperienza di cammino nelle Marche, ad un anno dal sisma, e le nuove mete programmate con ViaggieMiraggi
🐾 incontro con Grazia Andriola – autrice di “#steptostopviolence Un cammino in memoria delle vittime di femminicidio”: un’esperienza di oltre 5000 km a piedi per dire basta alla violenza contro le donne
🐾 i terranauti marchigiani Maurizio Silvestri e Paolo Merlini, amanti dei mezzi locali di trasporto quale chiave per conoscere il territorio

15:00
🍂 attività per bambini (6-10 anni) “Foliage d’autunno”: un laboratorio scientifico e creativo per scoprire giocando come cambiano gli alberi in autunno e preparare un erbario speciale.

Durante il festival sarà presente anche l’Ape-Libreria di Terre di mezzo Editore

INGRESSO LIBERO

Prenotazione consigliata per pranzo/cena e laboratorio bambini scrivendo a rete@viaggiemiraggi.org

Per info

Evento Facebook

www.viaggiemiraggi.org

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Fra Porta Vescovo e il Padon

La Marmolada vista dal sentiero per Porta Vescovo

Le montagne lungo la cresta che separa la zona di Passo Fedaia dal Livinallongo (la zona di Arabba) e i sentieri che passano per i pascoli sottostanti sono carichi di storia. Già nei secoli passati la zona era importante per il commercio: il panoramico Viel del Pan (sentiero del pane) era il tragitto lungo il quale venivano trasportate le merci fra la Val Cordevole e la Val di Fassa, in quanto era considerato più sicuro di quello di fondovalle.  Caduto in disuso, è stato recuperato nei primi anni 900 dall’alpinista tedesco Karl Bindel e con il nome “Bindelweg” è ancora oggi ricordato.

Ma questa zona è diventata di importanza cruciale durante la Grande Guerra, perché segnava il confine fra la Val di Fassa, che era sotto il dominio austriaco, e le valli venete, sotto il Regno d’Italia. Le truppe austriache erano arroccate lungo questa cresta, il confine passava per Passo Fedaia e proseguiva verso la Marmolada e oltre, fino a Passo San Pellegrino. Camminamenti, postazioni, gallerie sono accessibili percorrendo la Ferrata delle Trincee. Alcune gallerie sono visitabili partendo da Passo Padon, muniti solo di torcia.

Io sono stata da queste parti più volte, e su sentieri differenti. Di seguito riporto alcune note su alcuni itinerari che è possibile seguire in questa parte di mondo.

Mappa generale dell’area

Viel del Pan

Il tracciato del Viel del Pan si sovrappone a quello dell’Alta Via n°2.

Si parte da Passo Pordoi: spalle alla Val di Fassa, sulla sinistra si imbocca il sentiero contrassegnato dal segnavia 601, che, diretto verso sud, passa ai piedi del Sass Becé fino al rifugio omonimo e, successivamente, a Baita Fredarola. Da qui, sempre seguendo il n°601, si passa sul versante meridionale della cresta che separa la parte alta del Livinallongo (con il lato veneto della salita al Pordoi) dal Fedaia: il sentiero, molto panoramico, è agevole e si mantiene sostanzialmente in quota, raggiungendo il Rifugio Viel del Pan e passando sotto il Sass Ciapèl (vista dal Pordoi, la sua nera sagoma è inconfondibile). Si prosegue fino ad incontrare una deviazione, mantenendo la sinistra si raggiunge Porta Vescovo, continuando lungo il 601 si scende verso la diga del Fedaia, inizialmente in modo dolce per poi perdere quota piuttosto rapidamente.

Della versione “da Arabba” di questo percorso si trova traccia su questa pagina.

Su questo sito invece si possono trovare belle foto scattate lungo il Viel del Pan.

Stralcio mappa Tabacco – 1:25000

Ferrata delle trincee

L’attacco della ferrata è a poca distanza da Porta Vescovo, dalla stazione di monte della funivia si prende il sentiero in direzione Padon e si seguono le indicazioni per la ferrata. La maggior parte delle persone parte quindi da Arabba, sale con la funivia e, ultimato il percorso, rientra a Porta Vescovo dal sentiero. Come alternativa, si può salire a piedi da Passo Fedaia, come dirò più avanti.

Io e il mio compagno l’abbiamo fatta nel 2008, con un avvicinamento ben diverso. Con partenza da Canazei, tramite i due tronconi della funivia, siamo saliti a Col dei Rossi. Da qui abbiamo raggiunto Baita Fredarola, e poi abbiamo percorso il Viel del Pan fino a Porta Vescovo. Lunga? Si. Io inizialmente non volevo, poi mi sono fatta convincere. Diciamo che il tempo che serviva per andare da Canazei ad Arabba e prendere la funivia noi lo abbiamo impiegato raggiungendo a piedi Porta Vescovo (forse aggiungendoci qualcosa). All’andata non sarebbe stato un problema, ma il ritorno…beh, lì qualche problemino avremmo potuto anche averlo.

Ma passiamo ora alla descrizione del percorso, e della nostra avventura

La ferrata non è per nulla banale, anzi. Soprattutto ha una partenza pronti-via che può mettere in difficoltà anche chi è abituato a destreggiarsi con imbrago, moschettoni e cavi metallici. Il primo tratto è piuttosto verticale, con pochi appigli, e la mattina è in ombra. Tirarsi su a braccia, con le mani fredde a stringere il cavo freddo, non è proprio semplice. Io e il mio compagno avevamo un passato da climbers, seppur di non troppe pretese, ma qui qualche timore lo abbiamo avuto.

Il Gruppo del Sella col Piz Boè. Sullo sfondo, il Gruppo del Sassolungo

Passaggio “aereo”

Il percorso si snoda fra i resti degli appostamenti delle truppe austriache: posti di avvistamento, ripari, camini quasi totalmente diroccati ma ancora anneriti dal fumo. E’ spettacolare dal punto di vista del paesaggio, con il gruppo del Sella e il Piz Boè a sinistra e Gran Vernèl e Marmolada a destra… e questo limitandosi alle vette più vicine. Fa meditare, su ciò che siamo stati e su ciò che siamo adesso, con tutti i conflitti che ci sono nel mondo: pensare alle condizioni nelle quali hanno combattuto cento anni fa giovani ragazzi, strappati alla loro vita per essere mandati a combattere in un ambiente ostile, dovrebbe farci riflettere sulla sofferenza che ancora c’è ovunque ci siano popoli che imbracciano le armi.

Oltre al tratto iniziale, la ferrata presenta qualche altro passaggio un pochino esposto. Non è per principianti, insomma… però noi sul tragitto abbiamo trovato una ragazza bloccata dalla paura su una scaletta, in un tratto in discesa, e il signore che la accompagnava non riusciva a tranquillizzarla a sufficienza. Max ha sfoderato la sua (ormai lontana) esperienza da istruttore di arrampicata, le ha dato un po’ di suggerimenti su come muoversi e la ragazza, finalmente, si è calmata. Proseguendo l’itinerario con i nostri nuovi compagni, abbiamo scoperto che la tipa era alla sua prima (!!!) ferrata, e il tizio ha ben pensato di portarla qui perché è “bella e abbastanza facile”…no comment…

Il tratto già percorso, verso Porta Vescovo

I resti del camino

Resti dei manufatti

La parte finale della ferrata passa attraverso le gallerie scavate al di sopra di Passo Padon. E’ assolutamente necessario portarsi una torcia, la distanza fra prese d’aria e feritoie è notevole e il buio è totale. Muoversi in questi budelli è inquietante. Doveva essere alienante rimanere qui dentro, con fuori neve e colpi di granate.

Le gallerie

Si esce dall’ultima galleria proprio sopra Passo Padon. Si scende lungo un ripido sentiero fino al rifugio. Noi, lungo questo tratto, incontriamo una coppia di francesi muniti dell’attrezzatura completa per scalare, e qui mi assale la curiosità…chissà che tipo di vie sono tracciate su queste scure pareti. Nei pressi del rifugio, passando accanto ad un cannone molto ben conservato, una mente malata per l’arrampicata non può non pensare ad una celebre foto scattata in Israele, con Wolfgang Gullich appeso alla canna di un cannone. E la tentazione di fare un boulder su questo pezzo di storia è notevole…mettete i talloni nei vostri cannoni, insomma…

Il rifugio Padon è luogo ideale per rilassarsi un attimo e rifocillarsi. Noi però non abbiamo tempo per prendercela comoda. Il rientro dal sentiero è luungo, ed è tardi.

Prendiamo il sentiero in direzione Porta Vescovo, e lo percorriamo di buona lena. I cartelli danno 1h15′, noi ne impieghiamo molti meno. Eh, la (ex) gioventù…

Proseguiamo oltre, direzione Col dei Rossi, e ogni volta che guadiamo l’orologio acceleriamo. Il passo molto veloce diventa corsetta, e poi corsa. L’ultimo tratto lo facciamo gambe in spalla.

Mentre ci avviciniamo alla stazione di monte della funivia, l’occhio all’orologio ci getta nello sconforto. L’ultima corsa se ne sta andando…poi guardiamo meglio e vediamo delle persone. Arriviamo lingua a terra, gli operatori della funivia ci guardano e ci dicono: “è da un po’ che vi teniamo d’occhio, certo che avete un bel passo! Se non vi avessimo visto viaggiare  quel modo non vi avremmo aspettato”.

Scendiamo a valle con l’ultima corsa della giornata, grazie ai ragazzi che hanno ritardato la partenza di pochi minuti, risparmiandoci la scarpinata in discesa fino a Canazei.

Stralcio mappa geologica 1:50000

Sentiero geologico Arabba – “quasi anello” dal Fedaia

On the road

Il sentiero di collegamento fra Porta Vescovo e Passo Padon è indicato sulle mappe come “Sentiero geologico Arabba”. Non è numerato, ma in loco è contrassegnato da segnali a vernice gialli e rossi. Lo avevo già percorso con il mio compagno, al ritorno dalla ferrata delle Trincee, stavolta decido di rifarlo con mio figlio.

L’itinerario scelto parte dal lago Fedaia-diga e si chiude a Passo Fedaia, località servite dalla linea di autobus che sale dalla Val di Fassa, così evitiamo di utilizzare l’auto (anche se l’uso dei mezzi pubblici in piena alta stagione non è proprio cosa semplice). Scesi alla fermata “impongo” la pausa caffé  al Rifugio Castiglioni. Lo dico perché di fronte al bancone del bar, sul muro, c’è un dipinto “strano”: qualcuno ha avuto la bella idea di far dipingere la sezione geologica in corrispondenza del lago, fra il Padon e la Marmolada, con tanto di indicazione delle formazioni geologiche e delle faglie. Peccato non averla fotografata, perché è decisamente in tema con il nome del sentiero.

Lago Fedaia

Imbocchiamo quindi il sentiero 698, che dal lago sale fino a Porta Vescovo: l’attacco è lungo la statale, proprio di fronte alla strada che percorre il coronamento della diga. Ci si porta sopra alla galleria artificiale che protegge la statale e poi si inizia a salire con tratti ripidi alternati ad altri più dolci. E subito ci imbattiamo nell’origine del nome “Fedaia”: in ladino infatti “feida” significa “pecora”, e proprio all’inizio del sentiero ci imbattiamo in un recinto, qualche pecorella qua e là mentre il grosso del gregge è al pascolo.

La Crepa Neigra

Si prende quota rapidamente, mentre il panorama si allarga. Oltre all’incombente parete della Marmolada e al suo ormai striminzito ghiacciaio, verso Fassa si vedono le cime che circondano la conca del Ciampac e, più lontano, il Catinaccio. Sul lato opposto fa capolino la Civetta.

Il Belvedere. Sulla cima, lato Fedaia, c’è un posto di osservazione

Croce commemorativa

Sotto i nostri piedi, rocce di vari colori. Come si può vedere dalla planimetria sopra riportata, la geologia dell’area è infatti piuttosto complessa. E qui faccio una puntualizzazione: la Marmolada, considerata la regina delle dolomiti, dal punto di vista geologico non fa parte delle dolomiti. E’ infatti costituita da calcare, e diverse formazioni calcaree sono presenti lungo la strada che sale al Fedaia dalla Val di Fassa e in corrispondenza della diga. Dalle creste sovrastanti però sono rotolati a valle sassi e massi di una roccia scura, qui sopra infatti si trovano colate laviche e conglomerati costituiti da frammenti di varia natura in matrice lavica. Man mano che saliamo possiamo vedere la sovrapposizione delle due tipologie di roccia (in zona capita spesso di trovare rocce vulcaniche, formatesi in seguito ad eruzioni sottomarine, sopra alla dolomia).

Arriviamo ad una piccola stalla, poco oltre ci fermiamo per uno spuntino. Da qui, verso Est vediamo alcune cavità nel versante (zona di Pescul), mentre verso ovest, in cima al colle che sovrasta Porta Vescovo, è visibile una delle postazioni del Belvedere, con una finestra che serviva da posto di osservazione: le prime postazioni austriache che vediamo.

Raggiungiamo poi Porta Vescovo, incrociando prima il sentiero che si ricongiunge con il Viel del Pan.

Svoltiamo a destra imboccando il Sentiero Geologico. Da qui in poi ci teniamo grossomodo in quota, con qualche saliscendi, passando ai piedi della cresta della Ferrata delle Trincee (l’attacco si raggiunge, come dicevo prima, proprio da questo sentiero). Il percorso è piuttosto agevole, solo qualche tratto si rivela piuttosto sdrucciolevole, si passa fra massi erratici e resti di appostamenti bellici, croci in ricordo dei soldati dell’esercito austroungarico morti qui. Alzando lo sguardo, scorgiamo le sagome colorate degli escursionisti sulla ferrata (anche se mezzogiorno e mezzo non mi pare l’orario ideali per attaccare percorso di questo tipo). Il sentiero è una grande balconata fronte Marmolada e sovrasta verdi pascoli, dove vediamo un numeroso gregge di pecore.

In lontananza, il Catinaccio.

Esploditore per distacchi controllati

“Incontri” in aria, con i corvi che svolazzano sulle nostre teste, e incontri sul sentiero, con gli escursionisti che incrociamo o che ci sorpassano, ma anche con qualcuno che si avventura in mtb. Sinceramente… non mi pare il periodo per passare di qui in bici. A parte che bisogna essere bravi, perché ci sono alcuni punti scivolosi (e ripidi) o sconnessi, e si tratta comunque di un single track…ma ad agosto ci sono tanti escursionisti, e anche se sei bravo ti diverti poco. All’inizio del sentiero ci supera una coppia di stranieri, abbastanza giovani, ma nel punto più rognoso abbiamo incrociato due signori di una certa età. Sentiero stretto su pendio ripido, siamo dovuti salire, un po’ in bilico, sul ciglio del sentiero, ma uno dei due, con la bici in spalla, ha colpito mio figlio con il pedale. E, sinceramente, mi sono girati un po’ i maroni…

Man mano che proseguiamo, avvicinandoci all’ultimo tratto verso il Padon, ci raggiungono anche alcuni “e-bikers”, che con il loro mezzo superano pendenze decisamente non banali. Qualche tratto un po’ sdrucciolevole, e siamo quasi alla fine. A ridosso del rifugio ci imbattiamo in un qualcosa di “strano”: pali metallici sormontati da una struttura stranissima, un disco metallico, profili ricurvi e delle “rotelle” metalliche. Mi chiedo a cosa possa servire un aggeggio di questo tipo, poi mi accorgo che non è “solitario”, ma ne contiamo altri 4, allineati fra il sentiero e la pista da sci. Il mistero lo svelo al rientro al lavoro, con la complicità di un collega: si tratta di “cannoncini” per il distacco di masse di neve instabile, che possono essere comandati a distanza. Sono recenti, e il motivo lo capisco ripensando a ciò che c’è al rifugio (ne riparliamo dopo…). Dal sito di Aineva si può scaricare un articolo che spiega il funzionamento del sistema.

Crepe Rosse; sullo sfondo, Pelmo e Civetta.

Raggiungiamo infine il Rifugio Padon, dove facciamo il “secondo tempo” del pranzo e il marmocchio si può gustare la meritata fetta di Sacher (fettona… a dispetto del suo appetito non riesce a finirla). Siamo su un vero e proprio terrazzo vista Marmolada (e Pelmo, e Civetta…), mentre verso Est c’è Cima Padon. Dal Passo, il panorama spazia invece verso Lagazuoi, Tofana, la zona di Fanes, Col di Lana e Sief. Mentre mangio, mi viene in mente “E l’obice?” Si, perché, come dicevo prima, vicino al rifugio ricordavo di aver visto un cannone, la volta scorsa, ma ero convinta fosse sotto al rifugio. Penso “beh, sarà dietro, dopo se non lo trovo chiedo”, e invece mi passa totalmente dalla mente. Visto l’orario infatti rinuncio, in accordo con il bimbo, ad andare a vedere le gallerie, e probabilmente il cannone si trova proprio lì sopra.

Col di Lana-Sief e Setsass. Sullo sfondo, Conturines, Lagazuoi e la Tofana

Nessuno è straniero…

Dentro al rifugio c’è un pannello con le foto relative alle nevicate dell’inverno 2013-2014. Impressionanti, soprattutto in confronto alla situazione disastrosa (nel senso che la neve non l’hanno proprio vista) degli ultimi inverni. In particolare, mi colpisce una foto scattata in primavera, raffigurante i pali della seggiovia abbattuti dalla furia di una valanga che si è abbattuta sulla pista da sci per Malga Ciapela, sfiorando Capanna Bill, distruggendo una baita e mettendo fuori uso due impianti di risalita (erano stati preventivamente chiusi proprio per l’elevato rischio valanghe).

Scendiamo lungo la pista da sci (segnavia 699), con sulla sinistra il Monte Padon e il Laste?. Non lo sappiamo, ma siamo nella zona che era occupata dalle postazioni italiane (ahi, potevo documentarmi meglio). Perdiamo quota seguendo la ripida (e un po’ scivolosa) sterrata, puntando al sottostante Passo Fedaia. Poco sopra al passo, vediamo un cartello che indica un cippo di confine. L’erba, altrove alta, è qui corta ad individuare un sentierino che porta fino ad un “masso che sorride” di pietra lavica, circondato da massi più piccoli e attorno al quale l’erba è ben tagliata. Suppongo sia questo (anche se le foto che trovo poi in rete raffigurano massi di altra forma), ma l’ora tarda e il figlio che scalpita fanno desistere dalla tentazione di guardarsi meglio intorno. Stiamo infatti facendo un tentativo disperato, l’autobus passa di lì a pochi minuti…

Cippo di confine?

Ci rendiamo poi conto che l’unica speranza è che l’autobus parta in ritardo… e, visto che il mio ginocchio comincia a protestare, rallentiamo un attimo. Mentre scendiamo verso la “galleria” con la quale la pista da sci scavalca la statale, vediamo un enorme gregge di pecore, poco sopra al lago. Arriviamo al passo e ci fermiamo al bar, in attesa del bus successivo. E ci capita di “intercettare” la conversazione fra una cliente e la signora al bancone; “Ma dove è tuo figlio?” “Eh, quando c’è da lavorare sparisce. Sarà in giro con le pecore insieme alla sua amica, la piccola Heide”. Mi sa che lo abbiamo appena visto, il figlio della signora…

Sentiero degli obici

Scendendo dal Padon ho notato i cartelli per questo percorso: poco sotto al rifugio segnavano una deviazione sulla sinistra rispetto alla strada che scende lungo la pista da sci. Ho cercato in giro qualche informazione relativamente al tracciato, e a dire il vero non ho trovato molto. Una descrizione l’ho trovata su Pèdia davò pèdia, le foto si trovano anche sulla pagina facebook di Severino Rungger (che credo sia uno dei gestori del sito sopra citato).

Tanto per intenderci, il sentiero passa attraverso le postazioni italiane, fra fortini e postazioni di vedetta (alcune sono citate al paragrafo “Per saperne di più). La traccia è riprodotta nello schema sottostante, e par la parte bassa si sovrappone al percorso di discesa da Passo Padon.

Fonte: pagina facebook di Severino Rungger

Per sapere di più

Sul sito fassafront.com sono riportate numerose note relativamente ai siti interessati dagli eventi bellici e agli itinerari che è possibile seguire per raggiungerli. In particolare, per quanto riguarda il fronte austriaco sono riportati le postazioni di Pescul e del Belvedere a Porta Vescovo, per la linea italiana la “collinetta della morte” sotto al Padon e le postazioni di Ciamp de lo Stanzon (peccato aver scoperto questo sito solo dopo aver fatto l’escursione).

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Ammappa l’Italia

…figo!!!

Ammappa l’Italia, la guida del trekking ora la scrivono gli escursionisti. Grazie agli open data

Dal Viterbese un progetto di turismo “collaborativo”: mappare strade pedonali, sentieri e percorsi sparsi per l’Italia. Una sorta di enciclopedia libera dell’escursionismo dove tutti possono segnalare una nuova via. Il risultato è una mappa interattiva open source, consultabile e modificabile da ogni utente.

di Marcello Gelardini – repubblica.it, 25/09/2017

“Ammappa l’Italia!”: non è la solita espressione di stupore, usata spesso quando si parla del nostro Paese e delle sue bellezze, ma è un’esortazione alla partecipazione. A cosa? A un originale progetto di ‘turismo collaborativo’. Un invito rivolto soprattutto a chi conosce cammini che non siano quelli sulla bocca di tutti, sentieri che permettano di scoprire la provincia italiana spostandosi a piedi, strade antiche (oggi raramente battute) che possano diventare collegamenti alternativi tra borghi, campagne e vallate, mulattiere e sterrati panoramici. Con una domanda di fondo: perché non mettere tutte queste risorse a disposizione degli altri? È stato proprio questo lo sprone che ha spinto Marco Saverio Loperfido – documentarista, guida ambientale e organizzatore di attività culturali – a lanciare la proposta di far ‘mappare’ direttamente agli escursionisti (non necessariamente di professione) ogni angolo del nostro territorio. In che modo? Semplicemente passandoci a piedi. Chi meglio di loro, in fondo, può sapere come trasformare una passeggiata in un’esperienza di viaggio a tutti gli effetti.

Nasce la libera enciclopedia del trekking – Nasce così Ammappa l’Italia, un sito e una App (attualmente disponibile solo per iOS) che ha l’ambizione di scovare e mostrare tutti i sentieri nascosti nel cuore delle nostre regioni. Spinti dall’idea che non siano indispensabili automobili, treni e autobus per percorrere la Penisola. Basta avere le giuste coordinate. Quelle date dagli utenti che hanno deciso di animare il portale. Un blog collettivo in cui tutti collaborano per dare nuova risonanza alle cosiddette ‘strade bianche’: vie non asfaltate che da secoli caratterizzano l’entroterra. Un tempo erano l’unico tramite tra i centri abitati e le zone rurali ma, ancora adesso, sono depositarie di una funzione fondamentale: raccontare le nostre radici, da dove veniamo, per collegare l’Italia al suo passato. Il risultato è una sorta di ‘Wikipedia del trekking’ – o, come la definisce il fondatore, una wikiPIEDIA – dove non si condividono i saperi universali ma i mille sentieri di cui si compone da Nord a Sud uno dei Paesi più ricchi del mondo dal punto di vista culturale. Un modo utile, tra l’altro, anche presidiare e proteggere il territorio: passo dopo passo, infatti, si possono segnalare abusi, discariche, scempi edilizi, situazioni di abbandono. Offrendo un servizio alla collettività.

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#TorHighlights 2017

I momenti più significativi del Tor des Géants del 2017

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Anello del Resegone

Più di uno spunto per qualche escursione nel Lecchese…

NB. La salita ai Piani d’Erna via Rifugio Stoppani l’ho fatta in inverno, con le ciaspole, e non è malaccio.

Al Resegone sono salita una volta sola, partendo da Morterone, ma non ricordo assolutamente che giro ho fatto…

AGENDA DEGLI APPUNTI

Una inaspettata “conquista” per me e Claudia: la cima Carminati sul Monte Resegone

Per molti magari potrebbe sembrare ovvio salire sul Resegone, ma per noi, che non siamo assolutamente dei provetti “alpinisti” ne tanto meno ci consideriamo degli esperti trekkers, è stata proprio una bella soddisfazione arrivare su in cima. Proprio come ci diceva un ragazzo trovato lungo il nostro cammino.

Ma cominciamo dal principio

Da quando è che mi sono trasferito per lavoro nel varesotto, ho spesso sentito parlare del Monte Resegone.

Negli anni poi, ho appreso che per moltissimi bustocchi el Resegun [insieme alle Grigne, nda] è una di quelle montagne che una volta nella vita almeno bisogna arrampicarsi lassù, fosse l’ultima cosa che si fa.

Poi ho conosciuto Claudia e anche lei si è aggiunta a quella schiera di persone che varda là el Resegun che montagna. La vedi? Lì, vicino alle Grigne, a…

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I sentieri della rinascita

Cerchiamo volontari per recuperare la rete di sentieri escursionistici nell’area dei Parchi colpiti dal sisma in centro Italia. Parti con noi per aiutare le comunità locali a rimettere in moto l’offerta turistica 

legambiente.it, 11/08/2017

Partiranno da metà settembre una serie di campi di volontariato, “I sentieri della rinascita”,  organizzati da Legambiente per ripristinare e rendere di nuovo fruibili i percorsi escursionistici nel Parco Nazionale del Gran Sasso e nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

A un anno di distanza dal sisma che ha devastato il centro Italia le ferite nel territorio sono ancora aperte e profonde. Secondo gli esperti del Cnr e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), le tre scosse più importanti, oltre alla tragica perdita di vite umane e ai danni su edifici e infrastrutture, hanno deformato il suolo, causando profonde modifiche del sistema idrogeologico e ambientale dell’Appennino centrale provocando diffuse situazioni di dissesto e di rischio. La rete dei sentieri e dei percorsi escursionistici presenti nei due Parchi interessati è stata sconvolta dagli effetti del sisma, ma se da una parte alcune aree risultano ancora inaccessibili, altre possono essere già frequentate ed è proprio su queste che si vuole intervenire.

I campi di volontariato contribuiranno alla rinascita economica del territorio, a partire proprio dal rilancio del settore turistico che potrà fare da volano per l’intera economia dell’area mettendo in moto l’indotto agricolo, agrituristico e delle produzioni tipiche locali.

I campi si svolgeranno nell’arco di un mese a partire dalla seconda metà di settembre; sono previsti 4 campi nell’area del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e 4 campi nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.  Ogni campo avrà la durata di una settimana, i volontari potranno scegliere di partecipare a uno o più turni se lo vorranno. I campi sono aperti a volontari italiani e stranieri provenienti dalla rete internazionale dell’Alliance of European Voluntary Service Organization con cui già collaboriamo da anni. Non è prevista alcuna quota di partecipazione.

Per maggiori informazioni chiamaci dal 1° settembre a questi numeri 06 86268323/324/326/403 

o scrivi a volontariato@legambiente.it

Può interessarti anche: campi di volontariato con Legambiente 

 

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