escursionismo

La diga del Gleno (quel che rimane…)

Se si pensa alle parole “disastro” e “diga”, viene spontaneo pensare al Vajont e ai suoi quasi 2000 morti o, in tempi più recenti, a Stava, in Trentino.

In Italia, purtroppo, di disastri legati all’opera dell’uomo, e alle dighe in particolare, se ne sono verificati altri, meno conosciuti, a dispetto della bravura di ingegneri e maestranze italiane, che nel campo dell’idroelettrico si sono fatti un nome a livello mondiale. Qualche giorno fa ricorreva il 95° anniversario di un altro disastro meno noto, quello della diga del Gleno, in provincia di Brescia. La storia poco edificante che sta dietro alla costruzione di questo sbarramento e allo scempio che ne è derivato è ben descritta sul sito http://www.molare.net, nato per ricordare un altro crollo, quello della diga di Molare, nel quale vengono descritti itinerari escursionistici nei luoghi che hanno visto fallire l’uomo, perché superficialità e sete di denaro hanno preso il sopravvento sulla perizia. Perché la natura fa il suo corso e non perdona, e l’acqua, se deve trovarsi una strada, ci riesce….

Riporto qui la storia della diga del Gleno, con qualche indicazione sul percorso escursionistico che si può fare nella zona. Rimando alla pagina http://www.molare.net/disastri_simili/disastri_gleno.html per gli approfondimenti (si può anche scaricare una pubblicazione tecnica resa disponibile da Umberto Barbisan, Professore Associato di Tipologia Strutturale all’Università Iuav di Venezia), al sito www.scalve.it, all’articolo su l’Eco di Bergamo e al servizio andato in onda su TeleBoario.

Le rovine della diga, viste da monte

La storia della diga

La storia della Diga del Gleno ha origine nei primi anni del 1900 come pure quella narrata nel Disastro di Molare. Già durante la seconda metà del ‘800 l’Italia operosa aveva sete di corrente idroelettrica. Fortemente penalizzati dalla carenza di carbon fossile (il motore della Rivoluzione Industriale) gli Italiani e le loro attività produttive altro non poterono fare che ripiegare in “fonti elettriche alternative”. L’arco alpino, con le sue innumerevoli valli era sito ideale, per lo sviluppo idroelettrico. Quest’ultimo trovò impulso decisivo grazie a una serie di progettisti molto capaci e da ditte private ed impresari “pre-ENEL” pronti con i loro capitali ad investire in questo business.

Fu così, che nel 1907 venne richiesta una concessione per lo sfruttamento idroelettrico del T.Povo da parte di tal Ing.Tosana di Brescia. La concessione venne poi ceduta all’Ing. Gmur di Bergamo e poi alla Ditta Galeazzo Viganò di Truggio (Milano). Nel 1917 il Ministero del Lavori Pubblici fissò a 3.900.000 mc la capacità di invaso in Loc. Pian del Gleno. Pochi mesi dopo la Ditta Viganò notificò l’inizio dei lavori. Piccolo particolare: il progetto esecutivo non era stato ancora approvato dall’autorità competente (Genio Civile)! Dopo una serie di proroghe venne presentato nel 1919 il progetto esecutivo per una diga a gravità a firma dell’Ing. Gmur. Quest’ultimo però morì un anno dopo e la Ditta Viganò assunse l’Ing. Santangelo di Palermo. Nel 1921 venne approvato il progetto esecutivo dell’ing. Gmur con i lavori già da qualche anno avviati.

Nell’anno 1921 la Ditta Vigano appaltò alla Ditta Vita & C. le opere di edificazione delle arcate. Nell’agosto del 1921 l’Ing. Lombardo del Genio Civile eseguì un sopralluogo al cantiere. E’ buffo immaginare la sua faccia quando constatò che la tipologia costruttiva della diga a progetto, cioè a gravità (lo sbarramento che si oppone alla spinta del lago grazie al suo peso), era stato cambiata in corso d’opera in una diga ad archi multipli (struttura in grado di trasferire alle rocce di fondazione le spinte del lago). Rilevò infatti che stavano per essere costruite le basi delle arcate e che, quelle nella parte centrale della diga non erano appoggiate sulla roccia ma sul tampone a gravità (come in una sorta di castello di carte !!!). Ne seguì l’immediata diffida al proseguire la costruzione e venne ingiunto alla Ditta Viganò di presentare un nuovo progetto (quasi si trattasse di una semplice abitazione in cui è stata variata la posizione di un paio di finestre rispetto al progetto). Comunque i lavori andarono avanti alla faccia dei vari sopralluoghi dell’Ing. Lombardo e solo nei primi mesi del 1923 venne presentato il progetto.

La diga quasi ultimata. E’ visibile il tampone a gravità, su cui si fonda parte della diga

Nell’ottobre del 1923 il lago venne riempito a seguito delle violenti precipitazioni. Vi furono problemi negli scaricatori superficiali ma soprattutto si innescarono massicce perdite d’acqua alla base delle arcate sovrastanti il tampone a gravità. Tali perdite furono sfruttate nelle ore notturne per la produzione di energia elettrica !! La diga non poteva dirsi ultimata. Ancora numerose opere edili dovevano essere portate a termine. Il cattivo tempo perdurò anche nella seconda metà di Novembre. Il 1° dicembre 1923 alle 6.30 il Sig. Morzenti, guardiano della diga (collega di sventura del Sig. De Guz di Molare) avvertì un “moto sussultorio violento“. In seguito la difesa della Ditta Viganò ipotizzò addirittura che vi vosse stata un’esplosione causata da un atto terroristico. Il 1° dicembre 1923, alle 7.15 avvenne il crollo delle dieci arcate centrali della Diga. Una massa d’acqua di volume compreso tra 5-6 milioni di metri cubi iniziò la sua folle corsa verso valle.

Vista aerea delle rovine della diga e del Lago del Gleno (fonte Ecodibergamo.it)

 

Bueggio, frazione di Vilminore, fu quasi immediatamente travolta. Le due centrali elettriche vennero rase al suolo, così come due chiese ed il cimitero. L’acqua percorse lo stretto alveo montano del T.Povo sino alla confluenza con il T.Dezzo. L’omonima località scomparì, così come la centrale elettrica, l’antico ponte, la strada e la fonderia per la produzione di ghisa la quale determinò un terrificante spettacolo di acqua, fiamme e vapore. All’altezza di Angolo il T.Dezzo forma una serie di spettacolari forre. L’ondata, colma di detriti, creò delle ostruzioni temporanee con effetti terrificanti. Infatti, nei punti più stretti si crearono dei laghi che dopo pochi istanti riuscivano a sfondare le dighe di detrito, causando ondate ancora più distruttive. Molte località furono gravemente falcidiate: in Loc. Mazzunno venne distrutta la quarta centrale elettrica. L’ondata si precipitò nell’odierna Boario Terme. Le Ferriere di Voltri vennero gravemente danneggiate e vi furono gravissimi danni alle viabilità ed alle strutture. Più a valle (Corna e Darfo) la valle del Povo si allarga e raggiunge il T.Oglio. L’energia dell’ondata andò attenuandosi ma causò ancora vittime a gravissimi danni sino a raggiungere il Lago d’Iseo. Qui lo spettacolo non fu meno terribile: una cinquantina di salme galleggiavano nell’acqua torbida. Il calcolo delle vittime fu stimato sulle 500 unità. Le vittime ufficiali del Disastro del Gleno sono circa 360. Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l’Ing. Santangelo a tre anni e quattro mesi più 7.500 Lire di multa. Va ricordato che la maggioranza dei sinistrati fu’ precedentemente economicamente tacitata. Il Cav. Viganò morì nel 1928 “vinto da cinque anni di indicibili amarezze“.

Distruzione a Darfo (www.pegliese.it)

Testimonianze

I racconti dei testimoni raccolti nel tempo sono state pubblicate in alcuni libri. Alcuni stralci sono disponibili sul sito www.scalve.it.

Perché la Diga del Gleno è crollata ?

Il Disastro del Gleno rappresenta un esempio macroscopico degli effetti di un’approssimativa progettazione e malcostruzione di una diga. La scelta (dettata da ragioni puramente economiche) di variare in corso d’opera la tipologia stessa della Diga ha rappresentato una sorta di bestemmia strutturale.

Le dighe ad archi multipli presupponevano un ottimo terreno d’appoggio poiché le volte hanno la funzione di trasmettere gli elevati carichi alle fondazioni. Quest’ultime devono essere dunque incastonate in roccia compatta ed integra. A Pian del Gleno le rocce subivano gli effetti degradanti del gelo e disgelo ed inoltre erano state sottoposte all’azione dei ghiacciai durante le glaciazioni. Ma, anche tralasciando il fattore geologico dell’area, ben undici arcate furono appoggiate direttamente sul tampone a gravità inizialmente costruito. Si creò una pericolosissima discontinuità strutturale. Solo un’accuratissima esecuzione delle opere avrebbe garantito un certo grado di sicurezza. Durante la fase istruttoria del processo vennero sentiti molti testimoni. Il quadro che ne risultò fu agghiacciante. I materiali utilizzati erano di qualità pessima, mentre le armature erano quantitativamente insufficienti. Non solo: le imprese che lavorarono sotto la supervisione del Viganò (impresario all’antica, che non tollerava l’intrusione di ingegneri in cantiere e gli sprechi di materiale) vennero pagate a cottimo e quindi meno tempo vi impiegavano tanto era di guadagnato. Durante i carotaggi sulla struttura eseguiti dai periti dopo il disastro, venne evidenziato che in alcuni casi i muratori avevano gettato direttamente i sacchi di cemento all’interno dei piloni! Ed ancora: venne criticato il tempo di maturazione del cemento delle arcate. Testimonianze affermarono che i muratori, nelle ultime fasi di costruzione, lavorarono direttamente sulle barche: si riempiva il lago mano a mano che i lavori progredivano !! Con queste premesse (e ve ne furono molte altre) il disastro fu inevitabile. Al contrario del Vajont non vi fu nessuna corsa al collaudo perché non vi fu alcun collaudo.

Itinerari escursionistici

La diga è raggiungibile dalla frazione Pianezza, percorrendo il sentiero CAI n.411. Per una descrizione del percorso si può far riferimento al già citato sito www.molare.net, nella sezione dedicata al Gleno.

APE Brescia e Kamunia escursionismo hanno organizzato un’escursione alla diga in occasione dell’anniversario del crollo. Sulla pagina dell’evento potete trovare la descrizione del percorso seguito e numerose foto scattate ai piedi delle rovine e nelle valli circostanti.

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Tor des Géants 2018 – Live!!!

E’ in corso l’edizione 2018 del Tor des Géants.

Potete seguirlo in tempo reale con gli aggiornamenti sul sito e con il live tracking degli atleti

Inoltre, è disponibile il live streaming da Courmayeur, zona di arrivo (quando arriveranno, si intende…)

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Attorno alla Roda

Panoramica dallo Stalòn de Vaèl

Allora: posso finalmente dire che ho trovato un compare di escursioni che, pur non essendo (ancora) all’altezza di quello che piace fare a me, anche se quanto ad altezza fisica manca poco, mi tiene un po’ a freno impedendomi di zompettare qua e là più di quanto consentito dalle ginocchia malandate.

Si, insomma… posso finalmente contare sul figlio, che ora ha nove anni e un passo più che discreto, per non andare sempre in giro da sola.

E dove posso portare un bambino curioso alla scoperta del mondo dolomitico? Attorno alla cresta del Majaré e alla Roda di Vaèl!!!

Già, perché qui di che chiacchierare mentre si cammina ce n’è, dall’origine delle dolomiti (su cui a momenti tiene lezioni lui a me), ai fossili che si possono trovare nelle formazioni su cui sono nate le dolomiti, alle dis-avventure mie di quando, sedicenne, ho fatto l’ascensione di fine corso di arrampicata a Torre Finestra. Oltretutto il tratto dal Rifugio Paolina al Roda di Vaèl è una vita che non lo faccio, quindi…

Quindi si pianifica la giornata in montagna, orario dei mezzi alla mano: qui l’auto la si sposta solo se necessario, e visto che partenza e arrivo non coincidono… si va col bus.

Dalla carta Tabacco 06 – 1:25000 (è un po’ vecchia è vissuta…)

Scelta del percorso

Dunque: tenendo come fissi il Paolina e il Ciampedie, facciamo da Est a Ovest o il contrario?

Diciamo che la logica vorrebbe partenza dal Ciampedie e ritorno dal Paolina, per sfruttare meglio la mattina facendo pausa pranzo sotto alla Roda, d’altra parte facendo così, in caso di peggioramento del tempo, correremmo il rischio di scendere in seggiovia sotto la pioggia (e non è mai un gran divertimento). Ma ciò che fa propendere per percorrenza Ovest-Est è una questione… ehm… pratica: al Ciampedie c’è il parco giochi, e partire da lì è un bel casino. Meglio arrivarci, e al limite fermarsi lì prima di scendere (ovviamente, ometto la trasmissione di questo mio ragionamento allo gnomo).

Quindi ci organizziamo, partenza in bus da Soraga e cambio a Vigo, direzione Carezza, e la fermata è accanto alla partenza della seggiovia per il Paolina. L’attesa della coincidenza è allietata dalla vista sulle vette circostanti.

Roda di Vaèl e Majaré da Vigo

L’escursione

La seggiovia ci porta al Rifugio Paolina (2125m) passando sopra verdi prati che, in inverno, si trasformano in piste da sci; alcuni contadini sono impegnati qui nel taglio dell’erba con mezzi che, dalle mie parti, non si usano più nemmeno per l’erba del giardino. D’altra parte, le pendenze non consentono l’impiego di mezzi di dimensioni maggiori. Incuneato fra i prati c’è anche un campo da golf, disegnato in modo da sfruttare la pendenza del versante. Mentre ci avviciniamo alla cresta del Majaré, la vista si apre accanto a noi sul Latermar e, alle nostre spalle, sulla Val d’Ega e verso Bolzano. Purtroppo la foschia e le nuvole all’orizzonte nascondono alla vista le vette innevate dell’Adamello e dell’Ortles, che da qui sono visibili nelle giornate limpide.

Il Latemar

Verso la Val d’Ega

Dal rifugio imbocchiamo il sentiero in direzione Rifugio Roda di Vaèl (n° 539) che ci fa prendere quota, con una manciata di gradini, fino ad intercettare il n°549, che “circumnaviga” il Catinaccio fra i rifugi Fronza e Roda. Siamo indicativamente all’altezza del monumento a Christomannos, personaggio chiave per lo sviluppo del Turismo nel Sud Tirolo e nelle Dolomiti, e “papà” della cosiddetta “Strada delle Dolomiti”. L’aquila in bronzo è ben visibile lungo il sentiero, appollaiata sopra uno sperone roccioso a circa 2300m, dominante il Passo di Costalunga.

Monumento a Christomannos

Il sentiero ora si snoda agevole, pressoché in quota, aggirando la parte terminale della Cresta del Majaré (qui termina la ferrata omonima), mentre la vista si sposta ora verso Moena e la sovrastante valle verso il San Pellegrino, e, man mano che si procede, verso il Buffaure, la Marmolada, Il Gruppo del Sella. Avvicinandoci ai rifugi Roda di Vaèl e Pederiva compaiono alla nostra vista anche il Larsech, la cresta delle Cigolade e i Mugoni, mentre il pargolo, sollevando lo sguardo dal sentiero, si lascia scappare un sonoro

Wow!!!

Arriviamo così alla nostra prima tappa (2280m circa), e approfittiamo del fatto che siamo arrivati presto per ordinare il pranzo prima che arrivi la “folla”. Mangiamo così con vista sulla Roda di Vaèl e sulla Torre Finestra, lastrone di roccia il cui foro, nelle giuste condizioni di luce, è visibilissimo anche da fondovalle.

Il rifugio Pederiva e, seminascosto, il Roda di Vaèl

Rifugio Roda di Vaèl

Rifugio Pederiva

Con lo sguardo verso il Sella

Ci sediamo poi sul prato, guardandoci intorno e scattando qualche foto. In quel momento suona il telefono. E’ il mio compagno, che, nel frattempo, è andato a fare un giro in mtb.

Senti, ma…. Hai tu le chiavi di casa?

(attimo di panico… il moroso è chiuso fuori di casa)

Cazzo, si, le ho io… mi sono dimenticata di lasciartele. Solo che non riesco mica ad essere giù prima di due ore e mezzo-tre…

La stima è fatta ad minchiam, senza considerare l’eventuale attesa del bus.

Non preoccuparti, finite tranquilli il giro.

Certo, fossi da sola potrei anche scendere diretta verso Vigo, ginocchio permettendo, ma se faccio fare al bambino 800m di dislivello in discesa di corsa, come minimo mi disconosce come madre…

Torre Finestra e Roda di Vaèl

Paolo Fresu in concerto con Musega de Poza, 29/07/2018 – www.lausc.it

Il sentiero verso il Ciampedie

A quel punto ci rimettiamo in moto lungo il sentiero 545. L’inizio è ostico, nel senso che il dislivello che separa i rifugi dal sottostante Stalòn de Vaèl è di circa 250m, e il primo tratto di sentiero è molto ripido ed inciso dall’acqua. Arrivati nell’ampia conca erbosa però si procede agevolmente, con una splendida vista sulle cime che ci avvolgono, come se si trattasse di un teatro naturale.

E proprio questo scenario naturale è stato sfruttato anche per spettacoli in alta quota. Ad esempio, nell’ambito de “I suoni delle Dolomiti” a fine luglio in questa zona si è tenuto un concerto con Paolo Fresu e la banda Musega de Poza (nel link il video). Ecco, Fresu è uno degli artisti che spesso si esibiscono in quota, e purtroppo non sono ancora riuscita ad assistere ad un suo concerto…

Si scende lungo una forestale, a tratti ripida, fino alla malga Vaèl, da qui si procede ulteriormente seguendo i segnavia (attenzione, perché la vecchia strada non è più percorribile) e, dopo il torrente, si segue un sentiero ben segnalato che si addentra nel bosco.

Qui si procede per un primo tratto in salita e poi ci si mantiene in quota, dapprima nel bosco, successivamente si percorre una zona piuttosto scoscesa caratterizzata dalla presenza di speroni di roccia fittamente stratificata e parecchio fratturata, che forniscono l’occasione per un piccolo ripasso di geologia…

Occhio ai sassi…

Si rientra ancora nel bosco, che a tratti, si fa meno rado, finché non si sbuca sulla pista da sci che scende verso Vigo.

A lezione di geologia

La si attraversa e si riprende nuovamente il sentiero. Ma manca poco: percorso un breve tratto si intravede la sottostante sterrata, si scende e ci si ritrova a percorrere il primo tratto della pista Thoni. Si passa fra due rocce e si costeggia il rifugio Negritella. Si alza lo sguardo ed eccolo lì, il Ciampedie, la terrazza sul Catinaccio.

Il Ciampedie

Verso il Vajolet

Visto il casino combinato con le chiavi, non possiamo goderci più di tanto il panorama (e nemmeno usufruire del parco giochi). Ci avviamo quasi subito verso la funivia, alla ricerca del primo bus utile per tornare a casa (col capo cosparso di cenere).

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Ai piedi del Sassolungo

Dove si può andare a fare un giro in montagna a portata di bambino ma con un bel panorama, partendo da Selva di Valgardena senza muovere la macchina perché in paese è tutto bloccato causa Hero?

Il percorso seguito è quello evidenziato in verde (da http://www.alpenwelt-kunden.com/www/kunden/tvb_groeden/)

La risposta è abbastanza facile: città dei sassi!!! Ovvero, una passeggiata tranquilla ai piedi del Sassolungo, dalla stazione di monte della cabinovia Ciampinoi fino a passo Sella e ritorno, così vediamo passare i bikers che si cimentano col percorso medio…e se, non ci mette troppo a fare il giro, becchiamo pure il capofamiglia sulla strada del ritorno. E l’escursione sotto il punto di vista tecnico è decisamente facile, bisogna solo sperare che non ci sia vento.

Il 16 mattina ci svegliamo con un sole spaziale. Quando io e il pargolo ci prepariamo per la nostra escursione, papà Massimo è già uscito da un pezzo. Mentre usciamo direzione stazione di valle della cabinovia, lancio uno sguardo all’orologio:  è più o meno l’ora della partenza del nostro Hero, che, dalla griglia numero 14, si appresta ad affrontare la salita per Dantercepies. Noi intanto scendiamo tranquillamente da Pian verso il paese seguendo il torrente, passando cioè dal parcheggio dei camper. Intanto un’occhiata verso il Sella la lancio: pare non ci sia vento, per fortuna.

Dopo aver provato inutilmente a raggiungere la Ciampinoi passando dal prato (ma di lì mi sa che si passa solo d’inverno), ci riportiamo sulla strada ed arriviamo alla cassa. Davanti a noi, alcuni bikers stanno facendo i biglietti. la cabinovia infatti consente di prendere quota con la due ruote, per poi affrontare il percorso di freeride o percorrere i sentieri ai piedi del Sassolungo, con  senza “aiutino” elettronico: già, perché le e-bike a ruote grasse prendono sempre più piede, per le possibilità che offrono. Il mio figliolo intanto, dall’alto delle sue due partecipazioni alla Hero kids, fa il piccolo integralista:

No, a me le bici elettriche fanno schifo. In bicicletta bisogna pedalare

Caro mio, aspetta che mamma ti porti questa estate a fare qualche giro…poi vediamo se la vedi ancora così…

Verso le Odle

Con la cabinovia superiamo i circa 700m di dislivello che portano ai 2250 della stazione di monte. Da qui il panorama si apre verso lo Sciliar e l’Alpe di Siusi, sulla la Val Gardena verso le Odle, Passo Gardena, il Gruppo del Sella e il Sassolungo. Ed è da qui che si parte per immettersi sulla Saslonch (vecchia o nuova, a seconda dei gusti), per provare il brivido della discesa a fionda lungo la pista dei campioni. Ecco, il “si parte” e generico: fate pure, io vi guardo dal bar 😀 . E mica solo loro… pure i ragazzi che si buttano col parapendio li osservo, ma da lontano. Deve essere bellissimo, per carità… ma anche no. Io i piedi li tengo ben attaccati a terra.

Sciliar e Alpe di Siusi

Dopo le foto di rito cominciamo a scendere. Seguiamo il segnavia 21, che ci porta, con qualche “tornante” in mezzo al pascolo, ad una selletta (Sela Tieja). Da qui, svoltando a sinistra si scende a Pian de Gralba, noi invece andiamo dritto lungo il 21A, passando ai piedi del Piz Sella (da non confondersi con il Sella, quello vero, che domina l’omonimo passo e la strada che sale da Selva).

Gli elicotteri Rai stanno sorvolando la zona da tempo, e ora ne vediamo uno abbassarsi: guardiamo sullo sterrato sottostante e vediamo due persone in mtb che scendono a precipizio, quella davanti ha una divisa rossa. L’elicottero li segue per un pezzo, riproducendo, lungo un invisibile sentiero sospeso, le curve seguite dai due ciclisti, ovvero Christina Kollmann-Forstner, vincitrice della Hero 60km femminile, e l’operatore video.

Rifugio Comici, al cospetto del Sassolungo

Bottger, con numero 14.

Mentre proseguiamo, altre mtb si apprestano ad affrontare la discesa, e quando arriviamo ad incrociare il 526 dobbiamo prestare attenzione. Saliamo i pochi metri che ci portano al rifugio Comici, punto di osservazione straordinario per veder transitare le campionesse e i maschietti che hanno deciso di cimentarsi su questo percorso, che è già ben bastardo di suo.

Wittlin, col numero 98.

In particolare, proprio davanti al rifugio c’è uno strappo che fa rallentare i bikers, creando così le condizioni ideali per fare foto e qualche filmato (e per fare il tifo, ovviamente). E il luogo ideale per l’appostamento diventa l’incrocio del sentiero, dove il tracciato di gara devia per scendere verso Selva.

Ci fermiamo un po’ qui, poi ci rimettiamo in marcia lungo il sentiero 526, con l’orecchio ben teso e l’occhio all’erta, per poterci scansare per tempo all’arrivo di qualche atleta. E, da pseudo ciclista che non può certo definirsi “atleta”, devo dire che fa impressione la reattività con cui affrontano questi strappi, pur con 3200m di dislivello nelle gambe. E capisco ancor di più le parole della padrona di casa, che ci ha raccontato di esser salita a Dantercepies, qualche anno prima, e di essere rimasta impressionata proprio dalla velocità

Noi così non andiamo nemmeno in discesa

Superato il punto critico, dove il sentiero compie frequenti curve e la presenza degli alberi copre la visuale, possiamo camminare più tranquilli, perché lo sguardo corre libero verso lo sterrato che corre a monte della città dei Sassi, e se arriva qualcuno ce ne accorgiamo per tempo.

Camminiamo così sotto un sole caldo, con un clima ottimale per fare una passeggiata, passando ai piedi di un gruppo montuoso (il Sassolungo-Sassopiatto) che per me è il simbolo delle dolomiti al pari del Vajolet: perché è caratteristico, è visibile da molte valli laterali di Fassa e Gardena e, ad ognuna di esse, offre un aspetto diverso del suo “carattere”. Ed è il protagonista indiscusso di una delle immagini icona della Val di Fassa, ovvero la foto del laghetto della casa cantoniera (che, per la cronaca, campeggia nel puzzle appeso nel soggiorno di casa di mia madre).

Gruppo del Sella

Genziana

E così, con il Sassolungo sulla destra e la vista dell’imponente Gruppo del Sella sulla sinistra, arriviamo ad un bivio. Noi prendiamo il sentiero più basso, così non siamo di impiccio ai bikers e ci godiamo il proseguimento della passeggiata. Mentre il figlio comincia a borbottare perché ha fame, saliamo leggermente su un agevole sentiero che attraversa il pascolo fino a raggiungere una recinzione. La passiamo, e proseguiamo lungo un sentiero che si fa via via più stretto.

Arriviamo all’inizio della Città dei Sassi, ovvero un’area caratterizzata dalla presenza di massi erratici… che hanno errato ben poco, essendo caduti dalle sovrastanti pareti del Sassolungo. Sono di dimensioni molto varie, alcuni sono sufficientemente alti da poter essere usati come palestra di roccia, e proteggono il suolo a sufficienza da consentire la crescita ad alcune conifere.

A questo punto cedo, ed “esco” il panino che mi ero portata da casa. Il pargolo infatti si è fatto un po’ troppo lagnoso, e ormai la promessa di un piatto di pasta al rifugio non è sufficiente a tenerlo buono. Facciamo quindi un pre-pranzo vista Sella, e tutte le volte che lo guardo penso a quanto siamo piccoli noi rispetto alla natura, alla sua forza, perché ce ne vuole, di forza, per sollevare di 3000m un atollo corallino di milioni di anni fa…

Gruppo Sassolungo-Sassopiatto dalla Città dei Sassi

Le vette del parco Puez-Odle dalla Città dei Sassi

Proseguiamo facendo lo slalom fra i macigni e sbuchiamo in prossimità del Rifugio Passo Sella. Questo, più che un rifugio di montagna, sembra un locale trendy per la borghesia milanese, quindi impongo all’erede di andare a mangiare al baretto sull’altro lato della statale. Qui però scopro che il menù offre panini, salamelle e cose decisamente strong per i nostri stomaci, e non c’è la pasta, quindi ritorniamo sui nostri passi e ci sediamo al rifugio. Devo dire che la mia scelta si è rilevata ottima, ho preso una crema di patate e rafano con la menta, mentre per la pasta al ragù del figlio non c’è nemmeno da chiedere, vista la velocità con cui è sparita dal piatto.

La Marmolada fa capolino dietro la cresta erbosa

Le Torri del Sella e il Sass Pordoi

Ci riavviamo sulla strada del ritorno, mentre mandiamo un messaggio al “nostro” alle prese con le salite (e le discese) del Sellaronda. Chissà dove caspita è? Sarà riuscito a passare in tempo dai vari cancelli? Se non si è ancora fatto vivo, il Campolongo lo ha passato, magari è ad Arabba….

Rododendri

Ci riportiamo lungo il tracciato di gara, e ora chi passa lo fa in modo decisamente meno…ehm… “baldanzoso”. Gente di tutte le età, di tutti i sessi, di tutte le “forme”. Ci fermiamo a fare un po’ di tifo, e arriva un signore che tira sui 60.

Bravo! Forza che fra poco è tutta discesa!

Eh, quando non ce n’è più, non ce n’è più….

Guardi, noi stiamo aspettando il mio compagno, che arriverà fra un’ora, non meno…

Ecco, il tempo stimato da me si è poi rivelato un po’ troppo ottimistico, ma qui ci arriviamo dopo…

Gente strana…

Torniamo così al Comici, e ci prepariamo ad aspettare, dandoci come tempo limite le 16.30 (la cabinovia chiude alle 17.30), nel frattempo ci dissetiamo, ci lustriamo gli occhi guardando le vette circostanti, vediamo gruppi in supporto di amici e parenti scrutare l’orizzonte alla ricerca di una mtb arancione, di una divisa rossa… e guardiamo incuriositi i personaggi pittoreschi che si aggirano in prossimità del bar. Il tutto con un clima gradevolissimo, trovare qui 22° alle quattro del pomeriggio, a metà giugno, non è che capita proprio tutti i giorni.

Aspetta che ti aspetta, mentre le facce che transitano davanti al Comici sono sempre più stravolte e si rischia qualche tamponamento fra chi si sforza di farla in sella e chi proprio non ce la fa, e in salita scende e spinge la bici, cominciamo a raccattare zaini e cappellino. Si, insomma, non proprio: il cappellino della Hero di Ettore non si trova.

Ma dove lo hai lasciato?

Boh?

‘nnamo bene!!! Torna indietro e fai il giro al contrario!

Fortunatamente una signora ci sente brontolare e viene in nostro soccorso, e il cappello lo recuperiamo. Manca solo il capofamiglia. E arriva un sms

Sella!!!

Ok, è ancora vivo, ma noi dobbiamo scendere, altrimenti ci tocca la pista da sci a piedi. Ci rimettiamo in marcia, e, sulla salita verso la stazione di monte, incrociamo un ragazzo in mtb, munito di protezioni alle ginocchia. Ecco, questo biker mettiamolo da parte (questa citazione la possono capire solo i fans i Carlo Lucarelli) e andiamo avanti. Saliamo in cabina e, mentre chiacchieriamo, osserviamo gli ultimi a lanciarsi col parapendio e sbirciamo sul sottostante percorso di freeride, arriviamo in paese. Ci dirigiamo verso la piazza, e incontriamo, tra gli altri ciclisti, un ragazzo in mtb munito di protezioni alle ginocchia.

…Ettore, guarda che quel ragazzo lo abbiamo incrociato sul sentiero!!! E’ arrivato prima di noi!

E, mentre ci avviciniamo all’arrivo, comincia ad arrivarci la voce dello speaker che pronuncia il nome degli eroi che tagliano il traguardo. E, per un attimo, mi sembra di sentire il nome del “nostro”. Poco dopo mi trovo una chiamata persa. Ci troviamo al lavaggio bici. Seduto per terra ci aspetta un rottame d’uomo, ma pur sempre #hero!!!

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Un violino sul Grignone

Rifugio Elisa – montagna.tv

Elena Cosmo, la violinista che molla tutto per il rifugio sul Grignone

«Basta tournée in giro per il mondo, divento capanatt: continuerò a essere una musicista, solo che i concerti invece che in un auditorium davanti a un pubblico numeroso si terranno tra le mie amate vette con accanto gli appassionati di montagna»

Elena Cosmo – resegoneonline.it

di Barbara Gerosa – milano.corriere.it, 27/04/2018

Guai a chiederle perché ha deciso di appendere il violino al chiodo per gestire un rifugio a 1.515 metri d’altezza, ai piedi del Sasso Cavallo e del Sasso dei Carbonari, a tre ore di cammino dalla frazione mandellese di Rongio e lontano dai sentieri più conosciuti. Gli occhi scuri si accendono di passione e le parole sgorgano come le note dello strumento che suona fin da piccola. «Non ho appeso proprio nulla. Continuerò ad essere una musicista, solo che i concerti invece che in un auditorium davanti a un pubblico numeroso si terranno tra le mie amate vette con accanto gli appassionati di montagna, che sono certa apprezzeranno il suono della natura che si mescola con le note del mio violino».

Elena Cosmo ha il sorriso che incanta e grinta da vendere. Fisico minuto, da un paio di settimane è la nuova «capanatt» del rifugio Elisa, di proprietà del Cai Grigne di Mandello, sul versante occidentale del Grignone, tra le più note cime lecchesi. Originaria di Desio, 37 anni, da sei vive a Pasturo, in Valsassina, dove si è trasferita per trasformare in lavoro la sua passione per la montagna. Figlia di musicisti, diplomata in violino al Conservatorio di Milano, si è inizialmente dedicata all’insegnamento per poi suonare in tutta Italia e nel mondo, con concerti anche in Indonesia.

Nel 2010 è rimasta folgorata sulla via delle vette lariane: il Resegone, la Grigna, si è poi dedicata all’arrampicata arrivando persino a risalire le cascate di ghiaccio. Infine l’attività nei rifugi, a Claviere, in Val di Susa, Brioschi, Rosalba e Sassi Castelli nel Lecchese. «Facevo praticamente di tutto. È stata un’esperienza importante e quando si è trattato di poter partecipare al bando per gestire da sola l’Elisa, raccogliendo l’eredità di Mauro Balatti che mi ha preceduta in questo incarico, non ci ho pensato un istante», racconta raggiante.

Ma insieme allo zaino pesante 70 chili con le provviste per cucinare i pranzi e le cene agli ospiti-alpinisti- amanti della musica, con sé ha portato anche il violino. «In realtà non l’ho mai abbandonato — continua a raccontare —. Nel 2016 è nato il progetto “Armonie tra cielo e terra”. Insieme al quartetto d’archi di cui faccio parte abbiamo organizzato una decina di concerti in alta quota, molto apprezzati e partecipati. Ed è quello che intendo continuare a fare, anche se non abbiamo ancora fissato date precise».

Intanto il rifugio Elisa, edificato nel 1926 in alta Val Meria, ventitrè posti letto e un panorama mozzafiato, ha già fatto il pieno di consensi, è stato letteralmente preso d’assalto nella giornata del 25 aprile e resterà aperto nei week end fino a giugno e in autunno. Porte e finestre spalancate tutti i giorni, invece, a luglio e agosto, il periodo di maggiore richiesta e quello nel quale l’ambiente e le temperature sono maggiormente gradevoli. Un richiamo irresistibile soprattutto per chi è costretto a vivere nelle città.

«Un lavoro difficile? Impegnativo certo, ma non faccio né più né meno di quello che fanno gli altri rifugisti — si schermisce Elena —. Portare le provviste a piedi per tre ore di cammino? Vivere isolati dal mondo per lunghi mesi? È normale. Anzi è fantastico. E le donne che hanno scelto di impegnarsi in questa attività sono sempre di più. Certo io suono anche il violino, ma in alta quota la musica ha tutto un altro sapore. Arriva prima al cielo e al cuore di chi l’ascolta».

Fotogallery

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Si combatteva qui!

100 anni dopo, il fronte della Grande Guerra fa Italia e impero Austroungarico, nelle foto Di Alessio Forconi.

Dalla Slovenia attraverso Carso, Alpi Giulie, Dolomiti, Marmolada, Adamello, Stelvio: tutto è cominciato a inizio 2017, quanto Alessio si è recato  nei lontani Monti Carpazi, per immortalare con i suoi scatti le terre un tempo interessate dal fronte orientale, dove si combatteva già nel 2014 e dove sono stati mandati a combattere, spesso a morire, anche trentini, ladini, friulani, che ai tempi vivevano sotto il dominio austriaco (come già veniva ricordato nella mostra Gran Vera ). Da lì, il progetto, patrocinato dal CAI, si è poi ampliato, fino a consentire la realizzazione di una mostra fotografica che ha già toccato alcune città europee.

Attraverso lo studio del passato che ci accomuna possiamo trarre riflessioni sui conflitti e su ciò che rappresentano per le popolazioni italiane ed europee, sulle conseguenze dei conflitti sulla popolazioni, sullo spirito di fratellanza fra popoli, che ora sembra sia stato dimenticato, rendendoci tutti più poveri.

La mostra è poi diventata un libro

A. Francioni – Si combatteva qui! Nei luoghi della Grande Guerra – Hoepli

Per informazioni

franconiphotos.eu

Pagina facebook Montagne 360 -rivista del CAI

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Ciaspole e accompagnatori

Fabrizio, Accompagnatore di Media Montagna e gestore del sito zainoinspalla.it, segnala che il Collegio delle Guide Alpine della Lombardia ha finalmente fatto chiarezza sulle competenze (e responsabilità) dei vari soggetti che operano in montagna

Dal suo sito, il link al pdf.

“Bicio” aggiunge inoltre:

Mia nota personale relativa al punto 5: la comunicazione viene dal collegio della Lombardia e quindi si parla “solo” di Lombardia, per quanto riguarda il divieto di accompagnamento con le ciaspole da parte dei soci UIMLA.
In realtà tale divieto è su tutto il territorio nazionale, in quanto il divieto è regolato dalla legge nazionale 6/1989

Rimane il mio augurio che certe “follie” legislative (come la necessità di una Guida Alpina per andare su di un sentiero battuto) verranno superate prossimamente; rimane il fatto che finché c’è una legge, questa va rispettata: è uno dei fondamenti della nostra società

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Escursione Anello del Tracciolino

Dato che il Tracciolino è nell’elenco delle “cose da fare”, lo ribloggo così non mi perdo i riferimenti… 😉

AGENDA DEGLI APPUNTI

Nel territorio tra la Val Codera e la Valle dei Ratti si trova il sentiero del tracciolino, una spettacolare opera di ingegneria che io e Claudia abbiamo deciso di andare a scoprire in un caldissimo sabato di fine luglio

Costruito negli anni trenta [del vecchio millennio, nda] il sentiero del tracciolino è lungo 10 chilometri e si sviluppa lungo il fianco della montagna all’altezza costante di 920 metri s.l.m..

anello del tacciolino novate mezzole verceia 7 Uno dei tratti “all’aperto” delle gallerie scavate nella roccia sul tracciolino. Un vero spettacolo!

Collegamento tra le dighe della Valle dei Ratti e della Val Codera, il tracciolino in se è un “sentiero” abbastanza monotono, se non fosse reso un pelo più interessante da:

  1. le spettacolari gallerie scavate nella roccia e comprese tra la diga della Valle dei Ratti ed il sentiero che scende a San Giorgio
  2. il panorama mozzafiato del quale si può godere cammino facendo
  3. la diga della Valle dei Ratti

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Camminare

 c/o CasciNet – via Cavriana 38, Milano

Il primo festival del Social Walking a Milano, organizzato da ViaggieMiraggi con gli amici di CasciNet e Altreconomia. Due giorni dedicati al viaggio lento e condiviso. Racconti di esperienze di viaggio insoliti, presentazione di libri sui cammini, attività per bimbi e famiglie, risto-bar e proiezioni.

Parleremo di turismo responsabile e conosceremo le esperienze di chi ha fatto del viaggio a piedi uno stile di vita.

Si inizia SABATO 14 OTTOBRE con focus sui cammini accessibili:

18:00
🐾 Alberto Conte (Movimento Lento) e Pietro Scidurlo (Free Wheels onlus): l’esperienza dei cammini accessibili per tutti

19:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

20:00
🎥 Proiezione dei film dal Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina
“Buona fortuna Trophy” (dalla raccolta di cortometraggi 3 Fables à l’usage des blancs en Afrique) di Luis Marquès e Claude Gnakouri
“Ailleurs” di Othman Naciri

20:30
🐾 Anna Rastello “Il cammino di Marcella”. Più di 13.000 chilometri di cammini-inchiesta e cammini-evento per creare una grande rete di buone pratiche per cambiare lo sguardo sulla disabilità.
🎥 A seguire il docufilm “Il Cammino di Marcella”

La giornata e gli incontri di sabato sono moderati in collaborazione con Radio Francigena – La voce dei cammini

DOMENICA 15 OTTOBRE la cascina sarà animata da incontri con viaggiatori e autori:

11:00
🐾 presentazione mostra ERSAF “Cammina Foreste Lombardia 2017”: un trekking di 42 giorni attraverso le foreste lombarde
🐾 Enrico De Luca e Massimo Acanfora presentano “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” di Elisa Nicoli, Altreconomia edizioni

13:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

14:30 inizio tavola rotonda
🐾 Sabrina Bergamo racconta l’esperienza del Cammino di Oropa
🐾 Fabrizio Teodori racconta l’ esperienza di cammino nelle Marche, ad un anno dal sisma, e le nuove mete programmate con ViaggieMiraggi
🐾 incontro con Grazia Andriola – autrice di “#steptostopviolence Un cammino in memoria delle vittime di femminicidio”: un’esperienza di oltre 5000 km a piedi per dire basta alla violenza contro le donne
🐾 i terranauti marchigiani Maurizio Silvestri e Paolo Merlini, amanti dei mezzi locali di trasporto quale chiave per conoscere il territorio

15:00
🍂 attività per bambini (6-10 anni) “Foliage d’autunno”: un laboratorio scientifico e creativo per scoprire giocando come cambiano gli alberi in autunno e preparare un erbario speciale.

Durante il festival sarà presente anche l’Ape-Libreria di Terre di mezzo Editore

INGRESSO LIBERO

Prenotazione consigliata per pranzo/cena e laboratorio bambini scrivendo a rete@viaggiemiraggi.org

Per info

Evento Facebook

www.viaggiemiraggi.org

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Fra Porta Vescovo e il Padon

La Marmolada vista dal sentiero per Porta Vescovo

Le montagne lungo la cresta che separa la zona di Passo Fedaia dal Livinallongo (la zona di Arabba) e i sentieri che passano per i pascoli sottostanti sono carichi di storia. Già nei secoli passati la zona era importante per il commercio: il panoramico Viel del Pan (sentiero del pane) era il tragitto lungo il quale venivano trasportate le merci fra la Val Cordevole e la Val di Fassa, in quanto era considerato più sicuro di quello di fondovalle.  Caduto in disuso, è stato recuperato nei primi anni 900 dall’alpinista tedesco Karl Bindel e con il nome “Bindelweg” è ancora oggi ricordato.

Ma questa zona è diventata di importanza cruciale durante la Grande Guerra, perché segnava il confine fra la Val di Fassa, che era sotto il dominio austriaco, e le valli venete, sotto il Regno d’Italia. Le truppe austriache erano arroccate lungo questa cresta, il confine passava per Passo Fedaia e proseguiva verso la Marmolada e oltre, fino a Passo San Pellegrino. Camminamenti, postazioni, gallerie sono accessibili percorrendo la Ferrata delle Trincee. Alcune gallerie sono visitabili partendo da Passo Padon, muniti solo di torcia.

Io sono stata da queste parti più volte, e su sentieri differenti. Di seguito riporto alcune note su alcuni itinerari che è possibile seguire in questa parte di mondo.

Mappa generale dell’area

Viel del Pan

Il tracciato del Viel del Pan si sovrappone a quello dell’Alta Via n°2.

Si parte da Passo Pordoi: spalle alla Val di Fassa, sulla sinistra si imbocca il sentiero contrassegnato dal segnavia 601, che, diretto verso sud, passa ai piedi del Sass Becé fino al rifugio omonimo e, successivamente, a Baita Fredarola. Da qui, sempre seguendo il n°601, si passa sul versante meridionale della cresta che separa la parte alta del Livinallongo (con il lato veneto della salita al Pordoi) dal Fedaia: il sentiero, molto panoramico, è agevole e si mantiene sostanzialmente in quota, raggiungendo il Rifugio Viel del Pan e passando sotto il Sass Ciapèl (vista dal Pordoi, la sua nera sagoma è inconfondibile). Si prosegue fino ad incontrare una deviazione, mantenendo la sinistra si raggiunge Porta Vescovo, continuando lungo il 601 si scende verso la diga del Fedaia, inizialmente in modo dolce per poi perdere quota piuttosto rapidamente.

Della versione “da Arabba” di questo percorso si trova traccia su questa pagina.

Su questo sito invece si possono trovare belle foto scattate lungo il Viel del Pan.

Stralcio mappa Tabacco – 1:25000

Ferrata delle trincee

L’attacco della ferrata è a poca distanza da Porta Vescovo, dalla stazione di monte della funivia si prende il sentiero in direzione Padon e si seguono le indicazioni per la ferrata. La maggior parte delle persone parte quindi da Arabba, sale con la funivia e, ultimato il percorso, rientra a Porta Vescovo dal sentiero. Come alternativa, si può salire a piedi da Passo Fedaia, come dirò più avanti.

Io e il mio compagno l’abbiamo fatta nel 2008, con un avvicinamento ben diverso. Con partenza da Canazei, tramite i due tronconi della funivia, siamo saliti a Col dei Rossi. Da qui abbiamo raggiunto Baita Fredarola, e poi abbiamo percorso il Viel del Pan fino a Porta Vescovo. Lunga? Si. Io inizialmente non volevo, poi mi sono fatta convincere. Diciamo che il tempo che serviva per andare da Canazei ad Arabba e prendere la funivia noi lo abbiamo impiegato raggiungendo a piedi Porta Vescovo (forse aggiungendoci qualcosa). All’andata non sarebbe stato un problema, ma il ritorno…beh, lì qualche problemino avremmo potuto anche averlo.

Ma passiamo ora alla descrizione del percorso, e della nostra avventura

La ferrata non è per nulla banale, anzi. Soprattutto ha una partenza pronti-via che può mettere in difficoltà anche chi è abituato a destreggiarsi con imbrago, moschettoni e cavi metallici. Il primo tratto è piuttosto verticale, con pochi appigli, e la mattina è in ombra. Tirarsi su a braccia, con le mani fredde a stringere il cavo freddo, non è proprio semplice. Io e il mio compagno avevamo un passato da climbers, seppur di non troppe pretese, ma qui qualche timore lo abbiamo avuto.

Il Gruppo del Sella col Piz Boè. Sullo sfondo, il Gruppo del Sassolungo

Passaggio “aereo”

Il percorso si snoda fra i resti degli appostamenti delle truppe austriache: posti di avvistamento, ripari, camini quasi totalmente diroccati ma ancora anneriti dal fumo. E’ spettacolare dal punto di vista del paesaggio, con il gruppo del Sella e il Piz Boè a sinistra e Gran Vernèl e Marmolada a destra… e questo limitandosi alle vette più vicine. Fa meditare, su ciò che siamo stati e su ciò che siamo adesso, con tutti i conflitti che ci sono nel mondo: pensare alle condizioni nelle quali hanno combattuto cento anni fa giovani ragazzi, strappati alla loro vita per essere mandati a combattere in un ambiente ostile, dovrebbe farci riflettere sulla sofferenza che ancora c’è ovunque ci siano popoli che imbracciano le armi.

Oltre al tratto iniziale, la ferrata presenta qualche altro passaggio un pochino esposto. Non è per principianti, insomma… però noi sul tragitto abbiamo trovato una ragazza bloccata dalla paura su una scaletta, in un tratto in discesa, e il signore che la accompagnava non riusciva a tranquillizzarla a sufficienza. Max ha sfoderato la sua (ormai lontana) esperienza da istruttore di arrampicata, le ha dato un po’ di suggerimenti su come muoversi e la ragazza, finalmente, si è calmata. Proseguendo l’itinerario con i nostri nuovi compagni, abbiamo scoperto che la tipa era alla sua prima (!!!) ferrata, e il tizio ha ben pensato di portarla qui perché è “bella e abbastanza facile”…no comment…

Il tratto già percorso, verso Porta Vescovo

I resti del camino

Resti dei manufatti

La parte finale della ferrata passa attraverso le gallerie scavate al di sopra di Passo Padon. E’ assolutamente necessario portarsi una torcia, la distanza fra prese d’aria e feritoie è notevole e il buio è totale. Muoversi in questi budelli è inquietante. Doveva essere alienante rimanere qui dentro, con fuori neve e colpi di granate.

Le gallerie

Si esce dall’ultima galleria proprio sopra Passo Padon. Si scende lungo un ripido sentiero fino al rifugio. Noi, lungo questo tratto, incontriamo una coppia di francesi muniti dell’attrezzatura completa per scalare, e qui mi assale la curiosità…chissà che tipo di vie sono tracciate su queste scure pareti. Nei pressi del rifugio, passando accanto ad un cannone molto ben conservato, una mente malata per l’arrampicata non può non pensare ad una celebre foto scattata in Israele, con Wolfgang Gullich appeso alla canna di un cannone. E la tentazione di fare un boulder su questo pezzo di storia è notevole…mettete i talloni nei vostri cannoni, insomma…

Il rifugio Padon è luogo ideale per rilassarsi un attimo e rifocillarsi. Noi però non abbiamo tempo per prendercela comoda. Il rientro dal sentiero è luungo, ed è tardi.

Prendiamo il sentiero in direzione Porta Vescovo, e lo percorriamo di buona lena. I cartelli danno 1h15′, noi ne impieghiamo molti meno. Eh, la (ex) gioventù…

Proseguiamo oltre, direzione Col dei Rossi, e ogni volta che guadiamo l’orologio acceleriamo. Il passo molto veloce diventa corsetta, e poi corsa. L’ultimo tratto lo facciamo gambe in spalla.

Mentre ci avviciniamo alla stazione di monte della funivia, l’occhio all’orologio ci getta nello sconforto. L’ultima corsa se ne sta andando…poi guardiamo meglio e vediamo delle persone. Arriviamo lingua a terra, gli operatori della funivia ci guardano e ci dicono: “è da un po’ che vi teniamo d’occhio, certo che avete un bel passo! Se non vi avessimo visto viaggiare  quel modo non vi avremmo aspettato”.

Scendiamo a valle con l’ultima corsa della giornata, grazie ai ragazzi che hanno ritardato la partenza di pochi minuti, risparmiandoci la scarpinata in discesa fino a Canazei.

Stralcio mappa geologica 1:50000

Sentiero geologico Arabba – “quasi anello” dal Fedaia

On the road

Il sentiero di collegamento fra Porta Vescovo e Passo Padon è indicato sulle mappe come “Sentiero geologico Arabba”. Non è numerato, ma in loco è contrassegnato da segnali a vernice gialli e rossi. Lo avevo già percorso con il mio compagno, al ritorno dalla ferrata delle Trincee, stavolta decido di rifarlo con mio figlio.

L’itinerario scelto parte dal lago Fedaia-diga e si chiude a Passo Fedaia, località servite dalla linea di autobus che sale dalla Val di Fassa, così evitiamo di utilizzare l’auto (anche se l’uso dei mezzi pubblici in piena alta stagione non è proprio cosa semplice). Scesi alla fermata “impongo” la pausa caffé  al Rifugio Castiglioni. Lo dico perché di fronte al bancone del bar, sul muro, c’è un dipinto “strano”: qualcuno ha avuto la bella idea di far dipingere la sezione geologica in corrispondenza del lago, fra il Padon e la Marmolada, con tanto di indicazione delle formazioni geologiche e delle faglie. Peccato non averla fotografata, perché è decisamente in tema con il nome del sentiero.

Lago Fedaia

Imbocchiamo quindi il sentiero 698, che dal lago sale fino a Porta Vescovo: l’attacco è lungo la statale, proprio di fronte alla strada che percorre il coronamento della diga. Ci si porta sopra alla galleria artificiale che protegge la statale e poi si inizia a salire con tratti ripidi alternati ad altri più dolci. E subito ci imbattiamo nell’origine del nome “Fedaia”: in ladino infatti “feida” significa “pecora”, e proprio all’inizio del sentiero ci imbattiamo in un recinto, qualche pecorella qua e là mentre il grosso del gregge è al pascolo.

La Crepa Neigra

Si prende quota rapidamente, mentre il panorama si allarga. Oltre all’incombente parete della Marmolada e al suo ormai striminzito ghiacciaio, verso Fassa si vedono le cime che circondano la conca del Ciampac e, più lontano, il Catinaccio. Sul lato opposto fa capolino la Civetta.

Il Belvedere. Sulla cima, lato Fedaia, c’è un posto di osservazione

Croce commemorativa

Sotto i nostri piedi, rocce di vari colori. Come si può vedere dalla planimetria sopra riportata, la geologia dell’area è infatti piuttosto complessa. E qui faccio una puntualizzazione: la Marmolada, considerata la regina delle dolomiti, dal punto di vista geologico non fa parte delle dolomiti. E’ infatti costituita da calcare, e diverse formazioni calcaree sono presenti lungo la strada che sale al Fedaia dalla Val di Fassa e in corrispondenza della diga. Dalle creste sovrastanti però sono rotolati a valle sassi e massi di una roccia scura, qui sopra infatti si trovano colate laviche e conglomerati costituiti da frammenti di varia natura in matrice lavica. Man mano che saliamo possiamo vedere la sovrapposizione delle due tipologie di roccia (in zona capita spesso di trovare rocce vulcaniche, formatesi in seguito ad eruzioni sottomarine, sopra alla dolomia).

Arriviamo ad una piccola stalla, poco oltre ci fermiamo per uno spuntino. Da qui, verso Est vediamo alcune cavità nel versante (zona di Pescul), mentre verso ovest, in cima al colle che sovrasta Porta Vescovo, è visibile una delle postazioni del Belvedere, con una finestra che serviva da posto di osservazione: le prime postazioni austriache che vediamo.

Raggiungiamo poi Porta Vescovo, incrociando prima il sentiero che si ricongiunge con il Viel del Pan.

Svoltiamo a destra imboccando il Sentiero Geologico. Da qui in poi ci teniamo grossomodo in quota, con qualche saliscendi, passando ai piedi della cresta della Ferrata delle Trincee (l’attacco si raggiunge, come dicevo prima, proprio da questo sentiero). Il percorso è piuttosto agevole, solo qualche tratto si rivela piuttosto sdrucciolevole, si passa fra massi erratici e resti di appostamenti bellici, croci in ricordo dei soldati dell’esercito austroungarico morti qui. Alzando lo sguardo, scorgiamo le sagome colorate degli escursionisti sulla ferrata (anche se mezzogiorno e mezzo non mi pare l’orario ideali per attaccare percorso di questo tipo). Il sentiero è una grande balconata fronte Marmolada e sovrasta verdi pascoli, dove vediamo un numeroso gregge di pecore.

In lontananza, il Catinaccio.

Esploditore per distacchi controllati

“Incontri” in aria, con i corvi che svolazzano sulle nostre teste, e incontri sul sentiero, con gli escursionisti che incrociamo o che ci sorpassano, ma anche con qualcuno che si avventura in mtb. Sinceramente… non mi pare il periodo per passare di qui in bici. A parte che bisogna essere bravi, perché ci sono alcuni punti scivolosi (e ripidi) o sconnessi, e si tratta comunque di un single track…ma ad agosto ci sono tanti escursionisti, e anche se sei bravo ti diverti poco. All’inizio del sentiero ci supera una coppia di stranieri, abbastanza giovani, ma nel punto più rognoso abbiamo incrociato due signori di una certa età. Sentiero stretto su pendio ripido, siamo dovuti salire, un po’ in bilico, sul ciglio del sentiero, ma uno dei due, con la bici in spalla, ha colpito mio figlio con il pedale. E, sinceramente, mi sono girati un po’ i maroni…

Man mano che proseguiamo, avvicinandoci all’ultimo tratto verso il Padon, ci raggiungono anche alcuni “e-bikers”, che con il loro mezzo superano pendenze decisamente non banali. Qualche tratto un po’ sdrucciolevole, e siamo quasi alla fine. A ridosso del rifugio ci imbattiamo in un qualcosa di “strano”: pali metallici sormontati da una struttura stranissima, un disco metallico, profili ricurvi e delle “rotelle” metalliche. Mi chiedo a cosa possa servire un aggeggio di questo tipo, poi mi accorgo che non è “solitario”, ma ne contiamo altri 4, allineati fra il sentiero e la pista da sci. Il mistero lo svelo al rientro al lavoro, con la complicità di un collega: si tratta di “cannoncini” per il distacco di masse di neve instabile, che possono essere comandati a distanza. Sono recenti, e il motivo lo capisco ripensando a ciò che c’è al rifugio (ne riparliamo dopo…). Dal sito di Aineva si può scaricare un articolo che spiega il funzionamento del sistema.

Crepe Rosse; sullo sfondo, Pelmo e Civetta.

Raggiungiamo infine il Rifugio Padon, dove facciamo il “secondo tempo” del pranzo e il marmocchio si può gustare la meritata fetta di Sacher (fettona… a dispetto del suo appetito non riesce a finirla). Siamo su un vero e proprio terrazzo vista Marmolada (e Pelmo, e Civetta…), mentre verso Est c’è Cima Padon. Dal Passo, il panorama spazia invece verso Lagazuoi, Tofana, la zona di Fanes, Col di Lana e Sief. Mentre mangio, mi viene in mente “E l’obice?” Si, perché, come dicevo prima, vicino al rifugio ricordavo di aver visto un cannone, la volta scorsa, ma ero convinta fosse sotto al rifugio. Penso “beh, sarà dietro, dopo se non lo trovo chiedo”, e invece mi passa totalmente dalla mente. Visto l’orario infatti rinuncio, in accordo con il bimbo, ad andare a vedere le gallerie, e probabilmente il cannone si trova proprio lì sopra.

Col di Lana-Sief e Setsass. Sullo sfondo, Conturines, Lagazuoi e la Tofana

Nessuno è straniero…

Dentro al rifugio c’è un pannello con le foto relative alle nevicate dell’inverno 2013-2014. Impressionanti, soprattutto in confronto alla situazione disastrosa (nel senso che la neve non l’hanno proprio vista) degli ultimi inverni. In particolare, mi colpisce una foto scattata in primavera, raffigurante i pali della seggiovia abbattuti dalla furia di una valanga che si è abbattuta sulla pista da sci per Malga Ciapela, sfiorando Capanna Bill, distruggendo una baita e mettendo fuori uso due impianti di risalita (erano stati preventivamente chiusi proprio per l’elevato rischio valanghe).

Scendiamo lungo la pista da sci (segnavia 699), con sulla sinistra il Monte Padon e il Laste?. Non lo sappiamo, ma siamo nella zona che era occupata dalle postazioni italiane (ahi, potevo documentarmi meglio). Perdiamo quota seguendo la ripida (e un po’ scivolosa) sterrata, puntando al sottostante Passo Fedaia. Poco sopra al passo, vediamo un cartello che indica un cippo di confine. L’erba, altrove alta, è qui corta ad individuare un sentierino che porta fino ad un “masso che sorride” di pietra lavica, circondato da massi più piccoli e attorno al quale l’erba è ben tagliata. Suppongo sia questo (anche se le foto che trovo poi in rete raffigurano massi di altra forma), ma l’ora tarda e il figlio che scalpita fanno desistere dalla tentazione di guardarsi meglio intorno. Stiamo infatti facendo un tentativo disperato, l’autobus passa di lì a pochi minuti…

Cippo di confine?

Ci rendiamo poi conto che l’unica speranza è che l’autobus parta in ritardo… e, visto che il mio ginocchio comincia a protestare, rallentiamo un attimo. Mentre scendiamo verso la “galleria” con la quale la pista da sci scavalca la statale, vediamo un enorme gregge di pecore, poco sopra al lago. Arriviamo al passo e ci fermiamo al bar, in attesa del bus successivo. E ci capita di “intercettare” la conversazione fra una cliente e la signora al bancone; “Ma dove è tuo figlio?” “Eh, quando c’è da lavorare sparisce. Sarà in giro con le pecore insieme alla sua amica, la piccola Heide”. Mi sa che lo abbiamo appena visto, il figlio della signora…

Sentiero degli obici

Scendendo dal Padon ho notato i cartelli per questo percorso: poco sotto al rifugio segnavano una deviazione sulla sinistra rispetto alla strada che scende lungo la pista da sci. Ho cercato in giro qualche informazione relativamente al tracciato, e a dire il vero non ho trovato molto. Una descrizione l’ho trovata su Pèdia davò pèdia, le foto si trovano anche sulla pagina facebook di Severino Rungger (che credo sia uno dei gestori del sito sopra citato).

Tanto per intenderci, il sentiero passa attraverso le postazioni italiane, fra fortini e postazioni di vedetta (alcune sono citate al paragrafo “Per saperne di più). La traccia è riprodotta nello schema sottostante, e par la parte bassa si sovrappone al percorso di discesa da Passo Padon.

Fonte: pagina facebook di Severino Rungger

Per sapere di più

Sul sito fassafront.com sono riportate numerose note relativamente ai siti interessati dagli eventi bellici e agli itinerari che è possibile seguire per raggiungerli. In particolare, per quanto riguarda il fronte austriaco sono riportati le postazioni di Pescul e del Belvedere a Porta Vescovo, per la linea italiana la “collinetta della morte” sotto al Padon e le postazioni di Ciamp de lo Stanzon (peccato aver scoperto questo sito solo dopo aver fatto l’escursione).

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