bicicletta

DolomitesVives e la chiusura del Passo Sella

Della chiusura al traffico dei passi dolomitici se ne parla da anni. Quest’anno, finalmente, ogni mercoledì (periodo luglio-agosto) verrà chiuso il Passo Sella.

Chi c’è andato (il 08/08) ha detto che c’erano parecchi ciclisti, e che è stato installato un sistema per monitorare i passaggi. Si spera che questa iniziativa sia solo il primo passo per “demotorizzare” (almeno in parte) le Dolomiti.

Faccio alcune considerazioni.

Chi ama la montagna ne ama i silenzi, e non ha bisogno di eventi organizzati per viverla, per trovare motivazioni. Ma, a dispetto di ciò, nelle dolomiti c’è già un fitto calendario di iniziative, ad esempio “I suoni delle dolomiti”. Non mi pare che per questi eventi si sia scandalizzato nessuno, anzi, sono visti come un’ottima occasione per coniugare ambiente, musica, teatro, avvicinando all’ambiente  montano anche persone che normalmente non camminano molto (ad esempio, arrivare al Micheluzzi, Fuciade o al Vajolet non è complicato, e a concerti organizzati in questi luoghi c’è sempre il pienone).

Non vedo quindi il problema se al Passo Sella vengono organizzati eventi per attirare persone proprio nella giornata di chiusura al traffico. Anzi, può essere una cosa positiva, perché chi si muove col sedile sotto alle chiappe, se non può andare il mercoledì ci va il giovedì, sempre con l’auto. C’è chi ha bisogno di uno “stimolo” per muoversi comunque, indipendentemente dall’auto. In montagna vengono anche persone che si muovono come se fossero in città, Ci vuole tempo per cambiare la mentalità delle persone, e occasioni per spingerli a vivere in modo più autentico i sentieri, anche fosse per fare 500-1000m per raggiungere il sito “mangereccio”, con tutto il tempo per guardarsi intorno (e passare in auto, o fermarsi solo per qualche foto, non è che si vede molto).

E lasciamo tempo al tempo… e comunque, fra arrampicare sentendo le auto passare sui tornanti e sentendo un concerto in quota…penso sia meglio la seconda opzione.

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GognaBlog, 12/07/2017

Oggi, mercoledì 12 luglio 2017, al Passo Sella è la seconda giornata di chiusura al traffico motorizzato. L’evento di attrattiva è il Cook the Mountain-Dolomites taste tour, dalle ore 12 alle 15, nei rifugi Des Alpes, Valentini, Friedrich August, Salei, Comici, Passo Sella Dolomiti Mountain Resort (anche se quest’ultimo del “rifugio” non getta neppure l’ombra). In queste sei location, tutte facilmente accessibili dal passo, altrettanti chef stellati propongono un percorso enogastronomico. Nelle intenzioni leggiamo di incontri “con prodotti selezionati della regione, interpretati nel modo più autentico dagli chef, un’esperienza unica per gustare, con un itinerario di rifugio in rifugio, il meglio dei sapori di questo territorio”. Naturalmente con l’immancabile frasetta “nel pieno rispetto dell’ambiente”.

E’ una sperimentazione di montagna green di cui si parla (e su cui si litiga) da vent’anni: e il primo esperimento è al Passo Sella, che mette in comunicazione Canazei, in Val di Fassa, con Selva di Val Gardena.

Tramite l’iniziativa DolomitesVives, quest’estate si vedrà il traffico limitato sul Passo Sella, con i famosi nove mercoledì di luglio e agosto di chiusura, giornate in cui, dalle 9 alle 16, il passo sarà accessibile solo a piedi, in bicicletta, con mezzi a trazione elettrica, con impianti funiviari e con bus-navetta. Questi ultimi sono stati implementati (per maggiori info sulla mobilità, leggi qui).

Attorno a questa storica decisione è stata fatta una possente propaganda: «Per i passi dolomitici, in particolare il passo Sella, il 5 luglio comincerà una nuova era… Durante le giornate di chiusura, all’insegna del motto #dolomitesvives, è previsto un programma di intrattenimento musicale e culinario, in modo da permettere a tutti di “vivere le Dolomiti” con tutti i cinque i sensi», sottolinea in una nota la Provincia autonoma di Bolzano.

La settimana scorsa, il 5 luglio, ha inaugurato il tutto Reinhold Messner, nei pressi della Città dei Sassi, in mezzo alle fanfare delle bande dalle valli di Fassa, Gardena e Badia. Il famoso alpinista è salito a piedi dal versante della val Gardena partendo da Pian de Gralba.

Con queste misure riduciamo le emissioni di CO2 – ha esordito l’assessore all’ambiente della Provincia di Bolzano Richard Theiner – e diamo un contributo importante alla conservazione della natura sulle nostre montagne che sono patrimonio mondiale dell’Unesco… Con la chiusura un giorno a settimana diamo un segnale importante, ma sicuramente non sufficiente. In futuro dovranno seguire altri interventi”.

Il servizio di trasporto pubblico ha funzionato senza problemi, con decine di bus messi a disposizione dalle Province di Trento e Bolzano che hanno garantito i collegamenti lungo i 10 km di strada chiusa ai veicoli a motore.

Qualche disorientamento per gli automobilisti che sono giunti ai bivi di chiusura (per il passo Pordoi e passo Gardena) prima di rendersi conto dei cartelli di divieto. Ha fatto notizia chi è salito con auto elettrica al 100% (una Tesla): “Dobbiamo imparare a inquinare meno“, ha detto.

Ecco i contenuti di quanto il Re degli Ottomila ha espresso parlando al pubblico:
Sono vent’anni che chiedo la “tranquillizzazione” delle Dolomiti, con la chiusura almeno parziale delle strada. E ora che la politica ha fatto il primo passo sono felice, ma è solo l’inizio: in futuro vedo tante altre strade delle Dolomiti chiuse al mattino, dopo che è salito chi lavora, per riaprire il pomeriggio in modo che sia possibile godere la montagna come 200 anni fa“.
E ancora: “Ci tenevo a essere lassù il primo giorno, voglio battermi perché questo progetto si allarghi. Nei prossimi tre anni possiamo puntare alla chiusura tutta l’estate, poi altre località vorranno unirsi a questo circuito della montagna tranquilla, arriveremo alla chiusura di tutto il Sella Ronda (i quattro passi dolomitici dove d’inverno i turisti viaggiano con gli sci ai piedi) e in dieci anni si realizzerà quel grande progetto che sono le Dolomiti “tranquillizzate”, silenziose e grandiose com’erano prima delle strade“.

A proposito delle critiche e dell’opposizione a questo progetto, Messner dice: “Il turismo “buono”, che dà risultati economici, è quello che si fa con i turisti che pernottano, mangiano o fanno acquisti. Finché il turista è in moto o in macchina non spende, tanto meno se non riesce nemmeno a fermarsi perché non ci sono parcheggi. Il futuro è un altro… Il futuro è una montagna silenziosa da regalare a chi sale con le proprie forze: a piedi o in bicicletta. Le Dolomiti, che sono il posto più bello del mondo, possono diventare la prima destinazione mondiale per le biciclette, sia su strada che in mountain bike. Anche un “vecchietto” come me può salire con l’e-bike e godere le emozioni delle Dolomiti con lentezza, senza il rumore dei motori e dei clacson… Certo, serviranno navette, un’organizzazione, ulteriori parcheggi, in una parola una strategia che richiederà anni. Ma sono convinto che alla fine avremo più clienti perché riusciremo a offrire ciò che proponevamo una volta”.

Un ritorno al passato? Messner non è solo a essere convinto del contrario. Ne sono convinti anche gli amministratori delle province autonome di Bolzano e Trento, nonostante debbano fronteggiare le proteste degli albergatori. Mentre la Provincia di Belluno non è d’accordo.

Contro l’iniziativa è insorto il Comitato degli operatori turistici dei passi dolomitici che due mesi fa ha incaricato un legale di ricorrere al Tar del Laziocontro la chiusura del passo Sella, decisa dalle Province di Trento e Bolzano, con autorizzazione del ministero delle Infrastrutture. Punto di riferimento del Comitato è Osvaldo Finazzer, che gestisce un albergo sul Passo Pordoi. “Chiudere i passi sarebbe la nostra morte. Per i cicloturisti le amministrazioni comincino a programmare e investire sulle piste ciclabili. Almeno sul circuito del Sellaronda“. E ha trovato una sponda in Veneto, nell’assessore regionale all’Ambiente, il bellunese Giampaolo Bottacin, che ha detto: “La mobilità è un diritto costituzionale, che nessuno può impedire”. Con la pronta replica dell’assessore trentino Mauro Gilmozzi: “I nostri vicini, a casa loro, potranno sempre fare ciò che vogliono. Ma non vorrei che mandassero le forze dell’ordine a presidiare il confine…”. Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha scritto al Ministro delle Infrastrutture Graziano Del Rio illustrandogli come “gli impatti negativi che iniziative preclusive del diritto alla mobilità come questa, non programmate strategicamente su basi più ampie e condivise, possono avere sull’economia turistica delle aree montane, nella fattispecie della nostra Regione”.

Considerazioni
Anzitutto il plauso per non aver scelto la facile soluzione del pedaggio: l’introduzione di gabelle di qualunque tipo non è sufficiente per risolvere i problemi del traffico. Come dice Messner, “Il pedaggio serve a guadagnare soldi, non a limitare il traffico. Ma le Dolomiti sono di tutti, non solo di chi può pagare il pedaggio, e abbiamo la responsabilità di tutelarle“.
Non credo che con questi provvedimenti ci si possa aspettare una “reale” diminuzione del carico di traffico. Non dimentichiamo che si può sempre scegliere di alzarsi un’ora prima e salire comunque al passo prima delle 9. E chi deve necessariamente attraversare il valico può farlo di martedì o giovedì, dunque aumentando il carico in quei giorni.

E’ indubbia però la positività del segnale. Che magari non si tradurrà in un’automatica inversione di tendenza, ma che di certo è un inizio.

Comprendo, ma fino a un certo punto, anche l’affanno degli organizzatori nell’escogitare eventi settimanali che attirino la gente nell’ambito di una proibizione-auto e facciano da “animatori”. La loro paura di scontentare i molti operatori turistici che temono di rimetterci un sacco di soldi non è così giustificata, dato il nutrito programma di iniziative in alternativa.

E’ vero che ci vuole un po’ di tempo. Però la grande partecipazione alle manifestazioni ciclistiche dimostra che siamo sulla strada giusta. I turisti fuggono dal rumore e dall’inquinamento che soffrono in città e non si può far trovare loro una situazione ancora peggiore quando vengono in montagna.
L’elenco completo delle iniziative è qui: http://dolomitesvives.com/it/eventi/.

Non si è andati molto al di là di una limitata fantasia, perché oltre alla possibilità di escursioni a piedi, per gli eventi si tratta di concerti ed esibizioni eno-gastronomiche, con l’eccezione dell’inaugurazione del 5 luglio (con Messner che ha dialogato con la giornalista Ellis Kasslatter) e del 9 agosto (Leggende dello Sport, incontro con alcuni personaggi che con le Dolomiti hanno da sempre un rapporto speciale, come i campioni dello sci alpino Isolde Kostner e Peter Runggaldier, e i ciclisti Maurizio Fondries e Francesco Moser).

Una buona idea è il programma delle escursioni di Geo Trekking: semplici gite di qualche ora, ma guidate dalla Fondazione Dolomiti UNESCO, dagli esperti del Muse di Trento, dalle Guide Alpine e Accompagnatori di Media Montagna delle valli di Fassa, Gardena e Badia. Su un itinerario che proporrà una lettura del paesaggio geologico dolomitico, attraverso l’illustrazione delle principali tappe evolutive del territorio (dalle piattaforme carbonatiche pre-vulcaniche, al vulcanismo medio-Triassico fino alle piattaforme carbonatiche post-vulcaniche), i fossili della Formazione di San Cassiano, la Marmolada e il suo ghiacciaio.

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma è possibile che a nessuno venga in mente di valorizzare il SILENZIO e la mancanza assoluta di ogni evento organizzato, ivi comprese le escursioni di gruppo?

Il silenzio è e deve restare la base di un soggiorno in montagna, assieme alla lentezza e alla mancanza di aggressività. Questo è e rimane l’intendimento dell’Unesco quando ha attribuito alle Dolomiti il riconoscimento di patrimonio dell’umanità. Sembra però di predicare ai sordi.

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Le bici di Felice

Felice Gimondi: “La mia prima bicicletta da corsa, comprata per un sacco di sabbia”

Il rapporto dei campioni con le due ruote: «Ma oggi la strada è rischiosa, meglio la mountain bike»

Felice Gimondi al Giro d’Italia che vinse nel 1967 (Foto: ArchiviFarabola)

di Giorgio Viberti – lastampa.it, 31/07/2017

Felice Gimondi è stato uno dei più grandi corridori di tutti i tempi. Nato a Sedrina (Bergamo) il 29 settembre 1942, dopo una brillante carriera dilettantistica passò professionista nel 1965 e subito vinse il Tour de France. In 14 anni di carriera ai massimi livelli ha ottenuto 81 vittorie, fra le quali tre Giri d’Italia, una Vuelta di Spagna, un Mondiale, due Campionati italiani, un Lombardia, una Milano-Sanremo e una Parigi-Roubaix. Insomma, uno che di ciclismo e di biciclette se ne intende.

Gimondi, si ricorda ancora la sua prima bicicletta?

«Certo, era un’Ardita rossa, un regalo di mio padre perché ero stato promosso alle elementari, avevo sette o otto anni. Ero così contento che la inforcai subito per farmi un giro, ma caddi e mi ruppi un dente. Non un buon inizio».

E quando arrivò la prima bici da corsa?

«A 16 anni dissi a mio padre che avrei voluto correre, ma in casa c’erano pochi soldi».

E allora come andò?

«Papà, che era appassionato di ciclismo e in gioventù aveva corso, lavorava come trasportatore e un giorno doveva portare un carico di sabbia a un cliente che non pagava mai. “Se stavolta mi paga, ti compro la bici” mi disse. Andò bene, perché quel giorno il cliente saldò i debiti. Era destino».

E suo padre mantenne la promessa?

«Certo. Con quei soldi, circa 30 mila lire, comprammo una bici usata. Ero talmente felice che lasciai gli zoccoli in mano a mio padre, saltai in sella e pedalai a piedi nudi fino a casa. All’inizio non arrivavo nemmeno ai pedali e allora mettevo una gamba di traverso in mezzo ai tubi del telaio per poter pedalare».

Ma allora lei andava anche su un’altra bici, di sua madre.

«Certo. Spesso sostituivo mia madre che faceva la postina a Sedrina, il nostro paese. Allora la Valle Brembana era magnifica, pedalavo su e giù per le strade sterrate per recapitare buste e pacchi. Diventarono la mia palestra».

Era una bici da donna?

«Sì, ma mi andava bene lo stesso. Se mai il problema era il telaio pesantissimo, 15-20 chili, in ferro, col portapacchi. Che fatica quando cercavo un po’ di velocità».

Pensare che oggi le bici pesano meno di 7 kg. Che ne pensa dell’idea della Federciclismo mondiale di abolire il limite minimo di peso per le bici dei professionisti, che oggi è 6,8 kg?

«Che sarebbe un errore, perché bici troppo leggere diventerebbero molto pericolose, soprattutto in discesa».

Ricorda la bici della sua prima corsa?

«In verità non la potei nemmeno usare. Era una gara a Treviglio, vicino a Bergamo. Eravamo in tre e andammo alla partenza sul rimorchio del motocarro di mio zio, appoggiati alla cabina per non prendere troppa aria. Durante il viaggio ruzzolai fuori due o tre volte, poi perdemmo la strada. Quando arrivammo era già finito tutto e avevano già tolto lo striscione».

E la bici della sua prima vittoria?

«Eravamo a Celana, nel Bergamasco. Partimmo dal patronato di San Vincenzo, andai in fuga con un compagno e poi rimasi da solo. Vinsi per distacco, a modo mio, perché non ero molto veloce negli sprint».

A 22 anni, nel primo anno da professionista, vinse a sorpresa il Tour de France che non avrebbe nemmeno dovuto correre e nel quale era gregario di Adorni. Ricorda la sua bici di allora?

«Una Chiorda marchiata Magni, col suo colore caratteristico blu-azzurro. Ci vinsi anche la Roubaix e il Lombardia. Poi passai alla Bianchi, alla quale sono ancora legato».

Va ancora in bici?

«Certo, anche se dopo una frattura alle vertebre devo andarci un po’ più cauto».

E che modello ha?

«Ho una bici da corridore che celebra il centenario della Bianchi, ditta per la quale ho anche curato il reparto corse».

Però lei ha fatto nascere una scuola di mountain bike. Ha cambiato specialità?

«Con monsignor Mansueto, il parroco di Almè, e altri amici ho creato un gruppo di ragazzini dagli 8 ai 13 anni per andare in mountain bike nel Parco dei Colli di Bergamo».

Allora è meglio la mountain bike della bici da corsa?

«Adesso vado più spesso in mountain bike, è più sicura, mi dà un contatto più diretto con la natura e incrocio meno auto. La strada è diventata sempre più complicata, le famiglie portano più volentieri i figli a correre fuoristrada, è meno pericoloso e più divertente».

E la bici a motore, la pedalata assistita, l’ha mai usata?

«No, ma trovo che sia stata una bella trovata. Dà la possibilità a tutti di pedalare e restare in salute».

Dicono che la bici a motore sia usata di nascosto anche dai professionisti. Che ne pensa?

«Forse in passato, oggi non credo, ci sono così tanti controlli».

Sempre più corridori o cicloamatori subiscono incidenti stradali? Che cosa si può e si deve fare?

«Darsi una regolata reciproca. Gli automobilisti rispettino di più i ciclisti, ma chi va in bici eviti di andare in pariglia o terziglia. In bici si va uno dietro l’altro. E pedalare».

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Izoard, l’estetica del “grimpeur” fatica, sacrificio, solitudine

Scalare il colle leggendario del ciclismo dove oggi arriva il Tour. Non solo sport ma metafora della vita: le salite sono per gli umili, le discese per i campioni

di Domenico Quirico – lastampa.it, 20/07/2017

Dietro il tornante, in un passaggio aspro della salita dell’Izoard, nella solitudine abbagliante, nel silenzio raschiato appena dallo sfrigolio della catena, mi è apparsa davanti, all’improvviso una panchina, verniciata di verde, il sedile e la spalliera di legno. Forse l’unica in quei venti chilometri di salita. Una vera panchina: solitaria, pigra, malinconica. Di quelle che aspettano, pazienti e deluse, all’ombra di un platano o di una quercia, nella piazzetta di ogni cittadina e di ogni villaggio di Francia. Basterebbe, forse, quella panchina lassù, a duemila metri, sul colle leggendario del ciclismo, per dare testimonianza di una stanca civiltà provinciale, il segno preciso di un ordine antico e nobile che è la Francia. Invece era soltanto un invito al riposo, una segreta tentazione alla fatica del pedalare.

Eppure ero salito agilmente: fino a quel momento… La panchina mi ha fatto cadere addosso la stanchezza all’improvviso, come un cappuccio di lana. No, non sono stanco. Fermarsi vuol dire non ripartire, l’umiliante resa dell’imboccare la discesa del ritorno. Accorcio il rapporto di una unità e con uno sforzo doloroso mi strappo dalla tentazione. La strada monotona si allunga verso il vertice del colle a 2400 metri come un Calvario. Ho deciso di salire l’Izoard «en velò», alla vigilia del Tour, perché scalare le montagne in bicicletta non è solo sport: è un magnifico transito di dannazione dove lo spazio, guadagnato metro dopo metro, superficie dell’essere, ascolta battere il suo cuore, battere il tempo e non ne impallidisce. E la vetta è il punto dove lo spazio afferra il tempo e non lo lascia più fuggire.

La partenza

Per questo son partito presto da Guillestre dove ufficialmente inizia questo lato della salita, per non incontrare il peloton degli altri amatori come me; per ascoltare il silenzio della montagna. E infatti la strada, almeno per un po’, è ancora vuota e deserta.

Addio Guillestre con i tuoi chilometri ingannatori, quasi piani, ora entro nella valle del Guil, una gola stretta tra pareti fosche di roccia in cui in fondo scorre il torrente. E’ un silenzio caldo, un riposo denso di luce, un abbandono pieno di coscienza. La bicicletta, di fronte alle grandi scene della natura, ti offre straordinari impressioni di suono, ti pare di udire le voci del silenzio. Il ciclismo agonizza nelle città, gli appartengono la campagna i monti la provincia gli spazi. Il ciclismo non ha nome nei luoghi consacrati al football e al basket…

Tra loro ho sempre amato il «grimpeur», lo scalatore puro. Uomini piccoli, scuri, agili, febbrili, che sognano la salita come una liberazione, la aspettano, le vanno incontro come per un richiamo definitivo e irrefutabile. La montagna è la loro rivincita di uomini senza carne, di acrobati dell’ascesa. E’ l’unica occasione che hanno per rivoluzionare le gerarchie, i ruoli, le dipendenze della corsa. Se la perdono tornano nani. I belli del ciclismo Anquetil, Kubler, Cipollini soffrono le salite.

Mi è indifferente lo sprinter, brutale e temporaneo. Non mi esalta il passista tuttofare e lo specialista della corsa di un giorno. Hanno colli da torello, taglie da macchina pestasassi. Gli scalatori, Jiménez, Pantani, i colombiani, Trueba, Gaul, Bahamontes, quelli invece sono una specie letteraria.

Lo scalatore puro sa di Zola e di Verga, è dolorosamente verista, sputa sangue per staccare tutti in salita e poi in discesa il passista, pesante, strafottente, in due pedalate lo raggiunge e getta in polvere la sua fatica. Ridiscendere a valle per trovare il traguardo lo annulla, solo restare in altitudine, nell’aria rarefatta gli da forza e vita. Il ciclismo è in questa brutale metafora della vita, della politica, della storia: lo scalatore più del gregario è il vero proletario di questo sport popolare, dannato alla fatica di Sisifo di azzannare le montagne e poi perdere un Giro o un Tour in venti chilometri a cronometro o di discesa.

L’arena

L’Izoard non è la salita più dura del ciclismo, me ne accorgo salendola; ci sono qui intorno pendii più impietosi, erte tremende. Il Galibier per esempio o a un passo, sul versante italiano, il colle dell’Agnello, salita brutale, che ti contorce le mascelle nello spasimo dello sforzo, le labbra arricciate, gli occhi inferociti dalla fatica. Ma l’Izoard è interminabile, ti chiede nascosta capacità di ostinazione, volontà fredda e silenziosa. Perché ti lusinga ti inganna ti attira a sé, facendoti credere che sia facile domarlo, che i suoi pendii in fondo siano lievi. Mentre è lui, sempre lui che fissa il margine tra il difficile e il terribile. Per questo sull’Izoard si sono vinti e persi i Tour. Qui se l’avversario è in crisi diventi spietato, c’è un’aria di arena, di mattanza. Ho visto una foto del ’36: il belga Maes in fuga passa sulla vetta, ha occhi di lupo, la gioia crudele di chi sa che l’avversario sanguina. Il vinto è «le roi René», il francese Vietti. Al traguardo si inventerà un patetico raffreddore per giustificare il distacco. Aveva sbagliato rapporto, pensando di piegare la montagna con le sue leve…

Adesso ho lasciato l’ultimo villaggio, case vuote, silenziose come se fossero disabitate. Eppure ci sono auto e segni di vita. E’ come se gli uomini della montagna si nascondessero in attesa dell’arrivo del Tour di oggi quando la montagna intera sarà folla rumore auto e grida.

I pini fanno ancora un’ombra riposata e densa nel bosco umido e sonoro, pare una immensa grotta. La selva di abeti, attorno alla strada che sale ora con pendenze più forti, è tiepida cordiale e profonda come una donna. Non mi piace alzarmi sui pedali, vorrei sentire sempre il corpo e la bici, in coppia, sgominar l’aria, sbriciolarla con il movimento delle gambe come se fossero cosa sola.

La cavalcata di Bobet

Da qui iniziò, mi pare, nel 1953 la cavalcata di Louison Bobet, l’unico uomo tre volte primo sull’Izoard. Aveva già attaccato sul Vars, che anche oggi ne sarà il prologo faticoso, e aveva cominciato a tirar il collo agli avversari. Ma era sull’Izoard che aveva deciso di piantarli. Quanto bastava per arrivare in vetta con il distacco che l’avrebbe confermato per quello che era: il campione, il dio dei francesi, senza rivali senza nessuno né niente che gli potesse stare dietro. La sola cosa che interessa ai campioni: la folla gli urli le mani le braccia le strade le curve le salite, arrivare dove nessuno arriva e col tempo con cui nessuno riesce a farcela.

L’ho visto Bobet, nei cinegiornali del tempo, salire agile, composto, alzava la testa quel tanto per vedere il varco nel muro di folla, di gendarmi che faceva siepe sulla strada. Non vedeva volti, solo la fila di scarpe e poi di calzoni e sottane. Ha piantato i primi allunghi qui dove la strada dopo la «Maison du roy» svolta a sinistra e la pendenza sale all’otto e all’undici per cento. Allunghi, di curva in curva di rampa in rampa, come chiodi nella carne dei poveri cristi che inseguono, indietro, lenti e gocciolanti sudore come i secchi di una draga.

Ora ci siamo: un attimo di respiro, 500 metri, sulle rampe e sulle svoltate a forcina. E poi è la Casse Déserte. Il paesaggio si fa torvo, la pietraia di grigio calcare pare di ossami, qualche nube si appesantisce sulle cime. Non so perché la retorica degli aedi sportivi la chiama paesaggio lunare: la luna è una terra morta, qui la montagna è ben viva, una vita minerale ma possente, quasi urla una sua esistenza fatta di ghiaie gialle, guglie come altari a misteriose intangibili divinità della montagna. La strada è obliqua, tracciata da uno spillo. La rupe liscia dai due lati sale e scende implacabile, senza appigli.

Il capolavoro di Bartali

Qui fu la corsa capolavoro di Bartali nel ‘38. I suoi rivali erano belgi, Vervaecke e Vuissers, detto il calvo. Sì è vero: le cronache francesi dicono che nell’affanno dell’inseguire i due cadono, bucano. Ma quel che conta sono le pedalate tremende del toscano, li attacca implacabile sul Vars, li finisce sulla Casse Déserte. La banda degli chasseur des Alpes è salita sul colle con gli ottoni, suona a pieni polmoni per l’uomo in azzurro che passa come una tromba di uragano e si getta nella discesa verso Briançon. Ah, les italiens!. Cinque italiani nei primi sei posti! Le squadre sono nazionali, si va al Tour come alla guerra Ancora due anni e su queste montagne scaveranno trincee, si combatteranno battaglie vere… Ecco sono in cima. mantenere il controllo del respiro, trovare il giusto rapporto. Sul colle non c’è nulla, una stele che ricorda i genieri militari che costruirono la strada, qualche transenna per il provvisorio traguardo di oggi che poi sparirà, una baracca in legno che vende l’umile mercanzia dei souvenir ciclistici.

Nelle gazzette sportive la montagna è «domata», «vinta». Retorica. E’ l’Izoard che, se vuole, se tu hai umiltà ti accetta, ti lascia venire a sé.

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Noi & la bici, una storia d’amore

Dalla Cina all’Africa, il compleanno di un’invenzione sempre sospesa tra progresso e rivoluzioni

di Domenico Quirico – lastampa.it, 10/07/2017

In quel tempo in Cina vedevi solo biciclette. Immensi, sterminati, vertiginosi stradoni larghi cento metri, affiancati da case quasi impercettibili; e biciclette, biciclette e qualche autobus strapieno di gente. Tutto il popolo cinese – uomini, donne, operai, contadini, impiegati, soldati – andava in bici a perdita d’occhio verso indistinte e luminose lontananze.

È la prima immagine che mi viene in mente, sempre, quando mi parlano del velocipede: arrivo nella Cina delle Guardie rosse e mi accoglie una rivoluzione a pedali, milioni e milioni di biciclette tutte di fabbricazione cinese. Ovviamente modello unico, senza deviazionismi di classe. Unica concessione, che era però segno dissidente d’amore, le fodere, colorate, di cui bardavano con cura affettuosa le selle.

Erano a loro modo belle, ben rifinite, con sellini di cuoio, fanali e campanelli nichelati. I freni, lo ricordo, erano del modello a bacchetta, tecnicamente antiquato ma più elegante dell’antiestetico filo d’acciaio dei modelli «capitalisti».

Avevano, i cinesi, in più, un loro modo di pedalare: composti, rigidi di spalle, nel completo-uniforme blu, forse alzarsi sui pedali, il movimento che gli scalatori chiamano «andanceuse», era considerato sconveniente, individualistico, borghese.

Modelli austeri

Costavano poco, molto meno delle biciclette italiane, tanto che, nonostante il salario fosse molto basso, ogni operaio e contadino poteva permettersi di comprarla.

Ricordo che per moda, (credo ci entrasse anche un po’ di politica, gauchisme pedalatorio sessantottesco), qualcuno cominciò a importarle in Italia, ma ebbero breve fortuna. Erano scomodissime, pesanti per le nostre strade che spesso si impennano. Mao era già morto ma i protagonisti di quella marxista crociata dei fanciulli salivano in sella nella loro povertà senza ricchezza, sicuri di compiere un atto rivoluzionario. L’austera bicicletta autarchica era il simbolo con il libretto rosso e il fornello a gas nientemeno che del socialismo realizzato: compagni, pedalando abbiamo scavalcato lo scomodo pedaggio della fase piccolo borghese…

La bicicletta dunque… che ci porta dritti non al Tour de France o alla Milano-Sanremo, ma, quietamente, a due secoli di storia. Perché non solo nella Cina degli onerosi Balzi in Avanti la bici ha sempre avuto a che fare con il progresso, la politica, addirittura le rivoluzioni. Che fosse baldanzosamente futurista o spinta dai soldati del generale Giap sul sentiero di Ho-Chi-min, giù giù fino allo snobismo ecologista che la getta come sfida nella impraticabile città delle automobili. C’è la bicicletta con cui l’indomita lettone Annie Kopchovsky, nel 1894, fece il giro del mondo. E la scomodissima Graziella non era forse un manifesto femminista e unisex contro la bici da donna?

Le strade in Congo

Sfogliamo l’album: l’Africa delle biciclette. In Congo la strada era tutta una geometria di larghe pozze di acqua rossastra, dalle ruote del pick-up l’acqua schizzava a fontane, era proiettata sui fusti degli alberi e ogni tanto rami pendenti nel mezzo della strada scudisciavano il tetto della vettura. Sembrava di correre in una galleria allagata, sotto una volta di rami e di foglie.

Chi è in sella

Donne vanno sulla proda della strada, portando sul capo larghe catinelle di ferro e di plastica colme di frutta e polpette di manioca. Appena avvistano l’auto avanzare tra fontane di fanghiglia si mettono in salvo, leste, dietro gli alberi. Poi sbucano i gruppi di ciclisti. Nessuno è in sella: chi poterebbe avanzare in quel fango? Spingono penosamente la bicicletta di lato, estraendola ad ogni metro dalla mota. Perché sulla canna sono caricati immensi scatoloni cesti gerle imballaggi improvvisati.

I ciclisti non possono fuggire, restano immobili, stoicamente, aggrappati al manubrio quasi l’ondata di fango dell’auto potesse portar via i loro carichi preziosi.

I più poveri non hanno neppure biciclette in metallo arrugginite, pesanti, vecchi congegni con cui si erano divertiti un tempo i coloni. Le loro bici sono di legno, anche le ruote, sbozzate da falegnami come fossero aratri o strumenti agricoli, finte biciclette senza pedali e catena, solo le ruote come quelle dei carri. Biciclette trogloditiche per portare pesi. L’astuto Mobutu, dittatore congolese, aveva inventato una specifica tassa per spigolare denaro anche su questo mezzo dei poveri!

Ancora biciclette il cui scopo non era la velocità. Biciclette spinte a mano come un fido compagno di strada verso la fabbrica dagli operai della mia infanzia. Infilata nella canna la cartella da cui spuntava il fiasco di vino e la colazione. Le biciclette che accompagnavano i poveri eroi dei romanzi di Pratolini.

O le biciclette dei parroci di campagna, i parroci alla Bernanos, che avanzano su viottoli polverosi o sbandando sulla neve, portando nella borsa anche loro gli strumenti di lavoro, l’ampolla dell’olio santo, l’acqua benedetta per le benedizioni di Pasqua.

Vite molteplici

Sì, la bicicletta ha avuto molte vite, è di tortuose e ambigue reversibilità, ha cadute e imprevedibili riscatti. Ha impersonato di volta in volta il lavoro, il viaggio, il trasporto, il confort, la velocità, lo sport. Ha resistito al tempo, ancora oggi viva operante, misura ancor valida del peso della vita. In questa arcana resistenza al tempo, in questa ormai secolare refrattarietà alle lusinghe del nuovo, in questa sostanziale incorruttibilità sta il suo incanto. Stéphane Mallarmè, scrivendo sul ciclismo nascente, non avvertiva che «l’uomo non si avvicina impunemente a un meccanismo e non vi si mescola senza perdita»?

Nessun oggetto più di lei dimostra che anche il più quotidiano racchiude una certa ingegnosità, delle scelte, una cultura. Porta con sé un sapere specifico e una certa eccedenza di senso. La bicicletta è in sintesi la continuità tra il materiale e il simbolico, lo sforzo di intelligenza che resta come conservato all’interno di ogni oggetto per semplice che sia, come l’ingranaggio che trasmette il movimento dai pedali alla ruote.

E poi c’è il ciclismo. Oggi fa male parlarne. In mezzo c’è stato il doping, il tempo dei falsari quando tutto era permesso, le bugie, i profitti, le micidiali infusioni.

Ma prima… Prima era il tempo in cui i campioni venivano chiamati per nome, Fausto, Fiorenzo, Learco, Gastone, come persone di famiglia di cui conosciamo le abitudini e i difetti. O con soprannomi bonariamente dannunziani: la littorina, l’aquila di Toledo, il leone delle Fiandre… L’Italia del Giro d’Italia e la Francia del Tour: uomini e paesaggi che fanno ala a una gara in apparenza quasi assurda, in cui atleti spingono un attrezzo bilanciato su due ruote, colando sudore da tutte le membra, lucidi come se fossero spalmati di vaselina. Una festa, un gioco in cui, contro le insidie della vita quotidiana, ciascuno ritrova la propria naturalezza. Un attimo, e rende felici.

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3a Orobie Bike Fest

Sabato 15 e domenica 16 luglio 2017

3^ edizione Orobie Bike Fest

La terza edizione di Orobie Bike Fest vi aspetta a Piazza Brembana con numerose attività: escursioni in vari paesi dell’Alta Valle Brembana e raduni in MTB, bici da strada e sulla pista ciclabile, spettacoli, esibizioni, stand espositivi con le novità del settore e e possibilità di prova delle biciclette.

SABATO 15 LUGLIO

 

DOMENICA 16 LUGLIO

Info complete sul sito dedicato.

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Riprendiamoci Passo Sella!

Dolomiti, parte la sperimentazione: un passo alpino aperto solo alle biciclette. Messner: “Bene, serve cambio radicale”

Tutti i mercoledì dalle 9 alle 16 il Passo Sella sarà chiuso ad automobili e motociclette. Dal 2018 potrebbe toccare a Pordoi, Gardena e Campolongo. L’alpinista: “Così si apprezza il silenzio”. Ma gli operatori turistici protestano: “È la nostra fine”

di Giuseppe Pietrobelli – ilfattoquotidiano.it, 05/07/2017

Un sogno, le Dolomiti senza auto e senza moto. “Bisogna chiudere al traffico i passi almeno cinque-sei ore al giorno”. Nel luglio di un anno fa l’alpinista Reinhold Messner aveva lanciato questo appello, il giorno dopo la morte in un incidente stradale di Bruno Bonaldi, ex campione di sci nordico e marito di Maria Canins, che in bicicletta si era schiantato contro un furgoncino a San Cassiano, mentre scendeva lungo la strada della Val Parola. Una frase che sembrava dettata da un fatto di cronaca. Ma da allora si è approfondita la riflessione sul bisogno di far ritrovare alla montagna la sua dimensione e di ridarle il silenzio. Al punto che con il primo mercoledì di luglio prende il via una iniziativa che potrebbe essere il primo passo verso un futuro in cui la montagna non sarà più accessibile con mezzi motorizzati, salvo pullman-navetta, per diventare il regno di cicloturisti e camminatori.

Un sogno possibile? Oltre a Messner, che ne è diventato in qualche modo il portabandiera, ne sono convinti anche gli amministratori delle province autonome di Bolzano e Trento, nonostante debbano fronteggiare le proteste degli albergatori. L’esperimento riguarda, per quest’anno, il Passo Sella che mette in comunicazione Canazei, in Val di Fassa, con Selva di Val Gardena. Ma dal 2018 lo stop al traffico potrebbe essere esteso ai passi Pordoi, Gardena e Campolongo. Ogni mercoledì di luglio e agosto la strada del passo sarà chiusa ai veicoli a motore tra le 9 e le 16. Unici mezzi consentiti, quelli a trazione elettrica, le biciclettee gli autobus del servizio pubblico.

Nel primo mercoledì, Messner partecipa al Passo Sella all’iniziativa di Dolomites Vives, raccontando episodi della sua vita legati al rapporto con le montagne, proprio lui che per primo ha scalato tutti i quattordici Ottomila della terra. Ai giornali locali ha spiegato l’importanza di un evento che significa una svolta non solo nel rapporto dell’uomo con la natura, ma anche del turismo di massa con la conservazione dell’ambiente.

“Questo è più che un primo passo verso il futuro. So che per fare ciò che per me sarebbe assolutamente necessario ci vorranno anni: la maggior parte dei passi dolomitici andrebbero chiusi, almeno per gran parte della giornata”. Un ritorno al passato? Messner è convinto del contrario. “Il futuro sta in un cambio radicale delle nostre Dolomiti, anche perché dobbiamo conservare e incentivare quel turismo che punta alla lentezza, al silenzio. Dobbiamo restituire le strade ai ciclisti, che attualmente sono quasi più numerosi di chi si muove a piedi. Sono persone che cercano il silenzio e ora invece abbiamo passi pieni di rumore, di aggressività”.

Messner parla anche da alpinista. “Ti ritrovi in parete e non riesci nemmeno a sentire cosa urlano i tuoi compagni di cordata perché i motori di auto e moto coprono qualsiasi altro suono. Questo non è certamente quello che voleva l’Unesco quando ci ha attribuito il riconoscimento di patrimonio dell’umanità“. Ma per lui non ci sono altre scelte, pur nell’esigenza di garantire a chi lavora in alta montagna la possibilità di portare in quota il necessario per lavorarvi e viverci. “Le ore centrali però vanno preservate dai clacson, dagli automobilisti arrabbiati o dalle moto – ha dichiarato al Corriere dell’Alto Adige – Per imprimere un cambio di rotta sulla mobilità non possiamo fare tutto in un anno. Serviranno navette, un’organizzazione, ulteriori parcheggi, in una parola una strategia che richiederà anni. Ma sono convinto che alla fine avremo più clienti perché riusciremo a offrire ciò che proponevamo una volta”.

Contro l’iniziativa è insorto il Comitato degli operatori turistici dei passi dolomitici che due mesi fa ha incaricato un legale di ricorrere al Tar del Lazio contro la chiusura del passo Sella, decisa dalle Province di Trento e Bolzano, con autorizzazione del ministero delle Infrastrutture. Punto di riferimento del Comitato è Osvaldo Finazzer, che gestisce un albergo sul Passo Pordoi. “Chiudere i passi sarebbe la nostra morte. Per i cicloturisti le amministrazioni comincino a programmare e investire sulle piste ciclabili. Almeno sul circuito del Sellaronda“. E ha trovato una sponda in Veneto, nell’assessore regionale all’Ambiente, il bellunese Giampaolo Bottacin, che ha detto: “La mobilità è un diritto costituzionale, che nessuno può impedire”. Con la pronta replica dell’assessore trentino Mauro Gilmozzi: “I nostri vicini, a casa loro, potranno sempre fare ciò che vogliono. Ma non vorrei che mandassero le forze dell’ordine a presidiare il confine…”.

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A Capo Nord con una gamba ciascuno

di Cesare Pastarini – gazzettadiparma.it, 02/07/2017

Andrea cammina e pedala con una gamba sola da quando, a 17 anni, un incidente stradale gli causò l’amputazione della sinistra.

Massimo subì l’amputazione della gamba destra poco tempo fa, a 18 anni, anche lui a causa di un incidente motociclistico.

Domani (ieri n.d.b.), lunedì 3 luglio, Andrea e Massimo tenteranno in bicicletta di raggiungere in 23 giorni Capo Nord, estrema punta d’Europa. Undicimila chilometri di fatiche, di sfide e di divertimento. Ovviamente non saranno esclusivamente in bici, sarebbe impossibile. Guideranno un’auto e ogni giorno tireranno giù le bici e faranno lunghi tratti pedalando e altri in trekking.

Andrea Devicenzi, 44 anni, è uno tosto, non è la prima volta che compie un’impresa. Ha già scalato la Manali Leh in India (700 km, tra le vie più alte del mondo), ha fatto la Parigi-Brest-Parigi (1230 km). Quando non tiene “lezioni di vita” nelle scuole in giro per l’Italia, si allena. Pedala e cammina, cammina e pedala. Stavolta sarà un’impresa di coppia, assieme al giovane Massimo Spagnoli, per promuovere lo sport tra persone diversamente abili, con la consapevolezza dei momenti duri da affrontare e con la certezza che dopo quelli arriveranno le gioie.

Storia diversa quella di Massimo, 20 anni, alla sua prima esperienza, spinto proprio dalla caparbia di Devicenzi, che lo ha allenato e motivato da gennaio a oggi.

I sogni – spiegano regalando un’ulteriore lezione – possono essere realizzati. Bisogna credere nelle proprie possibilità anche quando la vita ci riserva sorprese drammatiche”.

L’intero viaggio è in gran parte supportato dalla fondazione di un’importante compagnia telefonica, che assieme ad Andrea, Massimo e a tanti altri testimonial come Alex Zanardi e Bebe Vio, promuove l’attività sportiva delle persone diversamente abili, grazie ad una piattaforma ideata e realizzata ad hoc per questo grande progetto.

Potremo seguire l’impresa qui: http://www.andreadevicenzi.it/progetti/route-22 e anche qui: https://www.youtube.com/channel/UCDquGvQbWa_-Zi_IgynO_Zg

Per una volta con “Onde Road” ci siamo trasferiti davvero on the road.

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La polvere e l’altare

Capitomboli, arrivi mancati e grandi successi… in attesa del Tour di France.

 

 

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Il mio Giro visto dal fondo

Maglia nera Giuseppe Fonzi, l’eroe al contrario: “Il mio Giro visto dal fondo”

Giro d’Italia 2017. Primo, Tom Dumoulin. Centosessantunesimo, e ultimo l’italiano a cinque ore, quarantotto minuti e quaranta secondi dall’olandese. A una media di 39,843 all’ora, più o meno 225 chilometri di distacco.

di Marco Pastonesi – repubblica.it, 30/06/2017

Tom Dumoulin ha conquistato la maglia rosa precedendo Nairo Quintana di 31 secondi. Roba da dilettanti, se si pensa che Giuseppe Fonzi si è impadronito della maglia nera scavando fra sé e Zhandos Bizhigotov un baratro di 22 minuti e 12 secondi. Dorsale 214, anni 25, altezza 180, peso 63 alla partenza ad Alghero e 61 all’arrivo a Milano, anni da professionista quattro, vittorie zero. Eppure aveva buon sangue: “Papà zii, nonno, tutti corridori, fino ai dilettanti”. Eppure prometteva benissimo: “A due anni andavo su una biciclettina senza rotelle”. Eppure proseguiva meglio: “La mia prima bici da corsa a sette anni, fucsia e azzurra”. Eppure aveva le idee chiare: “Fin da piccolo ho sempre voluto fare il corridore”. Poi l’impatto con il mondo del ciclismo: “La prima corsa, in provincia di Teramo. Mio padre si raccomandò di prestare la massima prudenza, ché sarei potuto cadere. Lo ascoltai con attenzione, e la prima curva feci cadere una decina di avversari”. Tanta passione sarebbe stata, prima o poi, ripagata: “Alla fine di quell’anno, categoria G2, finalmente primo, da solo”.

Da allora Fonzi non ha mai smesso di crederci: “L’importante è partecipare, almeno quando non vinci. L’importante è esserci e rimanerci, soprattutto quando vedi chi molla o cade o abbandona o si ritira. L’importante è aiutare, il ciclismo è uno sport di squadra, anche se su quella bici ci sono soltanto io”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di godere: “La volata è un attimo, la salita è un’eternità, ed è una sofferenza eterna, la discesa è un brivido, il rifornimento una resurrezione, la borraccia è acqua, l’acqua è vita, la vita è amicizia, come dimostra la borraccia fra Coppi e Bartali, il mio record di borracce è 10, tre nelle tasche, quattro sulla schiena e altre tre qua e là”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di pedalare: “Il momento più difficile sullo Stelvio, la prima volta, da Bormio. Ma non ho mai pensato di mollare, e non mi sono mai detto chi me l’ha fatta fare, perché la risposta la conoscevo già, a farmela fare sono sempre stato io”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di lottare: “Cotte e crisi sono una questione più di testa che di gambe”. E non smetterà neanche di sognare: “Una vittoria. Magari al Giro d’Italia. Secondo me si può fare”.

Solo una volta Fonzi si è confuso: “Quando sono andato in fuga davanti, e non dietro, cioè dalla parte che tutti considerano giusta. Mi sono chiesto che cosa ci facessi lì. Quando il gruppo mi ha ripreso, ho ritrovato la mia dimensione”. E solo una volta Fonzi si è offeso: “Quando il mio compagno di squadra Ilia Koshevoy ha insidiato il mio primato. Eh no, Ilia, l’ultimo è uno solo, e quello sono io”.

Fonzi navigava nei fondali del plotone, sprofondava negli ordini di arrivo, galleggiava nel tempo massimo: “Sono un regolarista. Andavo piano in salita e perfino in discesa, a crono e allo sprint. A dire la verità, non è che andassi poi così piano: andavo più piano, o meno forte, degli altri. Ma strada facendo ho trovato tifosi e sostenitori. Nella crono da Monza a Milano c’era gente che urlava il mio cognome. E mi faceva volare. Bellissimo”. I primi della classifica? “Qualche volta li ho visti anch’io. Con Dumoulin e Pinot non ho mai parlato. Quintana non solo non parla, ma neanche sorride”.

E adesso? “Porto a casa il dorsale che avevo in Sardegna, il Garibaldi e la vittoria in un gran premio della montagna, anche se la montagna era piccola. Un paio di giorni di riposo, una bistecca alta quattro centimetri, poi azzero tutto e ricomincio la preparazione”. All’arrivo c’erano i suoi: “Mio padre Giovanni, mia mamma Daniela, la mia ragazza Elisa, che mi aveva portato un giubbotto di pelle”. Più da Fonzie – ehi, wow – che da Fonzi.

Fonzi, il bello della bici? “L’estetica”. Fonzi, il bello del ciclismo? “Qui, al Giro d’Italia”. Fonzi, chi era Malabrocca? “Chi?”. Fonzi, e Dio? “Sono credente, ma non praticante. Noi corridori abbiamo poco tempo, siamo sempre in bicicletta”. Fonzi, e la Madonna? “Lei appare, spesso in cima alle salite, qualche volta anche più in basso”.

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Nicky, Julia e gli altri

35 anni. Una vita vissuta a 300 all’ora, pieghe e contropieghe, per poi morire a 30 all’ora in giro in bici.

E’ stato con queste parole, dette dal mio compagno, che ho saputo che Nicky Haiden non ce l’aveva fatta. Al dolore per la morte di un ragazzo di 10 anni più giovane di me, che se si tratta di persona famosa (o di un bambino) la morte di un estraneo la senti un po’ anche tua, si affiancano i ricordi di altre persone che, dopo una vita vissuta pericolosamente, sono arrivati al capolinea facendo cose “normali”. Da appassionata di montagna e fassana mancata mi viene in mente Tita Piaz, che si è schiantato contro la fontana di Pera di Fassa perché i freni della bici non funzionavano, e poi il mio mito Patrick Edlinger, vittima di un incidente domestico.

Ma la bici… di incidenti che coinvolgono ciclisti ne capitano tanti, troppi. Quando ho saputo di Michele Scarponi, investito (a quanto pare) da un amico di famiglia, sono rimasta pietrificata. La notizia del rischio corso da Chris Froome in allenamento a Montecarlo mi ha fatto incazzare. Poi Haiden. E la triatleta Julia Viellehner, agganciata da un camion mentre si allenava e deceduta nello stesso ospedale dove è morto Haiden. E le tante persone comuni di cui nessuno parla… la memoria torna alla fine degli anni ’70, quando il fratello di una mia amica è stato investito da un camion. Aveva solo 7 anni.

Io ho sempre avuto paura ad andare in bici su strada. Poche piste ciclabili (le poche che trovi magari hanno pure i cordoli pericolosi), i camion e le macchine che ti passano accanto senza farsi troppi problemi. E poi senti i ciclisti professionisti che ti parlano della differenza culturale fra l’Italia ed altre nazioni, dove la regola del metro e mezzo di distanza da tenere in fase di sorpasso è un dogma, mentre da noi siamo ancora in alto mare, sia dal punto di vista normativo che dell’atteggiamento di buona parte degli automobilisti. Lo scorso anno, nel lodigiano, un sabato mattina è stato falciato un intero gruppo di ciclisti…

Ma, diciamolo, spesso anche i ciclisti ci mettono del loro. Niente caschetto, fari spenti la sera, cuffiette mentre si va in giro, tratti percorsi contromano in allegria. La pista ciclabile fatta da poco e ti trovi il nonno (col piccolo sul seggiolino) sulla stretta banchina dall’altro lato della carreggiata. Per non parlare della mamma fenomeno che ho insultato un paio di anni fa perché, in bici con bimbetto sul seggiolino anteriore, stava rispondendo al cellulare mentre percorreva una rotonda. E, se non ho capito male, Haiden era uscito un po’ troppo allegramente da uno stop.

Bisogna investire in sicurezza, in infrastrutture che consentano una netta separazione fra traffico motorizzato e percorsi ciclopedonali. Ma bisogna investire anche a livello formativo, perché ai bambini deve venire spontaneo mettere il caschetto, i catarifrangenti, rispettare le regole del codice della strada…così magari fanno un bel cazziatone ai genitori esuberanti. Ci vogliono più controlli, perché spesso si lascia correre…. che vuoi che sia, è uno in bici…

Il rischio, per quanto lo si possa ridurre, non si può abbattere. Prudenza e buon senso in ogni caso, anche perché un Nibali non si può certo allenare su una ciclabile facendo lo slalom fra vecchietti e passeggini, e te lo potesti trovare accanto al prossimo stop.

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