Articoli con tag: resistenza

Cremona, Pedalata Resistente

pedalata resistente 19

Giovedì 25 aprile 2019 l’ARCI di Cremona festeggerà l’anniversario della Liberazione con una “biciclettata resistente” attraverso i quartieri della città, con partenza dalla Casa dell’Accoglienza e arrivo al Parco al Po.

Per informazioni visitate la pagina dell’evento facebook dedicato

Aderiscono all’iniziativa:

Acli Cremona
ANPI Provincia di Cremona
Auser Unipop Cremona
Caritas Cremonese
Cgil Cremona
Lagaredesgars
Nonsolonoi
Pedalando Faticando
Rete Donne Se Non Ora Quando? – Cremona
Tavola della Pace di Cremona
Uisp Cremona

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Le ragazze del 43 e la bicicletta

uisp.it, 13/05/2015

Le ragazze del ’43 e la bicicletta” è il documentario realizzato da Uisp e Udi in occasione del 70° della Liberazione. Il video racconta il contributo decisivo delle donne alla Resistenza e in modo particolare quello dei Gruppi di difesa della donna e delle staffette partigiane. L’Uisp sceglie la bicicletta come simbolo della Liberazione per celebrare il ruolo fondamentale giocato dalle Staffette partigiane durante la Resistenza. La bici è, inoltre, un esempio di Liberazione da un modello di mobilità urbana insostenibile.

Le donne nella Resistenza erano in gran parte giovani e giovanissime e per il loro impegno hanno usato i mezzi semplici e poveri che avevano a disposizione, come la bicicletta. Questa, proibita come pericolosa dai nazisti, rimane il simbolo dell’impegno di una nuova generazione di uomini e di donne per la libertà del nostro paese e aiuta a comprendere il coraggio e la generosità di quella storia.

Il documentario, della durata di 30′, racconta, attraverso immagini e le testimonianze di Marisa Rodano, Lidia Menapace, Luciana Romoli e Tina Costa, quelle straordinarie pagine della Resistenza italiana, scritte anche con l’uso della bicicletta. Il video è stato ideato da Vittoria Tola e Raffaella Chiodo, che hanno curato e realizzato le interviste, mentre la regia e il montaggio sono firmati da Francesca Spanò.

Ecco alcuni stralci delle interviste alle quattro partigiane: “La bicicletta in quegli anni serviva per scappare, per questo i nazisti la vietarono a Roma durante l’occupazione, con un editto del 1943. La stessa cosa avvenne in altre città italiane, ha detto Marisa Rodano, classe 1921, parlamentare italiana ed europea che ebbe un ruolo attivo nella lotta partigiana a Roma.

“La maestra un giorno ci disse che saremmo dovuti andare tutti vestiti da figli della lupa e piccole italiane e a me l’idea piaceva molto. Mia madre quel giorno mi disse: ‘qui c’è poco da mangiare, vai a cercare la lupa e fatti dare da mangiare, perché anche per lei non ne abbiamo’. Credo di aver fatto la mia scelta quel momento, anche guidata da una famiglia di antifascisti”. Queste le parole di Tina Costa.

Luciana Romoli, ci ha raccontato il suo primo atto di ribellione, nel 1938: “Appartenevo ad una famiglia di antifascisti, mia madre addormentava le mie sorelle con canzoni sovversive. Nel 1938 quando facevo la terza elementare sono stata espulsa da tutte le scuole del regno perché ho difeso la mia compagna di banco ebrea”.

“Dopo l’8 settembre mio padre viene preso e portato in un campo di concentramento, noi siamo sfollati ma mia sorella e io in bicicletta tutte le mattine scendiamo a Torino per andare a scuola. Una volta mentre scendiamo due ragazzi in borghese ma col moschetto ci fermano e ci chiedono ‘Da che parte state?’ Io rispondo che sto contro quelli che hanno portato via mio padre, allora ci propongono di aiutarli a portare messaggi a Novara. Così sono diventata staffetta, usando la bici che era il mezzo di comunicazione più popolare”, così Lidia Menapace racconta il suo ingresso tra le staffette partigiane.

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15 Sentieri Partigiani

Itinerari storico-escursionistici nell’Appennino Reggiano

www.sentieripartigiani.it

Questo libro è un invito a camminare sui sentieri dei partigiani, un invito a uscire dalla vita consueta e a mettersi in cammino. Lentamente, un passo dopo l’altro, scoprire lo splendido scenario dell’Appennino reggiano e il tesoro della storia antifascista.

Solo tornando sui luoghi di queste storie si può comprendere quel desiderio di guistizia che ha spinto i partigiani a combattere. Ascoltare i luoghi per capire la scelta di divenire partigiano, le sofferenze che essa ha comportato, la paura della morte, le speranze di un futuro diverso, fatto di uguaglianza. Un sogno da costruire con la forza della ragione e della solidarietà che nasceva da un gruppo di uomini e donne liberi.

Dopo l’8 settembre 1943 i primi partigiani solirono in montagna per organizzare la resistenza armata contro l’occupazione nazista tedesca e contro i fascisti italiani. Fino alla Liberazione, fino al 25 aprile 1945, furono 20 mesi duri. E la montagna seppe accogliere chi cervava una nuova vita, con un contributo tanto generoso quanto determinante.

Nel 1992 si tenne la prima edizione di quello che sarebbe divenuto poi un appuntamento fisso sui nostri monti. Da allora ogni anno la camminata dei Sentieri Partigiani, organizzato da Istoreco, raccoglie un successo sempre maggiore: saliamo anche noi dopo ogni 8 settembre in montagna, per camminare insieme ai testimoni partigiani, per ascoltare le loro storie durante i momenti di sosta, per discutere di ieri e di oggi, per goderci quella natura che allora li ha accolti e che fa oggi da sfondo al nostro tornare in quei luoghi.
Da questa esperienza nacque dieci anni fa una prima piccola guida, subito esaurita. Oggi, con questa nuova pubblicazione storica-escursionistica. vogliamo rimettere a disposizione di tutti uno strumento aggiornato per (ri)scoprire i luoghi dell’Appennino reggiano e la memoria che essi custodiscono.

La sezione di soli 15 itinerari è dovuta a motivi editoriali. Per ogni approfondimento sulla Resistenza nell’Appennino reggiano si rimanda alle opere citate in bibliografia. Questa nuova guida non è che una proposta dei tanti sentieri possibili ancora da fare!

Avvertenze

Presentiamo in questo volume 15 sentieri che toccano solo alcuni di quei luoghi dell’Appennino reggiano teatro della lotta di Resistenza al nazi-fascismo – nel più ampio contesto della Seconda Guerra Mondiale – e delle vicende ad essa legate. Sono solo ipotesi di percorsi che si lasciano aperte a variazioni, interpretazioni, aggiunte, sovrapposizioni. Tante quante la vostra creatività e curiosità vorranno proporre.
Vogliamo offrire una guida per tutti. Nella scelta dei tracciati abbiamo privilegiato la chiarezza, tenendo conto della fattibilità, e del mutamento – a tratti radicale – del territorio. La descrizione escursionistica e le informazioni turistiche di supporto hanno così lo scopo di facilitare il più possibile il percorso.

Si è cercato di creare sentieri ad anello dove partenza e arrivo combacino; quando ciò non è stato possibile abbiamo proposto luoghi d’inizio e fine serviti dai bus di linea, in modo da poter sfruttare i mezzi pubblici per il ritorno. Data la lunghezza impegnativa, alcuni sentieri prevedono anelli a intersezione che possono essere svolti nella loro interezza oppure singolarmente, in autonomia gli uni dagli altri. Potrebbe essere la scusa per spezzare un sentiero lungo in due parti, sostando per un pernottamento in una delle tante strutture ricettive segnalate.

Ogni sentiero è legato a un tema e diviso in cinque parti. La prima prevede informazioni d’avvicinamento: i principali luoghi che si andranno a toccare, durata e difficoltà, profilo altimetrico e carta con riferimenti iconografici d’orientamento e storici. Seguono una descrizione del percorso, con indicazioni escursionistiche e storiche, una memoria costituita da testimonianze legate ai luoghi percorsi e una scheda storica legata al tema del sentiero. Alcune informazioni turistiche di ristorazione e pernottamento completano l’intinerario. Le cartografie che corredano ogni sentiero sono indicative: è sempre consigliato avvalersi di bussola e specifiche mappe, come:
> Appennino Reggiano, carta escursionistica 1:25.000 in tre fogli, Geomedia-Regione Emilia Romagna-CAI, 2009;
> Carta dei Sentieri e Rifugi, fogli n. 14, 15, 16, Firenze, Multigraphic.

La scala delle cartografie presenti su quello libro è 1:56.250, il lato di ogni quadrato del reticolo misura 2 km.

I riferimenti segnalati nelle descrizioni escursionistiche possono subire variozioni a distanza di tempo; le durate sono indicative. Le condizioni ottimaliper intraprendere i percorsi proposti si ritrovano nei mesi estivi, per l’ampia durata di luce e l’assenza di ostacoli come umidità e guadi difficoltosi dovuti all’ingrossarsi dei corsi d’acqua, pioggia, neve e gelo.
Fra le tante regole non scritte ci teniamo a ricordare di portate a valle i vostri rifiuti e più generale il rispetto per i luoghi attraversati.

Buon cammino.

Altre testimonianze su:
www.resistance-archive.org

Informazioni generali su:
www.istoreco.re.it

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Staffetta

Ciao Tina

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Biciclette partigiane

A dispetto dei divieti e dei posti di blocco, le azioni di staffette e combattenti su due ruote

Biciclette partigiane, un’arma potente contro il nazifascismo

Onorina Brambilla

di Pasquale Coccia – ilmanifesto.info 26/04/2014

Il rapporto tra la bicicletta e la lotta partigiana fu indissolubile, anzi in alcune circostanze vitale. La bici serviva per muoversi agilmente in città, era considerata dai gappisti una vera e propria arma. I partigiani in bicicletta ebbero lo stesso ruolo svolto circa trent’anni prima dai Ciclisti Rossi, che grazie alle due ruote ebbero un ruolo di fondamentale importanza per l’informazione ai contadini durante l’occupazione delle terre in Romagna e nelle Marche. Giovanni Pesce, nome di battaglia Visone, leggendario comandante dei Gap di Milano, così si espresse a proposito delle biciclette partigiane: «Senza le biciclette i combattenti delle Brigate Gap nelle città, durante la Resistenza, non avrebbero potuto esistere. Come avrebbe potuto operare a piedi un gappista in una città resa semideserta dalla guerra e presidiata dai nazifascisti? Senza la bicicletta tutta l’attività clandestina non avrebbe potuto muoversi con tutta quella relativa scioltezza con la quale si muoveva».

Il 24 aprile del 1945 a Milano l’annuncio dell’insurrezione fu trasmesso ai vari punti della città grazie alle staffette in bicicletta. Un ruolo di primaria importanza, durante la Resistenza, lo svolsero le donne, in particolare quelle che aderirono ai Gruppi di difesa della donna (Gdd), un movimento di donne antifasciste sorto nel novembre del 1943 che con grande coraggio trasportavano la stampa clandestina e i messaggi ai gappisti. La testimonianza di Onorina Brambilla, nome di battaglia «Sandra», è esemplare: «Ero giunta all’altezza di Porta Lodovica a Milano, quando vidi un posto di blocco fascista. Io ero in bicicletta e provenivo da Mazzo nei pressi di Rho, dove operava un gruppo di bravissimi gappisti. Grassi, uno di loro, mi veniva incontro ai limiti di un bosco e mi consegnava quello che avrei dovuto far avere ai compagni. In genere dinamite, rivoltelle, detonatori e bombe a mano. Avevo percorso viale Gian Galeazzo. Nel cestino di vimini, posto sul manubrio avevo due rivoltelle. Non potei certo cambiare strada, avrei dato nell’occhio, decisi di proseguire, ero impaurita, ma non avevo alternative. Giunsi in piazza, i marò erano ragazzi di 21-22 anni, volti da bambini, uno mi sorrise, risposi a mia volta, l’altro disse ’vai bella’. Restai inebetita, stentai a pedalare, ci volle un momento perché rientrassi in me e per riprendere a pedalare». Visto il gran ruolo svolto dalle biciclette partigiane, il 5 settembre del 44 il prefetto della provincia di Milano emise un’ordinanza che impediva la libera circolazione in bicicletta, una decisione impopolare, che creava grossi problemi di viabilità alle migliaia di operai che andavano al lavoro in bici. Infatti di lì a poco fu ritirata.

A ricordarci il ruolo delle donne in bicicletta nella Resistenza, c’è un capitolo del libro Pane nero di Miriam Mafai: «La Cesarina imparò tutte le strade per andare da Modena a Bologna, ci andava fino a cinque giorni la settimana, portando comunicazioni, stampa clandestina, armi, una volta portò perfino una ricetrasmittente. Ogni volta si trattava di superare quattro o cinque posti di blocco fece per mesi avanti e indietro Modena-Bologna: quaranta chilometri in bicicletta ogni volta con il brutto tempo, la pioggia, la neve, i mitragliamenti in una campagna dilaniata dalle rappresaglie partigiane e dai rastrellamenti tedeschi».

Per Giovanna Zangrandi, la staffetta delle brigate comuniste, che faceva la spola tra Cortina d’Ampezzo, dove insegnava e il Cadore, dove si erano concentrati i partigiani, i nazifascisti misero una taglia di 50 mila lire, tale era la sua abilità. Il ruolo della bicicletta fu decisivo anche in vista dello sciopero insurrezionale del 28 marzo 1945, come ricorda nelle sue memorie Da galeotto a generale Alessandro Vaia, combattente nella guerra di Spagna, comandante partigiano nelle Marche e membro del comitato insurrezionale di Milano: «Prima alla Fiat e in tutto il Piemonte, poi a Genova e a Milano. Lo sciopero a Milano del 28 marzo assume già un carattere insurrezionale, è accompagnato da cortei e manifestazioni di lavoratori, che scendono nelle strade con cartelli e bandiere, è appoggiato in strada dalle forze armate delle Sap. Il comando delle brigate Garibaldi aveva predisposto un piano per la protezione delle fabbriche nel caso di interventi dei fascisti e dei tedeschi, e attorno alle fabbriche aveva steso una rete di mille uomini in bicicletta In questa occasione di particolare rilevanza la bicicletta ebbe un rilievo decisivo per il pieno successo dell’iniziativa».

A schierarsi con la Resistenza in bicicletta anche l’artista Aligi Sassu, che da Milano si recava a Como per ritirare pacchi dell’Unità che arrivava dal confine svizzero, come ricorda Raffaellino Degrada, già condannato nel 1938 a scontare una dura pena in carcere per aver diffuso la stampa comunista clandestina: «Con Aligi Sassu, che con me si esercitava nel ciclismo dilettante, ci siamo recati più volte a Como, dove Scavino, il guardiano di Villa Olmo, ci portava pacchi non ingenti de l’Unità e del Nuovo Avanti, che compagni ferrovieri nascondevano nei treni provenienti da Lugano. Prendevamo i pacchi e poi via di volata con il cuore in tumulto».

 

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