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Quanto è figo il ciclista!

Cominciamo l’anno con una notizia “curiosa”.

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Molti di voi diranno “E c’era bisogno di uno studio? Guardate me!”. Qualcun altro si guarderà la pancetta perplesso, consapevole di non essere il Re Leone. Io non mi esprimo, perché i miei chili di troppo sono tragicamente sempre al loro posto.

Ma questo non è una specie di concorso per Mr o Miss pedivella… si tratta dei risultati di uno studio inglese sulla percezione che hanno le persone, riportato in un articolo di Paolo Pinzuti pubblicato su bikeitalia.it. In particolare, obiettivo dello studio commissionato dalla British Heart Foundation era l’esame dell’approccio (a livello subconscio) da parte della popolazione britannica nei confronti dei praticanti di differenti attività sportive, e a emergere è soprattutto che i ciclisti sono considerati del 13% più intelligenti e “fighi” della media e del 10% più caritatevoli. Circa un quarto delle persone intervistate (23 per cento) ha detto che preferirebbe frequentare un ciclista piuttosto che altri sportivi e, in generale, circa la metà ha riferito di sentirsi maggiormente attratti dagli sportivi  che dalle celebrità. Sorprendente è stato invece un altro risultato: il 63% degli intervistati ha confessato il proprio amore nei confronti delle tutine attillate in Lycra (per chi se le può permettere…).

A detta del neuropsichiatra Lewis, la metodologia utilizzata permette di far emergere ciò che pensano realmente le persone, sfrondando i pensieri dal desiderio di conformismo che colpisce molti.

Può darsi che su tutto ciò pesino i successi dei ciclisti britannici, ma una cosa interessante da osservare è che un terzo degli intervistati, quando sono in cerca di un nuovo amore, consideri importante l’attività sportiva del (potenziale) partner.

Quindi, amici ciclisti… sappiatevi regolare! E se siete in cerca, ovviamente senza stalkerare e mettendoci un po’ di stile, ricordatevi le parole di un affascinante e saggio Cary Grant…

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Pavia, Lebici Festival

14-17 settembre, arriva Lebici, Festival della bicicletta a Pavia

Pavia, 14-17 settembre. Sono queste le coordinate per Lebici, Festival dedicato alla bicicletta organizzato dal Comune di Pavia con il supporto di Bikenomist.

bikeitalia.it, 02/09/2017

A 200 anni dall’invenzione della bicicletta, la città di Pavia vuole celebrarla con oltre  30 eventi dedicati alla bicicletta come mezzo di trasporto, turismo, piacere e sport.

Saranno quattro giorni in cui le pedalate si alterneranno a conferenze, tavole rotonde e proiezioni di film, mostre di quadri per raccontare Pavia a chiusa la bici e la bicicletta ai Pavesi.

Il programma

Pavia bici

Le giornate di giovedì 14 e venerdì 15 sono pensate in particolare per glioperatori del turismo e del commercio, ma anche per le istituzioni locali e per tutti coloro che vogliono sapere come avere città più vivibili, efficienti, sicure e aperte a un turismo dolce. Un focus sul bike sharing metterà a confronto i principali operatori del mondo per capire cosa sta succedendo.

Il film di animazione “Appuntamento a Belleville“, aprirà Venerdì sera lo spazio dedicato ai cittadini, mentre Sabato sera sarà il momento del videocicloviaggio di Jovanotti in Nuova Zelanda e del documentarrio “Bikes vs. Cars

Sabato 16 e domenica 17, si pedalerà in città nel verde del Parco del Ticino. Ci sarà inoltre spazio per presentazioni di viaggi, workshop di allenamento e comfort in sella, meccanica di bici e alimentazione, curato dal team Bikeitalia.

E ancora mostre di quadri di artisti e attività ludiche per bambini.

Dove & Quando

Centro del Festival Lebici sarà Piazza della Vittoria a Pavia da cui partiranno le pedalate:

Sabato 16 settembre: 

  • alle ore 10:00 partirà un giro per famiglie nel Parco del Ticino su un percorso sicuro, a cura dell’associazione Wonder Ride;
  • alle ore 16:00, Bike Pride, il momento dei ciclisti urbani di stare assieme, incontrarsi e contarsi, a cura di Fiab Pavia;

Domenica 17 settembre: 

  • alle ore 8:00 parte dalla Darsena di Milano la “Carovana Pavese“, 33 km lungo la ciclabile del Naviglio Pavese;
  • Alle ore 10:00 è il momento dell‘asta di biciclette;
  • alle ore 16:00 parte la Pedalongobarda, una pedalata alla scoperta delle tracce dei Longobardi nella loro capitale, a cura di Fiab Pavia;

Per consultare il programma completo, e per informazioni su come arrivare a Pavia, vi rimandiamo al sito ufficiale: www.lebici.it

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L’Ironman è uno sport per asceti e un affare milionario

La gara di Ironman a Copenaghen, agosto 2015. (Nikolai Linares, Reuters/Contrasto)

di Claudio Giunta – internazionale.it, 23/04/2017

L’Ironman è tra le altre cose un esempio affascinante del modo in cui oggi, nel mondo, girano i soldi. Uno non può brevettare il calcio o il biliardo e passare a riscuotere una tassa nei campetti di periferia o nelle tavernette; invece Ironman è un marchio registrato come la Coca-Cola, il che vuol dire che chiunque nel mondo organizzi una gara di Ironman deve pagare delle royalties ai detentori del marchio. Dato che i partecipanti a un Ironman sono di solito intorno ai duemila e che le gare di Ironman nel mondo sono parecchie decine, non è sorprendente che la gestione di questo sport per asceti sia diventata un affare milionario.

“Il marchio Ironman”, mi spiega Fabio, già allenatore delle squadre italiana e svizzera di triathlon, ora coach di Ironman, “apparteneva a un fondo d’investimento statunitense. Poi due anni fa è stato comprato per circa 650 milioni di dollari da un gruppo finanziario cinese, Dalian Wanda, lo stesso che attraverso Infront detiene i diritti della serie a di calcio”. Non per caso, la Cina. L’Ironman nasce negli Stati Uniti, come quasi tutto, ed è l’attività preferita dei manager rampanti sui 30-40 anni, una delle tessere che compongono la loro vita-mosaico ad alta intensità (le altre sono il lavoro e, a grande distanza, le relazioni familiari); ma poi segue il denaro, e il denaro fresco oggi è soprattutto in Cina. E così c’è una nuova leva di manager-asceti che pratica l’Ironman in Cina, è un nuovo status symbol, uno status symbol che, a differenza della Porsche o del Rolex, richiede uno sforzo enorme, uno sforzo continuo, uno status-symbol che non si può comprare perché riguarda – nemesi di Erich Fromm – non l’avere ma l’essere: chi conclude un Ironman è un Ironman.

Quanto all’Italia, quelli che hanno fatto un “mezzo Ironman” sono circa cinquemila, quelli che hanno fatto un Ironman intero circa duemila. I numeri sono in crescita ma ancora niente, per esempio, rispetto alle decine di migliaia di svizzeri, tedeschi o di britannici che praticano il triathlon o l’Ironman. Quest’anno ci si aspetta un incremento a due cifre percentuali, perché oltre al “mezzo Ironman” di Pescara a giugno, c’è in programma il primo Ironman full distanceitaliano a Cervia il 23 settembre (costo dai 500 ai 600 euro, dipende da quanto tempo prima della gara ci si iscrive).

Un’idea nuova
L’Ironman prima non esisteva. Esisteva il triathlon, e anche quello è un’invenzione recente. Il triathlon diventa disciplina olimpica nel 2000, e consiste nella somma di tre discipline di resistenza: nuoto (1.500 metri), ciclismo (40 chilometri), corsa (10 chilometri). L’Ironman prende la miscela del triathlon e, semplicemente, aumenta le dosi: quasi quattro chilometri a nuoto, 180 in bicicletta, più di 42 di corsa. Aumentando le dosi, cambia anche la natura delle prestazioni: una gara di velocità e resistenza diventa una gara soprattutto di resistenza. E cambia anche la miscela delle virtù che bisogna possedere per arrivare in fondo alla gara, perché la resistenza è sì un fatto fisico, ma è anche e soprattutto un fatto mentale, un prodotto della convinzione, della determinazione, di un lavoro su se stessi che non riguarda soltanto le gambe e il fiato.

Così, mentre di solito sono i giochi di società che diventano specialità sportive – vale per il calcio come per il tennis, per la ginnastica come per la boxe: prima erano tutte attività per amatori – qui abbiamo una specialità sportiva che diventa un gioco di società. Correre, nuotare e andare in bicicletta si è sempre fatto, ma farlo tutto insieme, secondo quella formula, è un’idea nuova, così nuova che si conosce anche il nome dell’inventore. Durante una festa al Waikiki swim club di Honolulu l’ufficiale di marina John Collins si sarebbe messo a discutere con altri membri del club sul tema “Sono meglio i nuotatori, i podisti o i ciclisti?”.

Per rispondere con coscienza alla domanda, John e sua moglie Judy decidono di organizzare una gara che combini le tre discipline. Il 18 febbraio del 1978, a Waikiki, viene disputato il primo Ironman. Gli atleti partecipanti sono quindici, tutti amici o conoscenti dei Collins. Due anni dopo, la rete televisiva Abc trasmette in diretta la gara per la prima volta, facendola conoscere in tutti gli Stati Uniti. Altri due anni, 1982, e l’Ironman ha il suo momento di celebrità mondiale quando la studente Julie Moss, che guida la corsa con un buon margine di vantaggio sulle altre atlete, crolla a circa due miglia dal traguardo della maratona. Le altre la superano ma Moss non si arrende, e fa gli ultimi metri trascinandosi sulle braccia, “unknowingly creating one of the most iconic moments in Ironman history”.

Questo momento iconico inaugura l’età dell’oro dell’Ironman, trentacinque anni di moltiplicazione degli atleti, delle gare e soprattutto dei soldi che girano intorno alle gare. Come il golf, l’Ironman ha dei praticanti molto solvibili; ma a golf uno può anche giocare sul green a due passi da casa, prendendo le mazze a nolo, per l’Ironman – a parte il costo dei voli e dei soggiorni in posti non dietro l’angolo come le Hawaii o l’Australia – ci vuole tutta un’attrezzatura tecnica di prima mano, bicicletta ultraleggera, tuta integrale da nuoto, batteria di scarpe da corsa, più un repertorio infinito di accessori per il controllo delle prestazioni, della dieta.

Uno capisce che si fa sul serio quando vede che i clip-on aerobars della Vision tech – degli aggeggi di metallo da fissare al manubrio della bici per appoggiarci i gomiti, in modo da “migliorare l’aerodinamicità” – su Trisports costano 899 dollari (e l’unica recensione al prodotto pubblicata nel sito, cinque stelle su cinque, apre uno spiraglio interessante su questa provincia dell’alienazione: “I don’t even own this product but I love it”); e quando constata che il post più letto su Slowtwitch s’intitola Your seat’s too low? Good for you e parla della giusta altezza del sellino, con grafici e istogrammi e duemila parole di spiegazione dettagliata.

Come ci si prepara
E poi c’è il coaching. Fabio allena un piccolo numero di atleti di professione che mirano alle Olimpiadi e un numero più grande di non atleti di professione che, come mi dice con un’espressione che non mi uscirà più dalla testa, e che nei giorni successivi al nostro incontro finirò per applicare un po’ a tutte le circostanze della vita, “hanno deciso di crearsi un ostacolo e di superarlo”. In vent’anni ha portato una cinquantina di persone a fare un Ironman; e più di una dozzina di loro ha fatto anche l’Ironman delle Hawaii, Kona, che è la gara più famosa sia perché il posto è meraviglioso sia perché – soprattutto perché – ci si può andare soltanto su invito: non basta pagare. Kona è il sogno di tutti quelli che cominciano ad allenarsi per un Ironman.

“Fai tutto da solo?”, gli chiedo.
“No, io faccio la regia. Scrivo una scheda molto dettagliata degli allenamenti, con i carichi, la durata, le ore del giorno. È una questione di equilibro. L’obiettivo non è sfiancarsi ma acquisire a poco a poco più forza, più velocità e soprattutto più resistenza allo stress muscolare e psicologico. Se occorre, ho una rete di esperti a cui posso indirizzare chi viene da me per una consulenza: nel caso serva una dieta particolare, o un supporto fisioterapico, o anche un supporto psicologico”.

Sì, anche il supporto psicologico, sia perché “le ragioni per tenere duro vengono soprattutto da dentro” sia perché càpita che gli aspiranti Ironman siano persone psicologicamente complesse, o per indole o per storie di vita. Amano fare fatica, amano superare i propri limiti, spostarli in avanti; sono determinati, concentrati sull’obiettivo, sono – precisa Fabio – persone sfidanti, che amano gareggiare e detestano fallire. Alcuni prendono l’Ironman come occasione per cambiare vita, o almeno modo di vita; alcuni stanno attraversando una crisi, sono usciti dalla giovinezza e vorrebbero farla durare ancora, alcuni hanno avuto un incidente e reagiscono rilanciando anziché passando la mano. A parte il conforto familiare, la minestra pronta la sera, la pacca sulla spalla dopo le due ore di bicicletta, sentire uno bravo può aiutare.

Durata del trattamento? Cioè, quanto a lungo bisogna prepararsi per essere in grado di fare un Ironman?

“Be’, intanto non si comincia subito con un Ironman”, dice Fabio. “Il mezzo Ironman (che tecnicamente si chiama Ironman 70.3, ndr) è il passaggio che porta alla full distance, all’Ironman intero. Tipicamente, se non sei un professionista, fai un paio di mezzi Ironman e poi un Ironman all’anno, finché hai tempo per allenarti e non sei troppo vecchio. Ma il ‘troppo vecchio’ è relativo, perché a fare l’Ironman arriva anche gente di settant’anni. Quanto al tipo di allenamento, massacrarsi di fatica per un breve periodo non serve a niente, bisogna abituare il proprio corpo a un carico di lavoro completamente nuovo. Quindi si parla di almeno sei mesi”.
“E in questi sei mesi…”, dico.
“Dipende dalla condizione psicofisica da cui parti”.

Diciamo la mia: 45 anni, in buona forma. Ma mangio maluccio. Dormo maluccio. Ho un sacco di cose da fare.

“Allora, intanto bisogna intervenire sulla dieta, che ti prescrivo io, magari con l’aiuto di un dietologo”, dice Fabio. “Poi per il sonno vediamo: potresti essere così stanco, la sera, da dormire tranquillamente. Cioè, l’allenamento intenso potrebbe risolvere il problema. E intenso vuol dire che ti alleni cinque o sei giorni su sette, corsa nuoto bicicletta, per una quarantina di settimane all’anno. E naturalmente puoi continuare a fare tutto, ma devi sapere che ogni giorno dovrai trovare un paio d’ore per correre o nuotare o andare in bicicletta”.

Vengono subito in mente gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio:

Chi è impegnato in mansioni pubbliche o in occupazioni importanti può dedicare un’ora e mezza agli esercizi (…). Potrà fare per tre giorni, ogni mattina per un’ora, la meditazione sul primo, secondo e terzo peccato; quindi, per altri tre giorni, alla stessa ora, la meditazione sui peccati propri.

Solo che i gesuiti non avevano famiglia, mentre gli aspiranti Ironman spesso ce l’hanno. È per questo che l’ambiente è fondamentale; è per questo che Fabio, in un’oretta di colloquio, ripete una mezza dozzina di volte i sintagmi “clima familiare favorevole”, “avere un sistema che ti supporta”, che semplificando un po’ ma non troppo significa che non ci dev’essere un partner molesto, in casa, o figli troppo esigenti, da portare a scherma o a lezione di violino in orari imprevedibili. Ovvero, qualcuno deve portarli a scherma o a violino, il che vuol dire che ci devono essere delle persone di servizio, delle tate, col che si torna alla questione del censo: da vite normali è molto difficile sottrarre due ore al ménage quotidiano.

“L’ideale, in realtà, è che, se si convive o si è sposati, tutti e due i membri della coppia siano interessati all’Ironman, che si allenino tutti e due. Di fatto parecchi dei miei clienti sono coppie. Le donne sono ancora una minoranza, circa il 20 per cento delle persone che seguo; e spesso vengono al traino dei compagni, dei mariti”.

Torniamo ai soldi. Dicevamo che l’Ironman è un passatempo non per ricchi, magari, ma per gente agiata sì

Il campionato mondiale di Ironman alle Hawaii, ottobre 2016. (Kirk Aeder, Icon Sportswire/Ap/Ansa)

“Un po’ perché costa l’allenamento, l’attrezzatura, il coaching. Un po’ perché l’iscrizione a un Ironman costa sui 600-800 euro, e spesso sono gare che si disputano all’estero, in posti belli e costosi, come le Hawaii. Uno ci mette dentro anche un po’ di vacanza. Per esempio c’è questo training camp a Lanzarote che…”, dice Fabio.
“Una cifra, suppergiù?”.
“Diciamo diecimila euro all’anno, per chi fa le cose sul serio. Che è l’unico modo per farle, poi”.

Che non è poco, oggettivamente. Ma è anche quello che alcuni spendono, ogni anno, per la macchina. E c’è il vantaggio che se ti alleni per l’Ironman non ti resta molto tempo per toglierti altri sfizi. Nell’Ironman non si tratta di essere veloci o scattanti ma di saper durare. Perciò la lotta non è tanto contro il tempo quanto contro la fatica, contro i propri limiti personali.

“Sfidare i propri limiti, spostare l’asticella un po’ più in alto”, dice Fabio, “è l’obiettivo che si pone chi si allena per l’Ironman. Anzi, potremmo dire che la bellezza dell’Ironman sta soprattutto in questo, nella scoperta che puoi superare quelli che credevi fossero i tuoi limiti, che puoi fare uno sforzo del quale non credevi potessi essere capace”.

Ai più convinti piace mettere questa fatica, questa resistenza in una cornice scientifica. Qualche anno fa su Nature è uscito un articolo nel quale si spiegava che la corsa è stata, all’inizio dei tempi, una delle chiavi dell’evoluzione umana. L’homo sapiens avrebbe soppiantato i suoi antenati più stanziali perché era in grado non solo di camminare ma anche di correre. Gli animali che cacciava erano quasi tutti più veloci di lui, ma pochi avevano la sua resistenza sulla lunga distanza:

La storia suggerisce che il corpo umano si è perfettamente adattato a correre lunghe distanze. Gli esseri umani hanno una capacità superiore a qualsiasi altro animale nel correre queste distanze, una capacità che probabilmente emerse due milioni d’anni fa, come ausilio in una tecnica di caccia ancora in uso tra i boscimani del Kalahari.
(Born to run. Studying the Limits of human performance, Andrew Murray and Ricardo Costa)

Secondo questa spiegazione, la corsa non sarebbe soltanto una conseguenza del bipedalismo (la capacità di camminare eretti sugli arti inferiori) ma anche la causa, il motore di un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie. Questa sollecitazione avrebbe infatti modellato la nostra anatomia, potenziando i muscoli delle gambe e indebolendo quelli del torso, e rendendoci scarsi nello sprint (rispetto alla gazzella, diciamo) ma quasi imbattibili nel fondo.

Ausilii tecnici a parte, coaching a parte, chi fa un Ironman rivive per una dozzina di ore quell’alba dell’umanità: qualcosa di molto più impegnativo della dieta paleo, ma in quell’ambito d’esperienza, in quell’aura. Uno può liquidare tutto come decadente sete di esotismo, come nostalgia delle caverne da parte di gente che vive negli attici – “l’Ironman ha più o meno lo stesso networking del golf”, dice Fabio – ma tre chilometri e ottocento metri a nuoto, quarantadue chilometri e rotti di corsa e centottanta chilometri in bici sono tutto sommato un prezzo adeguato, perfino alto, per l’esercizio dello snobismo.

“Diciamo”, mi spiega Stefano, ingegnere elettronico e Ironman, “che fare un Ironman tira fuori energie che abbiamo nel corredo genetico ma che se ne stanno lì inespresse, soprattutto perché nelle vite normali che viviamo non c’è nessun bisogno di esprimerle. Il bisogno arriva verso la sesta o la settima ora di una gara, quando il tuo corpo ha bruciato tutte le calorie che poteva bruciare e ti senti spossato, svuotato, ma sai che ti restano ancora tre o quattro ore buone da correre, o da nuotare, o da pedalare. Ecco: è allora che devi riuscire a trovare quelle energie che avevi dimenticato, e superare un limite che ti sembrava insuperabile. Lì comincia il dolore. Ma anche la soddisfazione, e in un certo senso anche il piacere”.

Oltre la seduzione
Come qualsiasi pratica ascetica, anche l’Ironman sollecita lo spirito settario, ma senza eccessi. Leggendo le discussioni nei forum si vede che uno dei piaceri consiste nell’ironizzare su quelli che non capiscono, che fanno domande non pertinenti come “Tu quale delle tre frazioni fai?” (si fanno tutte e tre), o “ma quanti giorni ci mettete?” (dodici ore è considerato un buon tempo, ma i campioni possono impiegarne poco più di otto), con qualche rara, moderata ironia sugli appesantiti, i non sportivi, quelli che in palestra perdono tempo tra un esercizio e l’altro (“A me viene un po’ il nervoso e mi piacerebbe impossessarmi del tempo che costoro dilapidano inutilmente”). Ma è normale: quelli che hanno fatto almeno un Ironman, o mezzo, o si allenano per farlo, formano una famiglia di spiriti affini, che tende naturalmente a escludere i non iniziati, come succede in qualsiasi nicchia: per questo, forse, per questa congenialità al team building, le aziende chiamano spesso Fabio per la formazione – spirituale, non fisica – di impiegati e dirigenti.

La mia meraviglia di fronte al successo dell’Ironman dipende soprattutto dal fatto che ho sempre considerato ovviamente vero l’aforisma di un mio vecchio compagno di palestra, che dopo aver ascoltato sorridendo di compassione gli alibi narcisistici miei e di altri (“Veniamo in palestra per stare meglio con noi stessi, per tonificare i muscoli, per non avere mal di schiena a cinquant’anni, per avere uno stile di vita più sano, per passare il tempo insieme a gente simpatica e nel frattempo buttare giù qualche chilo”) aveva chiuso la discussione con la frase: “Siamo qui soltanto per scopare”. Non è tutto qui, il segreto? L’attività fisica, se non è divertimento, se non è pallone, non è semplicemente un mezzo per incrementare il nostro appeal sessuale, le nostre chances di seduzione? Pare di no.

Il fatto è che da un lato, anche se sembra incredibile, sopravvalutavo il sesso, e dall’altro sottovalutavo l’amore di sé, o meglio – per dirla con Weber – il desiderio di perfezionamento in vista di un fine intramondano. Si profila all’orizzonte un mondo, un frammento di mondo, nel quale “piacere agli altri” sarà meno importante di “piacere a se stessi”, di “stare bene con se stessi”, e anche di vivere secondo una disciplina autoimposta. È come se il regno della libertà che è la vita odierna non potesse stare, per alcuni, senza un angolino votato alla costrizione, forse anche perché questa costrizione è poi il motore di un piacere che a chi non fa sport a un certo livello deve probabilmente restare estraneo. Quello che si nota più spesso nei forum di discussione fra triatleti e Ironman non è tanto l’orgoglio per avercela fatta quanto un grato stupore.

Ho smesso di contare i post in cui si dice che “Mai, mai mi sarei aspettato, tre anni fa, di poter nuotare per quattro chilometri!”, oppure di correre o andare in bicicletta per una distanza da Ironman. Molti non erano atleti, molti avevano una vita sedentaria, fumavano, mangiavano sregolatamente. Adesso sono dei figurini, ma non è questa la cosa più importante. Tonificando il loro corpo, l’allenamento per l’Ironman sembra aver messo in ordine anche la loro psiche: gli interventi nei forum sono quasi tutti euforici, con una larga prevalenza di persone equilibrate perfino capaci di autoironia (“No, poi mentre sono lì a nuotare me lo dico da me che sono un po’ strana…”), e una piccola percentuale di spiritati la cui euforia ricorda un po’ quella dei born again che avevano perso la fede e l’hanno ritrovata, e ora vivono in armonia con il mondo.

Autocorrezione e riscoperta
C’entra senz’altro il fatto che l’attività fisica, liberando endorfine, rasserena l’umore; ma qui stiamo parlando di allenamenti di sei ore, di giorni e notti (anche le notti: “L’uscita in bici”, scrive un Ironman di Desenzano nel forum di Fcz.it, “inizia appunto verso quell’ora e termina verso le sei del mattino successivo. Poi di solito corro per tre o quattro ore, poi palestra. Faccio questo per allenarmi sulla stanchezza e sul sonno, per essere vigile durante le ore della notte per poi non soffrire più di tanto nelle gare di ultra triathlon”. Giorni e notti passati correndo o andando in bicicletta, di sacrifici che una persona normale esiterebbe a fare un giorno al mese, e che invece vengono fatti tutti i giorni. Il che vuol forse dire che c’entra di più l’idea del perfezionamento, dell’autocorrezione, del cambiarsi, insomma, per trovare il proprio vero sé, idea implicita nello slogan “an athletic odyssey of personal rediscovery” che si è coniato per uno dei tanti spin-offdell’Ironman, l’Ultraman. Riscoperta: come di qualcosa che c’era, e su cui qualcos’altro (la civiltà, la routine, il lavoro, la vita come è) si è sovrapposto, e che ora si tratta appunto di recuperare.

“Ma così la fai sembrare davvero troppo ascetica”, obietta Stefano. “La prendi troppo sul serio, filosofeggi troppo. Mentre la verità è che quello che conta, te l’ho detto, è soprattutto il piacere”.

Stefano ha 43 anni, amministra un fondo d’investimento, ha una moglie e due figlie. Da ragazzo giocava a calcetto, correva. Poi una sera, per caso, gli hanno parlato del triathlon. Il giorno dopo era in piscina per la prima lezione di nuoto: da piccolo non aveva imparato. Un anno più tardi ha fatto il suo primo mezzo Ironman. L’anno dopo il primo Ironman. Adesso ha appena finito quello di Porth Elizabeth in Sudafrica. “Dopo un po’ che corri, che corri e basta, capisci che non puoi fare più di quello che già fai. Non puoi, o almeno io non potrò mai fare una maratona in meno di tre ore. E allora correre comincia a diventare noioso. E anche pericoloso per le giunture, dopo i trent’anni. Invece correre, nuotare e pedalare è una miscela più equilibrata”.

Così, cinque giorni alla settimana, Stefano si alza alle cinque, corre o nuota o va in bici per un’ora e mezza, torna a casa, fa colazione con la famiglia e poi va al lavoro. Ne ricava, mi dice, un grande benessere fisico ma soprattutto mentale, psicologico: è più lucido, più sereno, dorme meglio, usa le ore di allenamento anche come momenti, lunghi momenti di autocoscienza, perché in effetti 10-12 ore di allenamento settimanale vogliono dire una mezza giornata di solitudine, di concentrazione, che è molto più di quanto l’adulto medio oggi possa o voglia concedersi. E poi c’è il piacere. Doppio, addirittura.

“Il primo sta nella frase che ripetono certi allenatori: Embrace the sucks!, cioè ‘accetta lo schifo’, dove lo schifo è la fatica, il dolore, il tuo corpo che ti dice di fermarti”, mi spiega. “Anzi, non accettarlo soltanto ma abbraccialo, assaporalo, fallo diventare il tuo alleato. Il secondo è il flow, il flusso: dopo il picco della fatica, dopo che hai superato il limite che sembrava insuperabile, ecco che entri in una specie di limbo in cui il tuo corpo semplicemente va. Non so come dirlo diversamente, è davvero una condizione felice”.

Così sembra che lo stare bene con se stessi, il piacere, possa anche prendere il nome molto più impegnativo di felicità. E in effetti la parola salta fuori sovente nei post dei forum; e “alzare l’indice della felicità” è l’obiettivo finale dell’Ironman secondo il coach Fabio: formula che all’inizio avevo liquidato come uno slogan motivazionale e che invece più leggo e sento di queste cose più mi sembra sensata, adeguata all’oggetto. Una condizione felice, protratta nel tempo, e che soprattutto – soprattutto – non è legata alla nostra relazione con gli altri, non dipende da niente che gli altri possano darci oppure toglierci. È difficile immaginare qualcosa di più bello, specie dopo una certa età.

Grazie a Fabio Comba, Stefano Matalucci, Fabio Vedana.

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Salento bike fest 2016

Salento Bike Fest 2016. Due giorni in bici a Lecce.

fiab-onlus.it, 14/06/2016

“Salento Bike Fest 2016”, la Festa della Bicicletta e del vivere Green, è la prima manifestazione salentina dedicata al mondo ciclistico dedicato agli appassionati sportivi. L’evento è in programma nel capoluogo salentino il 18 ed il 19 Giugno e prevede Gare Bike Junior, MTB in circuito, escursioni cittadine e notturne, freebike, ride spinning ed incontri tematici dedicati al Ciclismo Salentino e alla Città Sostenibile. L’evento promosso dalle Associazioni Sportive ciclistiche Salentine, sostenuto da Legambiente Puglia e Federciclismo di Lecce, verrà patrocinato dal Comune di Lecce. Tourist Partner Vacanzattiva Network, Media partner dell’evento SalentoWeb.Tv

Due giorni dedicati interamente alla bicicletta e a chi non può più farne a meno, al via il 18 e il 19 giugno la prima edizione del “Salento Bike Fest 2016”, ovvero la Festa della Bicicletta a Lecce.

In programma una serie di incontri tematici ed iniziative dedicate alla cultura ciclistica che trasformeranno per un intero weekend il capoluogo salentino, le sue marine e parte del territorio, in un grande contenitore ciclabile da condividere.

L’inaugurazione si terrà Sabato 18 Giugno alle ore 16.00 in Piazza Sant’Oronzo con l’apertura ufficiale del Village, con stand tecnici e commerciali, demo Bici gare con i bicigeneratori e, a seguire, l’incontro tematico diviso in più sessioni: “Bici e Disabilità” a cura di Massimo Marra, che rientra nell’ambito del progetto finanziato da Regione Puglia “Momenti Rari” per la pratica sportiva e motoria di base dei pazienti Rari di Puglia, “La città sostenibile” con Andrea Guido – Assessore all’Ambiente del Comune di Lecce, Luca Pasqualini – Assessore alla Viabilità del Comune di Lecce e Carlo Salvemini – Consigliere Comunale, dedicato allo stile di vita green e alla cultura ambientale in città, “Viabilità del futuro” e, a conclusione dei lavori, l’appuntamento con le Glorie del Ciclismo “Ricordi di Ciclismo Salentino”.

Sabato a partire dalle 17.30, si terrà l’atteso appuntamento dedicato agli associati: la Gara di Wattaggio – Elite Watt Contest, prima gara ufficiale competitiva di wattaggio con ricchissimi premi per i partecipanti e con una Giuria d’eccezione.

Anche per i più piccoli è previsto lo “Junior Contest” a premi con inizio Sabato alle ore 17,00 a cura di Salis Bike.

I visitatori del Village allestito in Piazza Sant’Oronzo potranno cimentarsi con i Bicigeneratori, biciclette che producono elettricità, divertendosi ad accendere colonne di luce oppure a gonfiare palloncini.

La prima giornata del Salento Bike Fest 2016 si concluderà con l’Escursione Notturna “Pedalando sotto le stelle del Salento”, a cura di Ciclisti Campi e Salento e-Cycling, con partenza alle ore 20.00; il percorso si svolgerà nella marina dei leccesi, San Cataldo, all’interno della riserva naturale delle Cesine e si concluderà con la Spadellata di Mezzanotte al Circolo Tennis di Lecce, a partire dalle 23.00.

La seconda giornata del Salento Bike Fest 2016 continuerà in Piazza Sant’Oronzo e, inoltre, porterà i partecipanti in giro per l’intero Salento.

La prima parte del programma prevede il Giro dei Due Mari in Bici da Strada a cura di Asd Valle della Cupa con partenza da piazza Sant’Oronzo alle ore 6.30 e raggruppamento al Velodromo degli ulivi di Monteroni alle ore 7,00;

dalle ore 8,30 è prevista la apertura del Village e la Prova Bike Esposte, alle 08,30 Partirà il Giro delle Serre Salentine a cura di Fiab Lecce Cicloamici, alle 9.30 a cura di Salento e- Cycling la Partenza della prima Tappa 2016/2017 del FreeBike (circuito itinerante che ha lo scopo di raccogliere fondi per la LILT – Associazione Italiana Lega Tumori), alle 9.45 la Partenza del simpatico e nuovo Contest fotografico cittadino #SkattaePedala.

La PUIA EMOTION Tour Operator , operatore specializzato in eventi sportivi e vacanze dedicate al turismo Lento, ha organizzato un pacchetto welcome WEEK END per tutti i turisti che non vorranno perdere neanche una delle attività in programma.

SalentoWeb.Tv, media partner dell’evento, seguirà l’intera manifestazione attraverso un storytelling che sarà possibile seguire e condividere utilizzando gli hasthtag di riferimento: #salentowebtv #SalentoBikeFest2016.

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Un Po di sport 2015

UN PO DI SPORT: LA RIVIERA DEL GRANDE FIUME SI METTE IN MOSTRA

Dal 29 agosto al 4 ottobre oltre 50 eventi sportivi per la promozione culturale, gastronomica e turistica del territorio fluviale. Tappa a Mezzani, Casalmaggiore, San Secondo P.se, Colorno, Sissa-Trecasali, Torrile e Sorbolo

Nell’anno in cui l’Italia ospita EXPO anche la Riviera del Grande Fiume si mette in mostra, presentando le numerose risorse naturali, culturali ed enogastronomiche delle sue rive. E lo fa partendo dallo sport, dal contributo che la pratica motoria offre per il benessere psico-fisico di tutta la popolazione, diventando al contempo un importante volano per la valorizzazione turistica del territorio.

Si basa su questi principi “Un Po di Sport”, l’innovativo progetto di promozione dell’area rivierasca, del suo patrimonio ambientale, umano e storico che attraverserà i paesi del Grande Fiume dal 29 agosto al 4 ottobre. Un mese di eventi con oltre 50 appuntamenti sportivi e culturali, 7 comuni coinvolti, 2 province (Parma e Cremona) con 500mila abitati residenti, 12 specialità enogastronomiche tipiche da assaporare. E poi, incontrisul tema della nutrizione e dei corretti stili di vita, escursioni naturalistiche, mostre, spettacoli lungo le rive del fiume più grande d’Italia.

Un festival itinerante che collegherà la sponda parmense con quella lombarda, facendo tappa a Mezzani e Casalmaggiore (29-30 agosto), San Secondo P.se (6 settembre), Colorno (12 settembre), Sissa-Trecasali (20 settembre), Torrile (26-27 settembre) e Sorbolo (2-3-4 ottobre), per un “gustoso assaggio” del territorio e delle sue numerose risorse, a partire dal fiume Po.

Un Po di Sport” nasce da un’idea di Abili allo Sport, l’associazione di comunicazione e promozione sociale dello sport disabile e ha trovato subito il sostegno di amministrazioni pubbliche, enti, Università, associazioni locali e imprese private, unite dalla volontà di valorizzare le iniziative già attive sul territorio, mettendole in rete per creare un circuito virtuoso delle eccellenze locali. Questo network sportivo, culturale ed enogastronomico è a disposizione degli utenti anche sul web, grazie al portale dedicato http://www.unpodisport.it, dove scoprire il programma dettagliato e le peculiarità di ogni tappa, oppure accedendo ai canali social di Facebook, Twitter, Youtube e Instagram per interagire con i promotori utilizzando l’hashtag ufficiale #unpodisport.

SPORT, CULTURA, ENOGASTRONOMIA

Tantissime le discipline protagoniste del festival che si alterneranno di tappa in tappa, con dimostrazioni da parte di atleti professionisti e la possibilità per il pubblico di partecipare ai diversi sport, anche alla presenza di importanti campioni, come i canottieri Antonio Rossi e Gianluca Farina o le neo campionesse italiane di volley della Pomì Casalmaggiore.

Fra gli sport proposti ci sono: Beach Volley, Beach Rugby, Beach Soccer, Canottaggio, Mountain bike, Handbike, Scherma, Triathlon, Baseball, Rugby, Judo, Tiro con l’arco, Sci nautico, Calcio a 5, Karate, Calcio balilla, Ping Pong, Running, Boxe, Pesca sportiva e tanti altri ancora.

Il programma di ogni comune prevede molteplici iniziative, organizzate in aree tematiche: Un Po di Sport, Un Po in Tavola, Un Po di Terra, Un Po di Parole, Un Po di Musica. “Un Po di Sport” raggruppa le discipline motorie protagoniste della giornata; “Un Po in Tavola” offre la possibilità di degustare le eccellenze culinarie dei Comuni coinvolti: Anolino morbino di Mezzani, Tortelli di zucca di Casalmaggiore, Spalla Cotta e vino Fortana di San Secondo, Spalla Cruda e birra artigianale di Sissa, torta fritta e vino Lambrusco di Torrile, salumi tipici della Bassa e Tortel Dols di Colorno, Parmigiano Reggiano di Sorbolo, Tortelli d’erbetta di Parma; “Un Po di Parole” e “Un Po di Musica” sono gli spazi dedicati all’intrattenimento live con spettacoli, incontri e presentazioni; “Un Po di Terra” raggruppa le visite e le iniziative per scoprire le bellezze naturalistiche, storiche e culturali dei luoghi.

SPORT E PROMOZIONE SOCIALE

Ogni tappa ospiterà una gara del Torneo dei Giochi “Un Po senza frontiere”, al quale parteciperanno le rappresentative dei Comuni promotori della manifestazione e del Comune di Parma.

Dieci gare dedicate ad altrettanti sport, disputate da squadre di diverse età, dai bambini ai seniores. Ogni sfida concorrerà alla definizione di un punteggio complessivo; il Comune vincitore sarà premiato con un benefit a favore delle attività sportive e scolastiche del proprio territorio. La manifestazione è, quindi, una grande un’occasione non solo per praticare attività motoria, ma anche per promuovere lo sviluppo sociale della comunità. Lo dimostra anche lo spazio che sarà dedicato alla campagna di comunicazione sociale “Portiamoli a Rio”, a sostegno degli 11 atleti parmigiani in corsa per le Paralimpiadi di Rio 2016.

L’attenzione ai valori positivi dello sport è rappresentata anche dalla scelta del testimonial del progetto: Alessandro Clivio, triathleta sorbolese. Un atleta locale specializzato in varie discipline, esempio di come lo sport possa realmente essere un’opportunità di affermazione personale e strumento per migliorare la qualità della vita.

Lo sport diventa quindi una risorsa fondamentale per il benessere dell’uomo e dello stesso pianeta, contribuendo a uno sviluppo sostenibile. Un tema, quest’ultimo, al centro di Expo 2015, dove “Un Po di Sport” sarà presentato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche della pratica sportiva e dell’adozione di corretti stili di vita.

EXPO DELLA RIVIERA DEL GRANDE FIUME

L’inaugurazione dell’Expo della riviera del Grande Fiume è in programma il 29 agosto al Porto Fluviale di Mezzani, alla presenza di tutti i Comuni coinvolti, in contemporanea con una delle tappe di “In viaggio verso Expo”, il tour enogastronomico organizzato dall’associazione di cuochi ChefToChef capitanata da Massimo Spigaroli. Gli chef stellati che stanno attraversando il Po sulla nave Stradivari per raggiungere Milano, si fermeranno proprio a Mezzani, offrendo a chi lo desidera la possibilità di salire a bordo per una cena d’autore. “Un Po di Sport” proseguirà il giorno dopo quando Mezzani e Casalmaggiore saranno collegate da un servizio di trasporto fluviale per raggiungere l’area sportiva allestita sullo “spiaggione” del Grande Fiume e proseguirà in settembre a San Secondo, Colorno, Sissa-Trecasali, Torrile, fino al gran finale, in concomitanza con la Fiera di Sorbolo, il 2-3-4-ottobre.

A Sorbolo, il 3 ottobre, è inoltre in programma il Convegno sul rapporto tra sport e corretti stili di vita, a cui parteciperanno esponenti del mondo accademico, imprenditori, professionisti della salute, per un confronto aperto sui benefici della pratica motoria e di una sana alimentazione e contribuire così a un futuro sostenibile.

Un… Po di info su o www.unpodisport.it/

VUOI DIVENTARE UN “PO rePorter”?

Nell’attesa dell’apertura dell’Expo del Grande Fiume, gli organizzatori hanno lanciato il Contest “Vuoi diventare un PO rePorter?”, dedicato a tutti i cittadini o appassionati del Po e più in genere della Bassa parmense. L’obiettivo è di rendere direttamente protagonista il pubblico, dando a tutti la possibilità di raccontare la propria terra attraverso le persone, lo sport e le tradizioni che la animano. Tutti possono diventare speciali reporter, basta contattare l’organizzazione alla mail  info@abiliallosport.it o www.unpodisport.it/ per condividere le esperienze sul Po e la vita intorno al Grande Fiume.

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