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Addio a The Bird

Jim Bridwell, addio a The Bird leggenda dell’arrampicata mondiale

Jim Bridwell ci ha lasciati. Ieri, 16 febbraio 2018, se n’è andato a 73 anni una delle assolute leggende dell’arrampicata e dell’alpinismo di tutti i tempi.

planetmountain.com, 17/02/2018

Jim Bridwell

Se n’è andato The Bird. Uno dei simboli e delle leggende immortali dell’arrampicata nella Yosemite Valley, anzi dell’arrampicata tout court. Di quell’arrampicata che è anche uno stile di vita e che riempie la vita tutta. Quell’arrampicata nata negli anni ’60 sulle pareti di Yosemite e vissuta da vagabondi della verticale. Un’era per certi versi mitica, che riecheggiava quel mondo ribelle e “hippie” che sognava la libertà e si preparava a contestare l’ordine di sempre. Jim Bridwell è stato non solo uno dei profeti di quell’arrampicata, di quell’alpinismo e di quel modo di intendere il mondo da “ribelli”. Ma anche uno che ha praticato e testimoniato quelle idee fino alla fine, dimostrando un coraggio e un’etica in parete davvero unici, da vero guerriero.

Nato a San Antonio, USA, il 29 luglio 1944, Bridwell ha iniziato suo viaggio nel mondo dell’arrampicata e dell’alpinismo negli anni ’60 proprio dalle immense pareti della Yosemite Valley facendo parte di quel gruppo di climber che, dal mitico Camp 4, cambiò per sempre il modo di intendere ed interpretare l’arrampicata, modificandone per sempre anche il “costume”. Da allora non si è più fermato spaziando poi sulle montagne del mondo ed in particolare in Patagonia e Alaska dove ha scritto pagine memorabili nella storia dell’alpinismo.

Billy Westbay, Jim Bridwell (al centro), e John Long dopo la prima ascensione in giornata di The Nose (El Capitan) nel 1975 – da wikipedia

Nella mitica Yosemite sono più di 100 le sue nuove vie, alcune diventate delle autentiche icone e delle pietre di paragone. Indimenticabile, nel 1974, la sua prima salita in giornata di The Nose su El Capitan, insieme a Billy Westbay e John Long. Impiegarono 15 ore. Fu una sorta di rivoluzione, anche per l’approccio. Non a caso la foto che riprende i 3 climber sullo sfondo dell’immensa parete del Cap è un’assoluta icona. Di più: quei tre giovani “figli dei fiori”, con quei gilets, quelle camicie a fiori, quelle bandane rappresentano lo spirito e il simbolo di un’epoca indimenticabile. Come indimenticabili sono tutte le vie di Bridwell di cui, tra le altre, ricordiamo: The integral (1969), Aquarian wall (1971), Pacific ocean wall (1975), Mirage (1976), Sea of dreams (1978), Zenyatta Mondatta (1981) e ‘Shadows’ (1989) su El Capitan. Mentre sull’ Half Dome assolutamente da ricordare sono Snake dike (1966), Bushido (1977), Zenith (1978), Big chill (1987). In Valle sarà anche ricordato per avere contribuito a fondare il Yosemite National Park’s Search and Rescue Team – YOSAR.

Invece, in Patagonia, altra sua terra d’elezione, Bridwell lasciò il suo segno indelebile centrando nel 1979 la storica prima ripetizione, ma anche prima salita completa e prima in stile alpino (con Steve Brewer), della via del “Compressore” di Maestri al Cerro Torre. Proprio riferendosi alla schiodatura di quella via Bridwell espresse il suo parere a planetmountain.com in un articolo pieno di passione e visioni che vanno oltre l’arrampicata. Sempre in Patagonia sono da ricordare, inoltre, la prima salita di Exocet al Cerro Standhardt (1988) e la prima salita completa di Desmochada (1988). In Alaska assolutamente da menzionare la prima stupefacente salita della parete Est del Moose’s Tooth (1981) aperta in pieno inverno con difficoltà di A4. Un’impresa incredibile, un autentico capolavoro! Da segnalare in Himalaya anche la sua via nuova sul Pumori (7145m) aperta nell’inverno del 1982.

Jim Bridwell, l’inconfondibile Jim, con i suoi baffi, con quella faccia segnata e vissuta da mille battaglie e pareti non c’è più. E’ un altro pezzo di storia che se ne va. Stava male da tempo. Anche su queste pagine avevamo pubblicato l’appello lanciato del suo amico e compagno di cordata Giovanni Groaz. Eppure Bridwell ha resistito, ha lotttato come sempre ha fatto sulle pareti del mondo. Forse perché, come ci aveva risposto in un’intervista tanto tempo fa, la via perfetta, come la vita, “Non deve dimostrare le capacità di uno specialista ma la completezza dell’arrampicatore.”

di Vinicio Stefanello

Alcune delle moltissime prime salite e salite di rilievo di Jim Bridwell

1963 Northeast Buttress, Higher Cathedral Rock, Yosemite, CA, USA
1964 North Buttress 5.10a, Middle Cathedral Rock, first free ascent
1965 Entrance Exam, Arch Rock, Yosemite, CA, USA con Chuck Pratt, Chris Fredericks e Larry Marshik
1967 East Face, Higher Cathedral Rock, Yosemite, CA, USA con Chris Fredericks
1967 South Central, Washington Column, Yosemite, CA, USA con Joe Faint
1968 T-riple Direct, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Kim Schmitz
1970 New Dimensions, Arch Rock, Yosemite, CA, USA con Mark Klemens
1970 Vain Hope, Ribbon Falls, Yosemite, CA, USA con Royal Robbins e Kim Schmitz
1971 Aquarian Wall, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Kim Schmitz
1972 Nabisco Wall, The Cookie, Yosemite, CA, USA
1973 Straight Error, Elephant Rock
1974 Freestone, Geek Towers, Yosemite Falls, Yosemite, CA, USA
1975 Wailing Wall, Tuolumne Meadows, CA, USA (2° 5.12 degli USA) con Dale Bard e Rick Accomozo
1975 Pacific Ocean Wall, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Bill Westbay, Jay Fiske e Fred East
1976 Gold Ribbon, Ribbon Falls, Yosemite, CA, USA con Mike Graham
1977 Bushido, Half Dome, Yosemite, CA, USA con Dale Bard
1978 Sea of Dreams, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Dale Bard e Dave Diegelman
1978 Zenith, Half Dome, Yosemite, CA, USA con Kim Schmitz
1979 Southeast Ridge del Cerro Torre (Via del Compressore), Patagonia, Argentina con Steven Brewer (prima salita in stile alpino del Torre)
1979 Northwest Face, Kichatna Spire, Alaska Range, USA con Andrew Embick
1981 Zenyatta Mondatta, El Capitan, Yosemite, CA, USA con Peter Mayfield e Charlie Row
1981 Dance of the Woo Li Masters, East Face di The Moose’s Tooth, Ruth Gorge, Alaska, USA con Mugs Stump
1982 South Face, Pumori, Nepal con Jan Reynolds e Ned Gilette (invernale)
1987 The Big Chill, Half Dome, Yosemite, CA, USA con Peter Mayfield, Sean Plunkett e Steve Bosque
1988 Exocet VI 5.9 WI6, East Face Cerro Stanhardt, Patagonia con Greg Smith, Jay Smith
1989 Shadows VI 5.10 A5, Half Dome, con Cito Kirkpatrick, Charles Row, William Westby
1989 West Face (VI 5.11b), El Capitan (in libera)
1999 Oddysey, Gran Capucin, Monte Bianco, Alpi, Francia con Giovani Groaz
1999 The Useless Emotion (VII 5.9 WI4 A4), The Bear’s Tooth, Ruth Glacier, Alaska, USA con Terry Christensen, Glenn Dunmire, Brian Jonas e Brian McCray May 3-21, 1999
2001 The Beast Pillar, The Moose’s Tooth, Ruth Gorge, Alaska, USA con Spencer Pfinsten

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L’ultima intervista a Walter

Bella intervista a Walter Bonatti.

Di Hervé Bricca, per “Fischio d’inizio”

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Ladri di biciclette

Ladri di biciclette: restituite la bici al giramondo Etienne Godard

di Gianluca Nicoletti – lastampa.it, 09/10/2017

Ladri di biciclette mettetevi una mano sulla coscienza. Quanto potrete mai farci con quella bici impolverata che avete rubato al signor Etienne Godard, il giramondo che aveva già pedalato in quasi un anno per 15.000 partendo da Hong Kong per tornare a casa sua in Francia…Gli mancava poco, ma appena è arrivato dalle nostre parti…L’ha persa di vista un minuto e si è volatilizzata. Riporto per intero il suo appello su Facebook…Vi conviene tutto sommato fargliela riavere, meglio la sua lauta ricompensa che i quattro soldi di un ricettatore…

Amici di Facebook. Ieri pomeriggio 30 settembre 2017, sono stato derubato della mia bicicletta da viaggio sulla spiaggia di Castel Volturno (Lido Costazzurra). Stavo viaggiando da 11 mesi per 15.000 km da Hong Kong al nord della Francia, dove vivo. Per me è stato un brutto colpo perché questa bicicletta e tutto l’ equipaggiamento nelle 4 borse verdi avevano un grande valore sentimentale oltre che finanziario.Vi chiedo aiuto per trovarla con i suoi bagagli (fotocamera, Iphone, attrezzi da campeggio, vestiti, occhiali da vista e da sole …) Offro una lauta ricompensa a chi mi aiuterà a trovare la mia bici e il mio materiale. Pubblico alcune foto della bici carica per potervi aiutare nella ricerca. Vi prego di inviare questo messaggio a chiunque sia interessato o sulla vostra bacheca di FB se lo desiderate. Grazie di cuore !puoi raggiungere il mio amico italiano al 348 415 7276

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IronDiabetic

Al traguardo della gara dell’Ironman di Zurigo nonostante il diabete

L’esperienza di Samuele Fenu, 38enne di origini sarde

ansa.it, 19/09/2017

Al traguardo di una delle gare più massacranti, quella dell’Ironman, anche con il diabete. E che problema c’è? Nessuno. Samuele Fenu, di 38 anni, di origine sarde, affetto da diabete mellito di tipo 1 dall’età di 12 anni, ha concluso a Zurigo la gara regina del triathlon. Dimostrando che anche con questa patologia si possono compiere delle vere imprese sportive. Le difficoltà sono tutte nei numeri: 4 chilometri di nuoto, 180 in bicicletta e 42 di corsa finali.
“Ci sono volute 13 ore per arrivare alla finish line, tanti mesi di preparazione, con 12/15 ore di allenamento settimanale, dove mi sono concentrato sempre sullo scopo mai pensando al risultato – spiega Fenu – studiando le reazioni del mio corpo, capire di cosa avesse bisogno, ma soprattutto adattarlo ad uno sforzo simile tenendo sotto controllo la glicemia”.
Un’esperienza indimenticabile.
“E’ stato uno dei giorni più intensi della mia vita, una grande festa – racconta Fenu -. Ho fatto quasi tutta la preparazione da solo, per cui ritrovarmi a nuotare, correre e pedalare insieme a tante persone ha trasformato la fatica in energia positiva (almeno per gran parte della gara), e nei momenti di difficoltà che ho attraversato durante la corsa soprattutto negli ultimi 20 km, la mia famiglia, la mia ragazza e amici lungo il percorso mi hanno supportato, e aiutato mentalmente a trovare le risorse necessarie per arrivare alla tanto sognata finish line”.
Uno sforzo, ma anche un messaggio. Fenu ha gareggiato con il logo dell’associazione ‘I love diabete’. E’ una Onlus che si occupa, a livello nazionale e nelle singole regioni, di promuovere l’attività sportiva in casi di patologia. “Il messaggio che vorrei condividere – precisa Fenu – è che con cuore, determinazione e sacrificio si può arrivare ovunque, con il diabete si può fare tutto e molto di più, preparandosi bene senza sottovalutare nessun particolare ed ascoltando sempre il nostro corpo”.

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La storia di Kathrine

Kathrine Switzer: la prima donna che sfidò il mondo per correre la Maratona di Boston

di Dominella Trunfio – greenme.it, 20/04/2017

Nel 1967, quando il regolamento della maratona di Boston vietava alle donne di partecipare, lei lo fece lo stesso registrandosi senza scrivere il suo nome per intero. Kathrine Switzer è per tutti il simbolo delle donne che amano lo sport.

Alla centoventunesima edizione della maratona più antica e famosa del mondo, quella di Boston, c’era anche lei: Kathrine Switzer, oggi settantenne e conosciuta ai più perché è stata la prima donna a correre nel lontano 1967.

All’epoca, il regolamento prevedeva la partecipazione di soli uomini, ma Kathrine Switzer sportiva e amante della corsa, neanche per un minuto, ha mai pensato di rinunciare alla gara.

E così è stato. L’atleta si era, infatti, iscritta raggirando il problema ovvero registrandosi come “K.V. Switzer”, cioè senza scrivere il suo nome per intero. Con il numero 261 la sua gara è passata alla storia perché, durante la competizione Kathrine Switzer, venne inseguita da uno degli organizzatori.

A tre chilometri dal via, l’uomo cercò di bloccare la donna strattonandola e solo grazie all’intervento dell’allora fidanzato di Switzer l’atleta riuscì a completare la corsa in quattro ore e venti minuti.

Fino al 1972 però il regolamento di Boston rimase immutato: le donne venivano considerate troppo deboli per correre ad una maratona. Nel 1971 era stato modificato quello di New York, mentre per le Olimpiadi femminile della stessa disciplina si è dovuti aspettare il 1984.

La storia di Kathrine Switzer è sicuramente un esempio di forza di volontà, non solo è stata una pioniera ma ha gareggiato in più di trenta maratone, vincendo quella di New York del 1974.

Il suo impegno è tutt’ora vivo per favorire la partecipazione delle donne alle maratone in tanti paesi del mondo dove ancora è vietato. Da sempre l’atleta corre con il numero 261, ma in futuro questo numero sarà ritirato in suo onore.

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Il fascino dell’impossibile

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La rinascita di Passo Rolle

Alcune settimane fa mi sono imbattuta in questo post, pubblicato sulla pagina Passo Rolle

Mio nonno Alfredo Paluselli, dopo aver viaggiato per il mondo, vide in Passo Rolle tutta la bellezza possibile e a questo luogo dedicò la sua esistenza. Qui creò la prima scuola di sci delle Dolomiti, il primo skilift del Trentino e seguendo l’ispirazione creò uno dei luoghi di montagna più fotografati in assoluto: Baita Segantini. Con badile e piccone realizzò anche un placido laghetto alpino, in modo da poter vedere la bellezza della sua Baita e del suo amato Cimon della Pala raddoppiati dal riflesso. Tutto questo non prima di aver adattato a strada carrozzabile, sempre a braccia e sudore, un vecchio camminamento risalente alla prima guerra mondiale che portava fin là. A Baita Segantini rimase in solitudine per trentacinque anni, nel contatto estremo con la natura, a volte terribile, a volte eccelsa. Superò in perfetta solitudine anche l’inverno del 1950/’51 quando a Baita Segantini caddero ventisette metri di neve. Rimase sempre fedele a Passo Rolle, fino alla morte.

Oltre che un custode di questi luoghi fu sicuramente anche un pioniere. Questa parola, pioniere, racchiude un significato di innovazione, di visione diversa, di rottura con il passato. Come ogni volta che si propone qualcosa di innovativo e diverso anche ai suoi tempi non mancarono le forti critiche: “È un matto” dicevano alcuni. “Cosa pensa di fare? Qua è sempre stato così, perché vuole cambiare?” dicevano altri. È la natura umana, che avendo paura di ciò che non conosce, lo rinnega. Eppure lui continuò sulla sua strada e il risultato è che oggi Baita Segantini è una delle immagini dolomitiche più conosciute in assoluto e Passo Rolle è stato per decenni una località sciistica rinomata e frequentata.

Ho quarantuno anni, e fatta eccezione per l’anno del servizio militare, posso dire di aver vissuto e lavorato a Passo Rolle tutta la mia vita. Di questa località ho visto i momenti turisticamente migliori, quando per esempio a volte i carabinieri dovevano chiudere l’accesso perché la mobilità era compromessa dalle troppe macchine dei turisti. E ne ho visto il declino, con l’apparire del degrado, dell’abbandono, del disinteresse. Ho visto le incomprensioni, i litigi, le invidie, gli indici puntati ad indicare le colpe, tra operatori, tra politici, tra Fiemme e Primiero… A volte ho avuto persino vergogna per come Passo Rolle si presentava. Ho vissuto lo smantellamento della seggiovia per la Segantini, la chiusura di Malga Fosse, dell’Hotel Rolle. Ho vissuto anche la chiusura della strada per settantadue giorni nell’inverno del 2013/’14. Fino ad arrivare alla chiusura degli impianti, l’inverno scorso.
Difficile lavorare in una situazione di incertezza così esasperante.
E dire che si tratterebbe di un posto così bello, su questo siamo d’accordo tutti.

In questo clima di decadenza e inefficienza una recente proposta di una nota azienda locale mi ha donato un bagliore di nuova energia, di rottura con il passato, mi ha fatto sentire quel senso di rinascita di cui tanto questo posto ha bisogno. Una sera a Malga Rolle, mentre ascoltavo la proposta de La Sportiva, sentivo un senso di soddisfazione per non essermene andato, per aver resistito, nonostante tutto. Quello che La Sportiva stava proponendo a noi operatori era dirompente, innovativo, qualcosa che guardava al futuro e non al passato, qualcosa basato su due semplici fattori: le emozioni, vero motore del turismo di oggi, e la natura magnifica di Passo Rolle. Un’impresa con sede a Ziano di Fiemme, guarda caso proprio il paese di mio nonno, stava facendo una proposta in controtendenza: in una montagna dove tutti cercano di creare nuovi impianti, nell’idea de La Sportiva si parlava di togliere le seggiovie per puntare tutto sulla natura incontaminata.
Durante quella presentazione mi sono sentito come deve essersi sentito mio nonno nel 1931 quando si lasciava affascinare per le prime volte dall’idea di creare nuovi impianti sciistici. Ora nel 2017 innovare a Passo Rolle significa togliere quegli impianti. Almeno quelli non più economicamente sostenibili, appesantiti dai debiti e con una stagione di chiusura totale alle spalle; impianti che difficilmente avrebbero potuto risollevarsi, collegamento o meno. Certo, mai dire mai, ma la realtà è che l’inverno scorso quegli impianti erano chiusi.

Il turismo invernale è cambiato molto, sarebbe miope non notarlo. Sarebbe da stolti far finta di non vedere tutti quei turisti invernali che non sciano ma scelgono comunque le nostre montagne per le loro vacanze e sono alla caccia di attività alternative, di esperienze. E non è soltanto questione di sensazioni. Al giorno d’oggi ci sono le statistiche e i sondaggi a dirci che le abitudini dei turisti si stanno evolvendo.

Scrivo questa lunga lettera perché nonostante la grande approvazione generale, l’idea de La Sportiva ha suscitato anche alcuni pareri ostili, e le discussioni sui social network tra favorevoli e contrari si sono moltiplicate. L’idea a mio avviso non è stata compresa fino in fondo, si sono diffuse voci che parlavano di lusso, di mega resort, di un progetto per pochi che escludeva le persone non ricche e via dicendo. Voci che spesso erano fondate sul nulla ma che alimentavano lunghe discussioni fuorvianti. Basti dire che anche se venissero create alcune strutture di alto livello ciò non andrebbe a levare l’offerta più economica già oggi presente sul passo. Basti dire che la montagna resterebbe libera ma che tutti potrebbero usufruire di una migliore segnaletica e di una sistemazione generale dell’area con criteri assolutamente ecologici. Certo, non si potrebbe più fare sci alpino sulla pista Paradiso, ma si guadagnerebbero altre possibilità, diversificate, e vorrei ricordare ancora una volta che l’anno scorso quell’impianto è stato chiuso per tutta la stagione e che non mi pare di vedere all’orizzonte grosse possibilità su questo fronte. Sulle piste Rolle, Castellazzo e Cimon si potrebbe continuare a sciare e da quanto dichiarato finora dai politici di competenza l’idea de La Sportiva non andrebbe ad interferire con il progetto degli impianti di collegamento con San Martino di Castrozza.

Perché non provare quindi a lasciarsi affascinare da prospettive nuove? Perché non cercare di uscire dalla stagnazione tramite l’innovazione? Perché non capire la possibilità di allungamento delle stagioni o i vantaggi di avere una proposta che può funzionare anche in assenza di neve? Perché non farsi sedurre dall’idea di una zona con un’offerta turistica integrata e diversificata, unica in Italia, che porterebbe nuove tipologie di turisti?

Cambiare richiede impegno lo sappiamo. Richiede un ripensamento di abitudini e di metodi. Ma a pensare sempre nello stesso modo si va sempre nella stessa direzione, e abbiamo visto bene che direzione ha preso Passo Rolle negli ultimi anni. Se guardiamo indietro ci accorgiamo che sono state proprio le idee dirompenti e innovative a funzionare a Passo Rolle, un tempo. Ora quei tempi sono passati e c’è bisogno di nuove idee. Queste idee sono arrivate e non provare a capirle sarebbe come guardare il treno partire e passare, senza salirci. Un’azienda privata che investe lo fa per un qualche ritorno, è ovvio, ma se saremo aperti e pronti ad accogliere il cambiamento le opportunità saranno per tutti, anche per le località vicine che potranno proporre ai propri clienti qualcosa di alternativo allo sci.

Cerchiamo di essere lungimiranti come lo sono stati i pionieri che ci hanno preceduto.
Se invece saremo chiusi e ancorati ai soliti sistemi, se continueremo a piagnucolare senza avere il coraggio di cambiare, cosa ci resterà quando avremo finito il fiato?

Alfredo Paluselli

Il tema mi ha incuriosito molto: non è da tutti pensare, al giorno d’oggi, di rinunciare al turismo invernale sci ai piedi. Ovunque si sta assistendo al potenziamento degli impianti di risalita (giusto o sbagliato che sia), all’allargamento delle piste esistenti o alla creazione di nuove, al potenziamento degli impianti di innevamento artificiale necessari per poter aprire le piste in queste annate di neve pressoché assente; questa sarebbe un’iniziativa in totale controtendenza. Mi sono detta: mi informo.

Ecco, ora che sono in vacanza nelle Dolomiti ne ho sentito nuovamente parlare al TG regionale. Teoricamente, nel giro di qualche settimana si dovrebbe decidere se accettare la proposta del patron de La Sportiva (nota azienda che produce attrezzatura da montagna, con sede a Ziano di Fiemme): in sostanza l’idea è quella di acquisire gli impianti, cospicui debiti compresi, smantellarli, recuperare e riqualificare parte delle strutture esistenti per ricavare un centro dedicato agli sport all’aria aperta sia estivi che invernali, con noleggio attrezzature, assistenza di professionisti, percorsi tracciati per tutte le età e capacità. E ampliando l’offerta ricettiva anche al Passo (anche per turisti molto danarosi, stando a quel che ho letto).

Il tutto potrebbe integrarsi, anche se le due cose possono sembrare in contraddizione, con i nuovi impianti di collegamento fra San Martino di Castrozza e Passo Rolle, perché così si potrebbe accedere al centro in modo green, dando la possibilità a chi scia e a chi preferisce fare altro di partire dallo stesso punto e fare ognuno ciò che più aggrada.

Da appassionata di montagna, mi pare un’idea fantastica. Prima di tutto, non esiste solo lo sci. Esistono molte attività che si possono fare in inverno, con e senza neve, e il numero di appassionati è in continua ascesa. Inoltre bisognerebbe cominciare a farsi qualche domanda relativamente alla sostenibilità ambientale dello sci alpino, e alle ripercussioni sull’economia delle aree alpine date dall’accorciamento (e spostamento) della stagione sciistica, oltre che dalla presenza ed esigenze degli appassionati delle altre discipline.

Basta dare un’occhiata alle mappe Google Earth: molte foto nell’area dolomitica sono state scattate durante questo inverno, e sono inquietanti: piste ridotte a striscioline di neve sparata in mezzo ad un panorama brullo. E’ ancora ammissibile investire tutti questi soldi su aree così vaste? Ecco, se l’iniziativa de La Sportiva può dimostrare che esiste una via alternativa all’approccio alla montagna, sarà comunque un successo, perché di aree che in passato sono state attrezzate per lo sci e ora sono poco o per nulla utilizzate, in Italia ce ne sono parecchie. Forse è il caso di cambiare schema.

E credo sia anche normale che, a fronte di una proposta di cambiamento così radicale, le opinioni siano così diverse. Pensare di ribaltare la prospettiva che ha fatto da guida nelle ultime decadi non è facile, ma credo che nemmeno far fronte ai 750000€ di debiti sia una cosa semplice. Sono straconvinta che certe iniziative dovrebbero essere sempre prese dalle Amministrazioni e non dai privati: qui si parla anche di marketing, nel senso che per la nota azienda sarebbe un modo per dare visibilità al suo marchio, alla sua “filosofia aziendale”, ma, volendo pensar male, mi viene da dire che un’azienda che investe così tanto su un’area voglia poi qualcosa in cambio. Ma è anche difficile, al giorno d’oggi, avere Amministratori con visione nuova e di lungo periodo, perché le amministrazioni sono comunque espressione degli interessi di imprenditori e lavoratori della zona, e ognuno vuole salvare il proprio orticello, a volte contro ogni evidenza.

Spero prima di tutto che vengano rispettati i vincoli dati dal fatto che ci si muove nel contesto del Parco di Paneveggio – Pale di San Martino, questo per quanto riguarda il recupero delle strutture esistenti, perché, detto papale papale, le nuove attività previste sono sicuramente più a misura di parco rispetto allo sci alpino. In secondo luogo spero che questa sia comunque l’occasione per fare tutti una riflessione: amministratori, imprenditori, lavoratori, ambientalisti.

(Ne riparleremo a breve… anche degli interrogativi che molti cominciano a farsi relativamente alla sostenibilità degli impianti di innevamento artificiale)

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K2 – Bonatti contro tutti

montagna.tv, 13/03/2017

Il 31 luglio 1954 Achille Compagnoni e Lino Lacedelli sono in cima al K2, la seconda montagna più alta del mondo. E’ la più grande impresa sportiva del nostro Paese dopo la fine della II guerra mondiale. La notizia occupa le prime pagine di tutti i quotidiani italiani, ma negli anni a venire, sulle ultime ore che hanno preceduto la scalata si aprirà una polemica che durerà per cinquant’anni. Da un lato la versione ufficiale di Compagnoni e del capo-spedizione Ardito Desio, dall’altro quella di Walter Bonatti, protagonista di un drammatico bivacco notturno a oltre ottomila metri di quota.

La Grande Storia  con  Paolo  Mieli  racconta la storia di questa avventura avvalendosi delle immagini a colori di Italia K2, il film che il Club Alpino Italiano produsse in occasione della spedizione. Le interviste a Reinhold Messner e allo storico dell’alpinismo Enrico Camanni svelano i retroscena dell’impresa e i misteri di una vetta che ancora oggi è considerata tra le più inaccessibili e pericolose. Il “caso K2” si è concluso soltanto nel 2008, quando una commissione di saggi nominata dal Club Alpino Italiano ha dato pienamente ragione a Walter Bonatti e alla sua versione dei fatti, restituendogli il suo onore di uomo di montagna.

“K2 – Bonatti contro tutti” di Peter Freeman – La Grande Storia, 13/03/2017

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Le bici di Felice

Felice Gimondi: “La mia prima bicicletta da corsa, comprata per un sacco di sabbia”

Il rapporto dei campioni con le due ruote: «Ma oggi la strada è rischiosa, meglio la mountain bike»

Felice Gimondi al Giro d’Italia che vinse nel 1967 (Foto: ArchiviFarabola)

di Giorgio Viberti – lastampa.it, 31/07/2017

Felice Gimondi è stato uno dei più grandi corridori di tutti i tempi. Nato a Sedrina (Bergamo) il 29 settembre 1942, dopo una brillante carriera dilettantistica passò professionista nel 1965 e subito vinse il Tour de France. In 14 anni di carriera ai massimi livelli ha ottenuto 81 vittorie, fra le quali tre Giri d’Italia, una Vuelta di Spagna, un Mondiale, due Campionati italiani, un Lombardia, una Milano-Sanremo e una Parigi-Roubaix. Insomma, uno che di ciclismo e di biciclette se ne intende.

Gimondi, si ricorda ancora la sua prima bicicletta?

«Certo, era un’Ardita rossa, un regalo di mio padre perché ero stato promosso alle elementari, avevo sette o otto anni. Ero così contento che la inforcai subito per farmi un giro, ma caddi e mi ruppi un dente. Non un buon inizio».

E quando arrivò la prima bici da corsa?

«A 16 anni dissi a mio padre che avrei voluto correre, ma in casa c’erano pochi soldi».

E allora come andò?

«Papà, che era appassionato di ciclismo e in gioventù aveva corso, lavorava come trasportatore e un giorno doveva portare un carico di sabbia a un cliente che non pagava mai. “Se stavolta mi paga, ti compro la bici” mi disse. Andò bene, perché quel giorno il cliente saldò i debiti. Era destino».

E suo padre mantenne la promessa?

«Certo. Con quei soldi, circa 30 mila lire, comprammo una bici usata. Ero talmente felice che lasciai gli zoccoli in mano a mio padre, saltai in sella e pedalai a piedi nudi fino a casa. All’inizio non arrivavo nemmeno ai pedali e allora mettevo una gamba di traverso in mezzo ai tubi del telaio per poter pedalare».

Ma allora lei andava anche su un’altra bici, di sua madre.

«Certo. Spesso sostituivo mia madre che faceva la postina a Sedrina, il nostro paese. Allora la Valle Brembana era magnifica, pedalavo su e giù per le strade sterrate per recapitare buste e pacchi. Diventarono la mia palestra».

Era una bici da donna?

«Sì, ma mi andava bene lo stesso. Se mai il problema era il telaio pesantissimo, 15-20 chili, in ferro, col portapacchi. Che fatica quando cercavo un po’ di velocità».

Pensare che oggi le bici pesano meno di 7 kg. Che ne pensa dell’idea della Federciclismo mondiale di abolire il limite minimo di peso per le bici dei professionisti, che oggi è 6,8 kg?

«Che sarebbe un errore, perché bici troppo leggere diventerebbero molto pericolose, soprattutto in discesa».

Ricorda la bici della sua prima corsa?

«In verità non la potei nemmeno usare. Era una gara a Treviglio, vicino a Bergamo. Eravamo in tre e andammo alla partenza sul rimorchio del motocarro di mio zio, appoggiati alla cabina per non prendere troppa aria. Durante il viaggio ruzzolai fuori due o tre volte, poi perdemmo la strada. Quando arrivammo era già finito tutto e avevano già tolto lo striscione».

E la bici della sua prima vittoria?

«Eravamo a Celana, nel Bergamasco. Partimmo dal patronato di San Vincenzo, andai in fuga con un compagno e poi rimasi da solo. Vinsi per distacco, a modo mio, perché non ero molto veloce negli sprint».

A 22 anni, nel primo anno da professionista, vinse a sorpresa il Tour de France che non avrebbe nemmeno dovuto correre e nel quale era gregario di Adorni. Ricorda la sua bici di allora?

«Una Chiorda marchiata Magni, col suo colore caratteristico blu-azzurro. Ci vinsi anche la Roubaix e il Lombardia. Poi passai alla Bianchi, alla quale sono ancora legato».

Va ancora in bici?

«Certo, anche se dopo una frattura alle vertebre devo andarci un po’ più cauto».

E che modello ha?

«Ho una bici da corridore che celebra il centenario della Bianchi, ditta per la quale ho anche curato il reparto corse».

Però lei ha fatto nascere una scuola di mountain bike. Ha cambiato specialità?

«Con monsignor Mansueto, il parroco di Almè, e altri amici ho creato un gruppo di ragazzini dagli 8 ai 13 anni per andare in mountain bike nel Parco dei Colli di Bergamo».

Allora è meglio la mountain bike della bici da corsa?

«Adesso vado più spesso in mountain bike, è più sicura, mi dà un contatto più diretto con la natura e incrocio meno auto. La strada è diventata sempre più complicata, le famiglie portano più volentieri i figli a correre fuoristrada, è meno pericoloso e più divertente».

E la bici a motore, la pedalata assistita, l’ha mai usata?

«No, ma trovo che sia stata una bella trovata. Dà la possibilità a tutti di pedalare e restare in salute».

Dicono che la bici a motore sia usata di nascosto anche dai professionisti. Che ne pensa?

«Forse in passato, oggi non credo, ci sono così tanti controlli».

Sempre più corridori o cicloamatori subiscono incidenti stradali? Che cosa si può e si deve fare?

«Darsi una regolata reciproca. Gli automobilisti rispettino di più i ciclisti, ma chi va in bici eviti di andare in pariglia o terziglia. In bici si va uno dietro l’altro. E pedalare».

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A Capo Nord con una gamba ciascuno

di Cesare Pastarini – gazzettadiparma.it, 02/07/2017

Andrea cammina e pedala con una gamba sola da quando, a 17 anni, un incidente stradale gli causò l’amputazione della sinistra.

Massimo subì l’amputazione della gamba destra poco tempo fa, a 18 anni, anche lui a causa di un incidente motociclistico.

Domani (ieri n.d.b.), lunedì 3 luglio, Andrea e Massimo tenteranno in bicicletta di raggiungere in 23 giorni Capo Nord, estrema punta d’Europa. Undicimila chilometri di fatiche, di sfide e di divertimento. Ovviamente non saranno esclusivamente in bici, sarebbe impossibile. Guideranno un’auto e ogni giorno tireranno giù le bici e faranno lunghi tratti pedalando e altri in trekking.

Andrea Devicenzi, 44 anni, è uno tosto, non è la prima volta che compie un’impresa. Ha già scalato la Manali Leh in India (700 km, tra le vie più alte del mondo), ha fatto la Parigi-Brest-Parigi (1230 km). Quando non tiene “lezioni di vita” nelle scuole in giro per l’Italia, si allena. Pedala e cammina, cammina e pedala. Stavolta sarà un’impresa di coppia, assieme al giovane Massimo Spagnoli, per promuovere lo sport tra persone diversamente abili, con la consapevolezza dei momenti duri da affrontare e con la certezza che dopo quelli arriveranno le gioie.

Storia diversa quella di Massimo, 20 anni, alla sua prima esperienza, spinto proprio dalla caparbia di Devicenzi, che lo ha allenato e motivato da gennaio a oggi.

I sogni – spiegano regalando un’ulteriore lezione – possono essere realizzati. Bisogna credere nelle proprie possibilità anche quando la vita ci riserva sorprese drammatiche”.

L’intero viaggio è in gran parte supportato dalla fondazione di un’importante compagnia telefonica, che assieme ad Andrea, Massimo e a tanti altri testimonial come Alex Zanardi e Bebe Vio, promuove l’attività sportiva delle persone diversamente abili, grazie ad una piattaforma ideata e realizzata ad hoc per questo grande progetto.

Potremo seguire l’impresa qui: http://www.andreadevicenzi.it/progetti/route-22 e anche qui: https://www.youtube.com/channel/UCDquGvQbWa_-Zi_IgynO_Zg

Per una volta con “Onde Road” ci siamo trasferiti davvero on the road.

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