Articoli con tag: Valle d’Aosta

L’allarme inascoltato

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Chiuso per siccità

Rifugio Gonella sul Monte Bianco: nevaio prosciugato e niente più acqua, chiuso il rifugio

mountbnb.it, 31/07/2017

E’ finita l’acqua, e il Rifugio Gonella sulla via italiana al Monte Bianco a 3071 m chiude. Non ci si può né lavare e né cucinare perché i nevai ai quali il rifugio attingeva si sono esauriti. Lo scorso inverno ha nevicato poco e il caldo di questa estate ha fatto il resto. A questo fatto si è aggiunta anche la condizione in cui versa la via sui ghiacciai del Miage e del Dôme, pericolosi per crepacci aperti con salti di oltre due metri.

Quindi la stagione estiva al Gonnella finisce qua. Con più di un mese di anticipo rispetto agli anni precedenti.
Da oggi quindi resta a disposizione solo la parte invernale della struttura. Le alte temperature – secondo quanto ha riferito oggi il quotidiano La Repubblica – hanno provocato l’esaurimento dei nevai che lo riforniscono attraverso opere di captazione.

Quest’anno, spiega all’ANSA uno dei gestori, Davide Gonella, “abbiamo accolto appena 250 alpinisti, meno delle stagioni passate, anche perché la via è la limite, si sono aperti molti crepacci”. Nelle ultime giornate il caldo ha concesso un po’ di tregua, “se fosse continuata l’afa iniziata a giugno, avremmo dovuto anticipare ulteriormente la chiusura. Per dieci giorni siamo andati avanti con l’acqua di riserva delle cisterne”. Non è comunque la prima chiusura anticipata per il rifugio: “Successe due anni fa, ma era già agosto, fu meno eclatante”, ricorda il gestore.

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Le storie dell’ultratrail

Il campione, la wonder woman e il medico: le storie dell’ultra trail dei castelli valdostani

Si è svolta la prima edizione del Tor des Châteaux: nel tracciato da 170 chilometri vince Oliviero Bosatelli, nel percorso da 100 chilometri prima assoluta Simona Morbelli

di Franz Rossi – repubblica.it, 16/05/2017

Pagina di quotidiano divisa in due sezioni uguali: da una parte la cronaca dell’incendio doloso di quattro auto a Quart e dall’altra una grande foto del runner Oliviero Bosatelli mentre spicca da vincitore uno dei suoi tradizionali salti proprio sulla linea del traguardo della 170 km del Tor des Châteaux, prima edizione. Pagina su cui i fans del “Bosa”, arrivati da Bergamo in gran numero, hanno ironizzato non poco. Perché lui, il campione bergamasco vincitore anche del Tor des Géants dello scorso anno, di mestiere fa il vigile del fuoco e dunque non poteva esserci accostamento migliore su cui fare battute.

Per rimanere a Quart non è stata invece presa bene, dalla società organizzatrice VdA Trailers e dai valdostani stessi, la mancata illuminazione del castello della suddetta località quasi alle porte di Aosta.

Tutte le altre dimore storiche della valle erano illuminate al passaggio notturno dei corridori, creando scenari di grande effetto e dando al tempo stesso ampio riscontro al nome e agli intenti anche culturali della manifestazione. Ma a Quart buio pesto, neanche una candela alla finestra. Chi dice per vecchie ripicche mai sopite, chi per malintesi, chi ha rimpallato competenze sulla gestione dell’interruttore generale. Fatto sta che è intervenuta una task force notturna prontamente inviata dall’assessorato alla cultura per riportare la luce sulla cupa vicenda.

Corsa veloce, ma anche massacrante, la 170 km; vuoi per le diversità del terreno, vuoi per i dislivelli (4mila metri positivi) vuoi per i cambiamenti climatici, dalle piogge al vento freddo della notte al caldo torrido del giorno. Non poteva vincere che un runner eclettico, preparato, resistente, incapace di demoralizzarsi. Anche se ne avrebbe avuto il motivo, considerando che si è perso almeno quattro o cinque volte nei punti cruciali, ovvero nei pressi dei paesi, dove le vie spesso si incrociano, si mescolano, si perdono nelle piccole piazze irregolari. Colpa di una segnaletica non particolarmente efficiente, di beceri atti di vandalismo spicciolo (lo stesso vincitore ha raccontato di fettucce strappate), di furtarelli da parte per lo più di passanti occasionali a cui le aste delle bandierine vengono utili per tener su le piantine dei pomodori nell’orto o di ragazzini a cui i piccoli stendardi gialli fluorescenti servono da catarifrangenti per la mountain bike.

Non è stato l’unico a perdersi il concorrente bergamasco, ma tutti sono stati riportati sulla retta via grazie al contatto telefonico con la sala comando, che ha sempre una dettagliata cartina sott’occhio. Questa sì segnalata con dovizia di particolari.

La corsa non ha età, o meglio, non c’è una età in cui non si può correre. E bene, anche. Lo ha dimostrato, sempre nella 170 km, il medico piemontese Tarcisio Fresia, al traguardo di Piazza Chanoux come una rosa fresca, asciutto e pimpante come quasi nessun altro, persino elegante (non a caso la sua società è sponsorizzata dalla Ermenegildo Zegna). Decimo assoluto e con il tempo di 23 ore. Mezz’ora prima della prima donna, Marina Plavan, anche lei piemontese, un lavoro in banca, due figlie oltre i vent’anni e ampi successi conquistati nelle corse in montagna. Il dottor Fresia avrebbe potuto far qualcosa di meglio, ha detto un suo assistente lungo il percorso, ma non è riuscito a prepararsi al meglio perché ha dovuto anche badare a sua madre, ultranovantenne. Dimenticavo: il dottor Fresia ha 72 anni.

La 170 km non è stata l’unica gara ad avere protagonisti sorprendenti. Infatti sullo stesso percorso ma con uno sconto sul chilometraggio, si è disputata anche una gara, diciamo così, corta, una 100 km. In cui gran favorito era l’idolo di casa, Giuliano Cavallo che, di corsa o in bici, si allena su e giù per la Valle d’Aosta tutto l’anno e il percorso lo aveva pure provato più volte. A lui la mancanza di segnaletica gli ha fatto dunque un baffo.
Ma a un certo punto, esattamente all’84° chilometro, i crampi si sono dimostrati più forti della preparazione e della determinazione. Così la  corsa di Giuliano è terminata in una gelateria. Per conservare almeno un po’ di buonumore.

Quindi strada spianata per la concorrente alle sue immediate spalle. La concorrente, sì è giusto; Simona Morbelli, gentile e determinata signora piemontese adottata dalla Valle d’Aosta dove pratica tutti gli sport di montagna nel tempo che l’essere madre di due figlie le concede; una atleta di primo piano che i trail, anche quei che contano nel calendario internazionale, se li conquista con uno smagliante sorriso sulle labbra e una fisicità che sembra sempre di tutto riposo. Non dico come andare a fare shopping ma quasi. Simona ha sempre seguito Cavallo da vicino, all’insegna della continuità e della costanza; segno di una grande preparazione e di una altrettanto grande capacità di saper gestire la gara e le sue difficoltà. Alla fine la notizia vera non è stata la sua vittoria, dunque prima assoluta nella gara e prima, di conseguenza, anche della classifica femminile, ma il forzato ritiro del suo compagno di squadra – stesso team Salomon – Giuliano Cavallo.

Organizzatori molto soddisfatti, non c’è che dire, anche se si aspettavano qualche atleta in più; ma non tutti i mali …. Perché se avessero smarrito le strade notturne qualche centinaio di concorrenti allora sì sarebbero stati bei problemi nell’indicare loro il viottolo giusto.

La prima edizione molto apprezzata dai runner e molto supportata, specie dai Comuni della valle e dalle solite centinaia di volontari, ha così dato modo allo staff di VdA Trailer di prendere nota dei piccoli ingranaggi da oliare in vista della prossima tornata. Intanto c’è da pensare al Gran Trail di Courmayeur di luglio e al Tor des Géants e Tot Dret di settembre, quando oltre un migliaio di concorrenti torneranno a correre nel silenzio delle alte quote. Dove a strappar via le bandierine gialle saranno al massimo indisciplinate mucche brade o camosci curiosi.

 

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Un igloo sul Monte Bianco

…basta che non si mettano a sforacchiare a nastro i ghiacciai, che non se la passano tanto bene…

Cena e pernottamento in igloo sotto la cima del Monte Bianco

La società guide alpine: “Un modo diverso di vivere la montagna”

L’igloo è una tana quasi tonda di circa 4 metri di diametro a 3.600 metri e a un’ora dalla funivia del Monte Bianco

di Enrico Martinet – lastampa.it, 22/12/2016

Come una duna in un deserto candido, un nido scavato nel ghiacciaio nell’anfiteatro che sale verso il Dente del Gigante. In quella tana quasi tonda di circa quattro metri di diametro si può passare una notte a 3600 metri e a un’ora dalla funivia del Monte Bianco. La società guide alpine di Courmayeur, la più antica d’Italia e la seconda al mondo, offre questo «inverno diverso», ai confini di un mondo dei silenzi. E in sicurezza. Vivere il ghiacciaio, scoprirlo dal suo interno, un po’ come accade d’estate sul versante francese (le grotte della Mer de Glace). Con l’aggiunta del pernottamento.

«Diamo la possibilità – dice Giulio Signò, presidente delle guide del Bianco – di vivere una piccola avventura fra le vette in totale sicurezza, anche per poter indicare il modo corretto di andare in montagna». Il ghiacciaio è quello del Gigante, al centro ogni estate di un’attenzione particolare proprio perché i turisti, incuranti di ogni segnale di pericolo e perfino dei cancelli, lo percorrono senza corde e alcuna attrezzatura alpinistica, fino all’assurdità di saltare fra i crepacci, di sbirciare dal bordo dei precipizi».

Ora le guide hanno programmato queste vacanze sul ghiacciaio fra le loro offerte invernali. Per farlo hanno scavato una grande gibbosità fra le Aiguilles Marbrées e il Dente del Gigante e ne hanno ricavato un mini alloggio, tavolo, divano, sedie e letto. Ma gli ospiti non rimarranno da soli, sempre con la guida, anche durante la notte. L’igloo scavato è affacciato sulla Val Ferret. Di laggiù (due chilometri di dislivello) verranno i richiami della civiltà, l’ammiccare delle luci. Per dormire pelli (sintetiche) e sacchi a pelo sono forniti dalle guide. Così come l’andata e ritorno in funivia, con la Skyway e la cena al rifugio Torino, sulla cresta dell’Helbronner. La notte in igloo costa 650 euro per due persone, tutto compreso, attrezzatura, funivia, cena e colazione l’indomani nell’igloo. In più la gita sul ghiacciaio durante il ritorno verso la funivia.

«Sempre per motivi di sicurezza – spiega Signò – vaglieremo la possibilità che le persone possano affrontare la gita che è di circa un’ora». Dal rifugio Torino si partirà dopo la cena per percorrere il ghiacciaio del Gigante in falso piano fino alle aguzze quinte dell’Aiguilles Marbrées. Guida e coppia risaliranno lo scivolo di neve del colle Marbré, per superare la cresta rocciosa e finire sui plateau glaciali verso la meta, l’igloo. Signò: «Nulla di impegnativo, c’è soltanto da camminare e da seguire la tecnica per la sicurezza calzando i ramponi e procedendo in cordata».

Il ghiacciaio del Gigante, ampio e spettacolare, sarà anche la meta per chi vuole attraversarlo con una gita di circa 3 ore e mezzo, sempre accompagnato dalla guida. Il costo è di 85 euro a persona a cui occorre aggiungere i 48 del biglietto della funivia. Sentieri di neve e ghiaccio nel cuore del Bianco.

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Ritorniamo d’inverno

La guida alpina che viaggia da un inverno all’altro per amore

Coppia aostana fra Nuova Zelanda, Nord America e Ande, purché sia freddo

Matteo Calcamaggi e Paola Marquis si sono conosciuti sulle nevi del Monte Rosa

di Enrico Martinet – lastampa.it, 02/11/2016

Ritorniamo d’inverno. Così hanno detto a casa. Lui guida alpina, lei maestra di scuola primaria («e precaria»): dopo dieci anni di vita insieme hanno deciso di inseguire amore e inverno. Per passione della neve e dello sci, dice Matteo Calcamuggi che sulla neve ha cominciato a giocare a 3 anni e a 6 faceva già curve fra i pali dello slalom. Guida alpina e maestro di sci, giramondo, cercatore di avventura. Ora la più grande: inseguire l’inverno fra Nuova Zelanda, Nord America, le Ande e ritorno. Viaggio di un anno. «A dicembre 2017 ci vediamo in Valle d’Aosta», dice la coppia che si è inventata una sorta di marchio, «Teo&Peo».

LA CURVA PERFETTA

Il progetto di Matteo e Paola Marquis, che si sono conosciuti sulle nevi del Monte Rosa, piste di Gressoney, è «La curva perfetta». Da Aosta alla Malpensa quindi la Nuova Zelanda. Adesso sono lì. «Fantastico. Neve poca però, l’inverno se ne va e noi siamo pronti a inseguire il freddo, come una coda che risale verso il Nord, si gira e torna al Sud», dice Matteo. In realtà nel suo piano di viaggio poteva entrarci anche il Giappone, dove però le montagne, seppur cariche di neve, sono più dolci. «Mondo di straordinaria bellezza, ma pendii più tranquilli, ci penseremo quando gli anni si faranno sentire», dicono. La loro è una spedizione «nella natura». Sciano e scalano. Progetti sicuri soltanto l’itinerario: le biforcazioni sono legate ai sogni di salite e discese nelle Ande. Matteo le conosce: fra le sue spedizioni c’è già stata la costola che percorre tutta l’America del Sud. Quando nel nostro emisfero tornerà l’estate Matteo e Paola saranno in Perù, Bolivia, Cile e Argentina. Il loro viaggio finirà in Patagonia. Paola dice: «Mi sono presa un anno per poi raccontare ai bimbi questo viaggio fra sci e scalate». In Nuova Zelanda hanno comperato un furgone e lo hanno attrezzato come un camper. Fra poco lo venderanno, saliranno su un aereo che li porterà alle isole Cook, quindi in cima alla California per affrontare di nuovo la neve. «Inverno di bufere. Altro furgone, altro camper improvvisato». Tutto al risparmio: un po’ di sponsor, i soldi messi da parte a fare la guida e il maestro. «E se vediamo che il portafoglio ha più scontrini che dollari, allora faremo qualche giornata sui campi di sci. Un po’ di lezioni ai turisti».

NIENTE RECORD

L’inverno del Nord America sarà duro: dallo Utah al Nevada, quindi l’Oregon e lo Stato di Whashington. «Forse la curva perfetta – dicono Teo e Peo – la troveremo nella “polvere” delle Rochies Mountains in Canada, o in Alaska». E sarà già febbraio. Record? Neanche uno in previsione. «Ma no, via da queste cose. Incontreremo appassionati come noi di sci, condivideremo esperienze su Internet. E porteremo con noi foto e filmati, certo», racconta Matteo che in tv c’è finito con il programma «Monte Bianco», la gara a squadre. Lui era la guida alpina di Arisa, grande cantante, alpinista disastrosa. E Matteo, nonostante i consigli e i rimproveri, non è riuscito a dominare le sue paure. Ha pianto quando Arisa è stata esclusa. Ora è in viaggio per «respirare la natura, il suo freddo e per vivere questa esperienza insieme a Paola». Per amore sulle montagne delle Americhe, dal Nord al Sud. Con una tappa al tempio della roccia, il californiano Yosemite Park. Parola chiave «lovers», dello sci, certo, e per la vita.

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Tor des Géants 2016, il video

Il video della settima edizione del Tor des Géants, la gara di trail running vinta da Oliviero Bosatelli e Lisa Borzani e che, dall’ 11 al 18 settembre 2016, ha infiammato la Valle d’Aosta.

planetmountain.com, 26/09/2016

Poco più di quattro minuti, per rivivere tutte le emozioni del Tor des Géants. Una gara, estenuante quanto bella, attorno alle montagne oltre i 4000 metri di quota della Valle d’Aosta, vinta da Oliviero Bosatelli e Lisa Borzani, completata da altri 444 finisher e supportata da oltre 2000 volontari.

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Passione Verticale 2016

Simone Moro a Courmayeur per Passione Verticale 2016

Giovedì 28 luglio a Courmayeur prende il via Passione Verticale la classica rassegna estiva del Comune di Courmayeur dedicata all’alpinismo e alla montagna. Primo ospite per “I Volti” dell’alpinismo sarà Simone Moro che dialogherà con Vinicio Stefanello di planetmountain.com. La serata si terrà nella tensostruttura di Piazza Petigax.

planetmountain.com, 27/07/2016

Sarà Simone Moro ad inaugurare Passione Verticale, l’ormai classico appuntamento estivo di Courmayeur con i protagonisti dell’alpinismo e con tutto ciò che fa cultura e passione per la montagna. Come sempre il programma è ricco di spunti e spazia dagli incontri con “I Volti” dell’alpinismo a cura di Vinicio Stefanello, ai film dedicati alla montagna e all’esplorazione, a due serate speciali. La prima ripercorrerà la grande storia della Scuola di alpinismo del Monte Bianco che proprio quest’anno festeggia il 50° anniversario. La seconda presenterà Le Montagne da Sogno ovvero le grandi discese con gli sci della parete Nord della Dent Blanche e della via Major al Monte Bianco.

Simone Moro, l’ospite d’eccezione che quest’anno ha il compito di dare il via alla manifestazione, non ha certo bisogno di presentazioni. Viene da Bergamo. Ha scritto la storia delle salite invernali sugli 8000. E’ reduce dalla sua 4a prima invernale su un 8000: il Nanga Parbat compiuta insieme a allo spagnolo Alex Txikon e al pachistano Ali Sadpara (mentre la sua compagna di cordata Tamara Lunger si è fermata a 100 metri dalla vetta). Sicuramente è uno degli alpinisti più forti, con più esperienza e famosi a livello internazionale. Ma forse è riduttivo presentarlo solo così. La sua storia è la storia di un percorso. Parte dall’arrampicata sportiva. Arriva in Himalaya. E s’innamora dell’alta quota e degli 8000. Più di 40 spedizioni all’attivo sono una vita. Il suo è un cammino di grandi successi. Ma anche, come sempre, di tentativi falliti, di delusioni. Di idee. Di sogni. Di fatica. Di felicità. Ma anche di importantissimi incontri con quei compagni che hanno condiviso con lui la corda. Proprio per questo il titolo della serata è L’Himalaya d’inverno e il senso delle cordate.

Va detto che Moro inaugura un trittico di “Volti” dell’alpinismo da incorniciare. Il 7 agosto sarà la volta di Sir Chris Bonington mentre il 17 agosto salirà sul palco di Passione Verticale Ueli Steck. Come dire l’immensa storia dell’alpinismo himalayano e non e uno dei più grandi protagonisti in assoluto dell’alpinismo dei nostri tempi.

PASSIONE VERTICALE 2016 – PROGRAMMA

I Volti:

  • 28 luglio – 21.15 – SIMONE MORO / L’Himalaya d’inverno e il senso delle cordate
  • 7 agosto – 21.15 – SIR CHRIS BONINGTON / Una vita di esplorazioni e avventure
  • 17 agosto – 21.15 – UELI STECK / Alpinismo e arrampicata senza fine

I Film:

  • 30 luglio – 21.15 – SUI MIEI PASSI, VIAGGIO NELL’ALTRO AFGHANISTAN di Eloïse Barbieri / Una donna occidentale vive per due mesi durante l’inverno con gli ultimi nomadi kirghisi del Pamir afgano. Il film è il suo sguardo discreto su un mondo che la sorprende.
  • 4 agosto – 21.15 – CERRO TORRE, A SNOWBALL’S CHANCE IN HELL di Thomas Dirnhofer / Premio CAI miglior film d’alpinismo Cervino CineMountain 2015
  • 20 agosto – 21.15 – LA SFIDA DI VANESSA di Eloïse Barbieri / La storia vera di Vanessa François, rimasta paralizzata a causa di un incidente in montagna, ma che continua a scalare e affronta il Grand Capucin, un monolite di quasi 4.000 metri nel massiccio del Monte Bianco. Con la partecipazione di Vanessa François

Serate Speciali:

  • 11 agosto – 21.15 – LA SCUOLA DI ALPINISMO MONTE BIANCO 50° ANNIVERSARIO Proiezione di filmati storici. A cura della Società Guide Alpine Courmayeur
  • 14 agosto – 21.15 – MONTAGNE DA SOGNO con le Guide Alpine di Courmayeur / Nella primavera 2016 le Guide Alpine di Courmayeur hanno realizzato due discese di sci ripido di grande rilievo: La parete Nord della Dent Blanche e la via Major al Monte Bianco. A raccontare le imprese Edmond Joyeusaz, Francesco Civra Dano e Luca Rolli Partecipa Giulio Signò, presidente della Società Guide Alpine di Courmayeur
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Una manche al Telefono Azzurro

IL 2 APRILE A LA THUILE LA 21^ EDIZIONE DI DIAMO UNA MANCHE AL TELEFONO AZZURRO

chocolathuile.it, 23/03/2016

telefono_azzurro_2016_04La neve, lo sport, La Thuile e la solidarietà, uniti per la 21^ edizione di DIAMO UNA MANCHE AL TELEFONO AZZURRO, una giornata di gare e di festa, a favore di Telefono Azzurro, quest’anno dedicata a Lorenzo Bacci.

Il 2 aprile, sulle piste dell’Espace San Bernardo di La Thuile, bambini, adulti, maestri di sci e punteggiati sono chiamati a sfidarsi in due gare – una di sci alpino, specialità Slalom Gigante, e una di Snow-Board, specialità Slalom Gigante – nel nome di Telefono Azzurro, associazione che promuove il rispetto totale dei diritti dei fanciulli e degli adolescenti e li tutela da abusi e violenze che possono pregiudicare il benessere e il percorso di crescita.

Questo evento, il cui ricavato verrà devoluto a TELEFONO AZZURRO, è patrocinato dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta-Presidenza della Giunta e realizzato in collaborazione con la Società Funivie Piccolo San Bernardo, il Comune di La Thuile e il Consorzio Operatori Turistici La Thuile.

La quota di iscrizione, se effettuata entro venerdì 1 aprile 2016, è fissata a 25,00 euro, mentre, oltre tale data, il costo sarà di 30,00 euro. Coloro che si iscriveranno alle gare avranno diritto ai gadget messi a disposizione dagli sponsor e potranno contare anche su un’agevolazione per l’acquisto dello skipass giornaliero che da 36,00 euro passa a 31,00 euro (per ottenere la riduzione è necessario presentarsi alle casse delle Funivie Piccolo San Bernardo con il pettorale e nominativo con il quale è stata fatta l’scrizione).

Le gare, di una manche ciascuna, si svolgeranno su due piste, la n. 16 Standard per le categorie super-super baby, baby e lo snowboard e la n. 9 Chaz Dura per tutte le altre categorie. Il primo concorrente scenderà alle ore 9:30 circa.

Nel pomeriggio, la premiazione per i primi 3 classificati di ogni categoria, e, come consuetudine, al di là dei risultati di classifica, saranno chiamati anche tutti i bimbi partecipanti alla gara, fino alla categoria dei cuccioli, per ricevere un piccolo dono. A seguire, è prevista una ricca estrazione di premi tra tutti coloro che saranno in possesso del pettorale.

Per iscrizioni cliccare qui.

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Dondena per tutti

Fino a qualche giorno fa questa escursione si poteva tranquillamente fare con un buon paio di scarponcini… Ora che finalmente il cielo ha messo giù un po’ di neve, chi è alle prime ciaspolate o si muove con ragazzini al seguito può prendere in considerazione questa gita piuttosto semplice e quasi interamente al sole.

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Verso il fondovalle, con la strada che da Champorcher sale verso località Mont Blanc

Punto di partenza

Si parte dalla località Mont Blanc, frazione di Champorcher (in paese, oltrepassata la piazza si svolta bruscamente a destra seguendo le indicazioni per Mont Blanc – Lago Miserin). Il parcheggio è ovviamente funzione dell’innevamento.

Champorcher

Baite lungo il tracciato

Percorso

Si segue l’ampia poderale che porta in località Dondenaz (2110m). Superati i primi tornanti, il tracciato sale per buona parte della tratta con pendenza debole, passando sotto Mont Ross, Bec Barmasse e Bec Raty. Le uniche difficoltà di questo tracciato sono costituite dall’acqua che, scendendo dal versante o uscendo da alcune vasche, tende in alcuni punti a ristagnare sulla strada formando lastre di ghiaccio, e da un breve tratto potenzialmente esposto a distacchi di neve (evitare questa escursione dopo abbondanti nevicate).

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…ghiaccio!!!

All’altezza di Dondenaz si devia a sinistra passando su un ponte (si trova in corrispondenza di una paretina dove sono attrezzati a spit alcuni monotiri), con ampie curve si arriva al rifugio Dondena (2100m).

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Dondenaz

Dati tecnici

Il dislivello in salita è di circa 450m, indicativamente sono necessarie circa 2h30′ per l’andata e 2h per il ritorno.

Il periodo ottimale va da novembre a marzo.

(Fonte: “Neve libera”, edizioni Versante Sud)

Consiglio di verificare l’apertura del rifugio. Io a capodanno (torniamo indietro quasi dieci anni…) l’ho trovato chiuso, era aperto il locale invernale, ma…la stufa?

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Al tramonto, verso il fondovalle

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Violazione autorizzata delle regole del buonsenso

Tor des Géants: “La mia sfida oltre i limiti in mezzo ai giganti”

di Alberto Custodero – repubblica.it, 15/09/2015

Fino a quando non lo fai, non ti rendi conto di cosa sia il Tor des Geants. Per capirlo, bisogna ricordare quali sono le 3 regole fondamentale per andare correttamente in alta montagna. Primo, mai scalare un monte se non si è ben equipaggiati. Secondo, mai mettere il naso fuori di casa in condizioni di tempo avverse. Terzo, mai sfidare i propri limiti fisici, perché la stanchezza, in quota, può essere fatale. Ebbene, il Tor è esattamente la violazione autorizzata di queste basilari regole del buon senso. Vai equipaggiato all’osso, con il minimo indispensabile, in condizioni meteo assurde, al di là delle tue possibilità fisiche. Il rapporto tra atleta e organizzazione, poi, è ambiguo e perverso. E’ come se la stradale ti dicesse: oggi guidi fregandotene del codice della strada, passi col rosso e vai ai 200 all’ora. Però se ti succede qualcosa, è affar tuo. Il Tor è così: parti alle 10 del mattino da Courmayeur, ti fai 49 chilometri, 4 mila metri di salita e altrettanti di discesa, piove, rischio neve, ghiaccio in quota, vento, meno dieci sotto zero. E se ti succede qualcosa sono cavoli tuoi. Ti fanno firmare una liberatoria che esonera l’organizzazione da ogni responsabilità. Due anni fa, un atleta arrivato dalla Cina, che forse mai aveva visto monti come le Alpi, in una notte di bufera, pioveva ghiaccio e il vento non ti faceva stare in piedi, è scivolato, è finito in un dirupo, ha picchiato la testa, è morto. E sono stati cavoli suoi, aveva firmato anche lui la liberatoria.

A questo punto, la domanda è: ma perché uno spende 700 euro per affrontare questi rischi? Per la risposta, ci vuole la psicologia, e forse non è un caso che sia stato uno psicologo a inventarlo. Io ho voluto provarci perché, come tutti, attratto dal fascino della trasgressione. Trasgredire, in fondo, è una tentazione irresistibile. La trasgressione delle regole della buona montagna, un’attrazione fatale. E poi, mi fidavo della serietà degli organizzatori, tra me e me, pensavo: “se mi fanno partire, significa che esiste un sistema di sicurezza”. Mi sono accorto, strada facendo, che, a mio giudizio, non era così.

Piove. La partenza, come tutti gli start, è stata emozionante, quasi tutti seminascosti dai gusci (le giacche a vento leggere), dai poncho antipioggia, dai cappellini. Musica a palla, speaker, applausi, brividi su per la schiena dall’emozione, ali di folla che incita e applaude per tutta Courmayeur. All’uscita del paese, al primo sentiero in salita, un tappo di atleti. Ci si ferma qualche minuto, pian piano la coda scorre e la vera gara comincia, un passo dietro l’altro, le racchette a spingere con le braccia per aiutare la trazione del corpo in su. Se fino ad allora eri un animale vissuto in cattività, da quel momento in poi ti trasformi in una sorta di capra di montagna. Il bello del Tor è che incontri matti come te. E capita di conoscere persone che non ti saresti mai aspettato, come Paolo…. Sua madre era stata una collega di mio padre alla fine degli anni Cinquanta. Durante la salita la mamma telefona, Paolo me la passa e mi dice: “Ciao Alberto, ti ho visto nascere”. Con Paolo facciamo squadra, abbiamo un buon passo, 5 chilometri all’ora. Buon tempo. Si scollina la prima vetta, Col Arp, 2571 metri. In discesa incrocio Augusto Rollandin, il governatore della Vallée. “Forza Gusto”, gli gridano in dialetto i tifosi. “Ecco l’imperatore”, borbottano altri valligiani che mal sopportano la sua longevità politica. Con i suoi 64 anni, si butta in discesa di corsa a una velocità impressionante, io non gli sto dietro, preferisco camminare per non scardinare le giunture delle ginocchia. Panorama scarso, smette di piovere, ma restano le nuvole basse, effetto nebbia. Si percorre una discesa interminabile, al decimo km s’incappa nel primo ristoro. Ma la posizione è infelice, risulta esposto a un vento gelido, fa freddo fermarsi troppo. Il tempo di uno spuntino (biscotti, cioccolato, bibite, tè), e del ricarico borraccia, e via. Si arriva camminando per un sentiero mezzacosta a La Thuile, 1458 metri, dove incontro l’assistent personale, mio figlio Tommaso che mi segue in camper. Sotto questo tendone, il primo ritiro “illustre”: Pier Alberto Carrara, olimpionico di fondo biathlon, che aveva deciso di festeggiare i 25 anni di matrimonio correndo il Tor con la consorte, si ferma. Lo incoraggio e lo saluto. Venti minuti per cambiare la maglietta sudata, buttar giù una pastina in brodo, e ripartire. A questo punto uno squarcio tra le nuvole fa affacciare il sole. Ma dura poco, si ricopre subito. E si sale verso il rifugio Deffeyes su per un sentiero appena attrezzato dal comune. Lo spettacolo è mozzafiato. Una cascata imponente, con una portata d’acqua violentissima, scende giù a picco per centinaia di metri. La salita è quasi in verticale, è come se salissi una scala a tre gradini alla volta, un crampo mi sorprende il quadricipite sinistro, ma fingo di non ascoltarlo. I compagni di viaggio sono di tutto il mondo, c’è una brasiliana in Italia per amore: “Mio marito  –  scherza con accento portoghese  –  però non è italiano, è livornese”. Un atleta, occhi a mandorla, allunga il passo, e sorpassa: “Vengo dalla Cina”, dice. E tira dritto. “Io vivo sul lago Maggiore, le mie tre figlie, quando mi hanno visto partire, sono scoppiate in lacrime, ‘Papà torna’, mi hanno detto”.

All’improvviso, una sorpresa: il sentiero prosegue lungo una passerella sospesa nel vuoto che taglia la cascata nel punto più impetuoso dove si forma una gigantesca nuvola di aerosol di acqua di montagna. Stupendo. Proseguendo, un reperto bellico arrugginito sta lì a ricordare che quelli che calpestiamo noi matti del Tor erano sentieri partigiani. I partigiani erano talmente temuti e forti, da quelle parti, che l’aviazione tedesca era arrivata con gli aerei a bombardare il rifugio Santa Margherita dove si nascondevano i “ribelli”. Ora i comuni del fondovalle vogliono costruire su quei pendii un museo della Resistenza. Pensare che i partigiani salivano lassù mal vestiti, in pieno inverno, inseguiti dagli alpin jagger austriaci, mi infonde una insolita energia: “Se ce la facevano loro in tempi di guerra, ce la devo fare anche io che sono qui in vacanza per divertirmi”. Arrivo fresco e in forma al rifugio Deffeyes, 2500 metri, mi cambio di nuovo, mi rifocillo con polenta, fontina, brodo caldo. E soliti pezzi di cioccolato. Coca cola, caffè e riparto. Mi aspetta la scalata del Passo Alto, 2857 metri. Nuvole nere avvolgono e nascondono la vetta, non fanno presagire nulla di buono. Le tre regole della montagna mi imporrebbero l’alt. Ma al Tor prevale la trasgressione autorizzata e regolamentata. Quindi, nonostante di lì a poco diventerà buio, riparto. Il ritmo, però, insperatamente, cala. L’altitudine, per chi come me vive a Roma, sul livello del mare, comincia a farsi sentire. Il ritmo, da 5 chilometri all’ora, scende inesorabile a 4, poi a 3, poi a 2. Poi….

Già da tempo ci siamo lasciati alle spalle la vegetazione, si cammina prima su un prato bagnato e fangoso. Poi solo su uno spettacolo lunare. Rocce, sassi, pietre. Il tutto nell’ambiente vaporoso di una nebbia umida e fredda. Lo sforzo si fa sentire, le gambe soffrono, il fiatone aumenta, l’abbigliamento intimo si inzuppa di sudore. Salgo in affanno. Il sentiero si inerpica snodandosi lungo il costone grigio e tormentato della montagna. Arrivato in cima, inizia la discesa. Ma è anche l’inizio della fine. Partito alle dieci del mattino, alle 20 mi ritrovo quasi a tremila metri di quota, a 15 chilometri ancora dalla base vita di Valgrisenche, 1662 metri (48,6 km in totale dalla partenza) che potrei raggiungere a quell’andatura solo alle due di notte. Se mai arrivassi alla base vita, avrei poi solo tre ore di tempo pe riposarmi, e sarei costretto a ripartire alle 5 per affrontare altri 51 chilometri, altri 4 mila metri di salita. E così via per un totale di 330 km, 24 mila metri si salita e altrettanti di discesa. Comincia a diluviare, comincio a scoraggiarmi. Mi fermo, è buio pesto, non c’è traccia di personale dell’organizzazione. Penso, ma se mi succedesse un infortunio proprio adesso, quassù, chi mi aiuterebbe? Manco c’è la linea per telefonare. E qui i soccorsi non ci sono. Prima che arrivino, rischio la pelle per ipotermia. Solo a quel punto, capisco al volo il significato di quella frase, un po’ nascosta, contenuta nella liberatoria che mi hanno fatto firmare prima di partire: “Esonero gli organizzatori da ogni responsabilità per infortuni personali e/o morte”. Capito: se mi succede qualcosa, sono cavoli miei. Del resto, non mi ha obbligato nessuno a fare il Tor. Tiro giù dalle spalle lo zainetto. Estraggo la lampadina da fissare sulla fronte. E riparto. Malfermo sui piedi che poggiano sui lastroni lucidi e scivolosi come il ghiaccio per la pioggia. Le racchette che si infilano tra una roccia e l’altra e ogni volta è una lotta per disincastrarle. Il filo di luce della frontale che penetra la nebbia e illumina di una luce fioca il tracciato. Scendo. Solo, esausto, piede in fallo, scivolo e casco a terra in avanti. Miracolosamente illeso, mi rialzo, compaiono dall’ombra due atleti fasciati nei loro poncho. Sembravano due fantasmi, in realtà sono due angeli che  capiscono la mia difficoltà. Si posizionano uno davanti e l’altro dietro e così scortato, al buio, proseguo. Come se non bastasse, si alza un vento forte gelido, la temperatura scende a meno 10. Inizio a tremare dal freddo così forte che sembro attaccato alla 220. Mi torna alla mente quell’altra frase contenuta sempre in quella famosa liberatoria: “Sono cosciente che la gara si sviluppa in montagna in condizioni climatiche difficili, notte, freddo, vento, pioggia, neve”. Già. Crepo di freddo? Ne ero cosciente. E sono i soliti cavoli miei. La forza della disperazione mi trascina verso il basso per un paio d’ore, quando all’improvviso, uscendo da un bosco, vengo abbagliato dal fascio di luce di un tendone di ristoro. “Salvo”, penso tra me e me. Mi avvicino a uno con la pettorina staff, e gli chiedo, timido: “Vorrei ritirarmi, come posso fare?”. “Entri in quella stanzetta”, mi risponde. Apro la porta, e dentro c’era un atleta disteso su una branda con una coperta di lana beige sulla testa. “Scusi  –  chiedo  –  ma è morto?”. “No, sta male”, mi spiegano. Un altro, super maratoneta con un palmares di corse endurance da campione, vomita zampillando come una fontana. “Scusate  –  dice  –  il freddo mi ha congelato lo stomaco”. E’ la stanzetta degli “sfigati”, quelli che non ce la fanno, che non hanno il fisico, che si ritirano. Eravamo in tanti, a frotte. Dopo una mezzoretta di tremolante attesa, finalmente si riapre la porta di quel lazzaretto, e uno dello staff ci avvisa: “Fuori tutti, dobbiamo fare un’ora di discesa a piedi, e poi una navetta vi porta a Courmayeur”. Ecco, questo è stato il mio Tor des Geants. In fondo, per un po’, mi sono sentito un gigante anch’io.

Le foto dell’edizione 2015 le potete trovare qui

Categorie: escursionismo | Tag: , , , | Lascia un commento

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