miei trek

Fra Porta Vescovo e il Padon

La Marmolada vista dal sentiero per Porta Vescovo

Le montagne lungo la cresta che separa la zona di Passo Fedaia dal Livinallongo (la zona di Arabba) e i sentieri che passano per i pascoli sottostanti sono carichi di storia. Già nei secoli passati la zona era importante per il commercio: il panoramico Viel del Pan (sentiero del pane) era il tragitto lungo il quale venivano trasportate le merci fra la Val Cordevole e la Val di Fassa, in quanto era considerato più sicuro di quello di fondovalle.  Caduto in disuso, è stato recuperato nei primi anni 900 dall’alpinista tedesco Karl Bindel e con il nome “Bindelweg” è ancora oggi ricordato.

Ma questa zona è diventata di importanza cruciale durante la Grande Guerra, perché segnava il confine fra la Val di Fassa, che era sotto il dominio austriaco, e le valli venete, sotto il Regno d’Italia. Le truppe austriache erano arroccate lungo questa cresta, il confine passava per Passo Fedaia e proseguiva verso la Marmolada e oltre, fino a Passo San Pellegrino. Camminamenti, postazioni, gallerie sono accessibili percorrendo la Ferrata delle Trincee. Alcune gallerie sono visitabili partendo da Passo Padon, muniti solo di torcia.

Io sono stata da queste parti più volte, e su sentieri differenti. Di seguito riporto alcune note su alcuni itinerari che è possibile seguire in questa parte di mondo.

Mappa generale dell’area

Viel del Pan

Il tracciato del Viel del Pan si sovrappone a quello dell’Alta Via n°2.

Si parte da Passo Pordoi: spalle alla Val di Fassa, sulla sinistra si imbocca il sentiero contrassegnato dal segnavia 601, che, diretto verso sud, passa ai piedi del Sass Becé fino al rifugio omonimo e, successivamente, a Baita Fredarola. Da qui, sempre seguendo il n°601, si passa sul versante meridionale della cresta che separa la parte alta del Livinallongo (con il lato veneto della salita al Pordoi) dal Fedaia: il sentiero, molto panoramico, è agevole e si mantiene sostanzialmente in quota, raggiungendo il Rifugio Viel del Pan e passando sotto il Sass Ciapèl (vista dal Pordoi, la sua nera sagoma è inconfondibile). Si prosegue fino ad incontrare una deviazione, mantenendo la sinistra si raggiunge Porta Vescovo, continuando lungo il 601 si scende verso la diga del Fedaia, inizialmente in modo dolce per poi perdere quota piuttosto rapidamente.

Della versione “da Arabba” di questo percorso si trova traccia su questa pagina.

Su questo sito invece si possono trovare belle foto scattate lungo il Viel del Pan.

Stralcio mappa Tabacco – 1:25000

Ferrata delle trincee

L’attacco della ferrata è a poca distanza da Porta Vescovo, dalla stazione di monte della funivia si prende il sentiero in direzione Padon e si seguono le indicazioni per la ferrata. La maggior parte delle persone parte quindi da Arabba, sale con la funivia e, ultimato il percorso, rientra a Porta Vescovo dal sentiero. Come alternativa, si può salire a piedi da Passo Fedaia, come dirò più avanti.

Io e il mio compagno l’abbiamo fatta nel 2008, con un avvicinamento ben diverso. Con partenza da Canazei, tramite i due tronconi della funivia, siamo saliti a Col dei Rossi. Da qui abbiamo raggiunto Baita Fredarola, e poi abbiamo percorso il Viel del Pan fino a Porta Vescovo. Lunga? Si. Io inizialmente non volevo, poi mi sono fatta convincere. Diciamo che il tempo che serviva per andare da Canazei ad Arabba e prendere la funivia noi lo abbiamo impiegato raggiungendo a piedi Porta Vescovo (forse aggiungendoci qualcosa). All’andata non sarebbe stato un problema, ma il ritorno…beh, lì qualche problemino avremmo potuto anche averlo.

Ma passiamo ora alla descrizione del percorso, e della nostra avventura

La ferrata non è per nulla banale, anzi. Soprattutto ha una partenza pronti-via che può mettere in difficoltà anche chi è abituato a destreggiarsi con imbrago, moschettoni e cavi metallici. Il primo tratto è piuttosto verticale, con pochi appigli, e la mattina è in ombra. Tirarsi su a braccia, con le mani fredde a stringere il cavo freddo, non è proprio semplice. Io e il mio compagno avevamo un passato da climbers, seppur di non troppe pretese, ma qui qualche timore lo abbiamo avuto.

Il Gruppo del Sella col Piz Boè. Sullo sfondo, il Gruppo del Sassolungo

Passaggio “aereo”

Il percorso si snoda fra i resti degli appostamenti delle truppe austriache: posti di avvistamento, ripari, camini quasi totalmente diroccati ma ancora anneriti dal fumo. E’ spettacolare dal punto di vista del paesaggio, con il gruppo del Sella e il Piz Boè a sinistra e Gran Vernèl e Marmolada a destra… e questo limitandosi alle vette più vicine. Fa meditare, su ciò che siamo stati e su ciò che siamo adesso, con tutti i conflitti che ci sono nel mondo: pensare alle condizioni nelle quali hanno combattuto cento anni fa giovani ragazzi, strappati alla loro vita per essere mandati a combattere in un ambiente ostile, dovrebbe farci riflettere sulla sofferenza che ancora c’è ovunque ci siano popoli che imbracciano le armi.

Oltre al tratto iniziale, la ferrata presenta qualche altro passaggio un pochino esposto. Non è per principianti, insomma… però noi sul tragitto abbiamo trovato una ragazza bloccata dalla paura su una scaletta, in un tratto in discesa, e il signore che la accompagnava non riusciva a tranquillizzarla a sufficienza. Max ha sfoderato la sua (ormai lontana) esperienza da istruttore di arrampicata, le ha dato un po’ di suggerimenti su come muoversi e la ragazza, finalmente, si è calmata. Proseguendo l’itinerario con i nostri nuovi compagni, abbiamo scoperto che la tipa era alla sua prima (!!!) ferrata, e il tizio ha ben pensato di portarla qui perché è “bella e abbastanza facile”…no comment…

Il tratto già percorso, verso Porta Vescovo

I resti del camino

Resti dei manufatti

La parte finale della ferrata passa attraverso le gallerie scavate al di sopra di Passo Padon. E’ assolutamente necessario portarsi una torcia, la distanza fra prese d’aria e feritoie è notevole e il buio è totale. Muoversi in questi budelli è inquietante. Doveva essere alienante rimanere qui dentro, con fuori neve e colpi di granate.

Le gallerie

Si esce dall’ultima galleria proprio sopra Passo Padon. Si scende lungo un ripido sentiero fino al rifugio. Noi, lungo questo tratto, incontriamo una coppia di francesi muniti dell’attrezzatura completa per scalare, e qui mi assale la curiosità…chissà che tipo di vie sono tracciate su queste scure pareti. Nei pressi del rifugio, passando accanto ad un cannone molto ben conservato, una mente malata per l’arrampicata non può non pensare ad una celebre foto scattata in Israele, con Wolfgang Gullich appeso alla canna di un cannone. E la tentazione di fare un boulder su questo pezzo di storia è notevole…mettete i talloni nei vostri cannoni, insomma…

Il rifugio Padon è luogo ideale per rilassarsi un attimo e rifocillarsi. Noi però non abbiamo tempo per prendercela comoda. Il rientro dal sentiero è luungo, ed è tardi.

Prendiamo il sentiero in direzione Porta Vescovo, e lo percorriamo di buona lena. I cartelli danno 1h15′, noi ne impieghiamo molti meno. Eh, la (ex) gioventù…

Proseguiamo oltre, direzione Col dei Rossi, e ogni volta che guadiamo l’orologio acceleriamo. Il passo molto veloce diventa corsetta, e poi corsa. L’ultimo tratto lo facciamo gambe in spalla.

Mentre ci avviciniamo alla stazione di monte della funivia, l’occhio all’orologio ci getta nello sconforto. L’ultima corsa se ne sta andando…poi guardiamo meglio e vediamo delle persone. Arriviamo lingua a terra, gli operatori della funivia ci guardano e ci dicono: “è da un po’ che vi teniamo d’occhio, certo che avete un bel passo! Se non vi avessimo visto viaggiare  quel modo non vi avremmo aspettato”.

Scendiamo a valle con l’ultima corsa della giornata, grazie ai ragazzi che hanno ritardato la partenza di pochi minuti, risparmiandoci la scarpinata in discesa fino a Canazei.

Stralcio mappa geologica 1:50000

Sentiero geologico Arabba – “quasi anello” dal Fedaia

On the road

Il sentiero di collegamento fra Porta Vescovo e Passo Padon è indicato sulle mappe come “Sentiero geologico Arabba”. Non è numerato, ma in loco è contrassegnato da segnali a vernice gialli e rossi. Lo avevo già percorso con il mio compagno, al ritorno dalla ferrata delle Trincee, stavolta decido di rifarlo con mio figlio.

L’itinerario scelto parte dal lago Fedaia-diga e si chiude a Passo Fedaia, località servite dalla linea di autobus che sale dalla Val di Fassa, così evitiamo di utilizzare l’auto (anche se l’uso dei mezzi pubblici in piena alta stagione non è proprio cosa semplice). Scesi alla fermata “impongo” la pausa caffé  al Rifugio Castiglioni. Lo dico perché di fronte al bancone del bar, sul muro, c’è un dipinto “strano”: qualcuno ha avuto la bella idea di far dipingere la sezione geologica in corrispondenza del lago, fra il Padon e la Marmolada, con tanto di indicazione delle formazioni geologiche e delle faglie. Peccato non averla fotografata, perché è decisamente in tema con il nome del sentiero.

Lago Fedaia

Imbocchiamo quindi il sentiero 698, che dal lago sale fino a Porta Vescovo: l’attacco è lungo la statale, proprio di fronte alla strada che percorre il coronamento della diga. Ci si porta sopra alla galleria artificiale che protegge la statale e poi si inizia a salire con tratti ripidi alternati ad altri più dolci. E subito ci imbattiamo nell’origine del nome “Fedaia”: in ladino infatti “feida” significa “pecora”, e proprio all’inizio del sentiero ci imbattiamo in un recinto, qualche pecorella qua e là mentre il grosso del gregge è al pascolo.

La Crepa Neigra

Si prende quota rapidamente, mentre il panorama si allarga. Oltre all’incombente parete della Marmolada e al suo ormai striminzito ghiacciaio, verso Fassa si vedono le cime che circondano la conca del Ciampac e, più lontano, il Catinaccio. Sul lato opposto fa capolino la Civetta.

Il Belvedere. Sulla cima, lato Fedaia, c’è un posto di osservazione

Croce commemorativa

Sotto i nostri piedi, rocce di vari colori. Come si può vedere dalla planimetria sopra riportata, la geologia dell’area è infatti piuttosto complessa. E qui faccio una puntualizzazione: la Marmolada, considerata la regina delle dolomiti, dal punto di vista geologico non fa parte delle dolomiti. E’ infatti costituita da calcare, e diverse formazioni calcaree sono presenti lungo la strada che sale al Fedaia dalla Val di Fassa e in corrispondenza della diga. Dalle creste sovrastanti però sono rotolati a valle sassi e massi di una roccia scura, qui sopra infatti si trovano colate laviche e conglomerati costituiti da frammenti di varia natura in matrice lavica. Man mano che saliamo possiamo vedere la sovrapposizione delle due tipologie di roccia (in zona capita spesso di trovare rocce vulcaniche, formatesi in seguito ad eruzioni sottomarine, sopra alla dolomia).

Arriviamo ad una piccola stalla, poco oltre ci fermiamo per uno spuntino. Da qui, verso Est vediamo alcune cavità nel versante (zona di Pescul), mentre verso ovest, in cima al colle che sovrasta Porta Vescovo, è visibile una delle postazioni del Belvedere, con una finestra che serviva da posto di osservazione: le prime postazioni austriache che vediamo.

Raggiungiamo poi Porta Vescovo, incrociando prima il sentiero che si ricongiunge con il Viel del Pan.

Svoltiamo a destra imboccando il Sentiero Geologico. Da qui in poi ci teniamo grossomodo in quota, con qualche saliscendi, passando ai piedi della cresta della Ferrata delle Trincee (l’attacco si raggiunge, come dicevo prima, proprio da questo sentiero). Il percorso è piuttosto agevole, solo qualche tratto si rivela piuttosto sdrucciolevole, si passa fra massi erratici e resti di appostamenti bellici, croci in ricordo dei soldati dell’esercito austroungarico morti qui. Alzando lo sguardo, scorgiamo le sagome colorate degli escursionisti sulla ferrata (anche se mezzogiorno e mezzo non mi pare l’orario ideali per attaccare percorso di questo tipo). Il sentiero è una grande balconata fronte Marmolada e sovrasta verdi pascoli, dove vediamo un numeroso gregge di pecore.

In lontananza, il Catinaccio.

Esploditore per distacchi controllati

“Incontri” in aria, con i corvi che svolazzano sulle nostre teste, e incontri sul sentiero, con gli escursionisti che incrociamo o che ci sorpassano, ma anche con qualcuno che si avventura in mtb. Sinceramente… non mi pare il periodo per passare di qui in bici. A parte che bisogna essere bravi, perché ci sono alcuni punti scivolosi (e ripidi) o sconnessi, e si tratta comunque di un single track…ma ad agosto ci sono tanti escursionisti, e anche se sei bravo ti diverti poco. All’inizio del sentiero ci supera una coppia di stranieri, abbastanza giovani, ma nel punto più rognoso abbiamo incrociato due signori di una certa età. Sentiero stretto su pendio ripido, siamo dovuti salire, un po’ in bilico, sul ciglio del sentiero, ma uno dei due, con la bici in spalla, ha colpito mio figlio con il pedale. E, sinceramente, mi sono girati un po’ i maroni…

Man mano che proseguiamo, avvicinandoci all’ultimo tratto verso il Padon, ci raggiungono anche alcuni “e-bikers”, che con il loro mezzo superano pendenze decisamente non banali. Qualche tratto un po’ sdrucciolevole, e siamo quasi alla fine. A ridosso del rifugio ci imbattiamo in un qualcosa di “strano”: pali metallici sormontati da una struttura stranissima, un disco metallico, profili ricurvi e delle “rotelle” metalliche. Mi chiedo a cosa possa servire un aggeggio di questo tipo, poi mi accorgo che non è “solitario”, ma ne contiamo altri 4, allineati fra il sentiero e la pista da sci. Il mistero lo svelo al rientro al lavoro, con la complicità di un collega: si tratta di “cannoncini” per il distacco di masse di neve instabile, che possono essere comandati a distanza. Sono recenti, e il motivo lo capisco ripensando a ciò che c’è al rifugio (ne riparliamo dopo…). Dal sito di Aineva si può scaricare un articolo che spiega il funzionamento del sistema.

Crepe Rosse; sullo sfondo, Pelmo e Civetta.

Raggiungiamo infine il Rifugio Padon, dove facciamo il “secondo tempo” del pranzo e il marmocchio si può gustare la meritata fetta di Sacher (fettona… a dispetto del suo appetito non riesce a finirla). Siamo su un vero e proprio terrazzo vista Marmolada (e Pelmo, e Civetta…), mentre verso Est c’è Cima Padon. Dal Passo, il panorama spazia invece verso Lagazuoi, Tofana, la zona di Fanes, Col di Lana e Sief. Mentre mangio, mi viene in mente “E l’obice?” Si, perché, come dicevo prima, vicino al rifugio ricordavo di aver visto un cannone, la volta scorsa, ma ero convinta fosse sotto al rifugio. Penso “beh, sarà dietro, dopo se non lo trovo chiedo”, e invece mi passa totalmente dalla mente. Visto l’orario infatti rinuncio, in accordo con il bimbo, ad andare a vedere le gallerie, e probabilmente il cannone si trova proprio lì sopra.

Col di Lana-Sief e Setsass. Sullo sfondo, Conturines, Lagazuoi e la Tofana

Nessuno è straniero…

Dentro al rifugio c’è un pannello con le foto relative alle nevicate dell’inverno 2013-2014. Impressionanti, soprattutto in confronto alla situazione disastrosa (nel senso che la neve non l’hanno proprio vista) degli ultimi inverni. In particolare, mi colpisce una foto scattata in primavera, raffigurante i pali della seggiovia abbattuti dalla furia di una valanga che si è abbattuta sulla pista da sci per Malga Ciapela, sfiorando Capanna Bill, distruggendo una baita e mettendo fuori uso due impianti di risalita (erano stati preventivamente chiusi proprio per l’elevato rischio valanghe).

Scendiamo lungo la pista da sci (segnavia 699), con sulla sinistra il Monte Padon e il Laste?. Non lo sappiamo, ma siamo nella zona che era occupata dalle postazioni italiane (ahi, potevo documentarmi meglio). Perdiamo quota seguendo la ripida (e un po’ scivolosa) sterrata, puntando al sottostante Passo Fedaia. Poco sopra al passo, vediamo un cartello che indica un cippo di confine. L’erba, altrove alta, è qui corta ad individuare un sentierino che porta fino ad un “masso che sorride” di pietra lavica, circondato da massi più piccoli e attorno al quale l’erba è ben tagliata. Suppongo sia questo (anche se le foto che trovo poi in rete raffigurano massi di altra forma), ma l’ora tarda e il figlio che scalpita fanno desistere dalla tentazione di guardarsi meglio intorno. Stiamo infatti facendo un tentativo disperato, l’autobus passa di lì a pochi minuti…

Cippo di confine?

Ci rendiamo poi conto che l’unica speranza è che l’autobus parta in ritardo… e, visto che il mio ginocchio comincia a protestare, rallentiamo un attimo. Mentre scendiamo verso la “galleria” con la quale la pista da sci scavalca la statale, vediamo un enorme gregge di pecore, poco sopra al lago. Arriviamo al passo e ci fermiamo al bar, in attesa del bus successivo. E ci capita di “intercettare” la conversazione fra una cliente e la signora al bancone; “Ma dove è tuo figlio?” “Eh, quando c’è da lavorare sparisce. Sarà in giro con le pecore insieme alla sua amica, la piccola Heide”. Mi sa che lo abbiamo appena visto, il figlio della signora…

Sentiero degli obici

Scendendo dal Padon ho notato i cartelli per questo percorso: poco sotto al rifugio segnavano una deviazione sulla sinistra rispetto alla strada che scende lungo la pista da sci. Ho cercato in giro qualche informazione relativamente al tracciato, e a dire il vero non ho trovato molto. Una descrizione l’ho trovata su Pèdia davò pèdia, le foto si trovano anche sulla pagina facebook di Severino Rungger (che credo sia uno dei gestori del sito sopra citato).

Tanto per intenderci, il sentiero passa attraverso le postazioni italiane, fra fortini e postazioni di vedetta (alcune sono citate al paragrafo “Per saperne di più). La traccia è riprodotta nello schema sottostante, e par la parte bassa si sovrappone al percorso di discesa da Passo Padon.

Fonte: pagina facebook di Severino Rungger

Per sapere di più

Sul sito fassafront.com sono riportate numerose note relativamente ai siti interessati dagli eventi bellici e agli itinerari che è possibile seguire per raggiungerli. In particolare, per quanto riguarda il fronte austriaco sono riportati le postazioni di Pescul e del Belvedere a Porta Vescovo, per la linea italiana la “collinetta della morte” sotto al Padon e le postazioni di Ciamp de lo Stanzon (peccato aver scoperto questo sito solo dopo aver fatto l’escursione).

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Ai piedi delle Odle

(S’alza il vento)

Le Odle dal Col Raiser

Come dicevo in un post precedente, il giorno della “Hero” io e il pargolo siamo andati a fare un’escursione.

Obiettivo: percorso non eccessivamente lungo con dislivello contenuto e bel panorama. Essendo la prima volta che ci avventuravamo in Val Gardena, ed essendo mio figlio un po’ difficile da convincere quando si tratta di fare qualcosa di nuovo, era necessario minimizzare l’avvicinamento per salire in quota, privilegiando i sentieri alle forestali (si, ho un figlio esigente…).

Anello Col Raiser – Pieralongia – Rif. Firenze. Purtroppo abbiamo fatto solo la parte in blu, andata e ritorno

La scelta è caduta sulla conca sopra Santa Cristina, ai piedi delle Odle, raggiungibile con la lunghissima cabinovia di Col Raiser, anche se, alla fin della fiera, a fondovalle è stato fatto comunque un avvicinamento di tutto rispetto. L’idea era quella di compiere un giro ad anello, in senso orario, toccando la malga di Pieralongia e il rifugio Firenze, per cause di forza maggiore il giro è poi stato “potato”.

Mappa dell’area

Il percorso

Si parte da Santa Cristina, zona Plan de Tieja: si percorre la strada che, dal paese, sale e porta a Selva di Val Gardena passando a mezzacosta, da qui si seguono le indicazioni per la cabinovia Col Raiser.

Man mano che con l’ovetto si sale “sorvolando” quella che in inverno è la pista di rientro, superando i 22 piloni della cabinovia, il panorama si allarga: sotto e accanto a noi gli abeti sferzati dal vento si diradano sempre di più per lasciar spazio a estesi verdi pascoli, con le vette del parco Puez-Odle che li abbracciano verso nord, mentre alle nostre spalle via via compaiono le vette delle dolomiti della Val di Fassa (Sella, Sassolungo e Sassopiatto, la catena del Molignon) e l’Alpe di Siusi. E, sopra, il cielo azzurrissimo, sporcato solo da qualche nuvoletta.

Alla faccia del bagno #1

La stazione di arrivo della cabinovia, a circa 2100mslm, è, in pratica, tutt’uno con il rifugio. Anche se il termine rifugio, qui, è decisamente fuori luogo. Questo è un vero e proprio hotel, con tanto di area benessere (c’è anche una vasca all’esterno), bella stufa di maiolica nel bar e finiture di livello. E qui apro una parentesi: non ho mai trovato bagni così belli nei rifugi. Direte: e chissenefrega… Beh, tra questo e il piccolo rifugio dove mi sono fermata all’Alpe di Siusi ho trovato delle cose che mai mi sognerei di mettere nel bagno di casa mia, e non solo perché ho il braccino corto: certe cose bisogna anche saperle tenere, e io a casa non saprei farlo. Qui c’erano piastrelle con inserti e bordure in legno e un sistema di contrappesi in pietra per chiudere in automatico le porte (qualcosa del genere c’è anche a Fuciade, ma qui si sono superati).

Alla faccia del bagno #2

Dopo il caffè ristoratore (per me, lo gnomo meglio di no…) ci mettiamo in marcia. E qui purtroppo ci rendiamo conto che il vento è un po’ più forte rispetto a quello che ci aspettavamo, è freddino e piuttosto fastidioso (anche se io vado avanti, coraggiosamente, in maniche corte ancora per un po’).

Spalle al rifugio prendiamo la forestale sulla sinistra, che, passando accanto alla malga Odles, porta verso il rifugio Fermeda. Si sale molto dolcemente, la strada è abbastanza riparata, ma nei punti esposti il vento si fa sentire. I fiori di inizio estate ci fanno compagnia, ne approfitto per far vedere al pargolo le genziane (che ad agosto non ci sono). D’altra parte bisogna pur sfruttare il manualetto sui fiori alpini comperato il giorno prima…

Genziane

Gruppo Sella e Sassolungo

Sassolungo, Sassopiatto, grippo del Molignon

Imbocchiamo successivamente una forestale sulla destra, contrassegnata dal 4A, seguendo le indicazioni per la ferrata e per Pieralongia. Il vento si fa via via più insistente, e freddo, mentre prendiamo dolcemente quota fra i prati. Sempre peggio…mentre proseguiamo tenendo nuovamente la destra dirigendoci verso i massi erratici ai piedi della Gran Fermeda, aggirando il piccolo colle sopra il quale c’è il nostro primo obiettivo (la malga Pieralongia, dove, vista l’ora, vorremmo mangiare). Il figlio si lamenta, e ha ragione. Nel frattempo si copre pure il cielo, qui a ridosso delle vette.

Arrivati alla malga scopriamo che…è proprio una malga, piccina picciò, senza saletta interna. Ci rimango un po’ male, la stragrande maggioranze delle “malghe” e “baite” della val di Fassa sono ristoranti a tutti gli effetti: mi sarei presa volentieri una zuppa, giusto per scaldarmi, mentre il figlio a metà strada già stava sognando un piatti di tagliatelle al ragù… Invece no, troviamo un angolo di panca riparato dal vento e ordiniamo un tagliere speck e formaggio in due. Con speck si intende una fetta alta più di mezzo centimetro, e il formaggio (due tipi diversi) sufficientemente dolce da piacere all’erede. Più che l’onor potè il digiuno… Ettore si scofana quasi tutto il formaggio e un pezzetto di speck.

Con questo vento pensare di completare il giro è abbastanza assurdo. Si tratta di fare un tratto in quota verso Est (segnavia 2B) prima di scendere verso il rifugio Firenze (13B-13) e da lì “risalire” al Col Raiser, zona quasi tutta molto esposta, senza alcun riparo. E già così è dura, se poi il vento dovesse aumentare ulteriormente….

Scendiamo quindi da dove siamo arrivati, e riprendiamo la cabinovia. Peccato, perché il posto meritava sul serio… rimane la voglia di tornare per completare il giro, magari allungandolo un po’.

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Fra Selva e Santa Cristina

Il Sassolungo da La Selva (il buon giorno si vede dal mattino)

Con il moroso ad arrancare lungo il percorso “medio” della Hero, io e lo gnomo siamo andati a fare una escursione.

La scelta è ricaduta sulla conca ai piedi delle Odle, raggiungibile via cabinovia da Santa Cristina. Io sono abbastanza allergica di mio all’uso dell’auto per gli spostamenti, ma, visto il casino che prevedibilmente avremmo trovato in paese (dovevamo per forza passare dall’arrivo della gara), la scelta di raggiungere la partenza della cabinovia è stata obbligata. La nostra escursione può quindi suddividersi idealmente in due parti, quella di fondovalle, adatta a bambini e pensionati, e quella in quota che, seppur facile, si sviluppa sopra i 2100m. Qui verrà brevemente descritto il percorso “ad anello” che collega Selva di Val Gardena con Santa Cristina, il percorso in quota sarà oggetto di un post a parte.

Località… e curiosità

Santa Cristina. Si trova fra i torrenti Pilon Bach e Cisles Bach, di fronte a Monte Pana. E’ punto di accesso per il Parco Puez-Odle, dove si possono fare numerosissime escursioni, e sede di un importante comprensorio sciistico proprio ai piedi delle Odle.

Selva di Val Gardena si trova a fondovalle, ai piedi dei passi Sella e Gardena, dominata dai Gruppi Sassolungo, Sella e Puez. A parte le infinite possibilità relativamente a escursioni e ferrate, è importante centro sciistico, punto di passaggio per il Sellaronda. Ma sellaronda non è solo sci… è anche Sellaronda bike day, Maratona dles Dolomites (che però parte dalla Val Badia)… insomma, anche per bici da strada e mtb ce n’è veramente per tutti i gusti.

Ferrovia della Val Gardena. L’esercito austriaco costruì, durante la prima guerra mondiale, una ferrovia a scartamento ridotto che collegava Chiusa con Plan, sopra Selva di Val Gardena. La ferrovia, rimasta in funzione fino al 1960, aveva un tracciato piuttosto tortuoso necessario per superare il notevole dislivello fra le località servite. La parte bassa del tracciato è stata utilizzata per realizzare una nuova strada di accesso alla valle, la parte alta invece è diventata un percorso ciclopedonale di collegamento fra le località dell’alta valle. L’unica locomotiva superstite è visibile ad Ortisei: è stata recentemente restaurata e, in occasione dei lavori, è stata aperta una pagina facebook per raccogliere ricordi e testimonianze di chi quella ferrovia l’aveva utilizzata.

La ferrovia a Santa Cristina. Visibile, sullo sfondo, Castello Gardena

Mappa percorso. In rosso l’andata (fino alla partenza della funivia Col Raiser), in arancio il ritorno.

Il percorso

La località La Selva, facilmente raggiungibile dal centro di Selva di Val Gardena (si seguono le indicazioni per l’ufficio postale e poi si prosegue per circa 1 km), è una specie di balconcino sull’alta val Gardena, un unico grande prato disseminato di alberghetti e garni ai piedi del Sassolungo, ad un tiro di schioppo dalle piste da sci. Anzi, la pista da sci rossa che da Sochers scende alla partenza della cabinovia Saslong (dove arriva la pista della coppa del mondo di discesa) passa proprio su questi prati.

Si segue il segnavia 22, che indica una strada che scende in mezzo ai prati servendo qualche albergo (il Granvara non passa inosservato) e case private e poi entra nel bosco, dove intercetta il sentiero 22A. Le indicazioni recitano “Santa Cristina-Castello”, e io, non conoscendo la zona, mi chiedo cosa caspita sia “Castello”. Ci vuol poco per scoprire di che si tratta: percorrendo un bel sentiero nel bosco si sbuca dietro a Castel Gardena (Fischburg), dimora di caccia (e pesca, come suggerisce il nome) risalente al ‘600 e attualmente di proprietà di una famiglia veneziana. E devo fare i complimenti ai “signori” che hanno scelto il luogo per costruirlo, perché si trova in una posizione invidiabile, con ampia vista sulla valle e i boschi appena fuori dal muro di cinta.

Castel Gardena

Castel Gardena

Proseguendo lungo il sentiero si finisce su una “cosa” ripida ripida… ovvero… il muro finale della mitica Saslong!!! Ho provato a convincere il figlio a mettersi in posizione a uovo (lui che non sa sciare) per immortalarlo sul ripidissimo prato, ma non c’è stato verso. Gli ho chiesto di farmi una foto (io che scendo con lo snowboard, e che, piuttosto di farmi una discesa del genere, scendo a piedi), ma mi ha mandato a stendere. E niente foto, quella solo col prato non rende mica l’idea…

Ci si dirige verso al stazione di valle della cabinovia, passando accanto ad una casa decorata con vecchi attrezzi agricoli si prende poi la strada che porta in paese.

Attraversando la statale si imbocca via Plan da Tieja, che sale ripida fino ad una specie di balcone naturale fra Santa Cristina e Selva. Da qui, svoltando a destra seguendo la segnaletica, si può raggiungere la stazione di valle della cabinovia Col Raiser (è punto di partenza per la conca ai piedi delle Odle e per il rifugio Firenze). Proseguendo lungo la strada (asfaltata) si può raggiungere Selva evitando la statale, passando a monte dell’abitato La Poza.

Altra possibilità è quella di rientrare dalla ciclabile, che ripercorre quello che un tempo era il tracciato del trenino. La si incontra salendo da Santa Cristina, dove la pendenza di Str. de la Tieja diminuisce.

Entrando in Selva si passa accanto all’Alpenroyal Grand Hotel. Se proprio siete curiosi potete farvi fare un preventivo per le prossime vacanze… io mi risparmio la fatica…

Info

Mappa escursionistica schematica  della Val Gardena

Mappa interattiva

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L’anello mancato: 3 e 4- Le 5 Torri e la Val Travenanzes

Ecco, siamo arrivati alla parte mancante dell’anello.

Con la tappa 1 siamo andati da Cortina al Lago Verde (Rifugi Fanes e La Varella), con la tappa 2 e metà della 3 abbiamo percorso tutta la valle di Fanes fino al Col Locia, da qui siamo scesi a Plan d’Ega per poi risalire alla piana del Rifugio Scotoni, proseguendo poi per il Lagazuoi fino a scendere al Falzarego.

Da qui in poi, non avendolo percorso di persona, riporto le indicazioni della relazione e qualche foto rubata alla rete. Si tenga presente che la relazione era presa da una “vecchia rivista” già dieci anni fa, e in alcuni punti le indicazioni non sono chiarissime, è quindi opportuno verificare sentieri, punti di appoggi e l’eventuale presenza di tratti attrezzati.

…Lo chiuderò, prima o poi, questo giro…

Mappa del trek. In fucsia e arancione le tappe 3 e 4

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore.

La descrizione fino a Passo Falzarego è riportata nel post precedente.

Un’osservazione: nella relazione si cita il segnavia 441b come riferimento per raggiungere Forcella Averau da Passo Falzarego, ma dalla mappa Kompass in mio possesso il 441b non parte dal passo. Suppongo sia da intendere “segnavia 441”, verificare le condizioni del sentiero.

Le 5 Torri, sullo sfondo le Tofane, da http://lagazuoi5torri.dolomiti.org

Museo all’aperto – 5 Torri

Per info

Museo all’aperto delle 5 Torri

Tappa 4: da 5 Torri (2137mslm) a Ponte de ra Sies, tempo stimato 8-9 ore.

Per info

Fotogallery traversata val Travenanzes da sito cai San Vito al Tagliamento

Escursione Falzarego – Lagazuoi – Travenanzes

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L’anello mancato: 2,5-da Fanes al Falzarego

Mappa del trek. In blu e fucsia sono indicate le tappe 2 e 3

Proseguo qui la descrizione di un percorso ad anello tentato nel 2017.

Doveva essere la tappa n°2, invece abbiamo fatto un’aggiunta, e, a posteriori, dico “per fortuna!!!”. Ma andiamo con calma.

La prima tappa ci aveva portato da Cortina al rifugio La Varella percorrendo la bella val di Fanes e il Passo di Limo.

Chiesetta dietro al rifugio La Varella

Qui abbiamo pernottato in un bel rifugio, tranquillo, che faceva anche da alberghetto, nel senso che, oltre alle camerate, c’erano stanze più piccole e c’era chi pernottava qui più giorni facendosi portare qui in jeep. Non essendo proprio lungo l’Alta Via n°1 come il vicino, e più grande, Rifugio Fanes, risultava meno affollato rispetto a quest’ultimo. Nel rifugio abbiamo incontrato anche alcune comitive in mtb impegnate nella traversata del gruppo (qui si può arrivare anche da San Vigilio di Marebbe), e, personalmente, non li ho invidiati, sapendo che all’indomani avrebbero dovuto affrontare le rampe che portavano al Passo di Limo…

Il torrente nei pressi del Lago Verde

Tappa 2: da Rifugio La Varella (2038mslm) a Rifugio Scotoni (1985mslm), tempo stimato 4-5 ore.

La mattina successiva ci rimettimo in marcia in direzione sud lungo l’Alta Via n°1. Ripercorriamo il Passo di Limo per poi percorrere l’Alpe di Fanes Grande, fra torrenti, laghetti e bastionate rocciose dalle forme più varie. Sembra di essere in un altro mondo, lontano dai sentieri più affollati, in un ambiente particolare, che si differenzia dalla maggior parte delle valli dolomitiche proprio per la forma delle vette circostanti, che, sulla nostra destra, sono molto “morbide” per una strana combinazione di storia geologica ed erosione, che ha reso molto visibili le ondulazioni, le pieghe degli strati rocciosi.

Alpe Fanes Grande, con le Cime di Campestrin a sinistra e Sas dai Bec e Taibun sulla destra

Sas dai Bec

Arriviamo al Juf da l’Ega (Passo Tadega, 2157mslm), lasciando sulla destra il vallone che porta a Punta Lavarella, per poi imboccare il sentiero 11 percorrendo la Val di Fanes fino a Col Locia (2069mslm), fra la Cima del Lago e il Piz les Cunturines. La relazione in nostro possesso diceva di tagliare in quota lungo il sentiero 21 fino alla Forcella di Lago (2140mslm) e, da qui, al Rifugio Scotoni. A parte che sulla nostra mappa tale sentiero non era segnalato, noi preferiamo scendere lungo un sentiero che, fra rocce e gradoni sostenuti da tronchi, ci porta fino a Plan d’Ega, a quota 1730mslm circa, percorrendo parte di questo tragitto insieme ad un paio di coraggiosi bikers che si fannno buona parte del dislivello con la bici in spalla. Ho pensato fossero matti, poi negli anni successivi sono andata ad impegolarmi in situazioni forse peggiori, capendo che… una scammellata val bene un giro spettacolo.

Col Locia, vista verso il vallone che porta a San Cassiano. Sullo sfondo, Pralongià e il Gruppo del Sella

La discesa dal Col Locia, lungo il sentiero 11.

“Hotel Pecora” a Plan d’Ega

Da lì risaliamo, lungo il segnavia 20, percorrendo il vallone di Lagazuoi fino alla verde piana del Rifugio Scotoni (in pratica risalendo il percorso che in inverno si fa con la lunghissima pista da sci che dal rifugio Lagazuoi scende fino a San Cassiano.

Al rifugio Scotoni arriviamo intorno all’una, piuttosto affamati. Il rifugio è parecchio affollato e… gli altoparlanti sparano musica tirolese a palla. Vabbè che in fondo siamo…a casa loro, ma per chi si è conosciuto ascoltando Love Over Gold dei Dire Straits è un po’ troppo. Mangiamo, ci guardiamo in faccia e… “tira fuori un attimo la cartina…”. Visto l’orario c’è margine, rimanere lì a farsi ammorbare, per quanto il posto non sia male, non ne vale assolutamente la pena. Da lì al successivo Rifugio Lagazuoi però c’è un bel pezzo, e per me, stimare le percorrenze su una carta al 50.000 dopo che per una vita ho usato quelle al 25.000, non è banalissimo. Ritenendo la cosa fattibile ci rimettiamo in marcia, decisi a fare mezza tappa del giorno successivo.

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore (interrotta al Falzarego).

Sempre lungo il sentiero 20 saliamo fino al lago di Lagazuoi e da qui rientriamo sull’AV n°1. Una parte del sentiero è a gradoni (anche un po’ alti), ma nel vallone si procede lungo una traccia su roccia, su una specie di piana coronata dalla Cima del Lago, dalle Torri di Fanes e dal Piccolo Lagazuoi. Ma mano che procediamo lungo il sentiero il cielo si copre progressivamente, dando ragione (purtroppo) alle previsioni dei meteorologi.

Alpe di Lagazuoi, chiusa a nord dalla Cima del Lago e dalle Punte di Fanes

Arrivati sotto al rifugio ci rendiamo conto che il “sotto” sono 200 metri di dislivello da farsi in salita (e ridiscendere la mattina successiva) lungo il primo tratto della pista da sci. “Col cavolo che salgo per poi ridiscendere, andiamo a dormire al passo” mi sento dire. Borbotto, un po’ per l’ora tarda, un po’ perché al Falzarego poteva essere problematico trovare alloggio, ma mi adeguo. E sotto un cielo che, dal grigio normale, vira al grigio topo e alla tonalità piombo, ci avviamo alla Forcella Lagazuoi e scendiamo, lungo il segnavia 402, passando ai piedi della Cengia Martini. Da qui partono i sentieri che portano nelle gallerie scavate nella prima guerra mondiale, e che ora è possibile visitare (con l’attrezzatura adeguata, si intende).

Tofana di Rozes, in vista l’AV1 che porta a Forcella Col de Bos

Arriviamo al Passo Falzarego e scendiamo lungo la statale fino al Rifugio Col Gallina. Il tempo di entrare per chiedere un posto letto e si scatena l’inferno. Un diluvio allucinante…

Per fortuna hanno una stanzetta libera e ci fermiamo lì. Ma al tempo infernale ci si aggiunge pure la notte infernale passata perché il mio compagno sta malissimo, al ché capiamo che il nostro trek finisce lì.

La mattina successiva, mesti mesti, prendiamo l’autobus in direzione Cortina, nell’impossibilità totale di vedere il panorama perché immersi in una fitta cortina di pioggia, ma consapevoli che, se fossimo dovuti scendere del Lagazuoi con quel tempo, sarebbe stato molto, ma molto, peggio.

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L’anello mancato: 1-Val di Fanes

Le vette a Nord della piana del Lago Verde

La ricerca di informazioni per un’amica che mi ha chiesto info per le ferie di questa estate mi ha fatto tornare indietro di qualche anno, ad un progetto di 4 giorni che purtroppo non sono riuscita a chiudere.

Mappa del trek. In verde la prima tappa

…Si parte!

Era l’estate del 2007 ed  ero dalle parti di Cortina insieme al mio compagno. Prima di spostarci in Val di Fassa avevamo alcuni obiettivi: qualche escursione in mtb (che per me era una novità), le tre cime di Lavaredo, un trek ad anello fra Cortina, Fanes e il passo Falzarego, il “pellegrinaggio laico” al Vajont.

Il meteo ballerino ci ha messo i bastoni fra le ruote; con un occhio al bollettino meteo e l’altro al cielo cerchiamo la finestra ottimale per fare il trek. Individuando una finestra temporale tiratissima, ci decidiamo e partiamo.

Orrido in Val di Fanes

Prima tappa: la val di Fanes.

Partenza segnalata da Ponte de Ra Sies (1283mslm), arrivo al Rifugio La Varella (2038mslm) passando per il Passo di Limo (2172mslm). Tempo 6-7 ore.

Troviamo parcheggio per il furgone e imbocchiamo la forestale che corre ai piedi del bosco, in direzione Nord, parallela alla strada che va verso Cimebanche (segnavia 417 lungo la Valle d’Ampezzo). Dal Ponte de ra Piencia imbocchiamo la val di Fanes (segnavia 10).

Spalto di Col Becchei

Sono passati un bel po’ di anni, e alcuni ricordi sono un po’ sbiaditi, ma mi ricordo una bella valle, con orridi e cascate, che si percorre da Est verso Ovest in modo abbastanza agevole, seguendo una forestale che, con qualche tornante, risale la valle lungo il Rio Fanes, incrociando, in corrispondenza del Ponte Outo, la val Travenanzes (che doveva costituire il nostro percorso di rientro dal trek ad anello). La cosa che più mi ha colpito, a parte la tranquillità e il verde dei pascoli, sono le rocce. Ok, siamo nelle dolomiti… ma qui la conformazione di piane, pendii e versanti è fortemente influenzata dalla stratificazione della roccia.

Lungo tutto il tragitto incontriamo numerosi bikers, alcuni dei quali impegnati in un tragitto a tappe, ma nel complesso l’itinerario non è molto frequentato.

Guadagniamo quota e, costeggiando il Lago di Fanes, ci dirigiamo verso Malga Fanes Grande, da qui saliamo verso destra in direzione del lago di Limo, e dell’omonimo passo. Si scende per larga forestale in direzione Lago Verde e ci dirigiamo verso il Rifugio La Varella.

Qui…integratore salino a base di luppolo e ci rilassiamo in attesa della cena.

Per maggiori informazioni relativamente alla Val di Fanes visita questo link, oppure scarica l’opuscolo sulle valli di Fanes e Travenanzes.

Rifugio Fanes (adiacente al rifugio La Varella): sito dedicato.

Rio Fanes

Al pascolo nei pressi del Lago di Limo

Verso il Lago Verde

Conca del rifugio La Varella

In arrivo

“Arte” in alta quota

Segue…

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Lagusèl

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Per la serie “in montagna con lo gnomo” ecco a voi un’escursione formato famiglia, contenuta in termini di lunghezza e dislivello, che, tramite una forestale con fondo buono ma con tratti parecchio ripidi, vi conduce in un posto delizioso e un po’ nascosto, tutto sommato non molto frequentato.

Il Lagusèl si trova in sinistra idrografica della Val San Nicolò, è un piccolo lago originato dal rimodellamento dei versanti operato dai ghiacci e dall’accumulo di materiale franato dalle vette circostanti. I prati circostanti sono utilizzati da alcuni secoli come pascolo e per produzione di fieno, come testimoniato dalle numerose baite presenti nelle vicinanze (una risale al 1600 e rotti). Non ha immissari, è alimentato dall’acqua che filtra nel terreno lungo le sponde.

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Mezzo di trasporto

Si possono seguire tre diversi percorsi per arrivare qui:

  • Tramite una forestale (segnavia 640) che si stacca dalla Strada dei Rossi in corrispondenza di un sentierino che conduce a Mezza selva (è l’itinerario descritto in seguito);
  • Tramite un sentiero (n°641) che parte dalla Val Monzoni in località Pont da Ciàmp, poco sotto le rovine del rifugio omonimo, svalica in corrispondenza della Forcella dal Pièf e si affaccia su una conca a monte del lago;
  • Tramite un sentiero (n°641) che parte sempre da Strada dei Rossi in corrispondenza di un guado sul torrente, sale fino Sella Palàcia (situata circa 100m più in alto rispetto al lago) e scende nella conca; il sentiero è il proseguimento di quello che sale dalla Val Monzoni.

L’idea iniziale era quella di scendere per quest ultimo percorso, ma lo gnomo ha detto no, quindi abbiamo fatto avanti e indietro sullo stesso percorso.

Una piccola avvertenza: in tanti anni in val di Fassa l’unica zona dove ho visto delle vipere (sempre morte, a dire il vero…) è proprio questa. Sarà stata solo sfiga…ma occhio, non si sa mai…

mappa lagusèl

Mappa Val San Nicolò

Il percorso

Il punto di partenza è costituito dal parcheggio di Sauch (oltre con l’auto non si può andare) e si prende la Strada dei Rossi, che passa proprio accanto al parcheggio. Questa strada sterrata, che risale la valle abbastanza dolcemente costeggiando il torrente, è stata costruita dai prigionieri russi durante la Grande Guerra. Grazie all’esposizione e al fatto che corre quasi interamente nel bosco, costituisce una valida alternativa estiva alla strada di fondovalle, che è asfaltata ed interamente al sole.

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Maerins e cresta Buffaure da Strada dei Rossi

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Tronco #1

Si risale la valle per 15-20 minuti e si incontra la deviazione per il Lagusèl. E’ ben segnalata (l’indicazione riporta un tempo di percorrenza di 1h15′), lumgo il percorso sono presenti anche alcuni pannelli tematici, a dire il vero un po’ danneggiati. Proprio all’inizio della forestale per il lago c’è una cartina schematica con una poesia scritta dai bambini della quinta elementare di Pozza di… vent’anni fa. Ora questi bambini hanno trent’anni, magari hanno a loro volta figli che scrivono poesie sui luoghi magici della loro infanzia…

Da qui il percorso si fa decisamente più ripido, quasi interamente in un bosco abbastanza fitto, che comunque consente di ammirare la Val San Nicolò e la cresta che la separa da val Jumela e conca del Ciampac, con il rumore delle campane delle mucche al pascolo che via via si affievolisce. Lungo il tragitto si incontrano alcune deviazioni, non segnalate: si prosegue sempre lungo il tracciato principale.

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Sullo sfondo, la cresta del Buffaure

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Il Lagusèl

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Piccoli fotografi crescono

La strada passa successivamente su una frana relativamente recente, per poi rientrare nel bosco e risalire verso i primi pascoli, costellati da alcune baite. Si prosegue passando accanto ad una stalla in fase di ultimazione, sbucando poco oltre nella conca occupata dal lago.

Vi trovate davanti una pozza di acqua verdissima, con l’acqua che si increspa leggermente quando soffia una leggera brezza, cancellando momentaneamente l’immagine delle vette circostanti e delle nuvole che qui si riflettono come in uno specchio. Concedetevi una pausa qui, fate il giro del lago. A meno che non ci siano comitive rumorose, qui si sente solo l’occasionale fischio delle marmotte. Se poi volete proseguire da qui si può raggiungere la Val Monzoni, oppure, tramite il sentiero attrezzato Gino Badia, il lago delle Selle e l’omonimo passo (per questa escursione, dalla deviazione lungo la strada dei rossi, sono segnalate almeno tre ore, e ovviamente non è per bimbi…).

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Pic nic

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Tronco #2

 

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Ciampedie, la terrazza.

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Vista su Catinaccio, Vajolet e Larsech

Chi è stato almeno una volta in Val di Fassa il Ciampedie lo conosce bene. E’ un panettone apparentemente insignificante che sovrasta Vigo e Pera (frazione di Pozza), raggiungendo i 2000m slm. Andateci, non importa come… a piedi, in mtb, d’inverno con le ciaspole o, come la maggior parte delle persone, in funivia… E vi renderete conto che non è affatto insignificante!!!

È una balconata, una terrazza con vista Catinaccio, con lo sguardo che, da Roda di Vael e Cresta del Majaré (e Latemar sullo sfondo), spazia fino ai Dirupi di Larsech passando per Cigolade, parete del Catinaccio e gruppo del Vajolet. E, ancora oltre, a Sassopiatto e Gruppo del Sella, mentre alle spalle vi ritrovate Buffaure, il Gruppo della Vallaccia, Lusia e, più lontano, le Pale di San Martino. Insomma… Praticamente tutte le cime che avreste voluto vedere in zona ma non avete mai osato chiedere (semicit.). E, più che una meta, è da considerarsi proprio punto di partenza (strategico) per escursioni verso i gruppi sopra citati.

A piedi

Si può arrivare in cima partendo da Vigo (segnavia 544, parte da una via che si stacca dal centro paese in direzione della chiesa di Santa Giuliana) o da Pozza / Pera, portandosi sulla passeggiata “sora i prè” e seguendo i cartelli per rif. Ciampedie (543b e 543).  Il dislivello da Pozza è di 700m (da Vigo è minore), per salire ci vogliono circa due ore.

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Noi siamo saliti da Pozza, la partenza è dal ripido acciottolato che, dalla rotonda in corrispondenza del ponte per Val San Nicolò, passa accanto all’Hotel Ladinia.

Il primo tratto risale il prato lungo la linea di massima pendenza fino alla passeggiata Sora i prè, da qui si alternano tratti di sterrato comodo a sentieri anche ripidi, attraverso un bosco interrotto qua e là da radure e pascoli.

La vista si allarga progressivamente da Pozza e la Val San Nicolò verso tutta la val di Fassa, quando il sentiero inizia ad aggirare il Ciampedie verso Nord  via via appaiono i Dirupi di Larsech e poi il gruppo del Catinaccio. Si sbuca su uno dei sentieri tematici tracciati nei boschi e da qui sulla pista da sci. Risalendola la vista si apre sulle vette circostanti. Un autentico spettacolo!!!

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Dal sentiero 543 vista verso il Gruppo del Sella

“Centro escursioni”

È punto di partenza ideale per molte escursioni, principalmente verso la Roda di Vael (esistono due diversi sentieri, il “classico”, n°545, e il “troi da le faede”, ovvero il sentiero delle pecore, che passa più alto per scendere nella conca sotto il passo delle Cigolade), oppure, imboccando il sentiero verso il Gardeccia ci si può dirigere verso il Passo delle Coronelle, Vajolet, Passo Principe e da qui all’Antermoja.

In MTB

Nota dolente… Esisteva un bellissimo percorso che portava alla meta partendo dall’abitato di Vallongia (Vigo), ma un paio di anni fa ho trovato la strada transennata causa frana. Si era mosso un ampio fronte sotto Malga Vael, interessando la forestale che dovevo percorrere e il sentiero diretto che saliva verso il rifugio Roda di Vael (547).

L’anno successivo sono andata a chiedere all’APT se la strada era stata ripristinata e mi hanno risposto… che la strada non c’è più ed è anche stata tolta dalle loro mappe. In effetti il tour segnalato in origine è sparito dal sito dell’APT e dalla carta topografica.

Peccato, perché si poteva fare un bellissimo giro ad anello scendendo verso Pera lungo gli sterrati di servizio delle piste. Ora si può salire da Pera direttamente (ne parlerò a proposito dell’escursione al Gardeccia) oppure passando dal Gardeccia (attenzione che il sentiero diretto indicato con il n°540, molto bello, potrebbe essere vietato alle bici, soprattutto  in alta stagione).

Con gli impianti

Da Vigo si può salire in funivia, oppure da Pera si può prendere la seggiovia: ci vuole un po’… sono tre tronconi diversi e gli impianti non sono molto recenti.

Per i bimbi

In cima c’è un parco giochi con animazione.

D’inverno con le ciaspole

Indicativamente si può fare lo stesso percorso che si fa in mtb da Pera (oppure si può passare dalla Baita Regolina per riportarsi sul medesimo percorso). Io l’ho fatto alcuni anni fa, e da Pian Pecèi sono salita di lato alla pista da sci.

Tra l’altro a inizio stagione le piste che scendono verso Pera sono chiuse, quindi si può tranquillamente risalire lungo le piste da sci, battute dalle motoslitte. Attenzione perché c’è un (breve) tratto in cui spazio di lato alla pista non ce n’è e ci sono le reti di protezione: una volta (stavamo salendo al Gardeccia) un operatore degli impianti ci ha cazziato perché secondo lui di lì non potevamo passare. Ma ne parlerò in altra occasione…

Altra opportunità è passare dal Gardeccia, ma il giro è un po’ lungo.

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Antermoja, l’iniziazione

L’escursione al Lago di Antermoja via Passo delle Scalette non è banale, per lunghezza, presenza di un tratto attrezzato prima del passo, necessità di un buon senso dell’orientamento, rischio di cambi repentini, e poco piacevoli, delle condizioni meteo.

Per chi, come me, è cresciuto (escursionisticamente parlando) in Val di Fassa, questa “gita” era quella che si faceva “da grandi”. L’abbiamo sognata tutti di estate in estate, aspettando che i “grandi”, considerandoci pronti, ci accompagnassero. Qui racconterò la storia del primo tentativo compiuto, se non ricordo male, nel 1991, segnato da condizioni meteo decisamente avverse, e del giro portato a termine nel 2008.

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Il lago di Antermoja

Amarcord. Estate 1991.

La combriccola del Camping Catinaccio-Rosengarten era piuttosto eterogenea per provenienza geografica ed età. C’erano

  • la delegazione cremonese: io, anni 19, e mio fratello Valerio, anni 13;
  • la delegazione varesotta: Stefano, mio coetaneo, il figo della compagnia col ciuffo biondo di cui, ahimé, ora è rimasto ben poco (se mai leggerai queste righe non prendertela, c’est la vie… e soprattutto è colpa dei cromosomi) e suo padre Edo;
  • la delegazione comasca (purtroppo mi sfugge il nome del signore in questione);
  • la delegazione fiorentina, con le sorelle Elisa e Chiara (di poco più giovani di me) e i loro genitori

e…molti altri, che però in questa storia non sono stati coinvolti.

Quell’estate avevamo la fissa: l’Antermoja. Eravamo grandi abbastanza (oddio, non proprio tutti, ma i più giovani compensavano con la lunghezza delle gambe). Ci sentivamo pronti, doveva essere “LA GITA” dell’estate, il coronamento delle settimane passate insieme. Ma c’era sempre qualcosa che ostacolava i nostri propositi.

Ebbene, dopo molte insistenze fissiamo la data. Sveglia presto, perché si deve prendere la navetta e poi fare un pezzo a piedi prima dell’attacco del sentiero: ai tempi avevano appena deciso di chiudere al traffico la strada per il Gardeccia ed erano in corso interventi di consolidamento dell’ultimo tratto di strada, che era stato più volte danneggiato da smottamenti. La fermata della navetta non era nel piazzale del rifugio ma più sotto, c’è ancora oggi una piazzola rotonda.

Ci svegliamo la mattina, cielo sereno ma con velature.

 “Allora, andiamo?”

“No, il tempo non è stabile, meglio rimandare” dice Edo

“Ma come, è una settimana che aspettiamo, il tempo è bello!!!”

“Non mi fido, il tempo sta cambiando” ribadisce Edo, guardando in direzione del Sassolungo.

Noi continuiamo ad insistere, e alla fine convinciamo i grandi. Per sfinimento, si intende…

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Lungo il sentiero 583

Prendiamo la navetta e arriviamo all’attacco del sentiero. Intanto comincia ad arrivare qualche nuvola. Siamo io, Valerio, Stefano, Edo, il signore comasco, Elisa e suo padre.

Saliamo piuttosto velocemente verso la gola che si insinua nei dirupi di Larsech fino all’inizio del tratto attrezzato (dove Elisa, che soffre di vertigini, viene imbragata dal padre).

Arriviamo al passo. Troviamo un lago di fusione ormai quasi prosciugato, e un paesaggio lunare.

E un cielo grigio.

Rapidi, ci avviamo lungo il sentiero, orientandoci con i pochi segnali che l’occhio allenato degli adulti riesce a scorgere fra i sassi…perché obiettivamente non è poi così facile vederli. Passi veloci, zero pausa per fermarsi a tirare il fiato o per mangiucchiare qualcosa. Giusto il tempo di mangiare un po’ di cioccolato, sotto un cielo sempre più grigio.

Superato un altro passo, giungiamo in vista della conca del lago di Antermoja, sotto l’omonima cima caratterizzata da un’inconfondibile cengia che la attraversa diagonalmente. Scendiamo velocemente verso il rifugio, che raggiungiamo dopo quasi quattro ore di cammino.

Appena in tempo…

Tuoni, diluvio universale. E una grandinata epocale. Guardiamo fuori dalle finestre, sembra sia nevicato. Finito l’inferno la pioggia continua fitta ed insistente, e sul prato rimane uno straterello di ghiaccio.

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Verso passo Dona, dopo la grandinata

Nel momento clou della tempesta chiediamo al rifugista se nel caso possiamo restare lì. Tutti e 7.

“Guardate, siamo pieni. Se proprio non ce la fate o non ve la sentite di scendere vi posso far dormire qui in sala pranzo, ma vuol dire che prima di mezzanotte non si può dormire e alle cinque vi devo svegliare”.

Traduzione: se riuscite a tornare vi fate, e mi fate, un grosso favore….

Finito di mangiare aspettiamo un po’, e poi ci facciamo coraggio. Usciamo sotto la pioggia e ci avviamo verso valle, lungo il sentiero che va verso la testata della Val di Dona. Da lì i possibili percorsi di rientro sono tre:

  • Dalla val Udai: da evitare assolutamente in caso di pioggia, il sentiero è molto ripido e corre accanto al torrente, se si scivola ci si fa parecchio male;
  • Dalla Val di Dona, che è splendida ma ha una strada di rientro verso valle con pendenze a dir poco proibitive;
  • Dalla Val Duron, il tragitto più lungo ma più sicuro.

Gli adulti, ovviamente, puntano direttamente verso il Passo delle Ciaregole, e da qui, su sentiero ripido e scivoloso, arriviamo in Val Duron poco a valle di Maso Stefin.

La Val Duron è splendida, intendiamoci, ma farsela sotto l’acqua, bagnati fradici, con i piedi zuppi non è proprio la cosa che una persona desidera fare prima di morire (l’impermeabilizzazione dei miei scarponi lasciava alquanto a desiderare, l’ho scoperto attraversando un prato zuppo e con erba alta…). Ma per la serie “canta che ti passa” creiamo una canzoncina ad hoc, sulle note di “Sotto questo sole” dei “Ladri di biciclette”

Sotto l’alluvione / è bello camminare se / poi la doccia puoi fare

Siamo col cappello / il kway e anche l’ombrello ma / mezzi (*) fino al cervello

Rane e pesciolini / ci sono anche i girini, si / negli scarponcini

(*) bagnati fradici, in fiorentino

Arriviamo a Campitello per scoprire che… l’autobus per Pozza era passato da cinque minuti, quindi ci riparariamo sotto un portico, al freddo, bagnati, ad aspettare il successivo… che arriva dopo quasi un’ora.

Arriviamo in campeggio e ognuno attua le sue strategie per riacquistare una temperatura corporea degna di un animale a sangue caldo. Chi si fionda sotto la doccia bollente, chi accende la stufa in roulotte… Ma la cosa certa è che, quando ci ritroviamo più tardi nella roulotte di Chiara from Bèrghem si vede bene chi era andato all’Antermoja e chi no, la discriminante sta nell’essere in grado di stare seduti sui divanetti della sua roulotte formato transatlantico…

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Mappa della zona del Catinaccio d’Antermoja

Giro completo. Estate 2008

Visto il racconto di cui sopra mi è sempre rimasto il pallino di rifare il giro, e di chiuderlo bene.

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Verso Passo Scalette

Ecco, l‘occasione è arrivata nell’estate del 2008, l’ultima estate pre-gnomo nella quale mi sono potuta cimentare in giri di ampio respiro. Ci sono andata, beccando stavolta una splendida giornata di sole, con il mio compagno. E devo dire che, avendo tempo e modo di guardarmi intorno, il giro merita. Veramente.

L’attacco è in corrispondenza di un ponticello sulla destra, lungo la strada che sale al rifugio Gardeccia (appena sotto al piazzale), segnavia 583. Si sale nei boschi che stanno sotto i Dirupi di Larsech fino ad infilarsi in una stretta gola, da cui scende il torrente che la strada che sale al rifugio guada subito dopo la Regolina. E chi ha presente quel torrente capisce che razza di forza può avere l’acqua, infatti al passo delle Scalette c’è una diga di ritenuta per frenare la forza dell’acqua che qui si accumula in fase di disgelo.

L’ultimo tratto del sentiero, ripido e con alcuni semplici passaggi su roccia, altri su sfasciume, è il più esposto e parzialmente protetto con cavi. Svalicando si scende leggermente e si segue un sentiero per un tratto piuttosto pianeggiante, con alla sinistra un laghetto. Si prosegue percorrendo un vallone nel quale si capisce che in periodo di disgelo si forma un lago, alternando tratti pianeggianti a saliscendi, attraversando un paesaggio che definire lunare è un eufemismo. Arrivando al passo di Lausa, sopra la conca dell’Antermoja, la vista si allarga sulle cime vicine, spaziando dall’Antermoja, alla Croda del Lago, Sassopiatto, gruppo del Sella… e, abbassando lo sguardo, il lago di Antermoja, accanto al quale sorge il rifugio omonimo, che si raggiunge scendendo su roccette. Essendoci stata a distanza di anni posso dire che il paesaggio si è modificato nel tempo, in particolare i detriti trasportati dai torrenti in ingresso nel lago ne stanno riducendo le dimensioni.

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Vallone di Lausa

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Catinaccio di Antermoja

Il rientro, visto il bel tempo, può avvenire attraverso la val Udai (580/579). Questa valle ha una particolarità, presenta infatti un caso di “cattura di sorgente: se si osserva la val di Dona arrivando dall’Antermoja si nota infatti che, nella parte più alta, essa è percorsa da un torrente che improvvisamente piega a destra e, infilandosi in uno stretto passaggio, precipita in val Udai. In sostanza, a causa di fenomeni erosivi il torrente è stato deviato, “catturato” dalla valle adiacente. Il sentiero di rientro passa proprio accanto a questo torrente, ed è parecchio ripido. Scendendo risulta inoltre evidente la sovrapposizione fra le rocce dolomitiche e le rocce nere di origine vulcanica che, fuoriuscite nel corso di eruzioni sottomarine, hanno in sostanza “ucciso” la barriera corallina (ne avevo parlato a proposito dell’escursione al Buffaure).

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Val di Dona e Val Duron, con Sassopiatto, Gruppo del Sella, Sass Becè e Marmolada

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Splendida val di Dona. Sulla destra si intravede il torrente “catturato” dall’attigua Val Udai

Si passa sotto alcune cascate e si va a prendere una comoda forestale che porta a Ronch, e da qui, percorrendo un sentiero costeggiato da alcune cappelline che sono le stazioni di una Via Crucis, a Pera e alla partenza della navetta.

Volendo scendere dalla val Duron si deve invece seguire il segnavia 578 da Pian de le Gialine e poi la strada di fondovalle (532).

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Panorama da Cima 11

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Cima 11 (a sinistra) e Cima 12 viste da Meida, al tramonto

Questa è una delle “escursioni del cuore” per una persona che ha passato per un sacco di estati le vacanze in val di Fassa. Perché “son rimasta piccola” (cit. P.Rossi) salendo su questa cima, inizialmente come escursione “clou” dell’estate e poi come “escursione di riscaldamento” (eh, si cresce…), perché ci salivo con gli altri sciamannati della compagnia del campeggio, perché se dici a uno che non c’è mai andato “ieri sono stata lassù” quello pensa “cavolo, è la nipotina di Bonatti!” invece si sale per un comodo prato sul versante nascosto, e perché da qui il panorama è spettacolare.

Cima 11 è una delle due cime che sovrastano Pozza di Fassa, dal paese appare come uno sperone chiaro mosso dalla presenza di spigoli e pilastri. In passato qui sono state tracciate delle vie, ne ho trovato traccia in un libro che mi ha regalato anni fa un’amica, in realtà in tanti anni non ho mai visto scalare nessuno qui. Questa parete però è come il taglio in un panettone, giusto per rendere l’idea di com’è il tratto finale del sentiero che sale in cima. Escursione tecnicamente facile, ma che richiede un minimo di gamba perché comunque il dislivello c’è (anche se può essere ridotto prendendo il bus navetta).

Alla sottoscritta, invece, i dislivelli piace aumentarli, nel senso che la macchina quando sono qui la muovo solo se non posso farne a meno, quindi l’ultima volta ci sono andata da sola partendo a piedi da casa, a Meida, subito dopo pranzo, per rientrare alla base intorno alle 19,20, giusto in tempo per buttare la pasta per i miei “uomini”. Ovviamente in cima ci sono stata poco ma mi sono goduta il panorama in solitaria. Al rientro però le mie ginocchia malandate mi hanno sentitamente “ringraziato”…

Il contesto

Cima 11, insieme a Cima 12 e alla cresta fino a Punta Vallaccia, fa parte del Gruppo della Vallaccia, che separa la Val Monzoni (valle laterale della Val San Nicolò) dalla Val di Fassa. Quest’area dal punto di vista geologico ha una storia un po’ diversa dalle zone circostanti: la cresta dei Monzoni ha infatti origine vulcanica (rocce porfiriche), la zona è molto importante per i geologi, che qui hanno scoperto un minerale denominato appunto monzonite. Il gruppo della Vallaccia invece è costituito da calcare della Marmolada.

La cresta dei Monzoni è stata teatro di scontri nel corso della Grande Guerra, essendo linea del fronte austriaco.

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Vista sui Dirupi di Larsec da Malga Crocefisso

Punti di appoggio e mezzi trasporto

A parte il metodo-Barbara di cui sopra, il punto di partenza naturale per questa escursione è Malga Crocefisso, in Val San Nicolò, dove è possibile lasciare l’auto. Da qui ci si dirige verso la Val Monzoni. E’ però possibile usufruire del servizio di bus navetta, con partenza da Malga Crocifisso o da Pozza (informarsi per orari e costi presso l’APT), e “saltare” il primo tratto fino a Malga Monzoni. Io però descrivo qui il percorso completo, per…completezza, perché io l’ho sempre fatto così… e perché “ai miei tempi”, quando ho cominciato a passare le vacanze in valle, il servizio navetta non esisteva.

Lungo il percorso, oltre a malga Crocefisso si possono incontrare il rifugio Monzoni, Malga Monzoni e il rifugio Vallaccia.

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Il percorso, da Malga Crocefisso a Cima 11

Il percorso

Da Malga Crocefisso, subito dopo la chiesetta, si stacca una strada asfaltata che si addentra nel bosco fino alla sbarra, dove la strada si fa decisamente più ripida, alternando tratti asfaltati a tratti sterrati. Si sale abbastanza rapidamente, inizialmente affrontando alcuno tornanti e costeggiando poi la gola scavata dal torrente. Se salite in val Monzoni in inverno in questo tratto trovate un sacco di ghiaccio sulle pareti, con candelotti di dimensione considerevole. Questa strada, all’altezza del “Pont de la Fessura” si ricongiunge col sentiero a segnavia 603.

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Malga Monzoni

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I Maerins da Malga Monzoni

Si arriva così ai pascoli dei Monzoni, passando accanto al rifugio Monzoni, che questa primavera è andato distrutto per un incendio. Il Nello (il gestore) non si è perso d’animo ed è riuscito a deliziare ugualmente i suoi avventori con le prelibatezze della sua cucina, con l’ausilio di alcuni mega ombrelloni, il supporto di una situazione meteo ottimale e… utilizzando l’acqua della fontana per tenere al fresco bibite e birre. Anzi, mi hanno raccontato che a inizio stagione aveva preparato una grigliata a offerta libera, si mangiava quel che si voleva e si pagava quello che si riteneva giusto.

Poco oltre si arriva a Malga Monzoni. I dolci qui sono eccezionali, dalla torta alla ricotta allo strudel. E… chiedere a mio figlio per la mega fetta di Sacher che si è scofanato questa estate: a me piace il cioccolato, ma le torte con impasto cioccolatoso mica tanto. Beh, questa l’ho assaggiata e l’ho trovata sublime. Da considerare per spuntino ristoratore a fine escursione.

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Asinello presso una baita

Risalendo la valle, poco dopo Malga Monzoni si stacca sulla destra una ripida forestale, a tratti un po’ sconnessa (segnavia 624). Si sale inizialmente nel bosco, via via che si sale sono sempre più frequenti le radure, e le baite. Se andate a luglio qui potete ammirare la fioritura dei rododendri. Proseguendo nella salita si abbandona definitivamente il bosco, e nei pascoli è facile incontrare, oltre alle immancabili mucche brune, anche splendidi cavalli. Ci si addentra nel vallone sotto Punta Vallaccia, con la cresta dei Monzoni ad incombere verso sud, mentre aguzzando la vista è possibile scorgere, dalla parte opposta della Val Monzoni, il rifugio Taramelli e, sopra la conca occupata dal laghetto omonimo, il Passo delle Selle.

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Fienili verso il rifugio Vallaccia. Sullo sfondo, Passo Selle

Si arriva al rifugio Vallaccia, lo si costeggia e si prosegue dritto fino ad un bivio a quota 2350 circa: a destra il 624 prosegue verso Forcela de la Costela, a sinistra il sentiero si infila in un canalino ripido verso cima 11. Si sale su sentiero ripido e un po’ scivoloso, fino ad arrivare al prato sommitale da cui si raggiunge la croce in ferro della vetta.

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Gruppo del Catinaccio

Da qui (siamo a circa 2600m, e la vetta è isolata) lo sguardo spazia a 360°, da SudOvest in senso orario si ammirano nell’ordine: Latemar, Majaré e Roda di Vael, Cigolade, Gruppo Catinaccio-Vajolet, Dirupi di Larsech, Sasso Piatto e Sasso Lungo, Col Rodella, Gruppo del Sella, Marmolada, Sasso Vernale, Costabella, Pale di San Martino. E qualcosa mi sono dimenticata di sicuro. Ah, giusto: in primo piano, verso Nord, la Cresta del Buffaure col Sas de Adam e i Maerins. Le foto non rendono, ci vuole la cinepresa…

Dopo essersi lustrati gli occhi, riposati e fatto uno spuntino, si scende per il medesimo percorso.

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Sassolungo – Sassopiatto e Gruppo del Sella da Cima 11

Dati tecnici

Partenza: Malga Crocefisso, 1526m

Arrivo: Cima 11, 2551m

Tempi: salita circa 3h, discesa circa 2h (senza fare le corse…)

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Il Vajolet da Cima 11

Amarcord

Qui ci salivo con gli amici del campeggio di Pozza (andavo al “Catinaccio-Rosengarten”, in paese). Una volta, credo fosse nel 1991, il padre di un amico andò a fare una perlustrazione e tornò con della neve, che aveva trovato poco sotto la cima. Da bravi deficienti, noi subito a fare a palle di neve, a 2500m a luglio. Ai tempi (poco più che maggiorenne) avevo l’abitudine di tenere il costume intero sotto alla maglietta, perché riparava dall’aria e quando levavo la maglia potevo evitarmi l’abbronzatura da esploratore: un amico mi ha rincorso fino al dirupo, dove non potevo più fuggire, e mi ha riempito il costume di neve. Un dubbio mi ha però assalito dopo essere tornata in paese, guardando la vetta: ho cercato di individuare la direzione in cui ci eravamo mossi per raggiungere il campo di battaglia. Sarà mica stato un nevaio sospeso, e noi su in 7-8? 🙄

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