miei trek

L’anello mancato: 3 e 4- Le 5 Torri e la Val Travenanzes

Ecco, siamo arrivati alla parte mancante dell’anello.

Con la tappa 1 siamo andati da Cortina al Lago Verde (Rifugi Fanes e La Varella), con la tappa 2 e metà della 3 abbiamo percorso tutta la valle di Fanes fino al Col Locia, da qui siamo scesi a Plan d’Ega per poi risalire alla piana del Rifugio Scotoni, proseguendo poi per il Lagazuoi fino a scendere al Falzarego.

Da qui in poi, non avendolo percorso di persona, riporto le indicazioni della relazione e qualche foto rubata alla rete. Si tenga presente che la relazione era presa da una “vecchia rivista” già dieci anni fa, e in alcuni punti le indicazioni non sono chiarissime, è quindi opportuno verificare sentieri, punti di appoggi e l’eventuale presenza di tratti attrezzati.

…Lo chiuderò, prima o poi, questo giro…

Mappa del trek. In fucsia e arancione le tappe 3 e 4

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore.

La descrizione fino a Passo Falzarego è riportata nel post precedente.

Un’osservazione: nella relazione si cita il segnavia 441b come riferimento per raggiungere Forcella Averau da Passo Falzarego, ma dalla mappa Kompass in mio possesso il 441b non parte dal passo. Suppongo sia da intendere “segnavia 441”, verificare le condizioni del sentiero.

Le 5 Torri, sullo sfondo le Tofane, da http://lagazuoi5torri.dolomiti.org

Museo all’aperto – 5 Torri

Per info

Museo all’aperto delle 5 Torri

Tappa 4: da 5 Torri (2137mslm) a Ponte de ra Sies, tempo stimato 8-9 ore.

Per info

Fotogallery traversata val Travenanzes da sito cai San Vito al Tagliamento

Escursione Falzarego – Lagazuoi – Travenanzes

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L’anello mancato: 2,5-da Fanes al Falzarego

Mappa del trek. In blu e fucsia sono indicate le tappe 2 e 3

Proseguo qui la descrizione di un percorso ad anello tentato nel 2017.

Doveva essere la tappa n°2, invece abbiamo fatto un’aggiunta, e, a posteriori, dico “per fortuna!!!”. Ma andiamo con calma.

La prima tappa ci aveva portato da Cortina al rifugio La Varella percorrendo la bella val di Fanes e il Passo di Limo.

Chiesetta dietro al rifugio La Varella

Qui abbiamo pernottato in un bel rifugio, tranquillo, che faceva anche da alberghetto, nel senso che, oltre alle camerate, c’erano stanze più piccole e c’era chi pernottava qui più giorni facendosi portare qui in jeep. Non essendo proprio lungo l’Alta Via n°1 come il vicino, e più grande, Rifugio Fanes, risultava meno affollato rispetto a quest’ultimo. Nel rifugio abbiamo incontrato anche alcune comitive in mtb impegnate nella traversata del gruppo (qui si può arrivare anche da San Vigilio di Marebbe), e, personalmente, non li ho invidiati, sapendo che all’indomani avrebbero dovuto affrontare le rampe che portavano al Passo di Limo…

Il torrente nei pressi del Lago Verde

Tappa 2: da Rifugio La Varella (2038mslm) a Rifugio Scotoni (1985mslm), tempo stimato 4-5 ore.

La mattina successiva ci rimettimo in marcia in direzione sud lungo l’Alta Via n°1. Ripercorriamo il Passo di Limo per poi percorrere l’Alpe di Fanes Grande, fra torrenti, laghetti e bastionate rocciose dalle forme più varie. Sembra di essere in un altro mondo, lontano dai sentieri più affollati, in un ambiente particolare, che si differenzia dalla maggior parte delle valli dolomitiche proprio per la forma delle vette circostanti, che, sulla nostra destra, sono molto “morbide” per una strana combinazione di storia geologica ed erosione, che ha reso molto visibili le ondulazioni, le pieghe degli strati rocciosi.

Alpe Fanes Grande, con le Cime di Campestrin a sinistra e Sas dai Bec e Taibun sulla destra

Sas dai Bec

Arriviamo al Juf da l’Ega (Passo Tadega, 2157mslm), lasciando sulla destra il vallone che porta a Punta Lavarella, per poi imboccare il sentiero 11 percorrendo la Val di Fanes fino a Col Locia (2069mslm), fra la Cima del Lago e il Piz les Cunturines. La relazione in nostro possesso diceva di tagliare in quota lungo il sentiero 21 fino alla Forcella di Lago (2140mslm) e, da qui, al Rifugio Scotoni. A parte che sulla nostra mappa tale sentiero non era segnalato, noi preferiamo scendere lungo un sentiero che, fra rocce e gradoni sostenuti da tronchi, ci porta fino a Plan d’Ega, a quota 1730mslm circa, percorrendo parte di questo tragitto insieme ad un paio di coraggiosi bikers che si fannno buona parte del dislivello con la bici in spalla. Ho pensato fossero matti, poi negli anni successivi sono andata ad impegolarmi in situazioni forse peggiori, capendo che… una scammellata val bene un giro spettacolo.

Col Locia, vista verso il vallone che porta a San Cassiano. Sullo sfondo, Pralongià e il Gruppo del Sella

La discesa dal Col Locia, lungo il sentiero 11.

“Hotel Pecora” a Plan d’Ega

Da lì risaliamo, lungo il segnavia 20, percorrendo il vallone di Lagazuoi fino alla verde piana del Rifugio Scotoni (in pratica risalendo il percorso che in inverno si fa con la lunghissima pista da sci che dal rifugio Lagazuoi scende fino a San Cassiano.

Al rifugio Scotoni arriviamo intorno all’una, piuttosto affamati. Il rifugio è parecchio affollato e… gli altoparlanti sparano musica tirolese a palla. Vabbè che in fondo siamo…a casa loro, ma per chi si è conosciuto ascoltando Love Over Gold dei Dire Straits è un po’ troppo. Mangiamo, ci guardiamo in faccia e… “tira fuori un attimo la cartina…”. Visto l’orario c’è margine, rimanere lì a farsi ammorbare, per quanto il posto non sia male, non ne vale assolutamente la pena. Da lì al successivo Rifugio Lagazuoi però c’è un bel pezzo, e per me, stimare le percorrenze su una carta al 50.000 dopo che per una vita ho usato quelle al 25.000, non è banalissimo. Ritenendo la cosa fattibile ci rimettiamo in marcia, decisi a fare mezza tappa del giorno successivo.

Tappa 3: da Rifugio Scotoni a rifugio 5 Torri (2137mslm), tempo stimato 6-7 ore (interrotta al Falzarego).

Sempre lungo il sentiero 20 saliamo fino al lago di Lagazuoi e da qui rientriamo sull’AV n°1. Una parte del sentiero è a gradoni (anche un po’ alti), ma nel vallone si procede lungo una traccia su roccia, su una specie di piana coronata dalla Cima del Lago, dalle Torri di Fanes e dal Piccolo Lagazuoi. Ma mano che procediamo lungo il sentiero il cielo si copre progressivamente, dando ragione (purtroppo) alle previsioni dei meteorologi.

Alpe di Lagazuoi, chiusa a nord dalla Cima del Lago e dalle Punte di Fanes

Arrivati sotto al rifugio ci rendiamo conto che il “sotto” sono 200 metri di dislivello da farsi in salita (e ridiscendere la mattina successiva) lungo il primo tratto della pista da sci. “Col cavolo che salgo per poi ridiscendere, andiamo a dormire al passo” mi sento dire. Borbotto, un po’ per l’ora tarda, un po’ perché al Falzarego poteva essere problematico trovare alloggio, ma mi adeguo. E sotto un cielo che, dal grigio normale, vira al grigio topo e alla tonalità piombo, ci avviamo alla Forcella Lagazuoi e scendiamo, lungo il segnavia 402, passando ai piedi della Cengia Martini. Da qui partono i sentieri che portano nelle gallerie scavate nella prima guerra mondiale, e che ora è possibile visitare (con l’attrezzatura adeguata, si intende).

Tofana di Rozes, in vista l’AV1 che porta a Forcella Col de Bos

Arriviamo al Passo Falzarego e scendiamo lungo la statale fino al Rifugio Col Gallina. Il tempo di entrare per chiedere un posto letto e si scatena l’inferno. Un diluvio allucinante…

Per fortuna hanno una stanzetta libera e ci fermiamo lì. Ma al tempo infernale ci si aggiunge pure la notte infernale passata perché il mio compagno sta malissimo, al ché capiamo che il nostro trek finisce lì.

La mattina successiva, mesti mesti, prendiamo l’autobus in direzione Cortina, nell’impossibilità totale di vedere il panorama perché immersi in una fitta cortina di pioggia, ma consapevoli che, se fossimo dovuti scendere del Lagazuoi con quel tempo, sarebbe stato molto, ma molto, peggio.

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L’anello mancato: 1-Val di Fanes

Le vette a Nord della piana del Lago Verde

La ricerca di informazioni per un’amica che mi ha chiesto info per le ferie di questa estate mi ha fatto tornare indietro di qualche anno, ad un progetto di 4 giorni che purtroppo non sono riuscita a chiudere.

Mappa del trek. In verde la prima tappa

…Si parte!

Era l’estate del 2007 ed  ero dalle parti di Cortina insieme al mio compagno. Prima di spostarci in Val di Fassa avevamo alcuni obiettivi: qualche escursione in mtb (che per me era una novità), le tre cime di Lavaredo, un trek ad anello fra Cortina, Fanes e il passo Falzarego, il “pellegrinaggio laico” al Vajont.

Il meteo ballerino ci ha messo i bastoni fra le ruote; con un occhio al bollettino meteo e l’altro al cielo cerchiamo la finestra ottimale per fare il trek. Individuando una finestra temporale tiratissima, ci decidiamo e partiamo.

Orrido in Val di Fanes

Prima tappa: la val di Fanes.

Partenza segnalata da Ponte de Ra Sies (1283mslm), arrivo al Rifugio La Varella (2038mslm) passando per il Passo di Limo (2172mslm). Tempo 6-7 ore.

Troviamo parcheggio per il furgone e imbocchiamo la forestale che corre ai piedi del bosco, in direzione Nord, parallela alla strada che va verso Cimebanche (segnavia 417 lungo la Valle d’Ampezzo). Dal Ponte de ra Piencia imbocchiamo la val di Fanes (segnavia 10).

Spalto di Col Becchei

Sono passati un bel po’ di anni, e alcuni ricordi sono un po’ sbiaditi, ma mi ricordo una bella valle, con orridi e cascate, che si percorre da Est verso Ovest in modo abbastanza agevole, seguendo una forestale che, con qualche tornante, risale la valle lungo il Rio Fanes, incrociando, in corrispondenza del Ponte Outo, la val Travenanzes (che doveva costituire il nostro percorso di rientro dal trek ad anello). La cosa che più mi ha colpito, a parte la tranquillità e il verde dei pascoli, sono le rocce. Ok, siamo nelle dolomiti… ma qui la conformazione di piane, pendii e versanti è fortemente influenzata dalla stratificazione della roccia.

Lungo tutto il tragitto incontriamo numerosi bikers, alcuni dei quali impegnati in un tragitto a tappe, ma nel complesso l’itinerario non è molto frequentato.

Guadagniamo quota e, costeggiando il Lago di Fanes, ci dirigiamo verso Malga Fanes Grande, da qui saliamo verso destra in direzione del lago di Limo, e dell’omonimo passo. Si scende per larga forestale in direzione Lago Verde e ci dirigiamo verso il Rifugio La Varella.

Qui…integratore salino a base di luppolo e ci rilassiamo in attesa della cena.

Per maggiori informazioni relativamente alla Val di Fanes visita questo link, oppure scarica l’opuscolo sulle valli di Fanes e Travenanzes.

Rifugio Fanes (adiacente al rifugio La Varella): sito dedicato.

Rio Fanes

Al pascolo nei pressi del Lago di Limo

Verso il Lago Verde

Conca del rifugio La Varella

In arrivo

“Arte” in alta quota

Segue…

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Lagusèl

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Per la serie “in montagna con lo gnomo” ecco a voi un’escursione formato famiglia, contenuta in termini di lunghezza e dislivello, che, tramite una forestale con fondo buono ma con tratti parecchio ripidi, vi conduce in un posto delizioso e un po’ nascosto, tutto sommato non molto frequentato.

Il Lagusèl si trova in sinistra idrografica della Val San Nicolò, è un piccolo lago originato dal rimodellamento dei versanti operato dai ghiacci e dall’accumulo di materiale franato dalle vette circostanti. I prati circostanti sono utilizzati da alcuni secoli come pascolo e per produzione di fieno, come testimoniato dalle numerose baite presenti nelle vicinanze (una risale al 1600 e rotti). Non ha immissari, è alimentato dall’acqua che filtra nel terreno lungo le sponde.

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Mezzo di trasporto

Si possono seguire tre diversi percorsi per arrivare qui:

  • Tramite una forestale (segnavia 640) che si stacca dalla Strada dei Rossi in corrispondenza di un sentierino che conduce a Mezza selva (è l’itinerario descritto in seguito);
  • Tramite un sentiero (n°641) che parte dalla Val Monzoni in località Pont da Ciàmp, poco sotto le rovine del rifugio omonimo, svalica in corrispondenza della Forcella dal Pièf e si affaccia su una conca a monte del lago;
  • Tramite un sentiero (n°641) che parte sempre da Strada dei Rossi in corrispondenza di un guado sul torrente, sale fino Sella Palàcia (situata circa 100m più in alto rispetto al lago) e scende nella conca; il sentiero è il proseguimento di quello che sale dalla Val Monzoni.

L’idea iniziale era quella di scendere per quest ultimo percorso, ma lo gnomo ha detto no, quindi abbiamo fatto avanti e indietro sullo stesso percorso.

Una piccola avvertenza: in tanti anni in val di Fassa l’unica zona dove ho visto delle vipere (sempre morte, a dire il vero…) è proprio questa. Sarà stata solo sfiga…ma occhio, non si sa mai…

mappa lagusèl

Mappa Val San Nicolò

Il percorso

Il punto di partenza è costituito dal parcheggio di Sauch (oltre con l’auto non si può andare) e si prende la Strada dei Rossi, che passa proprio accanto al parcheggio. Questa strada sterrata, che risale la valle abbastanza dolcemente costeggiando il torrente, è stata costruita dai prigionieri russi durante la Grande Guerra. Grazie all’esposizione e al fatto che corre quasi interamente nel bosco, costituisce una valida alternativa estiva alla strada di fondovalle, che è asfaltata ed interamente al sole.

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Maerins e cresta Buffaure da Strada dei Rossi

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Tronco #1

Si risale la valle per 15-20 minuti e si incontra la deviazione per il Lagusèl. E’ ben segnalata (l’indicazione riporta un tempo di percorrenza di 1h15′), lumgo il percorso sono presenti anche alcuni pannelli tematici, a dire il vero un po’ danneggiati. Proprio all’inizio della forestale per il lago c’è una cartina schematica con una poesia scritta dai bambini della quinta elementare di Pozza di… vent’anni fa. Ora questi bambini hanno trent’anni, magari hanno a loro volta figli che scrivono poesie sui luoghi magici della loro infanzia…

Da qui il percorso si fa decisamente più ripido, quasi interamente in un bosco abbastanza fitto, che comunque consente di ammirare la Val San Nicolò e la cresta che la separa da val Jumela e conca del Ciampac, con il rumore delle campane delle mucche al pascolo che via via si affievolisce. Lungo il tragitto si incontrano alcune deviazioni, non segnalate: si prosegue sempre lungo il tracciato principale.

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Sullo sfondo, la cresta del Buffaure

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Il Lagusèl

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Piccoli fotografi crescono

La strada passa successivamente su una frana relativamente recente, per poi rientrare nel bosco e risalire verso i primi pascoli, costellati da alcune baite. Si prosegue passando accanto ad una stalla in fase di ultimazione, sbucando poco oltre nella conca occupata dal lago.

Vi trovate davanti una pozza di acqua verdissima, con l’acqua che si increspa leggermente quando soffia una leggera brezza, cancellando momentaneamente l’immagine delle vette circostanti e delle nuvole che qui si riflettono come in uno specchio. Concedetevi una pausa qui, fate il giro del lago. A meno che non ci siano comitive rumorose, qui si sente solo l’occasionale fischio delle marmotte. Se poi volete proseguire da qui si può raggiungere la Val Monzoni, oppure, tramite il sentiero attrezzato Gino Badia, il lago delle Selle e l’omonimo passo (per questa escursione, dalla deviazione lungo la strada dei rossi, sono segnalate almeno tre ore, e ovviamente non è per bimbi…).

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Pic nic

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Tronco #2

 

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Ciampedie, la terrazza.

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Vista su Catinaccio, Vajolet e Larsech

Chi è stato almeno una volta in Val di Fassa il Ciampedie lo conosce bene. E’ un panettone apparentemente insignificante che sovrasta Vigo e Pera (frazione di Pozza), raggiungendo i 2000m slm. Andateci, non importa come… a piedi, in mtb, d’inverno con le ciaspole o, come la maggior parte delle persone, in funivia… E vi renderete conto che non è affatto insignificante!!!

È una balconata, una terrazza con vista Catinaccio, con lo sguardo che, da Roda di Vael e Cresta del Majaré (e Latemar sullo sfondo), spazia fino ai Dirupi di Larsech passando per Cigolade, parete del Catinaccio e gruppo del Vajolet. E, ancora oltre, a Sassopiatto e Gruppo del Sella, mentre alle spalle vi ritrovate Buffaure, il Gruppo della Vallaccia, Lusia e, più lontano, le Pale di San Martino. Insomma… Praticamente tutte le cime che avreste voluto vedere in zona ma non avete mai osato chiedere (semicit.). E, più che una meta, è da considerarsi proprio punto di partenza (strategico) per escursioni verso i gruppi sopra citati.

A piedi

Si può arrivare in cima partendo da Vigo (segnavia 544, parte da una via che si stacca dal centro paese in direzione della chiesa di Santa Giuliana) o da Pozza / Pera, portandosi sulla passeggiata “sora i prè” e seguendo i cartelli per rif. Ciampedie (543b e 543).  Il dislivello da Pozza è di 700m (da Vigo è minore), per salire ci vogliono circa due ore.

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Noi siamo saliti da Pozza, la partenza è dal ripido acciottolato che, dalla rotonda in corrispondenza del ponte per Val San Nicolò, passa accanto all’Hotel Ladinia.

Il primo tratto risale il prato lungo la linea di massima pendenza fino alla passeggiata Sora i prè, da qui si alternano tratti di sterrato comodo a sentieri anche ripidi, attraverso un bosco interrotto qua e là da radure e pascoli.

La vista si allarga progressivamente da Pozza e la Val San Nicolò verso tutta la val di Fassa, quando il sentiero inizia ad aggirare il Ciampedie verso Nord  via via appaiono i Dirupi di Larsech e poi il gruppo del Catinaccio. Si sbuca su uno dei sentieri tematici tracciati nei boschi e da qui sulla pista da sci. Risalendola la vista si apre sulle vette circostanti. Un autentico spettacolo!!!

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Dal sentiero 543 vista verso il Gruppo del Sella

“Centro escursioni”

È punto di partenza ideale per molte escursioni, principalmente verso la Roda di Vael (esistono due diversi sentieri, il “classico”, n°545, e il “troi da le faede”, ovvero il sentiero delle pecore, che passa più alto per scendere nella conca sotto il passo delle Cigolade), oppure, imboccando il sentiero verso il Gardeccia ci si può dirigere verso il Passo delle Coronelle, Vajolet, Passo Principe e da qui all’Antermoja.

In MTB

Nota dolente… Esisteva un bellissimo percorso che portava alla meta partendo dall’abitato di Vallongia (Vigo), ma un paio di anni fa ho trovato la strada transennata causa frana. Si era mosso un ampio fronte sotto Malga Vael, interessando la forestale che dovevo percorrere e il sentiero diretto che saliva verso il rifugio Roda di Vael (547).

L’anno successivo sono andata a chiedere all’APT se la strada era stata ripristinata e mi hanno risposto… che la strada non c’è più ed è anche stata tolta dalle loro mappe. In effetti il tour segnalato in origine è sparito dal sito dell’APT e dalla carta topografica.

Peccato, perché si poteva fare un bellissimo giro ad anello scendendo verso Pera lungo gli sterrati di servizio delle piste. Ora si può salire da Pera direttamente (ne parlerò a proposito dell’escursione al Gardeccia) oppure passando dal Gardeccia (attenzione che il sentiero diretto indicato con il n°540, molto bello, potrebbe essere vietato alle bici, soprattutto  in alta stagione).

Con gli impianti

Da Vigo si può salire in funivia, oppure da Pera si può prendere la seggiovia: ci vuole un po’… sono tre tronconi diversi e gli impianti non sono molto recenti.

Per i bimbi

In cima c’è un parco giochi con animazione.

D’inverno con le ciaspole

Indicativamente si può fare lo stesso percorso che si fa in mtb da Pera (oppure si può passare dalla Baita Regolina per riportarsi sul medesimo percorso). Io l’ho fatto alcuni anni fa, e da Pian Pecèi sono salita di lato alla pista da sci.

Tra l’altro a inizio stagione le piste che scendono verso Pera sono chiuse, quindi si può tranquillamente risalire lungo le piste da sci, battute dalle motoslitte. Attenzione perché c’è un (breve) tratto in cui spazio di lato alla pista non ce n’è e ci sono le reti di protezione: una volta (stavamo salendo al Gardeccia) un operatore degli impianti ci ha cazziato perché secondo lui di lì non potevamo passare. Ma ne parlerò in altra occasione…

Altra opportunità è passare dal Gardeccia, ma il giro è un po’ lungo.

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Antermoja, l’iniziazione

L’escursione al Lago di Antermoja via Passo delle Scalette non è banale, per lunghezza, presenza di un tratto attrezzato prima del passo, necessità di un buon senso dell’orientamento, rischio di cambi repentini, e poco piacevoli, delle condizioni meteo.

Per chi, come me, è cresciuto (escursionisticamente parlando) in Val di Fassa, questa “gita” era quella che si faceva “da grandi”. L’abbiamo sognata tutti di estate in estate, aspettando che i “grandi”, considerandoci pronti, ci accompagnassero. Qui racconterò la storia del primo tentativo compiuto, se non ricordo male, nel 1991, segnato da condizioni meteo decisamente avverse, e del giro portato a termine nel 2008.

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Il lago di Antermoja

Amarcord. Estate 1991.

La combriccola del Camping Catinaccio-Rosengarten era piuttosto eterogenea per provenienza geografica ed età. C’erano

  • la delegazione cremonese: io, anni 19, e mio fratello Valerio, anni 13;
  • la delegazione varesotta: Stefano, mio coetaneo, il figo della compagnia col ciuffo biondo di cui, ahimé, ora è rimasto ben poco (se mai leggerai queste righe non prendertela, c’est la vie… e soprattutto è colpa dei cromosomi) e suo padre Edo;
  • la delegazione comasca (purtroppo mi sfugge il nome del signore in questione);
  • la delegazione fiorentina, con le sorelle Elisa e Chiara (di poco più giovani di me) e i loro genitori

e…molti altri, che però in questa storia non sono stati coinvolti.

Quell’estate avevamo la fissa: l’Antermoja. Eravamo grandi abbastanza (oddio, non proprio tutti, ma i più giovani compensavano con la lunghezza delle gambe). Ci sentivamo pronti, doveva essere “LA GITA” dell’estate, il coronamento delle settimane passate insieme. Ma c’era sempre qualcosa che ostacolava i nostri propositi.

Ebbene, dopo molte insistenze fissiamo la data. Sveglia presto, perché si deve prendere la navetta e poi fare un pezzo a piedi prima dell’attacco del sentiero: ai tempi avevano appena deciso di chiudere al traffico la strada per il Gardeccia ed erano in corso interventi di consolidamento dell’ultimo tratto di strada, che era stato più volte danneggiato da smottamenti. La fermata della navetta non era nel piazzale del rifugio ma più sotto, c’è ancora oggi una piazzola rotonda.

Ci svegliamo la mattina, cielo sereno ma con velature.

 “Allora, andiamo?”

“No, il tempo non è stabile, meglio rimandare” dice Edo

“Ma come, è una settimana che aspettiamo, il tempo è bello!!!”

“Non mi fido, il tempo sta cambiando” ribadisce Edo, guardando in direzione del Sassolungo.

Noi continuiamo ad insistere, e alla fine convinciamo i grandi. Per sfinimento, si intende…

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Lungo il sentiero 583

Prendiamo la navetta e arriviamo all’attacco del sentiero. Intanto comincia ad arrivare qualche nuvola. Siamo io, Valerio, Stefano, Edo, il signore comasco, Elisa e suo padre.

Saliamo piuttosto velocemente verso la gola che si insinua nei dirupi di Larsech fino all’inizio del tratto attrezzato (dove Elisa, che soffre di vertigini, viene imbragata dal padre).

Arriviamo al passo. Troviamo un lago di fusione ormai quasi prosciugato, e un paesaggio lunare.

E un cielo grigio.

Rapidi, ci avviamo lungo il sentiero, orientandoci con i pochi segnali che l’occhio allenato degli adulti riesce a scorgere fra i sassi…perché obiettivamente non è poi così facile vederli. Passi veloci, zero pausa per fermarsi a tirare il fiato o per mangiucchiare qualcosa. Giusto il tempo di mangiare un po’ di cioccolato, sotto un cielo sempre più grigio.

Superato un altro passo, giungiamo in vista della conca del lago di Antermoja, sotto l’omonima cima caratterizzata da un’inconfondibile cengia che la attraversa diagonalmente. Scendiamo velocemente verso il rifugio, che raggiungiamo dopo quasi quattro ore di cammino.

Appena in tempo…

Tuoni, diluvio universale. E una grandinata epocale. Guardiamo fuori dalle finestre, sembra sia nevicato. Finito l’inferno la pioggia continua fitta ed insistente, e sul prato rimane uno straterello di ghiaccio.

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Verso passo Dona, dopo la grandinata

Nel momento clou della tempesta chiediamo al rifugista se nel caso possiamo restare lì. Tutti e 7.

“Guardate, siamo pieni. Se proprio non ce la fate o non ve la sentite di scendere vi posso far dormire qui in sala pranzo, ma vuol dire che prima di mezzanotte non si può dormire e alle cinque vi devo svegliare”.

Traduzione: se riuscite a tornare vi fate, e mi fate, un grosso favore….

Finito di mangiare aspettiamo un po’, e poi ci facciamo coraggio. Usciamo sotto la pioggia e ci avviamo verso valle, lungo il sentiero che va verso la testata della Val di Dona. Da lì i possibili percorsi di rientro sono tre:

  • Dalla val Udai: da evitare assolutamente in caso di pioggia, il sentiero è molto ripido e corre accanto al torrente, se si scivola ci si fa parecchio male;
  • Dalla Val di Dona, che è splendida ma ha una strada di rientro verso valle con pendenze a dir poco proibitive;
  • Dalla Val Duron, il tragitto più lungo ma più sicuro.

Gli adulti, ovviamente, puntano direttamente verso il Passo delle Ciaregole, e da qui, su sentiero ripido e scivoloso, arriviamo in Val Duron poco a valle di Maso Stefin.

La Val Duron è splendida, intendiamoci, ma farsela sotto l’acqua, bagnati fradici, con i piedi zuppi non è proprio la cosa che una persona desidera fare prima di morire (l’impermeabilizzazione dei miei scarponi lasciava alquanto a desiderare, l’ho scoperto attraversando un prato zuppo e con erba alta…). Ma per la serie “canta che ti passa” creiamo una canzoncina ad hoc, sulle note di “Sotto questo sole” dei “Ladri di biciclette”

Sotto l’alluvione / è bello camminare se / poi la doccia puoi fare

Siamo col cappello / il kway e anche l’ombrello ma / mezzi (*) fino al cervello

Rane e pesciolini / ci sono anche i girini, si / negli scarponcini

(*) bagnati fradici, in fiorentino

Arriviamo a Campitello per scoprire che… l’autobus per Pozza era passato da cinque minuti, quindi ci riparariamo sotto un portico, al freddo, bagnati, ad aspettare il successivo… che arriva dopo quasi un’ora.

Arriviamo in campeggio e ognuno attua le sue strategie per riacquistare una temperatura corporea degna di un animale a sangue caldo. Chi si fionda sotto la doccia bollente, chi accende la stufa in roulotte… Ma la cosa certa è che, quando ci ritroviamo più tardi nella roulotte di Chiara from Bèrghem si vede bene chi era andato all’Antermoja e chi no, la discriminante sta nell’essere in grado di stare seduti sui divanetti della sua roulotte formato transatlantico…

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Mappa della zona del Catinaccio d’Antermoja

Giro completo. Estate 2008

Visto il racconto di cui sopra mi è sempre rimasto il pallino di rifare il giro, e di chiuderlo bene.

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Verso Passo Scalette

Ecco, l‘occasione è arrivata nell’estate del 2008, l’ultima estate pre-gnomo nella quale mi sono potuta cimentare in giri di ampio respiro. Ci sono andata, beccando stavolta una splendida giornata di sole, con il mio compagno. E devo dire che, avendo tempo e modo di guardarmi intorno, il giro merita. Veramente.

L’attacco è in corrispondenza di un ponticello sulla destra, lungo la strada che sale al rifugio Gardeccia (appena sotto al piazzale), segnavia 583. Si sale nei boschi che stanno sotto i Dirupi di Larsech fino ad infilarsi in una stretta gola, da cui scende il torrente che la strada che sale al rifugio guada subito dopo la Regolina. E chi ha presente quel torrente capisce che razza di forza può avere l’acqua, infatti al passo delle Scalette c’è una diga di ritenuta per frenare la forza dell’acqua che qui si accumula in fase di disgelo.

L’ultimo tratto del sentiero, ripido e con alcuni semplici passaggi su roccia, altri su sfasciume, è il più esposto e parzialmente protetto con cavi. Svalicando si scende leggermente e si segue un sentiero per un tratto piuttosto pianeggiante, con alla sinistra un laghetto. Si prosegue percorrendo un vallone nel quale si capisce che in periodo di disgelo si forma un lago, alternando tratti pianeggianti a saliscendi, attraversando un paesaggio che definire lunare è un eufemismo. Arrivando al passo di Lausa, sopra la conca dell’Antermoja, la vista si allarga sulle cime vicine, spaziando dall’Antermoja, alla Croda del Lago, Sassopiatto, gruppo del Sella… e, abbassando lo sguardo, il lago di Antermoja, accanto al quale sorge il rifugio omonimo, che si raggiunge scendendo su roccette. Essendoci stata a distanza di anni posso dire che il paesaggio si è modificato nel tempo, in particolare i detriti trasportati dai torrenti in ingresso nel lago ne stanno riducendo le dimensioni.

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Vallone di Lausa

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Catinaccio di Antermoja

Il rientro, visto il bel tempo, può avvenire attraverso la val Udai (580/579). Questa valle ha una particolarità, presenta infatti un caso di “cattura di sorgente: se si osserva la val di Dona arrivando dall’Antermoja si nota infatti che, nella parte più alta, essa è percorsa da un torrente che improvvisamente piega a destra e, infilandosi in uno stretto passaggio, precipita in val Udai. In sostanza, a causa di fenomeni erosivi il torrente è stato deviato, “catturato” dalla valle adiacente. Il sentiero di rientro passa proprio accanto a questo torrente, ed è parecchio ripido. Scendendo risulta inoltre evidente la sovrapposizione fra le rocce dolomitiche e le rocce nere di origine vulcanica che, fuoriuscite nel corso di eruzioni sottomarine, hanno in sostanza “ucciso” la barriera corallina (ne avevo parlato a proposito dell’escursione al Buffaure).

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Val di Dona e Val Duron, con Sassopiatto, Gruppo del Sella, Sass Becè e Marmolada

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Splendida val di Dona. Sulla destra si intravede il torrente “catturato” dall’attigua Val Udai

Si passa sotto alcune cascate e si va a prendere una comoda forestale che porta a Ronch, e da qui, percorrendo un sentiero costeggiato da alcune cappelline che sono le stazioni di una Via Crucis, a Pera e alla partenza della navetta.

Volendo scendere dalla val Duron si deve invece seguire il segnavia 578 da Pian de le Gialine e poi la strada di fondovalle (532).

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Panorama da Cima 11

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Cima 11 (a sinistra) e Cima 12 viste da Meida, al tramonto

Questa è una delle “escursioni del cuore” per una persona che ha passato per un sacco di estati le vacanze in val di Fassa. Perché “son rimasta piccola” (cit. P.Rossi) salendo su questa cima, inizialmente come escursione “clou” dell’estate e poi come “escursione di riscaldamento” (eh, si cresce…), perché ci salivo con gli altri sciamannati della compagnia del campeggio, perché se dici a uno che non c’è mai andato “ieri sono stata lassù” quello pensa “cavolo, è la nipotina di Bonatti!” invece si sale per un comodo prato sul versante nascosto, e perché da qui il panorama è spettacolare.

Cima 11 è una delle due cime che sovrastano Pozza di Fassa, dal paese appare come uno sperone chiaro mosso dalla presenza di spigoli e pilastri. In passato qui sono state tracciate delle vie, ne ho trovato traccia in un libro che mi ha regalato anni fa un’amica, in realtà in tanti anni non ho mai visto scalare nessuno qui. Questa parete però è come il taglio in un panettone, giusto per rendere l’idea di com’è il tratto finale del sentiero che sale in cima. Escursione tecnicamente facile, ma che richiede un minimo di gamba perché comunque il dislivello c’è (anche se può essere ridotto prendendo il bus navetta).

Alla sottoscritta, invece, i dislivelli piace aumentarli, nel senso che la macchina quando sono qui la muovo solo se non posso farne a meno, quindi l’ultima volta ci sono andata da sola partendo a piedi da casa, a Meida, subito dopo pranzo, per rientrare alla base intorno alle 19,20, giusto in tempo per buttare la pasta per i miei “uomini”. Ovviamente in cima ci sono stata poco ma mi sono goduta il panorama in solitaria. Al rientro però le mie ginocchia malandate mi hanno sentitamente “ringraziato”…

Il contesto

Cima 11, insieme a Cima 12 e alla cresta fino a Punta Vallaccia, fa parte del Gruppo della Vallaccia, che separa la Val Monzoni (valle laterale della Val San Nicolò) dalla Val di Fassa. Quest’area dal punto di vista geologico ha una storia un po’ diversa dalle zone circostanti: la cresta dei Monzoni ha infatti origine vulcanica (rocce porfiriche), la zona è molto importante per i geologi, che qui hanno scoperto un minerale denominato appunto monzonite. Il gruppo della Vallaccia invece è costituito da calcare della Marmolada.

La cresta dei Monzoni è stata teatro di scontri nel corso della Grande Guerra, essendo linea del fronte austriaco.

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Vista sui Dirupi di Larsec da Malga Crocefisso

Punti di appoggio e mezzi trasporto

A parte il metodo-Barbara di cui sopra, il punto di partenza naturale per questa escursione è Malga Crocefisso, in Val San Nicolò, dove è possibile lasciare l’auto. Da qui ci si dirige verso la Val Monzoni. E’ però possibile usufruire del servizio di bus navetta, con partenza da Malga Crocifisso o da Pozza (informarsi per orari e costi presso l’APT), e “saltare” il primo tratto fino a Malga Monzoni. Io però descrivo qui il percorso completo, per…completezza, perché io l’ho sempre fatto così… e perché “ai miei tempi”, quando ho cominciato a passare le vacanze in valle, il servizio navetta non esisteva.

Lungo il percorso, oltre a malga Crocefisso si possono incontrare il rifugio Monzoni, Malga Monzoni e il rifugio Vallaccia.

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Il percorso, da Malga Crocefisso a Cima 11

Il percorso

Da Malga Crocefisso, subito dopo la chiesetta, si stacca una strada asfaltata che si addentra nel bosco fino alla sbarra, dove la strada si fa decisamente più ripida, alternando tratti asfaltati a tratti sterrati. Si sale abbastanza rapidamente, inizialmente affrontando alcuno tornanti e costeggiando poi la gola scavata dal torrente. Se salite in val Monzoni in inverno in questo tratto trovate un sacco di ghiaccio sulle pareti, con candelotti di dimensione considerevole. Questa strada, all’altezza del “Pont de la Fessura” si ricongiunge col sentiero a segnavia 603.

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Malga Monzoni

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I Maerins da Malga Monzoni

Si arriva così ai pascoli dei Monzoni, passando accanto al rifugio Monzoni, che questa primavera è andato distrutto per un incendio. Il Nello (il gestore) non si è perso d’animo ed è riuscito a deliziare ugualmente i suoi avventori con le prelibatezze della sua cucina, con l’ausilio di alcuni mega ombrelloni, il supporto di una situazione meteo ottimale e… utilizzando l’acqua della fontana per tenere al fresco bibite e birre. Anzi, mi hanno raccontato che a inizio stagione aveva preparato una grigliata a offerta libera, si mangiava quel che si voleva e si pagava quello che si riteneva giusto.

Poco oltre si arriva a Malga Monzoni. I dolci qui sono eccezionali, dalla torta alla ricotta allo strudel. E… chiedere a mio figlio per la mega fetta di Sacher che si è scofanato questa estate: a me piace il cioccolato, ma le torte con impasto cioccolatoso mica tanto. Beh, questa l’ho assaggiata e l’ho trovata sublime. Da considerare per spuntino ristoratore a fine escursione.

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Asinello presso una baita

Risalendo la valle, poco dopo Malga Monzoni si stacca sulla destra una ripida forestale, a tratti un po’ sconnessa (segnavia 624). Si sale inizialmente nel bosco, via via che si sale sono sempre più frequenti le radure, e le baite. Se andate a luglio qui potete ammirare la fioritura dei rododendri. Proseguendo nella salita si abbandona definitivamente il bosco, e nei pascoli è facile incontrare, oltre alle immancabili mucche brune, anche splendidi cavalli. Ci si addentra nel vallone sotto Punta Vallaccia, con la cresta dei Monzoni ad incombere verso sud, mentre aguzzando la vista è possibile scorgere, dalla parte opposta della Val Monzoni, il rifugio Taramelli e, sopra la conca occupata dal laghetto omonimo, il Passo delle Selle.

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Fienili verso il rifugio Vallaccia. Sullo sfondo, Passo Selle

Si arriva al rifugio Vallaccia, lo si costeggia e si prosegue dritto fino ad un bivio a quota 2350 circa: a destra il 624 prosegue verso Forcela de la Costela, a sinistra il sentiero si infila in un canalino ripido verso cima 11. Si sale su sentiero ripido e un po’ scivoloso, fino ad arrivare al prato sommitale da cui si raggiunge la croce in ferro della vetta.

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Gruppo del Catinaccio

Da qui (siamo a circa 2600m, e la vetta è isolata) lo sguardo spazia a 360°, da SudOvest in senso orario si ammirano nell’ordine: Latemar, Majaré e Roda di Vael, Cigolade, Gruppo Catinaccio-Vajolet, Dirupi di Larsech, Sasso Piatto e Sasso Lungo, Col Rodella, Gruppo del Sella, Marmolada, Sasso Vernale, Costabella, Pale di San Martino. E qualcosa mi sono dimenticata di sicuro. Ah, giusto: in primo piano, verso Nord, la Cresta del Buffaure col Sas de Adam e i Maerins. Le foto non rendono, ci vuole la cinepresa…

Dopo essersi lustrati gli occhi, riposati e fatto uno spuntino, si scende per il medesimo percorso.

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Sassolungo – Sassopiatto e Gruppo del Sella da Cima 11

Dati tecnici

Partenza: Malga Crocefisso, 1526m

Arrivo: Cima 11, 2551m

Tempi: salita circa 3h, discesa circa 2h (senza fare le corse…)

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Il Vajolet da Cima 11

Amarcord

Qui ci salivo con gli amici del campeggio di Pozza (andavo al “Catinaccio-Rosengarten”, in paese). Una volta, credo fosse nel 1991, il padre di un amico andò a fare una perlustrazione e tornò con della neve, che aveva trovato poco sotto la cima. Da bravi deficienti, noi subito a fare a palle di neve, a 2500m a luglio. Ai tempi (poco più che maggiorenne) avevo l’abitudine di tenere il costume intero sotto alla maglietta, perché riparava dall’aria e quando levavo la maglia potevo evitarmi l’abbronzatura da esploratore: un amico mi ha rincorso fino al dirupo, dove non potevo più fuggire, e mi ha riempito il costume di neve. Un dubbio mi ha però assalito dopo essere tornata in paese, guardando la vetta: ho cercato di individuare la direzione in cui ci eravamo mossi per raggiungere il campo di battaglia. Sarà mica stato un nevaio sospeso, e noi su in 7-8? 🙄

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Buffaure, sopra al vulcano.

Si fa presto a dire Dolomiti.

Montagne come pizzi, resti di antiche barriere coralline che emergono da ghiaioni che spuntano da verdi boschi.

La geologia dell’area fassana mica è così “semplice”. Non è tutta dolomia quella che si vede. E sopratutto i monti non sono tutti pallidi. Già, perché la zona è stata interessata da importanti eruzioni sottomarine; dove la lava è fuoriuscita seppellendo i depositi che avrebbero poi originato la dolomia, impedendo ulteriori accrescimenti, sono visibili spessi strati di roccia scura emergere dai pascoli o sovrastare chiare pareti verticali: val Duron, Crepa Neigra, Sas Ciapel e, appunto, la cresta del Buffaure.

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Gruppo del Catinaccio

Informazioni geologico-turistico-paesaggistiche

La cresta costituita da Buffaure, Col Valvacin, Sas de Adam, che ha andamento Ovest-Est, separa le valli San Nicolò e Jumela. Se da val San Nicolò si osserva il versante sud di questa cresta è evidente la presenza di una linea inclinata verso Est, separazione fra la chiara dolomia e la sovrastante roccia vulcanica. Inutile dire che questa zona è, per geologi e cacciatori di minerali, piuttosto interessante. Lungo la strada che dal Buffaure sale verso Baita Cuz e Col Valvacin (la pista da sci, tanto per intenderci) sono evidenti gli strati di “lava a cuscini” (pillow), ed è inoltre stato allestito un “giardino geologico” a scopo didattico, dove vengono messi a confronto esemplari di dolomia, calcare della Marmolada e roccia vulcanica.

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Buffaure – Lava a cuscini

Fra le varie opportunità offerte nel periodo estivo è stata introdotta la possibilità di partecipare ad escursioni “geologiche” gratuite, una delle quali è stata organizzata proprio qui. Ci ho portato mio figlio di 6 anni, che è curiosissimo ed un fan delle trasmissioni del canale Focus. Ci ha accompagnato Thomas: di professione grafico pubblicitario (si occupa di allestimenti per mostre e musei), è accompagnatore del territorio e appassionato di geologia. I pannelli esplicativi al Buffaure li ha fatti preparare lui. Ha spiegato in modo molto chiaro la storia delle dolomiti e della loro scoperta (gustosi aneddoti inclusi), la storia del “vulcano Buffaure”, guidando grandi e piccini alla scoperta dei principali minerali che si possono trovare in zona. Lo consiglio vivamente a chi ha figli.

Altra “protagonista” di questa escursione è la Val Jumela, un unico verde pascolo con un qualche baita e in paio di malghe. Il panorama da cartolina è macchiato dai piloni della seggiovia di collegamento fra le aree sciistiche del Buffaure e del Ciampac. C’è da dire che la pista realizzata qui non ha rovinato il paesaggio, in quanto segue bene il profilo del terreno (ci sono “sfregi” ben peggiori in giro).

Se capitate da queste parti vi consiglio una sosta a Malga Jumela. A me piace un sacco lo jogurt con le castagne, ma le torte sono veramente buone. Fanno anche servizio ristorante e sono punto di appoggio per alcune iniziative alla scoperta del territorio e delle attività contadine.

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Il percorso

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Val San Nicolò

L’escursione

Da Meida (frazione di Pozza) si prende la cabinovia che porta sul Buffaure, a circa 2000m. Si scende a prendere il sentiero 613, che segue la pista da sci fin poco sopra Baita Cuz, poi devia a destra fra i prati (c’è una staccionata lungo il primo tratto di sentiero); all’inizio si sale dolcemente poi in modo più deciso verso l’arrivo della seggiovia di Col Valvacin. Volendo questo primo tratto si può evitare prendendo, appunto, la seggiovia.

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Il Colac e la Marmolada

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Il gruppo del Sella

Passando accanto al bar El Zedron si prosegue sul sentiero di cresta, con vista sulle valli San Nicolò e Jumela, via via che si procede lo sguardo spazia verso Sasso Piatto, Gruppo del Sella, Marmolada, Monzoni. Il sentiero è di per sé facile, l’unico tratto un poco più ripido è in corrispondenza del Sas de Adam, il punto più alto della cresta.

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Val Jumela da Sella Brunech

Si procede fino a Sella Brunech, punto di transito verso la conca del Ciampac. Da qui si scende, su sterrato (644), verso Pozza, fra mucche e cavalli al pascolo, e marmotte che si fanno sentire soprattutto nei punti più stretti della valle, al limitare del bosco. Si passa il torrente e si scende fino a Malga Jumela (1850m circa). La forestale diventa successivamente più ripida, con tratti spezzaginocchia per chi, come me, qualche problemino ce l’ha. Seguendo la strada si arriva al parco giochi di Pera, volendo si può rientrare direttamente a Pozza prendendo un sentiero (644b) che sbuca in zona Favé, e da lì sul piazzale della cabinovia.

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Val Jumela

Dati tecnici e varianti

Da                                   A                           Dislivello          tempo

Cabinovia Buffaure     Col Valvacin         +350m circa        1.00h

Col Valvacin                  Sella Brunech      +50m circa          1.00h

Sella Brunech               Pera                       -1100m circa       2.00h ca

Salita al Buffaure: è possibile salire a piedi da Pozza (sentiero 643, partenza da Favé) ci vogliono circa due ore, oppure dalla Val San Nicolò c’è un sentiero che parte da Sauch, passa sopra i Maerins e si innesta sul sentiero 613 all’altezza di Baita Cuz.

Da Sella Brunech si può, come detto prima, scendere verso Ciampac e da lì ad Alba, oppure rendere il sentiero attrezzato che porta al Passo San Nicolò

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Lavaredo (hai voluto la bici?)

Ovvero: la prima salita vera.

Lavaredo… “dove tutto è cominciato”… no, dai, non facciamo i  retorici… ma in effetti la prima salita vera, in bici, l’ho fatta qui. Con una mtb da 150 euri della decathlon. Bisognava pur sostituire quella per l’arrampicata con un’altra fissazione 😀 .

Allora: nel 2006 ho avuto grossi problemi ad un ginocchio. In tutta l’estate ho fatto tre – escursioni – tre perché a salire andavo come una lippa ma la discesa era un supplizio. 50 m di dislivello e cominciavano i dolori. Di andare ad arrampicare manco a parlarne… principalmente per l’avvicinamento, ma in sostanza avevo paura che il ginocchio non tenesse, che qualche torsione strana mi mettesse definitivamente KO. E, una volta sfiammato, non ho più ricominciato perché la paura (di cadere, di scartavetrarmi sulla roccia…) alla terza volta che ricominci, a 34 anni, è difficile da mandar via. E diciamocelo… era anche venuto il momento di cambiare perché le domeniche in parete erano diventate un po’ come timbrare il cartellino. Avevo bisogno di fare qualcosa d’altro. E la sosta forzata aveva fatto maluccio anche al mio compagno (arrampicatoriamente parlando, di intende).

L’anno successivo mi lascio così convincere a prendere la mtb visto che non dava noia alle mie cartilagini. Pur chiedendomi, io che ho sempre smadonnato a fare i cavalcavia: ma che cavolo ci vado a fare in bicicletta in montagna?

Compro la bici e partiamo, destinazione Cortina.

Appena arrivati, in pratica dopo aver fatto solo salite di ordinaria amministrazione (ovvero per andare a fare la spesa in paese), il mio socio se ne esce con la proposta da pazzo.

“Andiamo alle tre cime di Lavaredo”
“Si, bene. Ci informiamo come funzionano l’accesso, gli orari…”
“No, in bici ”
“Tu sei scemo”
“Perché? Ce la facciamo…”
“Non ce la faremo MAI. Soprattutto IO”

Totale: ci mettiamo in marcia. Tanto torneremo indietro…

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Lago di Misurina. Sullo sfondo, il Sorapiss

Partenza da Misurina. Di prima mattina, con aria frizzantina e praticamente senza riscaldamento, iniziamo la salita. I ricordi sono confusi, un po’ per gli anni passati, un po’ per la scarsa lucidità del momento. Mi ricordo una rampa bastardissima subito all’inizio, io che sbaglio a cambiare e mi devo fermare con una sensazione di cuore che pulsa impazzito a quota tonsille. Il primo tratto è un supplizio, poi si rifiata in corrispondenza della sbarra del pedaggio.

E la strada ricomincia a salire. E io che penso alle parole di un mio collega, un salitomane: “quando ci sono i tornanti si può rifiatare prendendo la traiettoria giusta”. Rifiatare una cippa (ops…) qui ci sono tornanti a cavatappo! E interminabili rampe monopendenza!!! Ci fermiamo per ripigliarci. Arriva un tipo: “dura, dura…”. Si, è dura, ma almeno tu pedali, io mi sono fermata venti volte. E ne manca, ancora…

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Panorama dalla strada verso il rifugio Auronzo

Ma c’è qualcosa che non va. Non è che sulla bici sono troppo “ingrugnata”? Alzo un po’ il sellino e la situazione migliora. Ho scritto “migliora” non “diventa una passeggiata”. Diciamo che la densità di madonne si riduce. Pian pianino arrivo… e pure per prima! Si ok… il mio compagno pedalava su una ciofeca… la mtb da supermercato che ho comprato quando, in una volta sola, mi sono trovata senza auto (distrutta) e senza bici (rubata, o dimenticata da qualche parte in quel di Melzo).

La salita si conclude al rifugio Auronzo, che a dire il vero è sul lato brutto delle tre cime.

E quindi?

Leghiamo le bici e facciamo il giro (eravamo in forma, ai tempi). Non è un escursione né lunga né complicata, la consiglio quasi a chiunque. Dico “quasi” perché nel tratto sul “lato bello” dopo il rifugio Locatelli il sentiero scende in una piccola gola e risale sull’altro lato. Qui abbiamo beccato una comitiva di pensionati giapponesi che probabilmente non erano mai stati in montagna in vita loro, accompagnati da una guida alpina, un baldo (e caruccio, per essere biondo) giovane che ci guardava sconsolato alla ricerca di uno sguardo comprensivo… ecco a questi lo avrei sconsigliato.

Ritornando a bomba: dalla Forcella Lavaredo la vista si apre sul lato famoso, quello da cartolina, delle tre cime. E devo dire che merita…

Completato anche il giro, devo dire che la discesa in bici me la sono goduta…

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Le Tre Cime versione cartolina (dal rifugio Locatelli)

Info tecniche

Fatto il 04/08/2007

Salita in bici: link

Escursione attorno al gruppo: descrizione QUI e QUI

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