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Nel cuore del Catinaccio

Verso Passo Principe, all’ombra del Catinaccio di Antermoja

Intro

Lo confesso: questa estate ho accarezzato l’idea di portare mio figlio al rifugio Re Alberto.

Per chi non conoscesse la Val di Fassa, Il Re Alberto si trova a 2621m slm, in una conca nel gruppo del Catinaccio ai piedi delle Torri del Vajolet, accanto ad un laghetto. Solo da questa conca le Torri si possono ammirare nel pieno del loro splendore, col la sagoma che si slancia verso il cielo, e per arrivare qui o si fa la ferrata di Passo Santner (che di suo è facile, ma il giro completo è lunghetto), o si scala la parete del Catinaccio (se si è capaci) e poi si scende, o si sale dai rifugi Vajolet e Preuβ con un sentierino su roccette, che consente di superare i circa 400m di dislivello in uno sviluppo ridottissimo.

C’ero quasi riuscita a convincere il marmocchio (per l’ultima opzione, si intende), poi abbiamo deciso di rinunciare, ma gli ho strappato una mezza promessa per il prossimo anno. Abbiamo così seguito quello che mi ero tenuta come piano “B”, più lungo ma meno impegnativo (oddio… forse, alla fin della fiera la differenza è minima…).

Si, insomma, siamo andati a Passo Principe.

Non ci venivo da un sacco di tempo, l’ultima volta avevo fatto la ferrata dell’Antermoja (bellissima e non impegnativa), insieme ad alcuni amici. E’ più un punto di passaggio che una meta vera e propria: di qui infatti si passa di ritorno dal giro dell’Antermoja, o per salire, appunto, in vetta, facendo la ferrata. Oppure ci si passa per scendere verso il rifugio Bergamo, o per risalire verso il Molignon e da lì all’Alpe di Tires. Si, insomma, è un punto di appoggio per traversate, però merita comunque una escursione, perché… la meta E’ il viaggio. Messo così sembra un discorso un po’ strampalato, però il sentiero attraversa un vallone solitario, che passa ai piedi del “lato B” delle Torri del Vajolet e al cospetto del Catinaccio di Antermoja, con la sua inconfondibile cengia diagonale. E’ molto meno affollato di altri percorsi, e, dal punto di vista paesaggistico, merita.

Mappa della zona

La nostra escursione

Il punto di partenza è la conca del Gardeccia (1950m slm). Qui ci si può arrivare tramite bus navetta da Pera o da Pozza, oppure prendendo i primi due tronconi della seggiovia Vajolet che, da Pera, porta a Pian Pecei, da qui si deve camminare ancora per mezz’ora circa su comodo sterrato. Volendo “esagerare”, si può salire al Ciampedie da Vigo e da qui si arriva al Gardeccia in circa tre quarti d’ora (segnavia 540).

Mettiamo da parte per un attimo il Ciampedie… e andiamo a Pera, alla stazione di partenza della seggiovia, dove c’è anche la fermata della navetta. Visto che non c’è troppa confusione, facciamo il biglietto e saliamo sul pulmino. Partiamo e, percorsa la rotonda sulla statale, ci dirigiamo verso Ronch e Muncion, le due frazioni a mezzacosta di Pozza. Tutte le volte che faccio questo percorso mi chiedo quanto durino questi furgoni, che fanno le “ripetute” lanciati su rampe dalla pendenza decisamente sopra la norma, rallentano se incrociano altri veicoli e ripartono allegramente su un buon 16%.

La parete del Catinaccio

Uscendo da Muncion si passa accanto all’ex Baita Regolina e si entra ufficialmente nella vallata del Gardeccia. I primi anni che venivo in valle, qui si saliva in macchina, ed era il delirio, con macchine che si incrociavano in punti strettissimi, che venivano parcheggiate in ogni dove, e tu che pregavi di non incrociare nessuno mentre con marcia bassissima salivi sulle rampe strette e ripide. Poi, dopo l’ennesimo cedimento della strada, si è deciso di cambiare strategia, ed è iniziata l’epoca dei bus navetta. Non che frane e smottamenti siano finiti, ma almeno le auto non rischiano di rimanere boccate in quota, se non addirittura sepolte da scariche di sassi e fango, si riduce l’inquinamento e il mal di pancia dei turisti. E il torrente che scende dal passo delle Scalette, che con il disgelo e i grossi temporali si porta giù la qualunque, è stato lasciato libero di fare “danni”, perché, invece di costruire un inutile ponte destinato a durare (forse) una stagione, si è lasciato un passaggio a guado.

Da Gardeccia al Rifugio Vajolet

In cordata sul Catinaccio

Arriviamo al rifugio Gardeccia, poco sotto c’è lo spiazzo di manovra dei mezzi. Qui sistemiamo scarponi e bacchette, e ci mettiamo in marcia lungo la frequentatissima mulattiera che, costeggiando il Gardeccia e lo Stella Alpina, si dirige verso il Vajolet (segnavia 546). E qui mi lancio in aneddoti e ricordi, per distrarre il figlio che su questi sterrati tende ad annoiarsi, e, senza pudore, mi chiede quando ci fermiamo a mangiare il panino, perché lo stomaco brontola.

Eh? Ma sono le 9.40!!!

Mi guarda con un sorrisino da “beh, ci ho provato”, e ricomincia a guardare in avanti.

Fra massi erratici e conifere, che a 2000 sono un po’ più piccole e rade, vediamo davanti a noi l’inconfondibile parete del Catinaccio e, più a destra, il rifugio Preuβ si staglia contro il cielo, sopra un alto sperone roccioso. L’effetto è, in un certo senso, un po’ inquietante, la collocazione è degna del castello di un principe malvagio. La forestale, dopo aver percorso un tratto tranquillo, si fa più ripida, con rampe che si fanno sempre più cattive mentre ci avviciniamo alla parete del Catinaccio. La giornata è stupenda, e alcuni scalatori stanno salendo lungo una via tracciata sulla parete.

Le Torri del Vajolet dal basso

Il marmocchio qui vuole fare il grande, tagliando un pezzo di sentiero, Rischia di infognarsi in un punto scivolosissimo, lo riporto su una traccia un po’ più marcata ed arriviamo al rifugio Preuβ (siamo a circa 2240m slm). Qui “esco” il primo panino, mentre gli presento le possibilità di continuare l’escursione (in sostanza, cerco di fargli un mini lavaggio del cervello per convincerlo a salire al re Alberto). Esibisco tutto il mio sapere indicando vette e passi circostanti, spiegando le varie possibilità e… si, salire ne vale proprio la pena, e c’è un bimbo più piccolo di lui che sta partendo insieme ai suoi familiari. Proviamo a partire, ma lo gnomo non è molto convinto. Siccome lo conosco, temendo che cambi idea sul più bello, gli prospetto l’alternativa Passo Principe, indicando in modo un po’ vago la direzione. Vada per quella. Scendiamo e ci avviamo verso la mulattiera contrassegnata dal n°584, decisamente più agevole rispetto alla salita per il Re Alberto.

Rifugio Vajolet

Sulla sinistra abbiamo il gruppo del Vajolet, che su questo lato ha pareti meno verticali e caratterizzate da “gradoni” naturali, sulla destra, passato il gruppo del Larsech, ammiriamo l’inconfondibile sagoma dell’Antermoja. La giornata splendida fa risaltare il colore rosato della dolomia, che fa contrasto con cielo blu; il verde dell’erbetta di alta quota sembra ancora più verde, mentre, insieme ad altri escursionisti, ci avviamo verso il passo, che è sempre “là dietro”. Un “dietro” che viene di volta in volta declinato in dietro la curva, dietro il colle, dietro quella roccia… finché non si comincia ad intravedere la traccia dell’ultimo tratto di sentiero, che sale ripido sul ghiaione… e il figlio un po’ si incazza, sentendosi preso in giro.

Uno sguardo alle spalle, salendo verso Passo Principe

Ma la cosa bestiale è che questo sentiero, fatto a piedi, non è per nulla impegnativo, anche se, ridendo e scherzando, il passo Principe è a circa 2600m (più o meno come il rifugio Re Alberto) e le tabelle danno circa 1h15′ dai rifugi Vajolet e Preuβ. Qui però, ad un certo punto, vediamo arrivare un piccolo gruppetto di bikers su bici da paura, che non paiono soffrire le rampette e il fondo sconnesso. Tra il sorpreso e il perplesso, lasciamo loro strada, chiedendoci che intenzioni potessero mai avere, una volta arrivati al rifugio, che ancora non possiamo vedere, ma la cui posizione è deducibile dalla bandiera che vediamo spuntare tra le rocce.

Rifugio Passo Principe

L’ultimo tratto del sentiero è caratterizzato dalla presenza di detriti, qui la roccia è particolarmente fratturata, e si sale a zig zag. E’ l’ultima fatica… e si svalica! Il rifugio è addossato alla parete, nel poco spazio a disposizione è stata ricavata anche una piazzola per l’elisoccorso, usata dai molti escursionisti come piazzola di sosta per il pic nic improvvisato. Qui possiamo riposarci (e mangiare il panino n°2, per il bambino), seduti contro la parete del rifugio per sfruttare una strisciolina di ombra.Davanti a noi, il Catinaccio di Antermoja, che sovrasta il passo. Da qui parte il sentiero per il passo di Antermoja (dal quale si raggiunge l’omonimo lago), oltre alla ferrata che porta in cima, a circa 3000m. Alla nostra sinistra invece il sentiero scende verso il rifugio Bergamo, e verso il Passo del Molignon, e da qui si vede il ripidissimo sentiero che consente di raggiungerlo, salendo a zig zag in un canalino (l’ho fatto una volta, quando ero giovane, ed è ben tosto…).

Panoramica dell’Antermoja

Verso il Passo del Molignon

Niente paparazzi!!!

La targa in ricordo di Tita Piaz

Dopo lo spuntino, il caffè, le foto, viene il momento di scendere. Ripercorriamo così il sentiero percorso all’andata e, arrivati al Vajolet ci fermiamo un attimo per rendere omaggio al grande Tita Piaz, il Diavolo delle Dolomiti, che qui era di casa (fu fra i promotori della costruzione del rifugio Re Alberto, mentre la moglie era direttrice del rifugio Vajolet).

La forestale che dobbiamo percorrere per tornare al Gardeccia, e che abbiamo in parte saltato, è veramente ripida, si scivola facilmente. Ci dobbiamo fermare in un paio di occasioni per lasciar passare il fuoristrada del rifugio.

Fra i numerosi escursionisti che, a quest’ora, scendono verso valle, c’è qualcosa che disturba la vista. E siccome io sono un po’ una carogna, questo “disturbo alla vista” lo fotografo.

 

 

 

Scendendo dal Rifugio Vajolet. I rifugi Gardeccia e Stella Apina

no comment…

Intendiamoci, ognuno ha il diritto di andare in giro come caspita gli pare. In città, al mare… ma in montagna ci vorrebbe un tanticchia di buon senso nella scelta degli scarponi, dello zaino… altrimenti utilizzi chi ti accompagna in sostituzione dei bastoncini, perché rischi di scivolare ad ogni passo…

E così cerchiamo di tenerci lontani dalla simpatica coppia, per evitare di essere travolti in caso di ruzzolone. E non ci riesce poi così difficile seminarli, anche se noi non scendiamo certo di corsa.

Arrivati nella conca del Gardeccia ci fermiamo per una provvidenziale merenda. Il “pargolo” cerca i battere il suo record di velocità di mangio-Sacher… dopodiché ci rimettiamo in marcia. Già, perché stavolta un po’ di tempo, volendo, lo possiamo trovare per stare al parco al Ciampedie (visto che qualche giorno prima siamo dovuti scendere a precipizio), ma prima dobbiamo arrivarci… decidiamo così di non riprendere la navetta, ma di fare la tranquilla passeggiata che ci porta, appunto, al Ciampedie.

La mulattiera (segnavia 540) corre in quota attraverso il bosco, numerosi cartelli illustrativi spiegano come riconoscere le principali essenze arboree e la loro origine, le caratteristiche, gli animali che popolano il bosco… e il sottosuolo. Con passo discreto ci vogliono circa 45 minuti, e il dislivello è inferiore a 100m.

La “pista azzurra”

Avvicinandosi al Ciampedie, si attraversano quelle che in inverno si trasformano in piste da sci. Qui non i sono molte piste, ma le difficoltà sono abbastanza varie. Le rosse presentano comunque dei muretti di tutto rispetto, ma quando si attraversa la nera (la famosa “Pista Tomba” si capisce… fa abbastanza impressione già così, personalmente non ci tengo a provarla in inverno…

Si arriva così in prossimità del Rifugio Negritella, da qui al cocuzzolo più panoramico del mondo sono ancora pochi minuti a piedi.

E il figlio può sfogarsi nel parchetto (se lo è meritato…)

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Al Gardeccia in mtb – video

Finalmente sono riuscita ad assemblare il video dell’escursione di questa estate al Gardeccia, di cui avevo parlato in questo post.

Eccolo qua.

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Al cospetto del Catinaccio

Dove andiamo oggi?

La Conca del Gardeccia è un punto nodale in val di Fassa. Situata in un anfiteatro naturale costituito dalle Cigolade, dal Catinaccio, dal Dirupi di Larsech, è il punto di partenza (o di transito) per numerose escursioni in questi gruppi (Torri del Vajolet, Passo Principe e Catinaccio d’Antermoja, Passo Coronelle, Passo Scalette e Lago Antermoja). E’ servita da servizio bus navetta ed è raggiungibile dal Ciampedie (circa 45 min di gradevole passeggiata nel bosco) o mediante seggiovia da Pera, che al momento non è utilizzabile: è stata smantellata per essere sostituita con un impianto moderno. Ci si può arrivare anche in inverno, con le ciaspole, neve permettendo… ma negli ultimi anni le ciaspole si sono rivelate del tutto superflue.

Il Vajolet

La zona è però critica dal punto di vista idrogeologico: la conca dove sono situati i rifugi Gardeccia e Stella Alpina è stata più volte interessata da colate di fango e sassi trascinati dai torrenti che scendono dalle montagne circostanti, e anche la strada di accesso non è da meno. Locali mi hanno raccontato che, quando è stata realizzata quella strada, i “vecchi” dicevano che era una fesseria realizzarla su quei versanti. Ricordo che i primi anni che venivo qui in vacanza si poteva arrivare in macchina fino al Gardeccia, ed era un delirio. Macchine che si incrociavano sulla strada stretta e che venivano parcheggiate ovunque nei pressi del rifugio. Poi la strada ha avuto cedimenti, è stata chiusa per essere sistemata e da quel momento (primi anni novanta) è stato istituito il servizio bus navetta. Indubbiamente ciò ha portato benefici, alla strada, all’ambiente, al benessere di chi viene qui perché avere la zona antistante un rifugio di montagna ridotta ad un parcheggio stile centro commerciale non è proprio ciò che ci si aspetta da una caratteristica valle dolomitica. Periodicamente però si verificano frane e dissesti, l’ultimo episodio è questa estate, quando tre diverse frane hanno interessato la strada (ripristinata, peraltro, in temi rapidissimi). Mi vien però da dire che questi luoghi sono belli, paradossalmente, proprio grazie al loro essere fragili, perché le guglie frastagliate dei Dirupi di Larsech non sarebbero così se il materiale non tendesse a sgretolarsi sotto l’azione degli agenti atmosferici, e prati e boschi ai loro piedi si sono formati con i detriti caduti dall’alto. Il problema è, semmai, umano. Siamo noi che costruiamo in territori delicati, e siamo sempre noi che acceleriamo gli eventi causando l’estremizzazione degli eventi atmosferici.

Ma torniamo a noi. Stavolta voglio parlare di questa valle da un punto di vista diverso, ovvero… sopra a due ruote. Qualche anno fa il Gardeccia è stato arrivo di tappa del Giro d’Italia, in una giornata con un tempo abbastanza infame che non ha consentito agli spettatori di apprezzare la bellezza dei luoghi, ai tifosi presenti lungo la strada di godersi appieno la giornata… e ai ciclisti di arrivare asciutti e non infreddoliti al traguardo. Ma, oltre con la strada asfaltata (che presenta pendenze di tutto rispetto), qui ci si può arrivare in mtb, sfruttando le forestali che risalgono i pendii della valle, ai piedi del Ciampedie e delle Cigolade. E non solo…

Come ci arriviamo?

Il percorso che propongo qui è segnalato in valle con il numero 208. Io, purtroppo, ho dovuto fare una variazione a causa dei lavori in corso per il rifacimento della seggiovia. Mi avevano segnalato la chiusura di un tratto di forestale, quindi mi sono sobbarcata un lungo tratto a spinta per evitare di beccarmi insulti dagli operai (che in realtà erano impegnati altrove, ma ovviamente non potevo saperlo).

Il tracciato

Profilo altimetrico

Parto, come mio solito, da Meida, strada de Ciancoal. La percorro in discesa fino ad immettermi sulla strada bianca che porta, in sinistra Avisio, al parco giochi di Pera e poi verso Canazei. Arrivo fino al bivio che porta in Mazzin, attraverso l’Avisio e imbocco la ripida salita che porta in paese. E qui ho una piacevole sorpresa. Dovete sapere che proprio lungo la strada principale di Mazzin (non la statale, quella più a monte) c’è un edificio è vuoto da anni e fatiscente. Fino a qualche anno fa, sulla facciata si leggeva ancora il nome “Jackob Cassan”: è un edificio denominato Cèsa Battel, Casa Cassàn, Casa del Moro, o “castello” per la presenza di una torre cuspidata. Si tratta di uno dei pochi esempi superstiti di edificio rustico-signorile. Ha impronta romanica. Nel XIX secolo ospitava la “Locanda dell’uomo nero” (Gasthaus zum schwarzen Mann), di proprietà di Jackob Cassan. Si raccontano molte cose relativamente alla storia di questo edificio. Le testimonianze parlano di un mercante proveniente dall’Africa, Jakob Cassan, e per questo detto, appunto, “uomo nero”, dal colore della pelle. Sembra che in questa antica costruzione si udissero nottetempo lamenti, sospiri, passi, porte che sbattevano, finestre che si aprivano improvvisamente nel cuore della notte. Varie le ipotesi per i fenomeni riportati nel tempo. Alcuni parlano di un soldato morto in quella casa. Altri ancora ritengono responsabile dei fatti misteriosi la stessa figlia di Jakob Cassan, che in seguito a una delusione amorosa si uccise gettandosi dal terrazzino dell’ultimo piano.

Da Mazzin vista verso la Val Udai, chiusa dal Sas Mantèl

Casa Cassan, particolare delle decorazioni a tempera. Sullo sfondo Sas Mantel

Casa Cassan pre-ristrutturazione

Il Comune aveva, in passato, chiesto alla Provincia aiuto per rilevare l’edificio e ristrutturarlo, ma senza risultato. Ora qualcuno si è cimentato nell’impresa di recuperarlo per ricavare appartamenti. Sono ben contenta che si prosegua nel lavoro di recupero dell’esistente senza occupare nuovo terreno, in particolare di un edificio che in origine doveva essere veramente bello e che stava diventando pericoloso per i passanti. Spero solo che non ne venga alterato l’impianto.

Ritorniamo al percorso. Si svolta a sinistra per uscire dal paese, in leggera discesa, e si imbocca il viottolo per Ronch. Questa mulattiera fa parte della rete di sentieri Troi di Ladins, che veniva utilizzata dai valligiani per spostarsi fra i paesi di mezzacosta e le valli laterali senza dover necessariamente scendere a fondovalle. Lo sterrato presenta numerosi strappi, a tratti la ruota tende a slittare. L’ultimo tratto, che si immette su un tornante della strada asfaltata che sale al Gardeccia, è particolarmente ripido e con fondo un po’ sabbioso.

Raggiunti la strada asfaltata la si percorre in salita verso Ronch, e oltre fino a Mazzin. Qui, seguendo i cartelli, si svolta a destra imboccando una strada asfaltata che è un piccolo balcone con vista sul gruppo del Sella. La strada, entrando nel bosco, diventa sterrata, con alcuni tratti in acciottolato, e si sa, acciottolato vuol dire ben ripido….

L’alta Val di Fassa da Ronch

Nel complesso, comunque, la forestale è abbastanza pedalabile, si prosegue inizialmente verso la Val Udai, con un tornante si riprende la direzione de direzione Gardeccia, attraverso i boschi ai piedi dei Dirupi di Larsech. E’ un percorso bello e poco frequentato: non è una strada che rientra dei tradizionali percorsi escursionistici, anzi mi pare che non sia nemmeno segnata sulle mappe. Porta fino ad uno spiazzo dove si trovano una mangiatoia per gli animali selvatici e un crocefisso, spesso usato per accatastare la legna. Si comincia poi a scendere, su un fondo generalmente regolare… ma che si fa piuttosto sassoso man mano che si scende.

Ai piedi del Larsech

Ci si immette sulla strada asfaltata che sale al Gardeccia, poco dopo quella che, qualche anno fa, era la Baita Regolina (anni fa ero venuta qui per cena, e avevo mangiato veramente bene, io avevo scelto un profumatissimo orzotto con fiori di campo). Si passa il “guado”, si sale ancora per un breve tratto e poi si svolta a sinistra seguendo le indicazioni, lungo la vecchia strada per Gardeccia. Si passa il ponte…e si trova il muro. Una salita molto ripida (a tratti raggiunge il 30%) e che non molla assolutamente. In teoria si dovrebbe percorrere un tratto piuttosto breve, per poi svoltare a sinistra, verso Pera ed imboccare la forestale che risale lungo la pista da sci. Per i motivi che ho spiegato prima io ho tirato dritto, quindi ho spinto la mtb fino in cima. I tentativi di salire in sella, fatti approfittando di qualche punto meno ripido e con un viottolo laterale a fare da corsia di immissione, si sono rivelati fallimentari, come ampiamente previsto…

Lungo la pista da sci

Si arriva così sulla pista da sci e si svolta a destra. E tutte le volte che arrivo qui, percorrendo questo tratto di forestale, faccio sempre lo stesso pensiero. Mi ricordo di quanto percorrevo questa pista da principiante, con la tavola, e le madonne che tiravo perché in alcuni tratti non riuscivo a far scorrere la tavola e mi impiantavo. Ecco, a farla in salita sono comunque madonne, ma per motivi totalmente diversi. Le rampette che in discesa erano una benedizione per riprendere velocità, a farle in senso contrario strappano non pochi insulti…

Dirupi di Larsech

Si arriva a Pian Peccei, un ampio prato da cui partono le seggiovie che servono le piste da sci del Ciampedie: una di queste ha, più a monte, la variante “Tomba”, che già ad attraversarla in estate, lungo il sentiero che collega Gardeccia e Ciampedie, fa abbastanza impressione per quanto è ripida, mentre le altre sono comunque tutte piste rosse.

Ex Rifugio Catinaccio

Si rimane sulla destra, salendo fino a dove si trova una sbarra verde che chiude una forestale. La si imbocca in direzione Gardeccia. Da qui in poi c’è pochissimo dislivello; qualche tratto un po’ rognoso, magari perché il fondo è sconnesso, lo si trova comunque, ma nel complesso è un bel tratto pedalabile, pur se parecchio frequentato in agosto. Il tratto più antipatico è in corrispondenza dell’immissione del sentiero che arriva dal Ciampedie. Da qui manca poco, e si raggiunge il rifugio Catinaccio, chiuso da 4-5 anni. E’ un peccato perché si trova in una posizione tranquilla. Certo, aveva bisogno di (consistenti) lavori di ristrutturazione, ma poteva comunque mantenere una sua “fetta di mercato”, rinnovandosi mantenendo il suo carattere di rifugio, senza diventare, cioè, l’ennesimo “albergo in quota” come invece è successo a molte strutture.

Piccola divagazione. Qualche anno fa (ovvero l’ultimo anno che l’ho trovato aperto) sono venuta qui a piedi, salendo dal paese, insieme alla mia famiglia, ad un amico e alla sua compagna. Ai tempi mio figlio faceva ancora l’asilo. Troviamo posto all’interno, ci sediamo. Arriva una signora a servirci, che, mentre prende gli ordini, mi fissa e se ne esce con un “…camping Catinaccio?!?!?”. La fisso. Orco boia… Arianna!!! Milanese, qualche anno più di me, era nella compagnia del campeggio di Pozza, quando eravamo ggiovani. Dopo la scuola aveva cominciato a lavorare qui in estate (i suoi si fermavano qui praticamente tutto l’anno), e qui si era sposata. Da allora, credo di averla vista per caso una volta in giro per il paese (mentre i genitori, che sicuramente di me non si ricordano, li ho incrociati spesso). E la ritrovo qui, dopo tanti anni, che gestisce il rifugio, mentre i tre figli giocano sul prato e sulle rive del “laghetto” sul retro (ora interrato). E mi viene un po’ da ridere a vedere questi marmocchi che crescono allo stato brado (esagero, ovviamente…), mentre da noi ci sono genitori che corrono dietro ai figli per pulir loro le mani con l’amuchina… Ok, fine divagazione.

Ex Rifugio Catinaccio

In ricordo del “Diavolo”

Si passa dietro al rifugio, dove già si cominciano a vedere le cime del Vajolet, si passa il torrente e si percorre l’ultimo tratto fino al Gardeccia.

Intendiamoci, da qui non si vedono le Torri del Vajolet come nelle foto da cartolina (per quello bisogna camminare ancora un’ora e mezzo circa, l’ultimo tratto è un sentiero su roccette), ma l’anfiteatro merita comunque, con le cime del Larsech verso Nord, talmente vicine che nelle foto non entrano tutte, e la parete del Catinaccio, inconfondibile con le sue macchie scure, verso Ovest.

Vista verso le cime fra la Marmolada e Costabella

La torta alla ricotta ha il suo perché

Generalmente la merenda ristoratrice la prendo al bar Edelweiss, perché è più tranquillo e ha una bella terrazza in legno, con vista su Larsech e, in lontananza, Marmolada. Il tempo di gironzolare un po’ di fare qualche foto, e di verificare cos’è quell’assembramento di persone sul prato, fa molto gita della parrocchia, o gruppo scout. Guardo meglio: c’è il prete che dice messa. OK, meglio mettersi in sella prima della benedizione finale, perché se li becco sul sentiero al ritorno è un bel casino.

Ripercorro la strada dell’andata (beh, in discesa è una bella goduria), svolto a sinistra lungo la discesa ripida che mi ha portato qui. Causa fifa, e non solo (ho problemi alla regolazione del sellino, non riesco ad abbassarlo in discesa e mi sembra di ribaltarmi) scendo e la faccio a piedi fino alla deviazione per Pera. Risalgo in sella e mi faccio l’ultimo pezzo, passando sotto la seggiovia e sbucando sulla paseggiata “sora i prè”. Scendo fino alla statale, la attraverso e vado verso il lungo Avisio che attraverso di fronte ai prati di Fraines: l’appuntamento è al parco giochi di Pera, dove la famigliola mi attende.

Dati tracciato

Lunghezza:          18.7km

D+:                        810m

Quota minima:   1357m slm

Quota massima: 1994m slm

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Scale(tte) chiuse

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Il sentiero 583 nel gruppo del Catinaccio è chiuso per manutenzione straordinaria a percorso e attrezzature nel tratto compreso fra Gardeccia e Passo Scalette. L’apertura è prevista per il 05/07 (verificare presso l’ufficio guide). #sapevatelo!!!

N.B. Il sentiero fa parte di un percorso “classico” nel gruppo del Catinaccio, consentendo di raggiungere il lago di Antermoja dalla conca del Gardeccia attraversando un passaggio lunare. Giro lungo, che richiede buone capacità di orientamento, con il primo tratto attrezzato con alcune corde fisse. Merita, ma va programmato in un periodo di tempo stabile. Il motivo di questa considerazione lo saprete a breve…

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