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L’allarme inascoltato

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Cinquemila metri Zero termico

La temperatura di scioglimento dei ghiacci è arrivata oltre l’altezza del Monte Bianco così un secolo di copertura glaciale è a rischio

Un giorno sul Bianco in t-shirt. Gli scatti di Federico Ravassard, fotografo italo-francese, ritraggono la climber Federica Mingolla mentre scala il Monte Bianco in una giornata di estate.

di Enrico Martinet – lastampa.it, 18/06/2017

Osservatori d’un mondo di roccia e ghiaccio in agonia. Così deve diventare l’uomo di montagna. L’indicazione è di uno dei massimi glaciologi, il professor Martin Funk, politecnico di Davos. Vola in Groenlandia a studiare quel pezzo candido, grande quanto la Liguria, che si sta staccando dalla terra dell’Artico e lascia il compito di testimone a chi vive e studia ai piedi del Monte Bianco: «Guardate con attenzione, il cambiamento è rapido e dovete saperlo vedere e trasmettere subito». In questo giugno travestito da luglio, con lo zero termico a 5000 metri, non c’è più una sola parte della penisola italica votata al gelo. Neppure in vetta all’Europa, sulla cupola sommitale del Monte Bianco. L’agonia è cominciata vent’anni fa, ma la svolta è stata l’estate del 2003, quando inclemenza meteo ha cominciato a far rima con febbre, non con bufere.

Dall’Artico alle Alpi

Se l’artico perde pezzi giganteschi, la Valle d’Aosta, la terra con altitudine media più elevata d’Europa (2000 metri) ha perduto l’un per cento dei suoi ghiacciai in sette anni, dal 2005 al 2012. La sua superficie è coperta di ghiaccio per il 4 per cento, 120 chilometri quadrati: ne ha persi 30, qualcosa come seimila campi di calcio, oppure sei volte la parte più densa della città di Aosta. Gli «osservatori» che Funk consigliava sono quelli della Fondazione Montagna Sicura, di Courmayeur, ai piedi del gigante febbricitante, geologi e esperti di meteo e di clima di Regione e Arpa (Agenzia regionale per l’ambiente). Guardano e studiano quanto accade in alto, dove dovrebbe regnare il freddo. L’alpinista Giorgio Passino, guida alpina di Courmayeur: «Caldo impressionante. A giugno in maglietta a 4.800 metri. Pazzesco. La notte il cielo è sereno eppure non gela. Non c’è la solita escursione termica. Si sprofonda in neve marcia perfino alle prime ore del mattino».

Rispetto all’intero territorio alpino il versante italiano del Monte Bianco è quello che ha avuto nevicate più abbondanti sia in inverno sia in primavera. Non così sul versante francese dove la situazione è ancora più preoccupante. «Negli ultimi 15 giorni – dice Edoardo Cremonese dell’Arpa – per sei volte le temperature hanno superato lo zero in cima al Bianco. Domenica scorsa a mezzogiorno la punta più alta, 12 gradi. E la quantità di neve è pari all’anno più povero, il 2011».

Rischio siccità, frane, crolli. Jean-Pierre Fosson, segretario di Montagna Sicura: «Abbiamo tre situazioni sotto controllo sul Monte Bianco. Il “cucciolone”, il grande ghiacciaio pensile delle Grandes Jorasses, che è soggetto a perdere per gravità la parte frontale senza che il riscaldamento incida più di tanto, poi il ghiacciaio di Planpincieux e il versante della Brenva che invece subiscono l’alterazione climatica». Fotocamere e sensori puntano i luoghi a rischio. Valerio Segor, ufficio valanghe della Regione che ha appena partecipato a un summit di 16 paesi in Germania per rivedere le scale del rischio, dice: «Ghiacciai come la Brenva o il Miage stanno per diventare “caldi”. Significa che quando accadrà saranno soggetti a scivolamento perché non poggeranno più su terreno freddo ma faranno i conti con la circolazione d’acqua da scioglimento nel loro substrato».

La Brenva

Il versante della Brenva che è memoria anche delle grandi imprese alpinistiche di Walter Bonatti è un altro «malato». Lo Sperone di granito e ghiaccio subisce l’ingiuria del caldo che provoca crolli di parete. E cambia perfino l’alpinismo. Le vie di salita sono in parte irriconoscibili per l’abbassamento dei ghiacciai. Mario Mochet, guida del Bianco da 46 anni: «Sulla Brenva Arnaud Clavel ed io aprimmo una via sul Père Eternel dedicandola a Papa Wojtyla. Oggi per rifarla hanno dovuto piantare due chiodi a pressione in più. Il ghiacciaio ha scoperto un piede liscio e verticale. Noi guide dobbiamo fare i conti con queste variazioni. Però mi sembra che si è un po’ troppo ossessionati dalle previsioni. Tutto si è estremizzato, non solo il clima, ma anche la nostra percezione. I ghiacci torneranno».

Il presidente delle guide del Bianco, Giulio Signò: «Una settimana fa nevicava, un freddo umido inconsueto, poi tutto svanito in poco tempo. Al rifugio Gouter, sul versante francese, non c’è neve. Di solito a giugno si doveva spalare per raggiungere l’ingresso». Ghiacciai irti di seracchi, con crepacci che, se il caldo perdurerà, obbligheranno gli alpinisti a larghi giri per evitarli. Il mondo in agonia ha luoghi sconosciuti. Nella conca del «cercle Maudit», dove emergono come torri i «satelliti» di granito rosso, tutto è più alto. Passino: «Decine di metri in più da arrampicare». Su roccia scolorita da un secolo di copertura glaciale ora svanita sotto un sole d’Africa.

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Alex Bellini: una traversata sui ghiacci per raccontare il riscaldamento globale

Ospite dell’ultima giornata del 65° Trento Film Festival, Alex Bellini, con la sua ultima avventura: 13 giorni di traversata con sci e slitta del più grande ghiacciaio d’Europa, il Vatnajokull, in Islanda.

Andrea Bianchi lo ha intervistato al MUSE.

dal canale youtube MountainBlog

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Viaggio nel clima che cambia l’Italia

La fusione dei ghiacciai e la dilatazione termica dell’acqua più calda fanno aumentare i livelli marini, anche nel Mediterraneo: le acque marine in crescita si infiltrano spingendo nell’entroterra un «cuneo salino» dannoso

di Luca Mercalli – lastampa.it, 20/02/2017

Comunicare i cambiamenti climatici non è facile. Sono argomenti complessi, basati su dati scientifici non sempre di immediata comprensione descritti il più delle volte con grafici e tabelle. Ma forse la fotografia può venire in aiuto quando coglie i sintomi già in atto di un clima in crisi. Così ha fatto Alessandro Gandolfi con il «Climatic grand tour», un viaggio fotografico durato un anno nei paesaggi italiani rimodellati – quasi sempre in peggio – dalle recenti tendenze climatiche: un fermo immagine sui problemi più gravi del nostro paese, caso per caso.

Desertificazione

I modelli di simulazione climatica prevedono estati mediterranee sempre più calde e secche: secondo l’Enea ciò esporrà al rischio di desertificazione circa un quinto del territorio italiano, soprattutto al Sud.

Tornado

Le caratteristiche nubi rotanti a imbuto con raffiche oltre 200 km/h esistono pure in Italia. Anche se sono certamente meno frequenti rispetto alle grandi pianure degli Stati Uniti, quasi ogni anno c’è notizia di almeno un episodio, soprattutto in Valpadana in estate, o sulle coste mediterranee in autunno. Disastrosi furono gli eventi del 24 luglio 1930 nel Trevigiano e del 16 giugno 1957 nell’Oltrepo Pavese, ma di recente anche quelli del 3 maggio 2013 tra Modena e Bologna e dell’8 luglio 2015 sulla riviera del Brenta, nel Veneziano.

Erosioni costiere e aumento del livello del mare

La fusione dei ghiacciai e la dilatazione termica dell’acqua più calda fa aumentare i livelli marini, anche nel Mediterraneo: secondo l’Istituto di Scienze Marine del Cnr, al mareografo di Trieste l’Adriatico è già cresciuto di 17 cm dal 1875, ed entro questo secolo gli oceani globali potrebbero salire di almeno un altro metro, se proseguirà l’attuale scenario ad alte emissioni serra. Alluvioni costiere come quella che il 6 febbraio 2015 ha invaso la Romagna diverranno allora sempre più frequenti. La sopravvivenza di Venezia è a rischio, e difficilmente sarà il Mose a salvarla! Inoltre le acque marine in crescita si infiltrano spingendo nell’entroterra un «cuneo salino» dannoso per coltivazioni e acquedotti.

Incendi

Gli incendi boschivi non sono una novità per l’Italia, in particolare al Sud, ma con le estati sempre più calde e secche la loro frequenza aumenta. Tra gli eventi più gravi degli ultimi anni quello sul Gargano il 24 luglio 2007, durante un’ondata di caldo con un record di 45 °C a Bari: bruciarono 500 ettari di pineta

Zanzare

Non solo i commerci internazionali, ma forse anche le temperature più alte facilitano la diffusione della zanzara tigre, vettore di febbri tropicali, come la chikungunya, di cui un’epidemia si sviluppò nell’estate 2007 nel Ravennate.

Ghiacciai

Tra le prime vittime del riscaldamento globale. Sulle Alpi la loro superficie si è dimezzata negli ultimi 150 anni a seguito di un aumento termico di circa 1,5 °C, e si stima che nel 2100 solo più le sommità del Monte Bianco e del Monte Rosa saranno incappucciate di ghiaccio. Una volta scomparsi i ghiacciai da molti massicci alpini, agricoltura e produzione idroelettrica dovranno adattarsi a minori deflussi d’acqua. Tentare di preservarli coprendoli con teli plastici – come sui ghiacciai Dosdé (Valtellina) e Presena (Trentino) – può aiutare temporaneamente solo piccoli comprensori di sci estivo, ma non risolve il problema e anzi comporta inutili costi economici, energetici e ambientali, con aumento della produzione di rifiuti! Meglio contrastare l’aumento di temperatura riducendo le emissioni di gas serra nell’aria.

Nubifragi, alluvioni, frane

Atmosfera e oceani più caldi accelerano il ciclo dell’acqua e rendono le piogge più intense, con maggiore rischio di alluvioni su un territorio peraltro più infrastrutturato. Dal 2010 a oggi in Italia si sono contati oltre 60 eventi alluvionali con un centinaio di vittime. Difficile dire se siamo già di fronte a una maggiore frequenza degli episodi, ardua da quantificare in un territorio in rapida trasformazione, ma di certo i cambiamenti climatici aggiungeranno ulteriore criticità in un Paese in cui, secondo l’Ispra, il 7 % della superficie è soggetta a frane e il 12% è a elevato pericolo di inondazioni.

Insomma, il Climatic Grand Tour di Gandolfi consegna al futuro la descrizione di una penisola italiana molto diversa da quella che aveva visitato Goethe alla fine del Settecento, e che, se non facciamo nulla per mitigare l’impatto ambientale, sarà irriconoscibile alla fine di questo secolo.
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Un igloo sul Monte Bianco

…basta che non si mettano a sforacchiare a nastro i ghiacciai, che non se la passano tanto bene…

Cena e pernottamento in igloo sotto la cima del Monte Bianco

La società guide alpine: “Un modo diverso di vivere la montagna”

L’igloo è una tana quasi tonda di circa 4 metri di diametro a 3.600 metri e a un’ora dalla funivia del Monte Bianco

di Enrico Martinet – lastampa.it, 22/12/2016

Come una duna in un deserto candido, un nido scavato nel ghiacciaio nell’anfiteatro che sale verso il Dente del Gigante. In quella tana quasi tonda di circa quattro metri di diametro si può passare una notte a 3600 metri e a un’ora dalla funivia del Monte Bianco. La società guide alpine di Courmayeur, la più antica d’Italia e la seconda al mondo, offre questo «inverno diverso», ai confini di un mondo dei silenzi. E in sicurezza. Vivere il ghiacciaio, scoprirlo dal suo interno, un po’ come accade d’estate sul versante francese (le grotte della Mer de Glace). Con l’aggiunta del pernottamento.

«Diamo la possibilità – dice Giulio Signò, presidente delle guide del Bianco – di vivere una piccola avventura fra le vette in totale sicurezza, anche per poter indicare il modo corretto di andare in montagna». Il ghiacciaio è quello del Gigante, al centro ogni estate di un’attenzione particolare proprio perché i turisti, incuranti di ogni segnale di pericolo e perfino dei cancelli, lo percorrono senza corde e alcuna attrezzatura alpinistica, fino all’assurdità di saltare fra i crepacci, di sbirciare dal bordo dei precipizi».

Ora le guide hanno programmato queste vacanze sul ghiacciaio fra le loro offerte invernali. Per farlo hanno scavato una grande gibbosità fra le Aiguilles Marbrées e il Dente del Gigante e ne hanno ricavato un mini alloggio, tavolo, divano, sedie e letto. Ma gli ospiti non rimarranno da soli, sempre con la guida, anche durante la notte. L’igloo scavato è affacciato sulla Val Ferret. Di laggiù (due chilometri di dislivello) verranno i richiami della civiltà, l’ammiccare delle luci. Per dormire pelli (sintetiche) e sacchi a pelo sono forniti dalle guide. Così come l’andata e ritorno in funivia, con la Skyway e la cena al rifugio Torino, sulla cresta dell’Helbronner. La notte in igloo costa 650 euro per due persone, tutto compreso, attrezzatura, funivia, cena e colazione l’indomani nell’igloo. In più la gita sul ghiacciaio durante il ritorno verso la funivia.

«Sempre per motivi di sicurezza – spiega Signò – vaglieremo la possibilità che le persone possano affrontare la gita che è di circa un’ora». Dal rifugio Torino si partirà dopo la cena per percorrere il ghiacciaio del Gigante in falso piano fino alle aguzze quinte dell’Aiguilles Marbrées. Guida e coppia risaliranno lo scivolo di neve del colle Marbré, per superare la cresta rocciosa e finire sui plateau glaciali verso la meta, l’igloo. Signò: «Nulla di impegnativo, c’è soltanto da camminare e da seguire la tecnica per la sicurezza calzando i ramponi e procedendo in cordata».

Il ghiacciaio del Gigante, ampio e spettacolare, sarà anche la meta per chi vuole attraversarlo con una gita di circa 3 ore e mezzo, sempre accompagnato dalla guida. Il costo è di 85 euro a persona a cui occorre aggiungere i 48 del biglietto della funivia. Sentieri di neve e ghiaccio nel cuore del Bianco.

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La ritirata

“Riscaldamento globale” e “scioglimento dei ghiacciai”: se ne sente spesso parlare nei tg, ma solo chi si occupa in modo professionale di questi argomenti, o chi frequenta in modo assiduo la montagna, ha la reale percezione del problema. Lo scioglimento dei ghiacciai sarà anche un fenomeno naturale in sé, ma un conto è constatare l’arretramento di un fronte nell’arco dei secoli, un conto è vederlo con i propri occhi, nell’arco di pochi anni o al massimo qualche decennio.

Io ho ben presente com’era il ghiacciaio della Marmolada a fine anni ’80, quanto ho cominciato a frequentare la zona in estate, e ho negli occhi quello che ho visto le ultime volte che me lo sono trovato davanti nella sua (ormai scarsa) interezza. Ai tempi d’oro d’estate veniva qui ad allenarsi quello “sborone” di Alberto Tomba (la sera scorazzava a tutta velocità sulla statale con il suo “macchinino”): poteva sciare solo la mattina ovviamente, ma ai tempi era possibile, e tra l’altro lo spostamento di grandi masse di neve per sistemare le piste ha molto probabilmente accelerato l’arretramento del ghiacciaio. Ora Pian dei Fiacconi è una landa desolata, una pietraia. E mi ricordo neve in estate anche sull’adiacente Gran Vernel, che ora è completamente sgombro. Vi consiglio di visitare questa pagina, che descrive molto bene le modificazioni subite dal ghiacciaio della Marmolada.

Fonte ARPA Veneto

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La Marmolada da Passo Padon, agosto 2008

E, allontanando il punto di vista per avere una visione del Pianeta nel suo complesso, pensiamo a quello che sta succedendo ai poli. La foto dell’orso bianco denutrito penso sia negli occhi di tutti.

In vista di #COP21 prendo quindi in prestito il titolo di un bell’articolo pubblicato qualche mese fa su “Altreconomia” per riassumere le evidenze di questi fenomeni.

Le varie info sono tratte dagli articoli citati e/o linkati in coda al testo.

da lifegate.it

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Entro la fine di questo secolo la “risorsa glaciale alpina” potrebbe scomparire quasi totalmente. La tendenza degli oltre 900 ghiacciai italiani è comune a quella delle omologhe masse planetarie, salvo rare eccezioni, come la “Karakoram anomaly” in Pakistan e il Perito Moreno in Patagonia, ed è analizzata nel World Glacier Inventory, il catasto mondiale del National Snow & Ice Data Glacier (i ghiacciai oggetto del monitoraggio sono 130mila, nsidc.org). È il riscaldamento globale l’elemento alla base dei dati forniti dal World Glacier Monitoring Service, che evidenzia la perdita progressiva di spessore e superficie dei ghiacciai. Prendendo in esame un campione di 125 ghiacciai del mondo, è stata registrata “una forte perdita di ghiaccio” tra il 1980 e il 2013 pari a 17,3 metri d’acqua equivalenti.

Nel mondo

Il fenomeno interessa innanzitutto Artide e Antartide, dove l’aumento delle temperature è doppio rispetto alle altre aree del globo. Ma oltre ai poli ci sono i ghiacciai cosiddetti “alpini” – le nostre Alpi ma anche l’Himalaya, la Patagonia, l’Alaska, gli Urali e il Kilimangiaro – che sono il serbatoio d’acqua dolce durante i mesi caldi, fondamentali per l’agricoltura, e che vedono una riduzione fino al 75%. Ad esempio il ghiacciaio Tviberi (Caucaso) ha perso 11 chilometri quadrati tra il 1965 e il 2013, pari a un quarto della sua superficie, dati pubblicati su (climalteranti.it), il Kilimanjaro invece, nel periodo 1912 ÷ 2013, ha perso circa l’85% della superficie originaria.

Il Perito Moreno, uno dei pochi ghiacciai al mondo che non sta arretrando (da repubblica.it)

L’arco Alpino

Da 519 kmq del 1962 agli attuali 368: le Alpi hanno perso in poco più di 50 anni il 40% dei loro ghiacci. Il dato emerge dal rapporto “Ghiaccio bollente” del Wwf Italia, in cui l’associazione ambientalista descrive gli effetti del cambiamento climatico sui ghiacci del pianeta e, di conseguenza, sugli animali e sull’uomo.

Al di là dei valori assoluti, incerti data l’intrinseca difficoltà connessa nel dipingere l’evoluzione del clima futuro, il quadro sembra indicare una verosimile larga diminuzione delle coperture e volumi glaciali. Di questa variazione attesa si dovrà tenere conto “nei diversi scenari evolutivi, non solo ambientali, ma anche socio economici”. Il professor Claudio Smiraglia e la dottoressa Guglielmina Diolaiuti, ricercatrice, entrambi del dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università Statale di Milano, hanno coordinato la redazione del Nuovo catasto dei ghiacciai italiani”, che ha sostituito il precedente catasto del Comitato glaciologico italiano, 1958-1962. Insieme al dottor Daniele Bocchiola, ricercatore di ruolo del Dipartimento di ingegneria civile e ambientale (DICA) del Politecnico di Milano, sono fra i maggiori studiosi del fenomeno del triste declino dei ghiacciai italiani. Insieme ad altri giovani colleghi hanno recentemente tracciato la “possibile evoluzione” fino a fine secolo del più esteso ghiacciaio vallivo italiano, il ghiacciaio dei Forni, che copre 11,3 chilometri quadrati in alta Valtellina, nelle Alpi Retiche meridionali lombarde (Ortles Cevedale). Questo ghiacciaio, per la cronaca, “perde” in estate 8 centimetri al giorno, riducendosi di 4,5 metri di “solo ghiaccio” sulla sua “lingua di ablazione”. Applicando tre differenti scenari di “bilancio radiativo” (ossia, potenziali scenari evolutivi dei valori di CO2, temperatura e precipitazione), sviluppati nell’ambito del quinto assessment report del Comitato internazionale per i cambiamenti climatici (IPCC), e due differenti modelli climatici globali, la conclusione rimane invariata: “la potenziale evoluzione del ghiacciaio dei Forni porta a stimare per il 2100 una riduzione di oltre l’80% del volume glaciale stimato nel 2007”.

Ghiacciaio dei Forni: com’era, com’è, come sarà.

Il ghiacciaio dei Forni, come gli altri 902 ghiacciai del Paese, ha già subito un’importante riduzione negli ultimi 50 anni. La tendenza -comune a quasi tutti gli altri ghiacciai del Pianeta- è manifesta: nonostante la crescita in termini numerici da 838 a 903 -frutto della frammentazione delle aree glaciali- la superficie glaciale complessiva, distribuita in Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo (con il ghiacciaio del Calderone) è andata riducendosi fortemente, almeno del 30% (dato sottostimato secondo i curatori del rapporto), passando da 526 a 369 chilometri quadrati, poco meno del Lago di Garda. (valori sostanzialmente concordi con quanto riportato nel rapporto WWF)

La Regione più colpita è il Piemonte (-48% in termini di superficie), che ha perduto 8 dei 123 ghiacciai di metà secolo scorso. La Lombardia -che ha il maggior numero di ghiacciai, 230 nel 2015- ne ha guadagnati 45 secondo l’aggiornato censimento, ma ha visto fondersi e scomparire una superficie di 27 chilometri quadrati.

Le conseguenze (in Italia e nel mondo)

“Gli scenari futuri indicano che un’inversione della tendenza in corso è alquanto improbabile e che nell’arco di pochi decenni si potrebbe realizzare un ulteriore avvicinamento a un paesaggio alpino, più simile ai Pirenei e agli Appennini, ormai quasi totalmente privo di ghiacciai, che sembra il destino inevitabile delle montagne del futuro”, spiega Smiraglia.

Sebbene non siano disponibili studi sistematici e accurati sull’entità “economica” dei “servizi” assicurati dai ghiacciai -si pensi per esempio all’impatto sul turismo-, le conseguenze della loro scomparsa sono note: dall’aumento di frane dovuto a un più intenso ciclo di gelo-disgelo delle rocce un tempo “coperte” di ghiaccio (“l’Ortles ha cambiato la propria certificazione di difficoltà, dovendo affrontare pareti rocciose laddove un tempo c’era una distesa ghiaccio”, spiega il professor Smiraglia), all’incidenza sulla portata dei fiumi padani, con riflessi negativi, specie in periodi siccitosi, sull’irrigazione a fini agricoli. “Il contributo dei ghiacciai per importanti bacini quali ad esempio l’Adda pre-lacuale, può raggiungere durante le estati siccitose il 20-25% della risorsa idrica” racconta Bocchiola.

Una risposta a più ampio respiro si potrà ottenere grazie agli esiti del progetto europeo H2020 “Ecopotential”, che punta a “migliorare i benefici ecosistemici futuri attraverso le osservazioni terrestri”. Antonello Provenzale -dirigente di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr- che del percorso è ideatore e coordinatore, sintetizza così l’obiettivo prefissato: “Quello che stiamo cercando di fare è fornire una quantificazione allo stato attuale degli ecosistemi e dei servizi che questi producono mediante misure in situ e osservazioni satellitari di 30 grandi aree protette internazionali, tra cui il gruppo montuoso del Gran Paradiso (che raggruppa ghiacciai del Piemonte e della Valle d’Aosta, ndr)”.

Passando dal “locale ” (si fa per dire) al “globale” la situazione si fa ancora più inquietante. “Il problema non è così remoto come sembra: dal ghiaccio del pianeta dipendono risorse idriche, mitigazione del clima, equilibrio degli Oceani, emissioni di gas serra”, sottolinea il Wwf. E anche la sicurezza dell’uomo: “l’innalzamento dei mari minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere. Il 70% delle coste mondiali rischia di venire sommerso”. Il ghiaccio è poi vitale per la sopravvivenza di numerose specie animali, dalle balene agli orsi polari, i due terzi dei quali, senza ghiaccio, potrebbero scomparire già nel 2050.

Per quanto riguarda gli orsi polari, ad esempio, si tenga presente quanto segue: secondo i dati raccolti dagli scienziati nella Baia di Hudson, in Canada, per ogni settimana di anticipo sulla fusione dei ghiacci gli orsi perdono dieci chili di peso, fanno difficoltà ad allattare i cuccioli e sono visibilmente in condizioni di salute precarie. L’autrice della foto riportata in apertura ha dichiarato:

Mi sono resa conto che gli orsi in salute sono quasi esclusivamente i maschi che rimangono sulla banchisa tutto l’anno. Le femmine, al contrario, sono magrissime. Le mamme tendono a rimanere bloccate sulla terraferma e a perdere i cuccioli. Solo poche volte ho visto madri in carne con giovani altrettanto in salute. Spesso ho visto orsi terribilmente magri, come l’esemplare che ho fotografato. Una femmina ridotta ad uno scheletro, con problemi alla zampa anteriore, che vagava sulla banchisa nel disperato tentativo di cacciare un tricheco.

In rete si trovano alcune simulazioni relativamente alle conseguenze a lungo termine dell’aumento della temperatura media della Terra, in particolare all’impatto dello scioglimento dei ghiacci sulle aree costiere. QUI potete vedere le immagini interattive che rappresentano come cambierebbero alcune città in seguito ad un aumento della temperatura media di 2°C e 4°C (due esempi li potete trovare più sotto).

Durban

London

Qualche anno fa l’ex presidente delle Maldive aveva tenuto una riunione di governo sott’acqua, con i ministri in tenuta da sub, per denunciare il pericolo che corrono queste isole: tre quarti della loro superficie sono a meno di mezzo metro sopra il livello del mare e, se le previsioni degli scienziati risulteranno corrette, saranno coperti dall’acqua entro la fine del secolo. Nessun punto delle oltre mille isole dell’arcipelago è più alto di 2,4 metri sul livello del mare. Eppure il nuovo governo, insediatosi nel 2012 in seguito ad un colpo di stato, ha rivisto drasticamente gli obiettivi stabiliti dal governo deposto, e sta favorendo lo sfruttamento petrolifero del paese.

Il video The Climate Scoreboard illustra l’attuale quadro di valutazione sul cambiamento climatico in base all’obiettivo (goal) di contenere l’aumento della temperatura nei limiti prefissati (e da alcuni giudicati insufficienti) e tenendo conto di dati di realtà (business as usual, ossia “come di consueto”).

Portando le conseguenze all’estremo, ecco quello che succederebbe se tutti i ghiacci della terra si sciogliessero

Spero vivamente che da #COP21 si esca con qualche risultato tangibile, perché non possiamo più aspettare: è fondamentale agire sulle emissioni dei gas serra e con l’immissione di inquinanti di vario genere nell’ambiente, oltre che, ovviamente, rivedere l’approccio all’economia nel suo complesso, per renderla meno impattante sull’ambiente e più equa per quando riguarda le ripercussioni sociali. I “grandi” della Terra sapranno mettere da parte gli interessi di bottega allungando lo sguardo oltre l’immediato? In teoria non c’è scelta, ma io non sono molto ottimista…

Se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato.
Hugo Chavez

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Riferimenti

La ritirata – Altreconomia

Wwf: “Il pianeta si squaglia nelle mani dell’uomo” – repubblica.it

E se tutti i ghiacciai della Terra si sciogliessero? – Focus.it

L’agonia degli orsi polari racchiusa in una foto – lifegate.it

Ghiacciai,scioglimento record “La febbre della Terra frantuma le montagne” – repubblica.it tramite triskel182

Cambiamenti climatici -ARPA Veneto

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