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La rinascita di Passo Rolle

Alcune settimane fa mi sono imbattuta in questo post, pubblicato sulla pagina Passo Rolle

Mio nonno Alfredo Paluselli, dopo aver viaggiato per il mondo, vide in Passo Rolle tutta la bellezza possibile e a questo luogo dedicò la sua esistenza. Qui creò la prima scuola di sci delle Dolomiti, il primo skilift del Trentino e seguendo l’ispirazione creò uno dei luoghi di montagna più fotografati in assoluto: Baita Segantini. Con badile e piccone realizzò anche un placido laghetto alpino, in modo da poter vedere la bellezza della sua Baita e del suo amato Cimon della Pala raddoppiati dal riflesso. Tutto questo non prima di aver adattato a strada carrozzabile, sempre a braccia e sudore, un vecchio camminamento risalente alla prima guerra mondiale che portava fin là. A Baita Segantini rimase in solitudine per trentacinque anni, nel contatto estremo con la natura, a volte terribile, a volte eccelsa. Superò in perfetta solitudine anche l’inverno del 1950/’51 quando a Baita Segantini caddero ventisette metri di neve. Rimase sempre fedele a Passo Rolle, fino alla morte.

Oltre che un custode di questi luoghi fu sicuramente anche un pioniere. Questa parola, pioniere, racchiude un significato di innovazione, di visione diversa, di rottura con il passato. Come ogni volta che si propone qualcosa di innovativo e diverso anche ai suoi tempi non mancarono le forti critiche: “È un matto” dicevano alcuni. “Cosa pensa di fare? Qua è sempre stato così, perché vuole cambiare?” dicevano altri. È la natura umana, che avendo paura di ciò che non conosce, lo rinnega. Eppure lui continuò sulla sua strada e il risultato è che oggi Baita Segantini è una delle immagini dolomitiche più conosciute in assoluto e Passo Rolle è stato per decenni una località sciistica rinomata e frequentata.

Ho quarantuno anni, e fatta eccezione per l’anno del servizio militare, posso dire di aver vissuto e lavorato a Passo Rolle tutta la mia vita. Di questa località ho visto i momenti turisticamente migliori, quando per esempio a volte i carabinieri dovevano chiudere l’accesso perché la mobilità era compromessa dalle troppe macchine dei turisti. E ne ho visto il declino, con l’apparire del degrado, dell’abbandono, del disinteresse. Ho visto le incomprensioni, i litigi, le invidie, gli indici puntati ad indicare le colpe, tra operatori, tra politici, tra Fiemme e Primiero… A volte ho avuto persino vergogna per come Passo Rolle si presentava. Ho vissuto lo smantellamento della seggiovia per la Segantini, la chiusura di Malga Fosse, dell’Hotel Rolle. Ho vissuto anche la chiusura della strada per settantadue giorni nell’inverno del 2013/’14. Fino ad arrivare alla chiusura degli impianti, l’inverno scorso.
Difficile lavorare in una situazione di incertezza così esasperante.
E dire che si tratterebbe di un posto così bello, su questo siamo d’accordo tutti.

In questo clima di decadenza e inefficienza una recente proposta di una nota azienda locale mi ha donato un bagliore di nuova energia, di rottura con il passato, mi ha fatto sentire quel senso di rinascita di cui tanto questo posto ha bisogno. Una sera a Malga Rolle, mentre ascoltavo la proposta de La Sportiva, sentivo un senso di soddisfazione per non essermene andato, per aver resistito, nonostante tutto. Quello che La Sportiva stava proponendo a noi operatori era dirompente, innovativo, qualcosa che guardava al futuro e non al passato, qualcosa basato su due semplici fattori: le emozioni, vero motore del turismo di oggi, e la natura magnifica di Passo Rolle. Un’impresa con sede a Ziano di Fiemme, guarda caso proprio il paese di mio nonno, stava facendo una proposta in controtendenza: in una montagna dove tutti cercano di creare nuovi impianti, nell’idea de La Sportiva si parlava di togliere le seggiovie per puntare tutto sulla natura incontaminata.
Durante quella presentazione mi sono sentito come deve essersi sentito mio nonno nel 1931 quando si lasciava affascinare per le prime volte dall’idea di creare nuovi impianti sciistici. Ora nel 2017 innovare a Passo Rolle significa togliere quegli impianti. Almeno quelli non più economicamente sostenibili, appesantiti dai debiti e con una stagione di chiusura totale alle spalle; impianti che difficilmente avrebbero potuto risollevarsi, collegamento o meno. Certo, mai dire mai, ma la realtà è che l’inverno scorso quegli impianti erano chiusi.

Il turismo invernale è cambiato molto, sarebbe miope non notarlo. Sarebbe da stolti far finta di non vedere tutti quei turisti invernali che non sciano ma scelgono comunque le nostre montagne per le loro vacanze e sono alla caccia di attività alternative, di esperienze. E non è soltanto questione di sensazioni. Al giorno d’oggi ci sono le statistiche e i sondaggi a dirci che le abitudini dei turisti si stanno evolvendo.

Scrivo questa lunga lettera perché nonostante la grande approvazione generale, l’idea de La Sportiva ha suscitato anche alcuni pareri ostili, e le discussioni sui social network tra favorevoli e contrari si sono moltiplicate. L’idea a mio avviso non è stata compresa fino in fondo, si sono diffuse voci che parlavano di lusso, di mega resort, di un progetto per pochi che escludeva le persone non ricche e via dicendo. Voci che spesso erano fondate sul nulla ma che alimentavano lunghe discussioni fuorvianti. Basti dire che anche se venissero create alcune strutture di alto livello ciò non andrebbe a levare l’offerta più economica già oggi presente sul passo. Basti dire che la montagna resterebbe libera ma che tutti potrebbero usufruire di una migliore segnaletica e di una sistemazione generale dell’area con criteri assolutamente ecologici. Certo, non si potrebbe più fare sci alpino sulla pista Paradiso, ma si guadagnerebbero altre possibilità, diversificate, e vorrei ricordare ancora una volta che l’anno scorso quell’impianto è stato chiuso per tutta la stagione e che non mi pare di vedere all’orizzonte grosse possibilità su questo fronte. Sulle piste Rolle, Castellazzo e Cimon si potrebbe continuare a sciare e da quanto dichiarato finora dai politici di competenza l’idea de La Sportiva non andrebbe ad interferire con il progetto degli impianti di collegamento con San Martino di Castrozza.

Perché non provare quindi a lasciarsi affascinare da prospettive nuove? Perché non cercare di uscire dalla stagnazione tramite l’innovazione? Perché non capire la possibilità di allungamento delle stagioni o i vantaggi di avere una proposta che può funzionare anche in assenza di neve? Perché non farsi sedurre dall’idea di una zona con un’offerta turistica integrata e diversificata, unica in Italia, che porterebbe nuove tipologie di turisti?

Cambiare richiede impegno lo sappiamo. Richiede un ripensamento di abitudini e di metodi. Ma a pensare sempre nello stesso modo si va sempre nella stessa direzione, e abbiamo visto bene che direzione ha preso Passo Rolle negli ultimi anni. Se guardiamo indietro ci accorgiamo che sono state proprio le idee dirompenti e innovative a funzionare a Passo Rolle, un tempo. Ora quei tempi sono passati e c’è bisogno di nuove idee. Queste idee sono arrivate e non provare a capirle sarebbe come guardare il treno partire e passare, senza salirci. Un’azienda privata che investe lo fa per un qualche ritorno, è ovvio, ma se saremo aperti e pronti ad accogliere il cambiamento le opportunità saranno per tutti, anche per le località vicine che potranno proporre ai propri clienti qualcosa di alternativo allo sci.

Cerchiamo di essere lungimiranti come lo sono stati i pionieri che ci hanno preceduto.
Se invece saremo chiusi e ancorati ai soliti sistemi, se continueremo a piagnucolare senza avere il coraggio di cambiare, cosa ci resterà quando avremo finito il fiato?

Alfredo Paluselli

Il tema mi ha incuriosito molto: non è da tutti pensare, al giorno d’oggi, di rinunciare al turismo invernale sci ai piedi. Ovunque si sta assistendo al potenziamento degli impianti di risalita (giusto o sbagliato che sia), all’allargamento delle piste esistenti o alla creazione di nuove, al potenziamento degli impianti di innevamento artificiale necessari per poter aprire le piste in queste annate di neve pressoché assente; questa sarebbe un’iniziativa in totale controtendenza. Mi sono detta: mi informo.

Ecco, ora che sono in vacanza nelle Dolomiti ne ho sentito nuovamente parlare al TG regionale. Teoricamente, nel giro di qualche settimana si dovrebbe decidere se accettare la proposta del patron de La Sportiva (nota azienda che produce attrezzatura da montagna, con sede a Ziano di Fiemme): in sostanza l’idea è quella di acquisire gli impianti, cospicui debiti compresi, smantellarli, recuperare e riqualificare parte delle strutture esistenti per ricavare un centro dedicato agli sport all’aria aperta sia estivi che invernali, con noleggio attrezzature, assistenza di professionisti, percorsi tracciati per tutte le età e capacità. E ampliando l’offerta ricettiva anche al Passo (anche per turisti molto danarosi, stando a quel che ho letto).

Il tutto potrebbe integrarsi, anche se le due cose possono sembrare in contraddizione, con i nuovi impianti di collegamento fra San Martino di Castrozza e Passo Rolle, perché così si potrebbe accedere al centro in modo green, dando la possibilità a chi scia e a chi preferisce fare altro di partire dallo stesso punto e fare ognuno ciò che più aggrada.

Da appassionata di montagna, mi pare un’idea fantastica. Prima di tutto, non esiste solo lo sci. Esistono molte attività che si possono fare in inverno, con e senza neve, e il numero di appassionati è in continua ascesa. Inoltre bisognerebbe cominciare a farsi qualche domanda relativamente alla sostenibilità ambientale dello sci alpino, e alle ripercussioni sull’economia delle aree alpine date dall’accorciamento (e spostamento) della stagione sciistica, oltre che dalla presenza ed esigenze degli appassionati delle altre discipline.

Basta dare un’occhiata alle mappe Google Earth: molte foto nell’area dolomitica sono state scattate durante questo inverno, e sono inquietanti: piste ridotte a striscioline di neve sparata in mezzo ad un panorama brullo. E’ ancora ammissibile investire tutti questi soldi su aree così vaste? Ecco, se l’iniziativa de La Sportiva può dimostrare che esiste una via alternativa all’approccio alla montagna, sarà comunque un successo, perché di aree che in passato sono state attrezzate per lo sci e ora sono poco o per nulla utilizzate, in Italia ce ne sono parecchie. Forse è il caso di cambiare schema.

E credo sia anche normale che, a fronte di una proposta di cambiamento così radicale, le opinioni siano così diverse. Pensare di ribaltare la prospettiva che ha fatto da guida nelle ultime decadi non è facile, ma credo che nemmeno far fronte ai 750000€ di debiti sia una cosa semplice. Sono straconvinta che certe iniziative dovrebbero essere sempre prese dalle Amministrazioni e non dai privati: qui si parla anche di marketing, nel senso che per la nota azienda sarebbe un modo per dare visibilità al suo marchio, alla sua “filosofia aziendale”, ma, volendo pensar male, mi viene da dire che un’azienda che investe così tanto su un’area voglia poi qualcosa in cambio. Ma è anche difficile, al giorno d’oggi, avere Amministratori con visione nuova e di lungo periodo, perché le amministrazioni sono comunque espressione degli interessi di imprenditori e lavoratori della zona, e ognuno vuole salvare il proprio orticello, a volte contro ogni evidenza.

Spero prima di tutto che vengano rispettati i vincoli dati dal fatto che ci si muove nel contesto del Parco di Paneveggio – Pale di San Martino, questo per quanto riguarda il recupero delle strutture esistenti, perché, detto papale papale, le nuove attività previste sono sicuramente più a misura di parco rispetto allo sci alpino. In secondo luogo spero che questa sia comunque l’occasione per fare tutti una riflessione: amministratori, imprenditori, lavoratori, ambientalisti.

(Ne riparleremo a breve… anche degli interrogativi che molti cominciano a farsi relativamente alla sostenibilità degli impianti di innevamento artificiale)

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La nuova vita di Alan

Un giorno, mentre sto “cazzeggiando” (termine tecnico) su internet, mi arriva una notifica da un gruppo g+ che seguo. Il titolo del post, relativo ad un trek nel Lagorai, mi incuriosisce: io di solito vado in Val di Fassa, ma il Lagorai, che è nella vicina val di Fiemme, non lo conosco per niente.

Clicco sul link. Si apre una pagina, e la prima cosa che mi colpisce, più che le montagne, è il logo AIDO su un pannello segnaletico.

Io sono una donatrice AIDO (o meglio, una potenziale donatrice) e i miei genitori, in tempi diversi, sono stati nello staff del gruppo AIDO locale (mia mamma è tuttora presidente), quindi il tema della donazione in casa mia è… “di casa”. Incuriosita, comincio a navigare nel sito, una volta tanto interessata più al gestore del sito che alle escursioni in montagna descritte nelle pagine.

E la storia che scopro è una di quelle che ti scombussolano dentro. E’ la storia di una doppia vita, la vita prima e la vita dopo.

In mezzo, un trapianto.

Ecco la storia di Alan.

Personalmente mi sento in dovere di dover inserire nella mia autobiografia, due Biografie, una per il “pre” e una per il “post” Trapianto.

Mi chiamo Alan e sono nato a Trento il 27 ottobre 1984 all’Ospedale San Camillo da genitori entrambi trentini, con parto naturale.

Appena nato dopo poco più di un mese vengo ricoverato all’ospedalino a Trento per problemi di fegato, ero giallo, gonfio, non avevo appetito e quindi, dopo qualche mese sono stato trasferito all’ospedale di Padova nel reparto di Gastroenterologia presso la Prof.ssa Zancan per accertamenti più dettagliati sul mio stato di salute.

Dopo vari studi mi diagnosticano il Deficit di Alfa 1 antitripsina, disordine genetico che per una combinazione del 50% di possibilità vado a incontrare già dalla tenera età…

Inizia una vita fatta di visite, dottori, ospedali, una vita da “malato”. La tenera età non mi consente di potermi lamentare, le problematiche che incontro durante il periodo neonatale sono relativamente poche.
La vita però va avanti, frequento asilo, elementari, medie e superiori cercando di condurre una vita normale, ma così non è, le limitazioni sono tante, troppe per un ragazzo che sta iniziando a vivere la sua adolescenza, non poter far sport non mi aiuta a socializzare e a poter confrontarmi con i miei compagni,  ma con determinazione riesco ad arrivare fino ai 14 anni, i tempi del motorino, delle prime compagnie.

Un “bel” giorno succede il “patatrack”, la pipì rossa….. è Panico!!! Non riesco a parlarne con nessuno, neanche con gli adulti, ho paura, dentro di me mi convinco del fatto che da li a pochi giorni il tutto si sarebbe risolto.

Un giorno vengo colto in flagrante, si accorgono del mio problema e mi portano in ospedale con urgenza.

Successivamente mi viene diagnosticata una Glomerulo-nefrite membranoproliferativa, una malattia renale per la quale ho dovuto sottopormi a un trattamento Dialitico (Emodialisi) piuttosto intensivo.

Qui inizia uno dei periodi più duri della mia vita, a 14 anni, non poter più fare neanche il poco che mi piaceva, costretto in un letto d’ospedale con 3 trattamenti di Emodialisi da fare a settimana…

Il morale è sotto terra, ansia e panico sono all’ordine del giorno, ricordo ancora il mio pensiero più ricorrente “Quando andrò a casa?”…

Un giorno… l’encefalopatia… che in poche parole è l’accumulo di sostanze tossiche nel sangue che il fegato non riesce a eliminare e che causa coma epatico, in cui se non vieni trattato subito con i mezzi più appropriati vai incontro a morte certa.

Fortunatamente a Trento i medici del reparto di Nefrologia mi hanno salvato, e dopo 12 ore di lotta contro la morte, riapro gli occhi e intorno a me trovo i miei famigliari più cari, la mia amata nonna Letizia, il mio zio Emilio e la mia mamma. Bei brutti momenti !!!

L’encefalopatia è il punto di non ritorno, successivamente l’Ospedale di Trento prende contatti con la Clinica Universitaria di Padova e dopo attente valutazioni, con un’ambulanza vengo trasportato al Policlinico Universitario dell’Ospedale Civile dove la dott.ssa che mi seguiva fin da piccolo mi ha fissato una visita specialistica un pò particolare.

Quella visita cambiò per sempre la mia vita…

In un mese e mezzo di Ospedale a Padova eseguo tutti gli esami necessari per il Trapianto, penso di non aver mai fatto così tanti esami, invasivi o meno, una sorta di Check-Up completo di tutto il mio corpo, atto a valutare le mie possibilità di sopravvivenza al Trapianto e la mia predisposizione all’accoglimento di due nuovi organi. Il fegato e il Rene.

Il 22 maggio 2000 il telefono di mia madre squilla, è sera, sono circa le 18.00.

Poco dopo mia madre entra in camera e mi dice “Alan prepara il pigiama!”.

Verso le 20.00 siamo a Padova, un chirurgo viene a prelevarmi circa 20, 25 provette di sangue, il quale verrà utilizzato per tutte le analisi necessarie al Trapianto.

Entro in sala operatoria il 23 maggio 2000 alle ore 06.00 e ne esco alle 22.30 dello stesso giorno.

Da qui in poi potrei scrivere un’altra Biografia, quella che descrive la vita da Trapiantato di Organi, ma preferisco non farlo, perché in questo piccolo spazio sul web voglio raccontare le esperienze sportive con immagini e racconti che testimoniano che una vita dopo il Trapianto è possibile e anzi, è un dover sfruttare e goderne a pieno, per te stesso e per chi col suo sacrificio di vita ti ha donato una seconda chance.

Vigolana trail, passaggio a 35km

Nella sua nuova vita Alan va in montagna. O meglio: partecipa ad escursioni impegnative, fa ghiaccio, partecipa a gare Ultratrail. Le sue escursioni le racconta sul suo blog, TRANSPLANT SPORT. Il sito però non è solo il diario di bordo di un giovane appassionato di montagna, è anche uno strumento per parlare di emodialisi e trapianti. Uno strumento di supporto a pazienti in attesa di trapianto o già trapiantati e, soprattutto, di sensibilizzazione nei confronti dei potenziali donatori.

Cima Tosa – Canalone Neri

Per chi volesse sapere qualcosa in più su Alan:

Blog: TRANSPLANT SPORT

Mail: alan.cattincosso@gmail.com

Facebook: https://www.facebook.com/alan.deslucca

Garmin: http://connect.garmin.com/profile/alancattin

Alan in vetta… con maglietta

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In volo su Passo Rolle

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Dai campi abbandonati le erbe magiche delle nonne

Iniziativa nell’Ossola, presto sarà un’ e-commerce

di Cristina Pastore – lastampa.it, 26/08/2016

Né lei né le socie si sentono epigoni delle «streghe del Cistella», montagna dell’Ossola che porta con sé tante leggende. Niente sabba ma la conoscenze delle proprietà curative delle erbe sì, che in valle Antigorio, dove ha sede il loro consorzio, è patrimonio comune.

Vittorina Prina è la figura di riferimento di questa esperienza di piccola imprenditoria femminile alpina, nata per riscattare appezzamenti agricoli dall’abbandono e contribuire all’integrazione al reddito superando il frazionamento dei terreni. Tanti proprietari per un piccolo campo, conseguenza di passaggi ereditari di cui si è persa memoria, che vanno rintracciati tutti prima di procedere.

La maggioranza acconsente volentieri a cederli alle coltivazioni del consorzio Erba Böna, evoluzione dell’associazione costituita nel 2001 grazie a un progetto di cooperazione transfrontaliera con la Svizzera. Da un primo essiccatoio a Cavaglio Spoccia, in valle Cannobina, si è passati a quello di Verampio di Crodo.

Qui i quindici soci conferiscono le specie coltivate a diverse altitudini. Mentre in alta Formazza la produzione è tipica di montagna con l’achillea moscata, la genziana lutea, il genepì, l’arnica e le stelle alpine, scendendo a valle si è riusciti – con l’aiuto dell’agrotecnico Antonello Bergamaschi – a far crescere ciò che in natura si trova ad altre fasce climatiche.

Le sette socie lavoratrici di Erba Böna hanno come materia prima anche melissa, menta piperita e citrata, iperico, arnica, calendula, lavanda, timo, malva, rosmarino, salvia e nei campi più esposti al sole – sulle rive del Lago Maggiore a Cannero e Cannobio – origano e lippia. Con il supporto del farmacista Eugenio Maddaloni tutto ciò diventa filtri di tisane digestive, dissetanti, per la tosse e, novità di quest’anno, «di cui siamo particolarmente orgogliose» bevande per combattere i disturbi femminili dice Vittorina Prina.

Nel piccolo spaccio ricavato nell’essiccatoio di Verampio – dove si è creato un campetto didattico per le scolaresche – Prina elenca tutti i prodotti. Caramelle, liquori, oli per massaggi e poi cuscini che conciliano il sonno (alcuni con versi in lingua walser della formazzina Anna Bacher), aromatizzatori per vivande, scalda-collo, sacchettini riempiti di fieno ed erbe da appoggiare sulle parti doloranti.

«Abbiamo per ora una distribuzione limitata a negozi delle zona, ma l’intento è di partire con l’e-commerce. Tra noi sette ci siamo distribuite le mansioni, ognuna seguendo una propria attitudine», aggiunge Prina, che indica come negli ultimi anni il bilancio è sempre positivo, con 60/70 mila euro di utile da reinvestire, risultato dell’impiego di un raccolto fresco di 6 quintali che, essiccato, si riduce a due.

La coltivazione si estende su 5 ettari, uno «in conversione», che significa ancora nel periodo di prova di tre anni richiesto per rientrare nella produzione certificata «bio». Un valore aggiunto che costa molta fatica. La rinuncia all’utilizzo di fertilizzanti chimici impone la rotazione delle coltivazioni: in media dopo tre anni le piantine di una specie vanno strappate, per ricominciare da capo da un’altra parte. E in queste zone il ricorso a macchinari è impossibile: non si può far altro che chinare la schiena e usare le mani.

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Sentieri Creativi 2016

SENTIERI CREATIVI 2016 - L’arte si fa in montagna

Sentieri Creativi 2016 è un’azione del progetto JOB-IN 3.0, finanziato da Regione Lombardia nell’ambito dei piani di lavoro territoriale sulle politiche giovanili.

La sesta edizione di Sentieri Creativi arriva al suo punto cruciale, la selezione dell’opera che andrà allestita permanente nei pressi dell’Ostello al Curò.

Dopo una settimana di residenza artistica e due settimane di rielaborazione i sette giovani artisti, Carlo Catellani, Chiara Cotti, Giammarco Cugisi, Giusy La Licata, Lorenzo Misia, Stefano Parimbelli e Marta Petteni, presenteranno i progetti pensati per l’alta quota a una commissione di sette esperti convocati per l’occasione. Un solo ragazzo avrà infatti la possibilità di realizzare la sua opera grazie alpremio di 2000€ che l’assessorato alle Politiche Giovanili del comune di Bergamo hanno messo a disposizione.

L’assessore Maria Carla Marchesi esprime così il suo entusiasmo:” la realizzazione di Sentier,i Creativi è complessa perché richiede ai giovani artisti di misurarsi con la natura e i suoi spazi, di trovare la giusta dimensione per una presenza che non sia didascalica, ma nemmeno poco rispettosa del contesto e, al tempo stesso, di ingegnarsi a trovare soluzioni logistiche e di allestimento adatte al particolare scenario in cui l’opera d’arte sarà esposta. In nostro auspicio è che lo sforzo degli artisti possa essere un messaggio di forza per tutti gli appassionati d’arte e di montagna, che lungo i sentieri incontreranno i ragazzi”.

La mostra inaugura venerdì 15 luglio  alle 18.00 presso lo Spazio Polaresco (via del Polaresco 15).

Orari di apertura della mostra: dal 18 al 29 luglio

Lunedì – venerdì dalle 15.00 alle 18.00

Resta connesso: www.giovani.bg.it. – FB: Giovani Bergamo – Instagram: Sentiericreativi

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Pensierino della sera

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Fonte: Il montanaro imbruttito

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Leggimontagna 2016: scadenza bando

Quest’anno il Premio Leggimontagna festeggia la sua 14° edizione. Le opere del Premio Letterario dovranno essere presentate entro il 31 maggio 2016, mentre i film del Premio Filmati-Video dovranno pervenire entro il 30 giugno 2016.

planetmountain.com, 18/05/2016

Il Premio Leggimontagna è nato nel 2003 per volontà dell’ASCA (Associazione delle Sezioni Montane del Club Alpino Italiano) ed è supportato dalla collaborazione e dal contributo di numerosi Enti ed Istituzioni, per citarne alcuni: Comunità Montana della Carnia, Consorzio BIM Tagliamento, Fondazione CRUP.

Il Premio Letterario prevede tre sezioni a concorso: “narrativa”, “saggistica” e “inediti”, racconti non ancora dati alle stampe;

Il Premio Filmati – Video prende il nome di CORTOMONTAGNA ed è un’edizione sperimentale di Leggimontagna dedicata esclusivamente ai cortometraggi, che avrà come tema la Montagna dal vivo con la creazione di un video che esprima e racconti come l’autore vive e interagisce con l’ambiente montano, dal punto di vista che più lo rappresenta. La partecipazione a questo concorso è riservata ai giovani che non abbiano compiuto 25 anni e che siano dilettanti, ovvero che non svolgano o non abbiano svolto attività professionale retribuita nel settore delle riprese video o dei filmati.

Nel corso delle varie edizioni si è di volta in volta consolidato il successo della manifestazione, per numero di partecipanti, qualità e varietà delle opere presentate, interesse da parte del pubblico, dei media e delle istituzioni. A testimoniare l’accresciuta notorietà di Leggimontagna è la partecipazione di prestigiose case editrici, tra cui Corbaccio, Bellavite Editore, Vivalda, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Casa editrice Stefanoni, Liaison, Editore Temi, Priuli & Verlucca, e di autori del calibro di Reinhold Messner, Andy Cave e Mick Fowler.

Ottima anche la presenza alle cerimonie conclusiva da parte degli autori premiati e degli editori, a riprova che il concorso ha assunto negli anni sempre maggiore rilievo e carattere di decisa internazionalità; infatti il premio è costantemente caratterizzato dalla presenza di ospiti di riconosciuta fama nel mondo alpinistico e di studi sulla montagna: da Nives Meroi a Kurt Diemberger, da Kriemhild Buhl a Werner Baetzing (rappresentante della CIPRA), da Annibale Salsa a Paolo Rumiz, da Andy Cave a Enrico Camanni e a Hervè Barbasse.

– Regolamento/schede premio letterario 2016
– Regolamento/schede cortomontagna 2016

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Monti Sorgenti 2016

Monti Sorgenti a Lecco: inaugurata la mostra “Sguardi dall’alto” di Giulio Malfer

Sabato 16 maggio la mostra ‘Sguardi dall’alto’ del fotografo Giulio Malfer ha dato il via alla manifestazione Monti Sorgenti a Lecco. Una settimana di eventi interamente dedicata alla montagna che culminerà venerdì 20 maggio con la serata finale del Premio ‘Grignetta d’oro’.

planetmountain.com, 16/05/2016

E’ partita la grande settimana della montagna della città di Lecco. Sabato 16 maggio alle 18 è stata inaugurata alla Torre Viscontea in piazza XX Settembre la mostra fotografica “Sguardi dall’alto” del fotografo trentino Giulio Malfer con i volti storici dei più grandi alpinisti italiani, molti dei quail lecchesi. La mostra, che resterà aperta fino al 5 giugno, è il primo evento della rassegna “Monti Sorgenti”, che proseguirà con un evento al giorno e culminerà venerdì 20 maggio con la serata finale del Premio Grignetta d’oro.

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Riccardo Cassin

All’inaugurazione erano presenti il sindaco di Lecco Virginio Brivio, Alberto Pirovano, presidente del Cai Lecco, Emilio Aldeghi, presidente Acal e coordinatore di Monti Sorgenti, Barbara Cattaneo e Simona Piazza del Comune di Lecco.

“Questa mostra, che raccoglie fotografie degli anni Novanta e Duemila, coglie la quotidianità e l’umanità di personaggi di cui siamo abituati a valutare solo le prestazioni – ha detto il sindaco Brivio – Siamo orgogliosi che in questa iniziativa di importanza nazionale i volti di Lecco abbiano una parte così importante. E’ una splendida apertura per la rassegna di Monti Sorgenti che vi aspetta nei prossimi giorni con molte altre iniziative a cui vi invito a partecipare”.

“Sono contentissimo che Giulio Malfer sia finalmente a Lecco – ha detto Pirovano – Apprezzo moltissimo il suo lavoro, perchè si ritrovano davvero le persone: il volto austere ma buono di Pino Negri, il sorriso sottile di Miro Ferrari. Queste foto mostrano una sensibilità e una conoscenza dell’alpinismo che non è commune, e che lascia trasparire la forza e insieme anche la debolezza di questi alpinisti”.

“E’ un’onore aver portato la mostra in questa città – ha detto Giulio Malfer –, Lecco è la capitale dell’alpinismo e deve esserne consapevole, lo dico da trentino. Ringrazio tutta l’organizzazione di Monti Sorgenti e gli alpinisti che ho fotografato, che prima di tutto si sono fidati di me. E’ stato un lavoro tosto, ma ne sono orgoglioso.”

Tutti gli appassionati di montagna si sono emozionati almeno una volta di fronte ai ritratti in bianco e nero di Giulio Malfer, fotografo, giornalista e artista trentino di fama internazionale. Volti di alpinisti nelle loro espressioni più naturali e più intense, raccolti nel volume “Sguardi dall’alto”, che ne ritrae storia e personalità con indimenticabili primi piani.

“Questi occhi di giovani, vecchi, uomini, donne, belli, brutti, introversi o guasconi hanno brillato per tutta la vita per qualcosa che la gente comune considera soltanto un pugno di sassi – ha scritto Enrico Camanni – e si sono consumati per una passione talmente irragionevole che nessuno è mai riuscito a spiegarla a un profano, nonostante i milioni di pagine consumate allo scopo in oltre due secoli di alpinismo”.

La mostra, curata nell’allestimento da Marco Giudici e Adriana Baruffini, seguirà i seguenti orari: lunedì chiuso, martedì e mercoledì 9.30 – 14, giovedì venerdì sabato e domenica 15-18.

Monti Sorgenti prosegue ora con l’Aperitivo on the rocks: fino a venerdì 20 maggio in cinque bar della città saranno organizzati aperitivi a tema e allestite vetrine con foto storiche delle mostre alpinistiche delle scorse edizioni di Monti Sorgenti.

Lunedì 16 maggio alle ore 18.15 in piazza Garibaldi ci sarà l’inaugurazione della mostra fotografica all’aperto “All’ombra della leggenda: Esposito e Tizzoni al fianco di Cassin” a cura di Matteo Manente.

Martedì 17 maggio alle 14 è in programma il convegno “Attività e prospettive dei rifugi alpini” presso la Sala conferenze Banca Popolare di Sondrio. La sera grande appuntamento con la proiezione del film “Prima il dovere” (regia di Nicoletta Favaron) dedicato a Dino Piazza, alle ore 21 presso l’Auditorium Casa dell’Economia.

Giulio Malfer fotografo, giornalista e artista dal 1990. Lavora con diverse agenzie di marketing del nord Italia, nel campo della fotografia industriale e della moda. Dal 2000 inizia a collaborare con alcune gallerie d’arte a Milano, e con vari musei, contribuendo alla pubblicazione di cataloghi d’arte, all’allestimento di archivi fotografici e di progetti antropologici sul territorio. Dal 2003 lavora con le riviste ‘Alp’, ‘Alpinist’, ‘Meridiani’ e con il sito web ‘www.planetmoutain.com’. È fotografo per la federazione internazionale di arrampicata sportive, documentando tutte le gare di climbing. É stato responsabile per diversi anni della comunicazione culturale di un’azienda nel settore dell’abbigliamento sportivo, pubblicando diversi libri e realizzando progetti artistici. Dal 2007 inizia un percorso artistico-sociale, che lo porta a pubblicare libri, e a realizzare mostre itineranti e installazioni. Nel 2012 fonda la rivista online redpress.it, esegue un lavoro di documentazione e ritratti per la Provincia Autonoma di Trento nel mondo dell’agricoltura. Nel 2013 realizza un reportage artistico recandosi Quattro volte in Bosnia seguendo Gianni Rigoni Stern nel suo progetto umanitario.

L’anno successivo esegue un progetto per ‘Italia nostra’ sul paesaggio, e inizia un percorso didattico sulla memoria condivisa che lo porta in Austria, Germania e Polonia. Negli ultimi due anni è in Africa con l’associazione ‘acav’, realizza per la coldiretti nazionale I ritratti per lo stand ‘expo2015’, e per il MUSE di Trento realizza un’installazione in simultanea alla mostra africana durante il Festival dell’Economia di Trento. Nei primi mesi del 2016 con Piero Cavagna con cui collabora da tre anni cura un’ installazione e libro sulla seconda memoria.

Libri, mostre installazioni di Giulio Malfer: 2002 ‘Sguardi dall’Alto’, 2003 ‘Sinteks’, 2005 ‘I Colori dei Grigio’, 2009 ‘Rock Element’, 2010 ‘Partigiani’, ‘Inni’, ‘Autonomamente’, ‘indagini alpine’, ‘mantis-power’, 2011 ‘Oranti’, ‘carnascèr ladin’, ‘SenzaRitorno’, ‘donneincortina’ ‘climbing’, 2012 ‘Map’, 2013 ‘abc autonomia’, 2014 ‘adotto un’anima’, 2015 ‘un’africa due sguardi’ ‘esuberanti’, ‘lavoro sporco’, 2016 ‘touch’.

Il programma giornaliero della manifestazione a questo link: www.montisorgenti.it/programma-2016

Per informazioni visitare il sito www.montisorgenti.it o rivolgersi all’Infopoint che sarà aperto tutti i pomeriggi dal 15 al 20 maggio in Piazza Garibaldi.
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Trento Film Festival 2016

 

Trento Film Festival 2016 – il programma, i film, le serate

planetmountain.com, 14/04/2016

Dal 28 aprile all’8 maggio 2016 è in programma a Trento la 64esima edizione del Trento Film Festival dedicato alla Montagna, Società, Cinema, Letteratura. 108 i film in programma di cui 23 in Concorso. A questi si aggiungono le serate evento. Il 26 aprile l’apertura speciale al Teatro Olimpico di Vicenza con uno spettacolo teatrale dedicato a Renato Casarotto.

108 film selezionati su oltre 500 iscritti. 14 le pellicole inserite nel “Concorso – Lungometraggi” mentre sono 9 quelle inserite nel “Concorso – Cortometraggi”, indubbiamente le sezioni più importanti, quelle che concorrono alle Genziane d’oro e d’argento. A seguire tutte le altre: la sezione “Anteprime” che presenterà 4 film; le “Proiezioni Speciali” 8; “Terre Alte” 10; “Alp&Ism” 20; “Orizzonti Vicini” 10; la nuova sezione “Sesto Grado” 4; Destinazione… Cile 15, “Eurorama” 11; Natura Doc 3. A tutto questo il cartellone del 64° Trento Film Festival affianca le classiche (e sempre attesissime) serate alpinistiche e gli incontri con molti personaggi del mondo dell’alpinismo, del cinema, della cultura e dello spettacolo. E poi la 30esima edizione di Montagnalibri con tutto ciò che è stato stampato sulle Terre alte. Come sempre quello del TFF è un programma, così fitto e intenso, in cui non è semplice orizzontarsi. O meglio, in cui ognuno può trovare il suo percorso. Ma andiamo per ordine anzi per sintesi, cercando di indicare almeno le direttrici principali del cammino.

L’anteprima del 26 aprile si gioca… fuori casa. Sì, perché quest’anno il TFF si inaugura nel magnifico Teatro Olimpico di Vicenza con una serata dedicata al grandissimo alpinista (vicentino, per l’appunto) Renato Casarotto. In scena Due amori, storia di Renato Casarotto, scritto da Nazareno Marinoni e intrepretato da Massimo Nicoli per le musiche di Francesco Maffeis e la regia di Umberto Zanoletti. Inutile dire che è un’occasione assolutamente speciale.

cAPEnorth

La maratona cinematografica. S’inizia il 30 aprile e si va avanti a ritmo serratissimo fino alla fine, fino all’8 maggio. 9 giorni di proiezioni per 108 film. Impossibile citarli tutti, anche se molti sono da segnalare. Come, proprio sabato 30 aprile, la Proiezione Speciale di La glace et le ciel il nuovo film di Luc Jacquet – già premio Oscar per La marcia dei pinguini – che sarà presentato da Luca Mercalli. Da non perdere anche la proiezione de La memoria dell’acqua alla presenza del maestro cileno Patricio Guzman.

Film in “Concorso”. Per il “Concorso – Lungometraggi” cominciamo con Meru di Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi, ovvero la grande avventura vissuta sulla nord del Meru da Conrad Anker, Renan Ozturk e dallo stesso Chin. Un film pluripremiato (e presentato anche al Sundance Festival) che, insieme ad altri due lavori, Sherpa di Jennifer Peedom e K2 – Touching the Sky di Eliza Kubarska (anch’essi vincitori di molti premi) rappresenta il tema dell’alpinismo tra i film in Concorso. Infatti, Looking for Exits di Kristoffer Hengsvad, con protagonista Ellen Brennnan, esplora il mondo del volo con tuta alare. Snowman di Mike Douglas lo sci freestyle. The Great Alone di Greg Kohs (già vincitore al Film Festival di Banff 2015) è dedicato alle corse con i cani da slitta nel grande Nord. Mentre ai temi dell’ambiente e della vita in montagna sono dedicati: On the Rim of the Sky di Hongjie Xu; Drawing the tigerdi Amy Benson e Ramyiata Limbu; il film di animazione La montagne magique di Anca Damian; Andermatt – Global village di Leonidas Bieri e Behemoth il visionario film di Zhao Liang già in Concorso al Film Festival di Venezia 2015 e vincitore del Green Drop Award. Cafè Waldluft di Matthias Kossmehl tratta invece del tema più attuale di questo momento, quello dei migranti. Mentre My Love don’t Cross that River di Mo-young Yin è un inno all’amore lungo una vita e alla bellezza di vivere nella (vera) montagna. Infine, ma non certamente per ultimo, a completare la lista dei Lungometraggi in Concorso c’è l’unico film italiano: Il solengo di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, vincitore a Film festival di Torino della sezione Italiana.doc, che racconta la storia particolare, e se volete anarchica, di un uomo che sceglie di stare solo, lontano da tutti e da tutto, come un vagabondo tra i boschi. Altro tipo di esperienza (sempre italiana) è quella raccontata da Francesca Casagrande e Michel Dalle in cAPEnorth. Il corto inserito nel “Concorso – Cortometraggi” che documenta l’avventura un po’ pazza, ma soprattutto bella quanto divertente, vissuta da Henry Favre e Ludovico Botalla viaggiando da Aosta al Circolo Polare: 10.000 chilometri, tra andata e ritorno, tutti in… ape car! Altro corto italiano in gara è Limites di Giulia Landi, che in 5 intensi minuti di animazione esplora la distanza tra città e natura.

Looking for exits: conversations with a wingsuit artist

Alp&Ism, focus alpinismo. E’ la sezione che offre più titoli (20) dopo quella del Concorso. Quella dedicata agli appassionati e ai temi “alpinistici”. E l’alpinismo, i suoi protagonisti, le sue grandi salite e storie di certo non mancano. Come la traversata del Fitz Roy dei fuoriclasse Alex Honnold e Tommy Caldwell raccontata da Peter Mortimer in A Line Across the Sky, un’impresa insignita con il Piolet d’Or e un film premiato come Best Film – Climbing al Film Festival di Banff 2015. Sempre di protagonisti dell’alpinismo parla Tamara un ritratto dell’alpinista altoatesina Tamara Lunger di Joachim Hellinger e Christian Schmidt. Mentre Simone Moro in I-VIEW di Claudio Rossoni racconta il suo progetto (e il suo sogno) da elicotterista del soccorso in Himalaya che fa da specchio alla sua grande esperienza di alpinista sulle più grandi montagne. In Panaroma di Jon Herranz, la storia è quella di Edu Marin e di suo padre Francisco (62enne) alle prese con la mitica e difficile via aperta da Alex Huber sulle Tre Cime di Lavaredo. In Common threads di James Q. Martin, i protagonisti sono due assoluti campioni dell’alpinismo come David Lama e Conrad Anker. Mentre in Tom, di Angel Luis Esteban Vega ed Elena Goatelli, la storia è quella di Tom Ballard, figlio d’arte (la madre è la grandissima Alison Hargreaves) che in queste ultime stagione è salito alla ribalta con salite e uno stile del tutto personale. Sempre sul fronte dei personaggi il programma di Alp&Ism presenta dei nomi che hanno scritto la storia dell’alpinismo come: Chris Bonington – Life and climbs di Vinicio Stefanello (planetmountain.com); Jerzy Kukuczka in Jurek di Paweł Wysoczanski; il leggendario Renato Casarotto in Solo di cordata di Davide Riva; e poi Radek Jaroš, l’unico alpinista della Repubblica ceca ad aver salito tutti i 14 Ottomila, raccontato inClimbing Higer di David Čálek. Invece ad una grande montagna e a un sogno “speciale” è dedicato Cervin, Le Rêve de la Femme-Oiseau di Rinaldo Marasco e Jérôme Piguet che racconta l’esperienza di Géraldine Fasnacht e il suo tentativo di primo volo dalla cima della Grande Becca con la tuta alare. Sul versante dell’Himalaya troviamo K2 and the Invisible Footmen di Iara Lee un film importante che la regista brasialiana e attivista di Greenpeace ha dedicato ai portatori e agli sherpa, ovvero quegli uomini che da sempre rendono possibili le salite agli Ottomila e non solo. Dal canto suo Himalaya: Ladder to Paradise, di Xiao Han e Junjian Liang, documenta la formazione della prima generazione di guide alpine tibetane, come dire l’emancipazione proprio dal ruolo di portatore. Non poteva mancare il ricordo del devastante terremoto che, giusto un anno fa, ha colpito il Nepal. Himalayan Last Day di Mario Vielmo (una prima mondiale) documenta quei terrificanti e tragici momenti. Langtang di Sébastien Montaz-Rosset invece è la storia dello sky runner Kilian Jornet e dell’alpinista Jordi Tosas che lasciando perdere il progetto che avevano in corso si sono dedicati ai primi soccorsi in una Valle sperduta e isolata dalle frane provocate dal sisma. Completano la sezione il pluripremiato Citadel di Alastair Charles Lee; Sciare in salita di Chiara Brambilla. Climbing ice – The iceland trifecta di Anton Lorimer; Metronomic di Vladimir Cellier; Onekotan – The lost island di Simon Thussbas.

Le grandi serate del Festival. Detto dell’inagurazione del 26 aprile al Teatro Olimpico di Vicenza con lo spettacolo dedicato a Renato Casarotto, il 28 aprile le danze si aprono all’Auditorium Santa Chiara con quella che ormai è la “serata Messner”. Quest’anno con“South! The last trip” Reinhold Messner, per la regia di Alessandro Filippini, metterà in scena l’avventura delle avventure, quella dell’Endurance di Ernest Shackleton in Antartide di cui quest’anno ricorre il 100° anniversario. Il 30 aprile è in programma una serata dagli ampi orizzonti e soprattutto di assoluta attualità per il nostro (possibile) futuro: don Luigi Ciotti e Luca Mercalli parleranno di “Crisi ambientale e crisi etica: due facce dello stesso problema”. Altro grande appuntamento è il 3 maggio con Neri Marcorè per “Ai confini del mondo”un viaggio attraverso la Patagonia, la Terra del fuoco e le interviste impossibili a Charles Darwin e Padre De Agostini. Il 4 maggio è la volta di Marco Albino Ferraricon “Le lunghe notti. 1944: in fuga con Bill Tilman sulle Dolomiti” l’emozionante avventura, ai più sconosciuta, del grande alpinista ed esploratore che, nel 1944, da ufficiale dell’esercito britannico fu pacadutato sulle Dolomiti per aiutare la Resistenza italiana. Il 5 maggio invece è la data della prima delle due serate alpinistiche: Simone Moro e Tamara Lungersul palco del Santa Chiara racconteranno il loro alpinismo, la loro ultima grande avventura sul Nanga Parbat d’inverno ma anche il senso della cordata, della loro grande cordata. A chiudere saranno i Ragni di Lecco con Matteo Della Bordella, Luca Schiera, Matteo De Zaiacomo e Fabio Palma che, in una serata curata da Alessandro Filippini, percorreranno la storia dei Ragni partendo da tre mitiche prime salite: la Sud del McKinley di Riccardo Cassin, il Gasherbrum IV di Carlo Mauri e Walter Bonatti, il Pilastro est del Fitz Roy di Casimiro Ferrari, fino ad arrivare ai nostri giorni che li vede protagonisti.

Il paese ospite della 64ma edizione è il Cile

LA GIURIA 2016
La giuria internazionale che assegnerà le genziane d’oro e d’argento per la sezione cinematografica “Concorso – Lungometraggi” e “Concorso – Cortometraggi” è composta dal regista italiano Alberto Fasulo, dalla direttrice di festival francese Myriam Gast Loup, dal direttore della fotografia Thierry Machado, dalla cineasta e docente di cinema cilena Tiziana Panizza e dallo scalatore, sportivo e filmmaker statunitense Cedar Wright.

Info: www.trentofestival.it

Programma pdf

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Un Manifesto per la montagna

Un Manifesto (mensile) per l’alpinismo e la montagna

Domani, Giovedì 11 febbraio, in edicola con Il Manifesto un nuovo inserto, 16 pagine a colori, a 50 centesimi, dedicato all’alpinismo e alla montagna. La presentazione di Matteo Bartocci ed Eleonora Martini, ideatori del progetto “In Movimento” con Il Manifesto.

di Matteo Bertocci ed Eleonora Martini – planetmountain.com, 10/02/2016

Un omaggio alla montagna in tante sue declinazioni: esce domani, giovedì 11 febbraio, il nuovo inserto del Manifesto,“In Movimento”, dedicato all’alpinismo e alle attività open-air, in alta e bassa quota. Una monografia dedicata questo mese alle attività invernali, dal Karakorum alle Alpi e agli Appennini, fino all’Antartide, passando per le emergenze climatiche, lo sci-alpinismo e le cascate di ghiaccio.

Ideato da Matteo Bartocci ed Eleonora Martini, con la consulenza editoriale di Umberto Isman e Francesca Colesanti e la realizzazione grafica di Alessandra Barletta, l’inserto mensile di 16 pagine a colori costerà 50 centesimi e resterà in edicola anche nei giorni successivi all’11 febbraio. E’ un esperimento editoriale che nasce per passione, perché l’editoria e l’informazione sono fatti anche di questo, persone in carne e ossa che raccontano storie perché gli piacciono e perché le ritengono importanti. Ma anche per scelta politica, come dice il gioco della testata “in movimento”.

La montagna, l’alpinismo, ma più in generale lo sport, rappresentano da sempre un terreno naturale dove misurare l’essere umano, i suoi sogni, i suoi limiti. Il Manifesto si mette “in movimento” in un senso apparentemente diverso da quello, politico, al quale è più abituato chi lo conosce. E’ una scommessa editoriale e una sfida culturale oltre la solita cronaca alpinistica che pochi quotidiani finora hanno raccolto in un progetto dedicato.

Il settore della montagna è piccolo ma in crescita. La cosa più importante per noi è che il pubblico della montagna (e un domani quello di altri sport o attività) è un pubblico dinamico – brutta parola ma bel concetto -, curioso, attento, viaggiatore con le gambe e con la mente. Perciò è un inserto che in prospettiva cerca un pubblico nuovo e autonomo rispetto a quello del giornale. Che vuole parlare a tutti, anche e soprattutto ai non “montanari”, senza perdere in approfondimento e qualità per chi “le cose le sa”. E le racconteremo in tutti i suoi aspetti – dalla scalata su ghiaccio all’arrampicata, dal Nanga Parbat al “nostro” Gran Sasso. Teniamo presente che il manifesto va in tutte le edicole di Italia e di natura e montagne, per fortuna, ne abbiamo dappertutto.

Non è una monografia specializzata, ce ne sono già tante, bellissime. E’ un prodotto su carta da giornale, non patinato. Perciò la qualità dei contenuti è tutto. Mescoleremo l’occhio e la mano di giornalisti del manifesto con firme, storie ed esperienze di persone importanti, con interviste all’alpinista Daniele Nardi alla guida Anna Torretta, articoli del fotografo Damiano Levati, Marco Geri, Gianni Battimelli, del glaciologo Riccardo Scotti, le vignette di CaioComix.

Abbiamo cercato di raccontare le cose a tutto tondo, uscendo dai soliti clichè della “montagna assassina” o dell’ultima moda sulla neve. Giocando un po’ di assonanza e di contrappunto tra le varie storie in pagina. Per esempio, parlando di scialpinismo, abbiamo accostato due figure importanti ma diverse come Luca Mazzoleni oggi negli Appennini e Stefano De Benedetti sul Bianco negli anni ’80. Due modi agli antipodi di interpretare lo stesso “sport”. E sono messi uno di fronte all’altro. Non è un paragone diretto tra i due, ci mancherebbe!, è un suggerimento all’occhio del lettore. Vedere la stessa cosa da una prospettiva diversa. Che in fondo è quello che si fa quando si sale (o si scende) una montagna.

A marzo usciremo con un altro numero mensile, dedicato all’arrampicata e alla roccia. Poi, se questo progetto troverà le gambe per camminare dipenderà solo dai lettori.

www.ilmanifesto.info

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