i miei giri

All’Alpe di Siusi in mtb

Gruppo del Sassolungo

Oggi tocca a me

Il moroso si deve ripigliare dalle fatiche della Hero, così la domenica, dopo aver liberato la stanza, lo lascio a ben altre fatiche (la gestione dello gnomo) e inforco la mia bici. Destinazione: Alpe di Siusi. Non ci sono mai stata nemmeno a piedi, e, stando alla mappa, le strade sembrano invitanti. Inoltre, da Passo Duron qualche volta da questa parte l’occhio l’ho buttato, e mi è sempre sembrato tutto molto “intrigante”.

Mappa dell’area

Dato che parto da La Selva, sono già di strada. Proseguo in leggera salita (segnavia 30B), affronto una rampa su asfalto e da qui comincia il divertimento. Si passa un torrente in corrispondenza di un borgo denominato Ciaslat (…dice nulla?), poi inizia una bella mulattiera che, con ottima vista sul paese e sulle vette circostanti, mantenendosi in quota porta fino alla strada asfaltata che porta a Monte Pana. Giunti ai parcheggi si prosegue lungo il segnavia 30.

Pedalando verso Monte Pana – vista su Santa Cristina

Al cospetto del Sassolungo

Si passa accanto al centro fondo e si entra nel bosco.

Le strade hanno un ottimo fondo e non sono molto ripide, ma la mia totale assenza di allenamento  al di sopra dei 50 m.s.l.m. si fa sentire. E a poco vale il pensiero che quella forestale per un tratto è percorsa da chi fa la Hero, percorso lungo: arrivando dal Duron la si fa in discesa, ed è indubbiamente uno dei tratti in cui si va in scioltezza..

Mentre mi concedo una piccola pausa, vedo arrivare due ragazzi che salgono agevolmente in bici. Uno dei due è un marcantonio di uno, e indossa una divisa dell’Italia. Non ha il fisico da ciclista e nemmeno da sciatore di fondo, immagino che faccia sci alpino. Gli suona il cellulare, lo sfila dalla tasca e risponde allegramente. Ok, penso io, lui con una mano sale tranquillamente e parla al telefono, e io faccio fatica a stargli dietro. Siam messi bene… Ma il mio disappunto aumenta quando, alla fine della telefonata, mi accorgo che guida sempre con una mano, mentre con l’altra scrive un messaggio. E a momenti mi semina…

Mentre stramaledico la mia pessima forma fisica esco dal bosco, e mi trovo al cospetto del Gruppo del Sassolungo, con vista sul canalone che porta al Rifugio Vicenza. E niente, anche da qui è uno spettacolo. Due ciclisti mi chiedono di fotografarli con le cime sullo sfondo, ne approfitto per chiedere di ricambiare il favore (mica che poi qualcuno pensa che qui non ci sia mai stata…).

Proseguo salendo molto dolcemente attraverso pascoli e ammirando il panorama, che spazia dal già citato Sassolungo, al Sassopiatto, all’Alpe di Susi e allo Sciliar con Punta Santner, mentre, verso Nord, l’orizzonte è chiuso dalle Odle. Qui mi fermo per fare qualche foto e un filmato, ma evidentemente attiro l’attenzione di una specie “autoctona”, che vedo voltarsi e avvicinarsi mentre sto filmando…

A Saltria ci si immette sulla strada asfaltata, salendo verso Compatsch con qualche rampa e alcuni tornanti raggiungo un piccolo rifugio sulla destra (mi pare si chiami Rauchhutte), dove mi fermo per un caffé. E qui riprendo il discorso già fatto sulle finiture nei bagni: se avanza un lavandino lo metto nel bagno di casa mia…

Di certo non lo hanno arredato da Mondo Convenienza…

Proseguo la salita, completamente al sole, fra pascoli verdissimi e vette aguzze, sotto un cielo azzurrissimo. Tutto attorno, si spazia dalle Odle al Gruppo del Sella, Sassolungo e Sassopiatto, il Molignon, i Denti di Terrarossa, lo Sciliar. Raggiungo una zona pianeggiante, costeggiando anche alcune strutture ricettive, poi svolto a destra, alla ricerca del segnavia 6B.

Sassolungo e Sassopiatto; sullo sfondo, il Gruppo del Sella

Il panorama da qui è splendido, con qualche baita che compare qua e là in mezzo ai pascoli punteggiati di fiori. Essendo una zona sostanzialmente pianeggiante, negli avvallamenti si possono formare degli stagni. Al bivio per il rifugio Sanon tengo la destra, segnavia 19.

Le Odle

Negritella

Proseguo su ottimo fondo lungo il percorso che avevo individuato in precedenza. Fra saliscendi e qualche pausa foto mi metto alla ricerca della traccia che mi deve riportare a Saltria. La prima possibilità è quella di imboccare il sentiero 9, che, pressoché lungo la linea di massima pendenza, riporta alla strada per Ortisei, ma il suddetto sentiero attraversa un pascolo per cavalli, è cintato e c’è un cartello di divieto di transito per le bici grande così. Vado oltre, alla ricerca della forestale che avevo visto sulla cartina, con fondo che peggiora un po’ e qui ho una brutta sorpresa: la strada finisce in un appezzamento cintato, con cancello chiuso da mega lucchetto, cartello “Proprietà privata” impossibile da non notare. Mo’ che faccio? E’ un po’ tardi, e di tornare indietro fino alla strada asfaltata non ne ho voglia, di farmi bici a spinta il sentiero interdetto alle due ruote men che meno… Intendiamoci, a riguardare la carina con calma, a casa, viene un dubbio: forse la “proprietà privata” può essere aggirata, in modo da raggiungere la forestale indicata dal segnavia 11… Se ricapito qui un’altra volta riguardo meglio, ma stavolta mi adeguo e imbocco il sentiero che scende diretto a Ortisei, sperando che la parte non pedalabile sia limitata.

Scendo così su un sentiero per escursionisti, risalendo in sella per qualche breve tratto non troppo costellato di sassi e radici, o per qualche panoramico single track. Ma il dislivello che faccio accompagnando la bici non è poco…. poi finalmente giungo su una forestale, che in alcuni punti richiede un po’ di attenzione per i sassi (tra l’altro, deve esserci stato qualche smottamento risistemato da poco), poi però corre via bene fino ad arrivare in fondo alla discesa, dove mi immetto sulla strada asfaltata che mi porta ad Ortisei, in sinistra del torrente, dove ho appuntamento con i due maschietti di casa.

Lo Sciliar, con Punta Santner

Dati percorso

I dati sono calcolati con partenza da Selva di Val Gardena, al bivio della strada per La Selva (dove c’è l’ufficio postale). Rispetto a quanto scritto in precedenza va aggiunto circa 1km e mezzo su asfalto, con un paio di salite.

Lunghezza: 21.5km

Quota partenza 1530m circa, quota massima 1885m, quota arrivo 1219m.

D+ 510m circa

Il tracciato

Altimetria

 

 

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Da Pozza a Pian Trevisan

Penia

Dopo qualche anno in val di Fassa, a sbattere il naso su percorsi corti ma con dislivello “concentrato”, ho trovato il percorso ideale per iniziare le mie vacanze sulle “ruote grasse”: si tratta di un anello fra Canazei e Pian Trevisan, non molto lungo e con dislivello contenuto, divertente perché alterna tratti molto diversi fra loro e in parte decisamente poco frequentati, con qualche “difficoltà” tecnica (ovvero strappettini nel bosco su fondo sassoso e con radici, ostici per chi arriva dalla pianura e pure poco allenato) e che consente di attraversare alcuni piccoli borghi che, essendo piuttosto fuori mano, sono rimasti abbastanza fedeli alla loro struttura originaria.

Il percorso è, in sostanza, quello che in loco è identificato come “Tour 212”, sul quale io mi innesto arrivando da Pozza, lungo il percorso sterrato che passa in sinistra Avisio (il “ritorno” della Marcialonga di fondo). Anzi, volendo dirla tutta, ora che ho rifatto tutto il giro (lo scorso anno mi ha fregato una foratura) lo posso dire: il tratto fisicamente più impegnativo è proprio lungo questo tratto, dalle parti di Mazzin.

Descrivo qui l’intero percorso, distinguendo fra avvicinamento (e rientro) e l’anello vero e proprio.

Planimetria

Andata

La strada sterrata che porta da Pozza verso Canazei può essere imboccata in più punti, attraversando il Rio San Nicolò nei pressi del parco giochi o della chiesa di San Nicolò. Io generalmente preferisco la seconda opzione, risalendo Streda del Piz e svoltando a sinistra in Streda de Ciancoal, seguendo le indicazioni del tour in mtb che porta al Gardeccia. Da qui si percorre un breve tratto in discesa fino ad uscire dal paese e poi, con una serie di curve, si passa da Fraines (dove c’è il campo scuola di sci) e dal parco giochi di Pera, con vista sui Dirupi di Larsech e sugli abitati di Ronch e Muncion.

Fra Pozza e Pera – i Dirupi di Larsech

Fra Pozza e Pera – scorcio verso il Sassolungo

Si prosegue verso Nord, lungo l’Avisio, affrontando di tanto in tanto qualche breve strappo, fino al ponte in corrispondenza di Mazzin, da dove si vede la stratta Val Udai con il Sass Mantèl a fare da chiusura. Proseguendo oltre, si incontra la prima vera difficoltà: qui il tracciato della forestale si allontana dal torrente e risale lungo il pendio, con pendenze di tutto rispetto. La salita è suddivisa in tre rampe, intervallate da brevi spezzoni nei quali si può tirare un po’ il fiato. Al termine del primo si arriva al parchetto di Mazzin, da qui, volendo, si può evitare il resto della salita: sulla sinistra si stacca uno sterrato nel bosco che, su fondo a tratti sconnesso (radici, sassi) o un po’ fangoso causa attraversamento di un prato spesso zuppo d’acqua, si ricongiunge più avanti allo sterrato principale. Arrivati in cima, la discesa è bella ripida… intanto ci si fa un’idea di quello che ci aspetta al ritorno…

Superata questa asperità, la sterrata prosegue poi tranquilla, attraversando o passando accanto ai vari parchi giochi della valle, al maneggio, al mini campo da golf, alla palestra di arrampicata “ADEL” di Campitello, dedicata ai quattro ragazzi del soccorso alpino morti sotto una valanga nel 2009, mentre cercavano due ragazzi investiti da un’altra valanga mentre si avventuravano nella Val Lastiès (con rischio valanghe altissimo). La visuale sulle vette circostanti cambia in continuazione, dato che la Val di Fassa compie una curva: l’abitato di Campitello è caratterizzato dalla presenza del Gruppo del Sassolungo e dal Col Rodella, e, muovendosi verso Canazei, dal Gruppo del Sella.

Sassolungo e Sassopiatto, da Campitello

Superato il piccolo parco giochi del campo scuola di Canazei ci si immette sul percorso ad anello.

Canazei – “Ecomostro” incompiuto

Anello

Si prosegue sullo sterrato in sinistra Avisio, passando accanto ad un piccolo bike park dove si possono apprendere ed affinare le tecniche di conduzione della mtb, con la parete del Piz Ciavazes a sinistra e il Gran Vernel davanti. Raggiunta la statale la si attraversa girando a sinistra e, subito dopo il ponticello, si svolta a destra lungo la ciclabile. Con un bel percorso prevalentemente all’ombra si costeggia il torrente raggiungendo Alba (visibile il palazzo del Ghiaccio sulla destra), passando accanto ad un (altro!) parco giochi e sotto la palestra di arrampicata (sulla parete scura sulla sinistra sono tracciate alcuni monotiri).

Si giunge nuovamente la statale, che si attraversa in corrispondenza della stazione di valle della funivia. Si imbocca una sterrata lungo il torrente, in destra idrografica, e poco dopo lo si attraversa grazie ad un ponticello in legno. Qui comincia la parte divertente, perché ci si ritrova nel bosco, su un sentiero non troppo largo che, con alcuni saliscendi, passaggi su passerelle in legno o su fondo naturale, qualche tratto più ampio e sassoso, risale il corso del torrente. L’ultimo tratto è quello più impegnativo, perché gli strappi sono più ripidi e sconnessi (radici e rocce affioranti), poi si sbuca sulla strada per Passo Fedaia, poco prima del tornante 1.

Gran Vernèl

Pian Trevisan

Villetta Maria

Dalla statale per il Fedaia a Lorenz. Sullo sfondo, la Crepa Neigra

Si percorre, in salita, un tratto di statale, fino ad incontrare uno spiazzo sulla destra, dove c’è un crocefisso in legno: qui si imbocca la strada, inizialmente asfaltata, che percorre Pian Trevisan, il vallone ai piedi del Gran Vernel. Oltre la cava si prosegue su sterrato, agevole e su ottimo fondo, prima di rientrare sulla strada asfaltata che porta al Villetta Maria passando accanto ad alcune delle stazioni della via Crucis che sale verso il Fedaia (prosegue lungo un sentiero che parte dal piazzale dell’albergo).

Si percorre la strada asfaltata che dall’albergo riporta sulla statale, poco prima del tornante 2. Si prosegue e, esattamente in corrispondenza del tornante 3, si imbocca una bella forestale sulla sinistra (sbarra verde). Si sale nel bosco, in una zona scarsamente frequentata. Da qui si deve raggiungere Penia: ho il dubbio che il cartello che segnala la deviazione sia saltato, o forse basta proseguire lungo la forestale? Io imbocco un sentiero sulla sinistra con indicazione per Penia: passando di qui si segue un ripido sentiero in discesa nel bosco, su fondo reso soffice dagli aghi di pino, ma con qualche radice o roccia che affiora qua e là. Si supera un torrente in corrispondenza di una stretta incisione e da qui si segue una mulattiera, che alterna tratti quasi pianeggianti a discese più ripide, fino ad immettersi su una strada che, con vista su Gran Vernel, Colac e Crepa Neigra, raggiunge il villaggio di Lorenz.

Verso Lorenz

Panorama da Lorenz

Penia

Si attraversa questo piccolo villaggio (i borghi di mezza costa sono quelli che hanno subito di meno l’impatto del turismo, mantenendosi sostanzialmente fedeli alla struttura originaria) e si scende, su ripido sterrato, a tratti acciottolato, fino a Penia. Questa frazione di Canazei ha subito i cambiamenti dati dal turismo (alberghi e residence, soprattutto verso la statale), ma arrivando da Lorenz sembra ancora di piombare in un vecchio paesino di montagna, oltretutto la posizione defilata (e più esposta al sole rispetto ai paesi sottostanti) lo fanno restare un luogo tuttora tranquillo e godevole. Da qui però si ripiomba presto sulla statale, che si percorre in discesa fino alla ciclabile (quella della palestra di roccia), che si imbocca in direzione opposta.

Giunti nuovamente sulla statale in prossimità della caserma dei Vigili del Fuoco, la si attraversa percorrendo il lungo Avisio destro (all’andata ci si era mantenuti sul lato opposto), passando accanto al campeggio. Al ponticello in legno si attraversa, passando (bici a mano) dietro al parchetto del campo scuola.

Penia

Ritorno

Si ripercorre esattamente la strada seguita all’andata. Occhio però… che stavolta a Mazzin il salitone non concede tregua, o quasi. Affrontato da qui è decisamente più impegnativo (e a tratti può slittare la ruota).

Un consiglio gastronomico. Per chi volesse far merenda, a Mazzin potete dirigervi verso il paese e portarvi sulla statale. Nello spiazzo del mercato c’è un tendone, con scritto “sagra del dolce locale”: ecco, è lo spaccio della vicina Dolciaria Fassana (il laboratorio mi pare sia a Fontanazzo, vicino al fiume, se passate nel momento giusto potete sentire il profumo degli strudel appena sfornati). Vi avviso, hanno roba “porca”.

Rientro a Pozza

Dati percorso

Lunghezza: 33km

Quota min-max (*): 1372 – 1826 mslm

D+: 615m

(*) Valori da gps (va tarato meglio)

Tracciato – curve di livello

Profilo

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Sempre santi e madonne…

Scorcio sul Catinaccio e i Dirupi di Larsech

E niente, sarà anche corto, ma il percorso da Pozza di Fassa alla Baita alle Cascate (Val San Nicolò) mi bastona sempre. Sarà la partenza pronti-via, sarà lo scarso allenamento, ma gli strappi su sterrato fra il Soldanella e Malga Crocefisso mi fanno sempre sanguinare le orecchie. E non è che il tratto in asfalto prima di Sauch sia una passeggiata…

Stavolta però, come per gli altri giri di quest anno, ho approfittato per provare il “baracchino” nuovo, il ciclocomputer che fa anche dei video di lunghezza limitata (9 secondi al massimo).

Questo è il primissimo esperimento di assemblaggio. Ho dovuto smadonnare un po’, perché uno dei programmi di assemblaggio non i importava i filmanti perché risultavano protetti, li ho dovuti importare prima con un altro programma. E comunque non mi ha fatto tagli e giunzioni in modo impeccabile, e, dulcis in fundo, alcune parti vanno a scatti e altre no… Insomma, devo ancora capire bene come “domare” il software (o se è il caso di passare ad altro). Però… sono soddisfatta della scelta musicale!!! 😀

Speriamo che il prossimo riesca meglio…

I Maerins e il Catinaccio dal prato antistante Baita alle Cascate

Col Ombert

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Anello gerundo

Proposta per un giro ad anello fra le rive dell’Adda e la scarpata di quello che un tempo era il “Lago Gerundo”, con possibilità di fare più varianti. 

Mappa schematica del Lago Gerundo (da wikipedia)

L’occasione è ghiotta: un lunedì a casa dal lavoro, ad inizio aprile, in una bella giornata di sole… come si fa a non inforcare la mtb per il primo giro “serio” della stagione? Piatto ricco, mi ci ficco… e decido di fare un giro ad anello che ritengo ormai collaudato, per essere sicura di fare un po’ di chilometri divertendomi.

La scelta ricade sull’anello che da Regona, passando per Formigara e le cascine lungo l’Adda, porta fino a Montodine, per poi raggiungere Ripalta Arpina costeggiando il Serio, rientrando poi da Castelleone e San Bassano. E’ un percorso che ho via via affinato per aumentare la frazione su sterrato, ma che anche stavolta, complice una svolta mancata nell’area industriale di Castelleone, mi ha portato ad una ulteriore modifica al percorso. Lo descriverò qui in senso orario, depurandolo (ovviamente) della parte che da casa mia porta fino alla partenza.

Per comodità (mia) fisso come punto di partenza Regona, per la precisione il ponte sul Serio Morto vicino alla Cascina Vallate Ponte (inconfondibile…per il colore rosa scuro).

Mappa percorso

Dati percorso

Lunghezza totale 36,500km, di cui

  • 23,600km su strade sterrate
  • 4,700km su strade asfaltate urbane
  • 8,200km su strade extraurbane a bassa frequentazione

Alcuni siti toccati dal percorso sono inseriti nell’Ecomuseo della Provincia di Cremona, in particolare la strada Romana Mediolanum-Cremona

Descrizione tracciato

Regona, Cascina Vallate Ponte

Si percorre la stretta strada asfaltata che, puntando verso Ovest, porta in direzione di Formigara: si seguono le indicazioni per la Ciclabile delle Città Murate, direzione Pizzighettone, con la possibilità di fare una “puntatina” all’Eremo Sant’Eusebio, imboccando una strada sterrata sulla destra (la chiesetta si trova sulla scarpata, nascosta dagli alberi, accanto ad una azienda agricola).

Eremo S. Eusebio

Eremo S. Eusebio, la facciata è rivolta verso una roggia

Formigara, ex mulino

All’incrocio si svolta a destra, lungo una strada che costeggia la vecchia scarpata incisa dal fiume (o dal lago?) fino all’abitato di Ferie; qui, sempre seguendo le indicazioni per la ciclabile, si svolta a sinistra e poi a destra, passando accanto all’oratorio. Uscendo dall’abitato, con la ripida scarpata sulla destra (c’è un recinto dove “alloggia” un asinello) si imbocca una leggera salita e poi si prosegue verso Formigara. Avviso agli allergici ai pioppi…evitate il periodo piumini, se non volete collassare…in piena “fioritura” qui si pedala nell’ovatta…

Si attraversa la provinciale e si entra in Formigara, sulla destra ci sono villette, cascinali e un mulino ristrutturato, che un tempo, per azionare la ruota, sfruttava un canale che scende dalla scarpata su cui è costruito il paese. Con qualche curva e un paio di strappetti si sale in paese. L’Adda la si raggiunge seguendo (come è logico) le indicazioni per il porto, oppure dalla strada che porta alla chiesa, tenendola sulla sinistra e imboccando una stretta discesa.

Formigara, fiume Adda

Povero bambinello…

Raggiunto il fiume si svolta a destra sulla sterrata, e poi si tiene la sinistra per costeggiare l’Adda. Si prosegue così, su strade ben tenute, svoltando a destra, allontanandosi dal fiume) per passare fra le cascine Pastorello e Biasolo, girando successivamente a sinistra al bivio con la strada per Cornaleto, per poi imboccare uno sterrato sulla destra. Si passa davanti ad una grossa azienda agricola (Cascina Fasola, mi pare si chiami…); seguendo la strada si arriverebbe (anche da qui) a Cornaleto, volendo dirigersi a Gombito si svolta a sinistra con una curva secca, situata in corrispondenza di un alto pioppo e di una cappellina votiva con un dipinto della Madonna con bambino (non potete sbagliare: se il dipinto è orrendo siete nel posto giusto…).

Poco più avanti si gira a destra, imboccando una strada che, con qualche curva, procede parallelamente al fiume, e fra gli alberi potete intravedere le antenne azzurre del ponte strallato che collega Montodine con il Lodigiano, all’altezza di Castiglione d’Adda. Si svolta ancora a destra, e poi a sinistra, tagliando un’ansa dell’Adda. Passando accanto a Cascina Vinzasca si raggiunge una strada asfaltata che porta ad una cava, la si attraversa e si imbocca uno sterrato ben tenuto che, passando accanto ad una bella area di sosta (ci sono giochi per bambini, tavoli da pic nic e una torretta di avvistamento per birdwatching), corre fra l’Adda e una fila di pioppi. Arrivati alle prime case del paese, se si tiene la sinistra si arriva all’attracco sul fiume e ad una piccola area di sosta con spazio per il barbecue.

Arrivando a Gombito, area attrezzata

Verso Gombito

Gombito, area attrezzata vicino all’attracco

Riportandosi sulla strada asfaltata, si imbocca via Marconi e, passato lo scolmatore, si arriva in un’area in via di lottizzazione (via della Luna), con una villetta molto particolare davanti alla quale si passa imboccando lo sterrato sulla destra. Con qualche curva ci si avvicina a… una collina? No, non esageriamo… probabilmente la strada che si inerpica superando pochi metri di dislivello risale dal fondo del fantomatico Lago Gerundo verso una zona emersa dalle acque che un tempo era denominata Isola Fulcheria. O almeno così si dice… sta di fatto che su queste scarpate di “saliscendi” ne abbiamo già fatti dall’inizio del giro, ed altri ne faremo proseguendo fino a Ripalta e sulla strada del ritorno…

Alla villetta si svolta a destra…

… e si “sale”!!! 😀 😀 😀

In salita verso Ripalta Arpina

Tornando a bomba, ci sono due strade che consentono di risalire, quella a sinistra un po’ più dolce, quella di destra è più ripida e con il fondo inciso dall’acqua, e, almeno per il primo tratto dopo la salita, non è tenuta da dio, il fondo è parecchio erboso. Io sono passata di qui, e con un paio di curve a 90° verso sinistra, mi sono riportata sulla strada che sbuca a Cascina Saragozza (inconfondibile, arrivando alla cascina si percorre un viale costeggiato da alti pioppi cipressini). Si prosegue fino a Montodine, qui, appena prima del ponte sul Serio, si imbocca un viottolo in discesa, con il quale si raggiunge un percorso ciclabile sterrato sistemato di recente: inizialmente si segue il Serio e poi si sale per raggiungere Ripalta Arpina (all’incrocio con la strada asfaltata si svolta a sinistra).

Si attraversa il paese portandosi sulla SP52 ed imboccando successivamente via Ripalta Arpina (si passa davanti al cimitero) si raggiunge la zona industriale di Castelleone. Qui, dopo aver correttamente svoltato a sinistra in via Fontanili, invece di svoltare a sinistra in via del Carroccio per raggiungere la rotonda (quella del “famila”, tanto per capirci, da dove avrei dovuto imboccare la SP22 e successivamente svoltare a sinistra seguendo le indicazioni per il Bosco Didattico) ho tirato dritto, e in via del Lavoro ho imboccato uno sterrato, dirigendomi verso sud-est.

Questa strada vicinale, che arriva dalla rotonda di cui sopra, passa accanto ad una cava e porta ad un bivio (ci sono indicazioni per un percorso ciclabile). Qui, svoltando a sinistra, si attraversa la SP22. Proseguendo su sterrato, si svolta poi a sinistra (la deviazione non è molto visibile) e, su buon fondo, si sbuca proprio davanti a Cascina Stella e al Bosco didattico, dove ci si ricongiunge con il tracciato inizialmente previsto. Insomma, causa errore ho aumentato la percentuale su sterrato, e la cosa non mi dispiace….

Mantenendo Cascina Stella sulla sinistra si prosegue dritto attraversando un gruppo di cascine (località Cà Nove), proseguendo su una sterrata ben tenuta che segue una scarpata data dal rimodellamento apportate dalle acque si sbuca su una stretta strada asfaltata. Si svolta a sinistra in direzione San Giacomo.

Valle del Serio vista dalla strada per Ripalta

Qui, deviando nel piccolo centro (costituito da alcune cascine), si può raggiungere la chiesa di San Giacomo, che si trova lungo il tracciato di quella che, in epoca romana, era la strada che collegava Cremona a Milano. La strada risulta essere ancora “visibile” se si osserva l’allineamento dato da strade asfaltate (la ciclabile che costeggia la Paullese verso Cremona), strade vicinali, rogge e filari di alberi.

San Giacomo

Chiesetta di San Giacomo

Pannello esplicativo: Strada Mediolanum-Cremona

Pannello esplicativo: San Giacomo

Il Serio Morto fra Regona e San Bassano

Proseguendo si arriva a San Bassano. Dopo aver attraversato la provinciale nei pressi del cimitero, si imbocca la strada principale del paese e, scendendo verso il Serio Morto, si svolta a destra appena prima del ponte, seguendo le indicazioni della Ciclabile delle Città Murate.

Si percorre qui il tratto di sterrato che segue il Serio Morto: esso costituisce parte del vecchio corso del Serio, che negli anni 30 del secolo scorso è stato rettificato, anche se rimangono tracce dell’antico tracciato (lanche e la tipica vegetazione delle aree umide).

Proseguendo ci si reimmette sulla Regona-Formigara in corrispondenza della Cascina Vallate Ponte.

Serio Morto: modifiche al percorso

Serio Morto: pannello esplicativo su formazione lanche

Tracce del vecchio alveo del Serio Morto

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Anello Valle del Morbasco

Non sono proprio mille, però…

Giornata di ferie, senza incombenze familari = mtb.

Devo dire la verità, inizialmente pensavo di andare a rifare la Ciclabile delle Città Murate (collaudata e abbastanza lunga), perché non avevo voglia di azzardarmi a cercare un percorso nuovo, oltretutto le idee che ho in testa prevedono un po’ troppo asfalto per i miei gusti e, soprattutto, per “l’esigenza” del momento. Ma, quando mi sono svegliata, il cielo grigio mi ha consigliato di rimanere più vicino a casa, così ho pensato di andare a concatenare più tratti già percorsi per chiudere un anello. Ne è uscito un giro di lunghezza più che discreta, nella campagna a Nord-Ovest rispetto a Cremona, ottenuto collegando la Strada Regina con un pezzo di Ciclabile delle città murate, la ciclabile del Naviglio Civico e un tratto di ciclabile scoperto per caso dalle parti di Castelverde.

Si tratta di un anello che racconta un po’ di storia del mio territorio, passata e recente, e le modificazioni ad esso apportate da uomo e natura. E, vista la data (24 aprile), forse pure in tema, perché passa in un luogo piuttosto significativo per la storia Cremonese del periodo in cui Mussolini saliva al potere.

Mappa del percorso

Dati percorso

Lunghezza 54km, di cui

  • 17.040km: sede protetta – asfalto
  • 11.500km: sede protetta o strade poderali – sterrato
  • 23.560km: strade urbane o extraurbane a bassa frequentazione – asfalto
  • 1.900km: strade extraurbane provinciali a media frequentazione

(la definizione di “frequentazione media o bassa dipende agli standard cremonesi, i milanesi potrebbero mettersi a ridere…)

Percorsi ciclabili interessati:

  • Antica Strada Regina. Collega Cremona a Soresina e misura complessivamente 26.8km. Per un tratto ripercorre la “Strada Regina“, il collegamento Cremona-Milano realizzato in epoca romana il cui tracciato è ancora riconoscibile a tratti, in quanto sono presenti tratti di strada, rogge, filari di alberi che ne evidenziano l’andamento. Qui si può trovare il quaderno realizzato nell’ambito del progetto “Il territorio come ecomuseo”
  • Ciclabile delle città murate. Bellissimo percorso che collega Pizzighettone a Soncino, passando per San Bassano, Soresina, Genivolta.
  • Ciclabile del Naviglio Civico di Cremona. Collega Cremona al nodo delle Tombe Morte, a Genivolta, e misura complessivamente circa 27km. Corre in buona parte parallela al Naviglio Civico, percorrendo strade sterrate o strade secondarie poco battute.
  • Ciclabile dei Dossi: Collega, su sede protetta, San Martino in Beliseto a Castelverde, ripercorrendo l’antica sede della provinciale Cremona-Bergamo. Sul portale del Comune di Castelverde è descritta nel percorso A2-quarto tratto.

Il Castello di Cabrino Fondulo, sede del Comune di Annicco

Descrizione del tracciato

Convenzionalmente prendiamo come punto di partenza Piazza Garibaldi (davanti alla sede del Municipio di Annicco). Imbocchiamo via Arnaldo da Brescia, dopo una curva a sinistra svoltiamo a destra in via Gloria, dove troviamo le indicazioni della “Antica Strada Regina”, direzione Grontorto.

Antica Strada Regina fra Annicco e Grontorto

Verso Soresina

Si raggiunge Grontorto, lo si attraversa seguendo le indicazioni, si svolta a destra per uscire dal paese e si tiene la sinistra, proseguendo fino all’incrocio in corrispondenza della piazzola ecologica, si svolta a sinistra e, sulla destra, in corrispondenza dell’attraversamento di una roggia, si ritrovano le indicazioni per la ciclabile. Volendo si può evitare un tratto di sterrato se, lungo la strada che esce dal paese in direzione di Barzaniga, si imbocca un viottolo ombreggiato sulla sinistra: costeggiando la roggia si ritrovano le indicazioni per la ciclabile all’innesto con via Cavour (collega la SP47 con Barzaniga).

Proseguendo nella campagna si attraversa la strada Annicco-Soresina, successivamente si svolta a destra e, dopo il passaggio a livello, si sbuca sulla circonvallazione di Soresina, davanti alla Latteria Soresinese. Si prosegue verso Ovest, per poi imboccare, svoltando a destra, via Barbò (immettendosi, in sostanza, sul percorso della Ciclabile delle Città murate). E qui scopro il motivo di tanta confusione di lunedì mattina: il mercato!!! A quel punto mi arrabatto per cercare di evitare le bancarelle, imboccando strade laterali, ma con successo parziale. Normalmente però (ed è ciò che ho segnato nella mappa) si arriva in piazza Garibaldi e la si attraversa proseguendo verso Nord.

Si passa davanti al Comune e alla casa di Riposo, si giunge nuovamente sulla circonvallazione, si svolta a destra e poi a sinistra seguendo i cartelli della Ciclabile (viottolo che passa accanto ad una roggia). Da qui, per strada asfaltata riservata a bici e pedoni, ben ombreggiata grazie alla presenza di betulle, pioppi ed altre specie arboree, si giunge al santuario di Ariadello, dove si svolta a sinistra lungo una roggia, imboccando uno sterrato (occhio alle sbarre sulla salita).

Fra Soresina e Ariadello

Fra Soresina e Ariadello

Pannello lungo la Ciclabile delle Città Murate, fra Ariadello e le Tombe Morte

Planimetria della Valle del Morbasco

Giunti alle Tombe Morte si attraversa il ponte e si svolta a destra, seguendo la ciclabile del Naviglio Civico di Cremona. L’ottimo fondo della strada consente di procedere agevolmente, fra naviglio, canali di irrigazione sopraelevati, vecchie centrali elettriche. Di queste, la prima che si incontra (fra Genivolta e Azzanello) è attualmente in fase di ristrutturazione.

Genivolta – Tombe morte

Lavori in corso

Si prosegue sempre su sterrato, attraversando alcune provinciali. In corrispondenza con una strada secondaria che collega Casalmorano con Azzanello si deve abbandonare il Naviglio, svoltando verso sinistra in direzione Azzanello. Qui bisogna prestare attenzione, perché è “saltato” il cartello che segnala la deviazione. Superato un cascinale si imbocca una stradina sulla sinistra (segnalata), seguendo un sistema di rogge si arriva alla strada che porta a Mirabello Ciria.

Fra Casalmorano e Azzanello

Si supera l’abitato di Mirabello e si svolta a sinistra per riprendere il percorso lungo il Naviglio. Qui si passa accanto ad una vecchia centrale elettrica. Si sbuca sulla provinciale per Cignone, di fronte ad una fabbrica. Si svolta a sinistra, passando davanti al Poeta Contadino (consigliato, si mangia bene) e si entra in Casalbuttano superando un passaggio a livello.

Mirabello Ciria – la centrale

Qui bisogna destreggiarsi fra i sensi unici per raggiungere la vasta piazza della chiesa (Piazza Libertà) e poi imboccare via Podestà in direzione Cremona. Volendo si può fare una piccola deviazione verso la Torre della Norma (edificata in ricordo del soggiorno di Bellini a Casalbuttano, attualmente in fase di ristrutturazione), imboccando via Risorgimento (a destra) e poi via Torre della Norma.

La Torre della Norma (foto risalente ad agosto 2016, adesso la torre è impacchettata)

Tornando indietro si prosegue in direzione San Vito. Si percorre un lungo rettilineo, superate le villette sulla destra ci si immette nuovamente sulla ciclabile lungo il Naviglio. Al ponticello (dal quale si vede la Cascina Mancapane) si passa sulla sponda opposta, proseguendo fino ad incontrare la SP86.

Cascina Mancapane

L’intenzione originaria era quella di proseguire oltre, ma ho trovato un bel divieto di transito per lavori di asfaltatura. Proprio dove c’era la transenna, oltrepassata la provinciale all’inizio del nuovo tratto lungo il Naviglio, si trova un cascinale disabitato da anni: sul muro di cinta c’è una lapide che ricorda l’uccisione di Attilio Boldori, per mano di quattro fascistelli (giovani e tutti di “buona famiglia”, alcuni all’epoca erano minorenni).

Ma chi era Boldori?

Lapide in ricordo di Attilio Boldori

Nato a Duemiglia (Cremona) nel 1883, assassinato dai fascisti l’11 dicembre 1921 (si, 1921, prima della marcia su Roma).

Socialista sin dagli anni giovanili. Combattente della prima guerra mondiale, guerra che avversò sempre duramente e durante la quale venne gravemente ferito. Tornò invalido.

Subito dopo la guerra fu uno dei dirigenti più stimati e capaci della Federazione Socialista di Cremona. Redattore dell’Eco del Popolo, membro dell’Esecutivo della Camera del Lavoro, fu consigliere comunale di Cremona e Vice presidente dell’Amministrazione Provinciale dall’ottobre 1920. In uno scontro con i fascisti ebbe un braccio spezzato. Mentre stava svolgendo in provincia la propria attività di dirigente del movimento operaio venne riconosciuto da un gruppo di squadristi fascisti.

Venne inseguito in aperta campagna e massacrato con bastonate e calci presso la cascina Marasca.

L’efferato assassinio ebbe una forte risonanza nazionale; a Cremona venne proclamato uno sciopero generale. Ai suoi funerali, pur essendo la città percorsa da minacciose squadracce fasciste parteciparono larghe masse di cittadini.

Altri informazioni su questa vicenda, e sul clima che si respirava in provincia all’epoca dei fatti, sono disponibili su welfarecremona.it.

Cascina Marasca

Percorso ciclabile a Castelverde

Ci si immette sulla SP86 in direzione Sud e, dopo circa 1,6km, si giunge a San Martino in Beliseto, si entra in paese, si passa davanti alla chiesa e si imbocca la ciclabile dei dossi, bel percorso piuttosto ombreggiato che porta fino al campo sportivo di Castelverde.

Superato il piazzale si svolta a sinistra, imboccando un percorso ciclopedonale ben ombreggiato. Si attraversa il centro abitato fino ad imboccare via Breda, da qui si seguono le indicazioni per Breda de’ Bugni: Si tratta di una cascina-castello dalle origini molto antiche, che ora ospita un agriturismo.

La ciclabile prosegue in direzione Ovest, fino ad immettersi sulla strada che porta alla frazione di Costa Sant’Abramo, proprio di fronte ad alcuni ex mulini ristrutturati. Si svolta verso sinistra, imboccando la ciclabile che porta a Costa.

Breda de’ Bugni, pannello segnaletico lungo la ciclabile

Breda de’Bugni, ingresso della corte

Breda de’ Bugni, facciata interna

Breda de’ Bugni, finestra sulla torre meridionale

Fra Breda e Costa Sant’Abramo (complimenti per la casa…)

Luignano

Verso Annicco

Poco prima della rotonda sulla SS415 si svolta a destra, imboccando la Ciclabile della Strada Regina, proseguendo su asfalto in direzione Ovest, per poi deviare, sempre seguendo la cartellonistica, verso Cortetano (qui il proseguimento del tracciato è proprietà privata). Ci si reimmette sul tracciato parallelo alla SS415 fino all’incrocio per Luignano, dove si svolta a destra.

La Ciclabile della Strada Regina si sovrappone qui ad una strada secondaria, costeggiata da rogge ed alberi piuttosto alti. Si prosegue verso nord passando dall’incrocio per Luignano e, passando accanto all’Agriturismo El Ciòos, si raggiunge la strada che collega Annicco a Paderno Ponchielli.

Si svolta a sinistra e si raggiunge il punto di partenza.

 

 

 

 

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Stagni ghiacciati

(lucertole su due ruote – cronaca di un giro in mtb di inizio gennaio)

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Morta dell’Adda

Modalità “Piero Angela” on.

In questo strano inverno, freddo ma senza neve, che alterna periodi di nebbie persistenti ad altri di splendide giornate di sole, uno strano animale esce dalla tana all’ora di pranzo, preferibilmente nel weekend, per approfittare dei raggi del sole quasi come un animale a sangue freddo.

E’ l’homo ciclisticus, strano mammifero completamente coperto da maglia termica e windstopper, munito di occhiali e con strane propaggini circolari sulle quali si mantiene in equilibrio, ghiaccio permettendo, sfruttando l’effetto giroscopico. Questo animale nel periodo invernale è tendenzialmente solitario, al limite si muove in coppia con un suo simile, mentre durante il periodo estivo, dopo aver mutato la sua livrea, è più frequente che si muova in gruppo, spesso lottando per la conquista del territorio (una sottile striscia di asfalto) con altri mammiferi muniti di corazza metallica su 4 ruote. Altra particolarità è che, nel periodo invernale, si incontrano sulle strade quasi esclusivamente homo ciclisticus maschi, mentre d’estate anche alcuni esemplari femminili si avventurano fuori dalla tana, se trovano qualcuno che si prende cura dei cuccioli per qualche ora.

Modalità “Piero Angela” off.

Beh, approfittando della bella giornata anche io una domenica, dopo aver preparato il pasto per il cucciolo e per il mio compagno, mi sono ri-scoperta homo ciclisticus di genere femminile, ed ho fatto un piccolo giro giusto per sgranchire un po’ le gambe e scattare qualche foto alla campagna invernale.

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Il tracciato

Anello del parco dell’Adda

Uscendo da Grumello in direzione Ovest avevo l’intenzione di fare un giro su sterrato per arrivare a Pizzighettone, alla Morta dell’Adda: ero curiosa di vedere se e quanto l’acqua era ghiacciata. Ma i colpi di fucile sparati in lontananza mi hanno fatto pensare “…mmm… meglio di no, sarà per un’altra volta!” e mi sono diretta subito verso Pizzighettone, per la provinciale, che, a dirla tutta, non è molto più ampia di una strada vicinale…

img_20170115_142600Morta dell’Adda, il tratto lungo la strada verso Cascina Gerre

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Morta dell’Adda, il tratto lungo la strada verso la Codognese

Questa strada la faccio tutti i giorni per andare in stazione, ma percorrerla in bici mi ha fatto notare meglio il livello di inciviltà raggiunto dagli umani, che non si fanno scrupoli a gettare sacchetti, bottiglie e vaschette da gastronomia dalle vetture in transito. E non è nulla in confronto a ciò che si trova in posti più isolati, dove, tra simpatici personaggi che vanno a smaltire abusivamente i loro sacchetti e agricoltori che buttano i contenitori del lubrificante dove capita, nelle rogge ci si trova di tutto.

Si arriva al “Mùunt del Panigàal”, una zona della campagna sopraelevata rispetto alle aree circostanti (rimodellate nei millenni da corsi d’acqua in parte scomparsi) che prende il nome dalla cascina Panigale… e che da queste parti è una specie di gpm. Da qui si scende verso Roggione, frazione di Pizzighettone.

Roggione si è sviluppato lungo la strada: una fila di case sulla sinistra, fra la via principale e la ferrovia che corre parallela. Sulla destra della provinciale un’altra fila di case, oltre a quelle allineate lungo una via che costeggia la scarpata fino alla Cascina Sant’Archelao. E nuove villette e palazzine. E cascine. Alcune ben tenute, altre in fase di ristrutturazione. Alcune, purtroppo, completamente diroccate, ed è un peccato perché credo che si debba fare il possibile per conservare queste strutture, che sono parte della nostra storia, evitando di andare ad occupare terreno agricolo per costruire nuove abitazioni. E, detto sinceramente, ristrutturare l’esistente stimola la creatività.

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Morta dell’Adda, il tratto lungo la strada verso la Codognese

Passato Roggione, si svolta a sinistra verso il passaggio a livello, successivamente si attraversa la provinciale imboccando la strada per cascina Gerre. La Morta dell’Adda, un’ansa abbandonata dal corso principale del fiume e rifugio per molti animali selvatici, è a ridottissima distanza dalla Codognese. Vederla quasi completamente ghiacciata fa decisamente impressione.

Da qui ci sono numerose possibilità per proseguire. Stavolta ho fatto una cosa che normalmente evito come la peste: ho percorso  un tratto di provinciale. Ripassando da Pizzighettone avrei allungato il tragitto (e vista l’ora non potevo perdere tempo), inoltre non c’era in giro un’anima… Mi sono quindi diretta verso Codogno, e all’imbocco del ponte sull’Adda ho svoltato a sinistra sulla strada di argine, che, almeno fino a Crotta d’Adda, è interamente asfaltata.

D’inverno, con gli alberi spogli, il sole più basso e la luce un po’ soffusa, sono più evidenti le geometrie che caratterizzano la campagna: i pioppi in filari, le linee rette di suddivisione fra gli appezzamenti, le piantine seminate in autunno in file strette. E le ampie anse del fiume.

L’argine corre a distanza variabile dal fiume, con ampi campi e grosse aziende agricole sulla sinistra, campi, pioppeti e zone con vegetazione spontanea sulla destra, ed accanto ad esso sorgono numerosi manufatti per la gestione delle acque delle rogge. In località “Marez” c’è anche la possibilità di scendere in spiaggia.

L’argine, dopo aver quasi “abbracciato” una grossa azienda agricola, punta in direzione Nord, da qui risulta visibile l’abitato di Crotta, che sorge su una scarpata che sovrasta il fiume.

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Casotto di Caccia

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L’Adda fra Pizzighettone e Crotta

Sulla sinistra è visibile la torbiera, e deve aver fatto ben freddo se l’acqua dei laghetti è completamente gelata pur essendo esposta al sole per tutto il giorno… Qui nel periodo estivo si possono vedere con una certa facilità gli aironi cinerini.

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La torbiera

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La torbiera

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L’argine a Crotta, in corrispondenza della torbiera

Si prosegue fino alla strada che esce da Crotta in direzione Ovest e ci si innesta su di essa nei pressi del cimitero. Si gira a destra, verso il paese, e poco dopo si trova un viottolo sulla destra (è segnalato) che porta sul ciglio della scarpata che sovrasta la golena, si entra in paese e si percorre via Cavallatico. Percorrendo via Porto si arriva in una piazzetta e si svolta a destra in direzione Acquanegra. Raggiunto l’incrocio con la provinciale si gira a sinistra, passando l’inutile canale Cremona-Tencara (in origine doveva raggiungere Milano, ma si è fermato prima dell’Adda), anch’esso ghiacciato. Si raggiunge la Codognese, la si attraversa in direzione Grumello. Dopo il passaggio a livello sulla sinistra si può scorgere la sagoma un po’ inquietante della ciminiera dell’ex Fornace: dico così perché la parte alta è paurosamente inclinata, ogni volta che la vedo ho la sensazione che basti una raffica i vento un po’ più forte per tirarla giù.

Per i patiti del genere: poco prima dell’incrocio sulla Codognese (territorio di Crotta d’Adda) c’è una pista di motocross. Ci fanno gare anche di un certo livello, credo. Sicuramente c’è sempre un bel movimento di sportivi, attivi e “passivi”.

Arrivo a casa giusto per una doccia calda e un thé…

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Costalunga reload

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Roda di Vael e Majaré dal Passo di Costalunga

Nelle scorse settimane ho rifatto (tutto sommato dignitosamente) il tour Moena-Costalunga-Tamion-Vigo che trovate descritto qui. Gran giornata, tra l’altro… e quindi ho qualche bella foto da aggiungere a quelle pubblicate in passato.

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Vista dalla strada di collegamento fra Soraga e Moena

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Majaré dalla strada che sale al passo. In bella evidenza il profilo della Torre Finestra

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Gruppo Vael – Majaré dalla strada che si immette sulla statale

E, soprattutto… ho trovato dove fare merenda!!!

Agritur Weiss, a Tamion: mi hanno servito una fetta di strudel larga 5cm minimo, con pasta sottilissima e gonfissima di mele. Il miglior strudel che io abbia mai mangiato, servito con una crema alla vaniglia molto buona. Merita il bis. E, stando al menu, anche cenarci non deve essere male…

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Sassopiatto, Sassolungo e Col Rodella da Larcioné

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Gioco d’ombre fra Larcioné e Vigo, con vista sulla Chiesa di Santa Giuliana (Sent’Uliana)

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È proprio Duron!

La val Duron è una verde e splendida valle pensile che si innesta nella Val di Fassa a Campitello. Ottima meta per famiglie, zona di transito o rientro per escursioni di più ampio respiro… e meta tostissima per gli appassionati di MTB. Già, perché la parte centrale sarà anche pianeggiante, ma il primo e l’ultimo tratto… decisamente no. Per chi segue gare e manifestazioni: avete presente il Sellaronda MTB Hero? Ecco… Questa è l’ultima salita del giro lungo, quello da 87km e 4400m di dislivello, e questi 830m di dislivello arrivano dopo Gardena “abbondante”, Pralongià/Campolongo, Porta Vescovo e Pordoi. E io, che faccio solo questa salita, l’ultimo tratto lo faccio a spinta…sigh… 😦

Il contesto

La valle ha indicativamente orientazione Est-Ovest e si incunea a Nord del Gruppo del Catinaccio fino ai piedi del Molignon; è delimitata a Nord dalla Cresta di Siusi, che si stacca dal Sasso Piatto, cima che domina il primo tratto della valle. Valle dal paesaggio piuttosto vario, è caratterizzata dalla presenza di una colata di lava che è andata a coprire la sottostante dolomia, un po’ come è successo nella zona del Buffaure.

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Highlander al pascolo

Per chi cammina

Punto di partenza “standard” per salire in Val Duron è Campitello, traccia n°532. Si segue una forestale chiusa al traffico che è il proseguimento di Streda do Ruf e segue il torrente, con una micidiale rampa da affrontare poco dopo la partenza, in corrispondenza di una strettoia della valle, dove il torrente scorre molto incassato. Tutto il primo tratto della forestale scorre nel bosco, lungo il tragitto si incontrano un punto di ristoro (Baita Fraines) e alcune baite, fino a sbucare davanti al rifugio Micheluzzi, ubicato dove la valle si apre… e spiana.

C’è anche la possibilità di salire per un altro sentiero nel bosco, che passa più a sinistra rispetto alla forestale (aggira il cocuzzolo che segna l’ingresso della valle, in destra idrografica) e si reimmette su questa proprio all’altezza del Micheluzzi.

Percorrendo tutta (o quasi) la valle si può salire verso l’Alpe di Tires, raggiungere la val di Dona e il lago di Antermoja, andare all’Alpe di Siusi; la valle è utilizzata come tragitto di rientro da molti itinerari, quali il sentiero in cresta che è proseguimento del sentiero Frederick August.

Fra Campitello e il Micheluzzi è attivo un servizio taxi (verificare le fasce orarie, che cambiano in funzione della stagione).

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Marmotte in osservazione

Per chi sale in MTB…

…sconsiglio vivamente di fare il primo tratto della forestale. Si può passare da Strada Santi Filippo e Giacomo, passare accanto al cimitero e prendere la strada asfaltata per Pian, piccolo centro situato a mezzacosta. Da lì si attraversa il paese e si imbocca una sterrata che, con un falsopiano, si immette sulla strada di valle fra il tratto più ripido e Baita Fraines, in corrispondenza di una cabina di presa.

Si prosegue seguendo questa forestale, alternando tratti a pendenza diversa…che se li fai a piedi manco li senti, ma in bici lasciano il segno. Anzi…mi confesso…avendola fatta senza allenamento (cosa che capita sempre negli ultimi anni) ho subìto l’umiliazione di essere sorpassata… a piedi, da un escursionista dal passo particolarmente lungo e ben disteso. E non è bello. Per niente. Nemmeno se leggi sulla guida che chi l’ha scritta ha sacramentato non poco su questa strada.

E, detto tra parentesi, vorrei sapere per quale strano corollario della legge di Murphy mi ritrovo sempre in punti critici o strettoie, magari un tratto ripido che sto superando pulendo la strada con la lingua, mancano le ultime pedalate…e dalla curva sbuca la jeep del tassista. Idem per il ponticello in legno seguito da salita ripida…tutte le volte ci incrocio l’auto….

Ricapitolando….smadonnando un po’ si sbuca nel tratto pianeggiante della valle, in vista del rifilugio Micheluzzi, con i Denti di Terrarossa sullo sfondo. Spettacolo!

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Val Duron e Denti di Terrarossa dal rifugio Micheluzzi

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Sempre i Denti di Terrarossa

Si prosegue così, tirando finalmente il fiato, fra verdi prati, il bianco della dolomia a sinistra e le nere rocce vulcaniche a destra, passando accanto a baite ben tenute e con nelle orecchie il fischio delle marmotte. Anzi avete buone possibilità di incontrarle da vicino, ci sono parecchie tane sulla destra della strada nel tratto dopo il Micheluzzi, e se siete fortunati le potete vedere giocare nel prato.

Si passa davanti a Baita Lino Brach, inconfondibile con le sculture nel prato e la bandiera ladina (e le torte non sono male, da tenere a mente), si prosegue attraversando alcuni pascoli, dove vengono allevati gli highlander, le mucche con la frangia, specie introdotta in valle per la resistenza alle basse temperature e per l’ottima carne. Anzi… Spero che l’allerta OMS per potenziale cancerogenicità della carne rossa non riguardi la carne salada di highlander altrimenti sono già morta…

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Baite in Val Duron

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Baita fra il rifugio Micheluzzi e la Baita Lino Brach

Proseguendo fino a Maso Stefin si arriva in un’ampia conca dominata dalla dalla Crepa da Lech, dalla Croda dei Cirmei, dalle Cime del Principe. E qui finisce la pacchia: la strada ricomincia a salire, a tratti piuttosto ripida, in alcuni punti con molta ghiaia. A tratti, per facilitare il passaggio dei fuoristrada, sono state fatte delle gettate di cemento, ma complessivamente il fondo, salendo verso il passo, si fa decisamente sconnesso. Si prosegue oltre Malga Ducoldaura, arrancando fino al bivio per l’alpe di Tires, e poco oltre si arriva al Passo Duron, con splendida vista sull’Alpe di Siusi, le Odle, il Sasso Piatto.

Bello, eh… ma che fatica!

E quei sacramenti del Sellaronda mtb Hero se lo fanno dopo tutto il resto… che nervoso….

Beh, dai…almeno uno si è guadagnato la sosta-torta!!!

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Da Passo Duron verso la valle, sullo sfondo il Gran Vernel

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Da Passo Duron verso l’Alpe di Siusi

Dati tecnici

Il percorso è segnalato come Tour 210, con partenza da Canazei. Il tragitto andata ritorno misura 26,800km, per 1035m di dislivello. Partendo da Campitello di Fassa si accorcia di qualche chilometro e il dislivello, dal piazzale della funivia, è di circa 830m.

Il percorso fino a Maso Stefin è descritto anche nella guida “Val di Fassa e Dolomiti in mountain bike”.

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Cartina percorso segnalato, con profilo altimetrico

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Fuciade (mettiti a Focus!)

Il “girone” di questa estate è stato il percorso completo da Pozza a Fuciade via passo San Pellegrino. Non particolarmente difficile ma lunghetto per chi, come me, ha solo il pomeriggio a disposizione, e con alcuni strappi un po’… antipatici. Generalmente riesco ad arrivare al passo (a volte manco quello, se si mette a piovere), stavolta, con più tempo a disposizione e un meteo spettacolo, sono riuscita a raggiungere l’obiettivo. In valle è segnato il percorso partendo da Someda, frazione di Moena (tour 204). Io, oltre a partire da Pozza, di solito faccio qualche lieve variazione sul tema. Questa estate la variazione è stata per cause di forza maggiore (piccola frana).

I luoghi

Fuciade è una splendida conca ai piedi di Cima Uomo e del Sas de Valfreida, un unico grande prato costellato di tabià (i fienili), con una chiesetta e un rifugio dove si mangia molto bene (più da ristorante che da rifugio). Ci si arriva tramite una forestale (una ex strada militare) che, scendendo da Passo San Pellegrino verso Falcade, si stacca sulla sinistra poco dopo aver svalicato. Dal passo è una passeggiata “per tutti”, vecchietti con un minimo di gamba, bambini con e senza passeggino compresi. Ci vuole circa un’ora, comprensibile quindi che nelle settimane centrali di agosto ci sia veramente un sacco di gente, e se si vuol mangiare al rifugio è meglio prenotare. Ad aver la possibilità è meglio evitare il periodo di punta…

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Fuciade – il laboratorio del falegname

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Il falegname al lavoro

Come tutta l’area circostante, è stata interessata dagli scontri della Grande Guerra. Molti giovani hanno perso la vita qui in zona, e non solo per colpi di mitraglia o mortaio: proprio sopra Fuciade una valanga investì in pieno un accampamento di Alpini e se portò via una quarantina. A Someda sono invece presenti i ruderi di un forte austriaco posto a protezione dell’imbocco della valle che porta a Passo San Pellegrino e, più a monte, c’era una postazione di artiglieria. Lungo la strada, nella zona di Fanch si incontrano alcune trincee austriache: la valle infatti è stretta fra la catena di Bocche e la cresta Monzoni – Costabella, dove gli eserciti si sono fronteggiati.

Per chi ama la neve: al Passò San Pellegrino-Lusia-Col Margherita si scia, mentre in zona Fanch-San Pellegrino c’è il centro di fondo Alochet. A Fuciade si può arrivare anche in inverno.

Un paio di curiosità: lungo lo sterrato che porta a Fuciade, sulla sinistra ad un certo punto si trova un rigagnolo in cui è stato realizzato un mini mulino che aziona un meccanismo. Lì vicino c’è una piccola baita in cui c’è (o c’era?) il laboratorio di un falegname. Anni fa ho avuto l’occasione di vederlo al lavoro.

E arriviamo alla spiegazione di questo titolo un po’ strano. Se qualcuno di voi segue il canale Tv Focus forse avrà avuto l’occasione di vedere una trasmissione di pochi minuti, nella quale persone comuni parlano di scienza e tecnologia. La scenografia è quella di un fienile, il titolo è “Mettiti a Focus”. La prima volta che l’ho vista, quando è partita la sigla finale, ho fatto un salto sul divano. Veniva infatti inquadrata una baita circondata da prati, e l’inquadratura si apriva parzialmente verso i monti circostanti. “Caaaa….spita*, Fuciade!!!!! E so anche dove è questa baita!!!” Ecco, non ne ho la certezza matematica, ma la baita in questione dovrebbe essere questa, poco distante dal laboratorio del falegname.

*Ovviamente non ho esclamato “caspita”, ma facciamo finta che sia andata così 😉

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Mettiti a focus!

Il tracciato

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Percorso con massimizzazione sterrato da Someda a Fuciade Tratteggiato, tratto Pozza-Someda e deviazione vero Malga Boer

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Forte di Someda

Partendo da Pozza si percorre la ciclabile in sinistra Avisio fino alle porte di Soraga (vedere percorso Passo Costalunga). Qui non bisogna farsi tentare dalla discesa al 13% in direzione Soraga: si tiene la sinistra, in salita (magari fosse il 13%…) con uno strappo ancora più bastardo del reale perché si arriva da 3km circa di discesa. Con la lingua a terra si arriva a Soraga Alta, da qui si seguono le indicazioni per Someda, prima su asfalto e poi su sterrato. Entrati in paese, per andare verso il forte bisognerebbe svoltare a sinistra e passare davanti al museo della grande guerra, ma è senso vietato. Se volete fare i bravi svoltare a destra, in discesa, e poi vi fatte tutta la salita, ripida, che passa accanto alla chiesa (barando ne saltate metà). Al termine della salita si segue verso il parcheggio e poi si passa dietro al forte.

Si prosegue su asfalto a tratti malconcio, passando dietro la partenza della cabinovia del Lusia, fino ad incontrare la strada che sale al Passo, in corrispondenza di un ponte. Qui si svolta a destra (discesa verso Moena) e, subito dopo il ponte, si svolta a sinistra in uno spiazzo sterrato da cui parte una forestale.

Questa strada, che inizialmente passa accanto ai tralicci Enel, porta fino alla località Fanch e poi al bar Negritella. Si alternano tratti con pendenza dolce a strappi, ma il fondo è generalmente buono e ad una persona un minimo allenata (mica come me…) non fa né caldo né freddo.

Su questa strada si innestano da destra alcune forestali che risalgono il versante verso Malga Colvere e Passo Lusia, sull’altro lato in alcuni punti è possibile attraversare il torrente. Uno di questi è a Fanch, dove c’è un’area pic nic, ed è qui che ho svoltato per reimmettermi sulla statale perché la forestale era chiusa. Oddio…bisognerebbe spiegare a chi di dovere che se cade una frana su una strada non ci si dovrebbe limitare a mettere il nastro bianco e rosso, ci vorrebbe transenna con cartello e, nel caso, ordinanza del sindaco…ma facciamo finta di niente…per fortuna che avevo sentito il tg regionale qualche giorno prima e sapevo che in zona c’erano stati dei problemi.

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Cippo commemorativo nei pressi del bar Negritella

È stato un peccato non poter proseguire nel bosco perché questo tratto è bello, e più lontano dalla statale. E a me pedalare su asfalto fa abbastanza schifo.

Giunti all’altezza del Negritella il tracciato si riporta comunque sulla asfaltata; poco più avanti, volendo, si può tornare su sterrato, dove c’è l’ingresso del centro di fondo Alochet. C’è infatti una strada che, per un tratto, corre parallela alla statale; vi sconsiglio però di passare di qui se ha piovuto parecchio: la volta che l’ho fatto io ho trovato una marea d’acqua, la strada era diventata l’alveo di un torrente.

Giunti al Passo San Pellegrino (volendo ci sta anche un giretto al lago omonimo, poco distante) si prosegue svalicando; sulla sinistra, dopo un vecchio albergo chiuso da anni (che a quanto pare stanno recuperando) si stacca la strada per l’Hotel Miralago e Fuciade (sentiero 607, si segue l’alta Via 2). Come dice il nome dell’albergo, anche qui c’è un piccolo lago, il Lago delle Poze.

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Baite verso Fuciade

Da qui in poi l’azione più impegnativa è evitare gli escursionisti, cosa che distrae solo parzialmente dall’ammirare il panorama. E, arrivati al rifugio, oltre al panorama potete “ammirare” una fetta di torta (non male, anche se ad essere sinceri la torta alla ricotta l’ho mangiata più buona alla malga Monzoni) o un bel piatto di polenta. O l’orzotto a Teroldego, tanto ai bikers non fanno l’alcoltest 😀

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Prati nella conca di Fuciade

Ritorno: è possibile fare una variazione sul tema. Invece di rifare la stessa strada, è possibile svoltare a sinistra appena lasciate le baite di Fuciade, per scendere a malga Boer. È meno frequentato dell’itinerario di andata, però la strada si innesta più a valle verso Falcade e bisogna beccarsi una salita asfaltata più lunga per risalire al San Pellegrino (sono circa 100m di dislivello) oppure riportarsi sulla strada che porta a Fuciade.

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Vista sulle Pale di San Martino

Qualche dato

Il percorso così come segnalato in loco (Tour 204) è lungo circa 29km e presenta circa 1100m di dislivello positivo. Partendo da Pozza bisogna aggiungere 12.5km circa e 140m di dislivello.
QUI il link ai tracciati in mtb sul portale Val di Fassa

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Al Costalunga attraverso i boschi sopra Moena

Il gruppo della Roda di Vael lato Carezza

Come seconda escursione scelgo un percorso ad anello bello e vario, che si snoda principalmente nei boschi sopra Moena, Soraga e Vigo, sulle pendici del gruppo del Latemar e della Roda di Vael-Majaré. È una variante di un percorso tracciato in loco (tour 203), che prevede partenza e arrivo da Moena; le modifiche apportate sono dettate dal diverso punto di partenza (Pozza) e dalla “necessità” di eliminare un tratto di discesa verso Soraga che ho odiato quando l’ho fatto a piedi… figuriamoci in bici.

Note turistico-paesaggistiche

Il Latemar dal Passo di Costalunga

Il Latemar è la montagna del Lago di Carezza, quello che nelle foto delle cartoline (a proposito, si usano ancora?) ha tutte quelle guglie. I boschi attraversati dal percorso sono però sul lato fassano, il versante famoso lo si vede di sguincio una volta arrivati al passo. Il gruppo della Roda di Vael è particolare perché presenta, da destra verso sinistra (lato Fassa) una vetta che sembra un lastrone arrotondato e poi una cresta molto frastagliata; davanti, staccata dalla Roda, c’è una cima (torre finestra) che in pratica è una lastra forata. Il tutto visto da Moena sembra il profilo di Re Laurino. Su Torre Finestra ho rischiato di fare un danno quando ho fatto il corso di roccia, ma questa è un’altra storia… altra epoca geologica visto che avevo 16 anni…

Panorama da Tamion

Panorama da Tamion

Nella discesa si attraversano due centri abitati frazione di Vigo di Fassa che si trovano in posizione defilata e tranquilla. In particolare Tamion: quattro case, una chiesa, un albergo e un agriturismo costruiti in una radura, un piccolo balcone sulla valle, ideale per qualche giorno di relax totale. Controindicazione: se si vuole fare una passeggiata la sera, andare a prendere un gelato bisogna prendere l’auto…

mtb-costalunga

Il percorso

Come punto di partenza assumo per semplicità il Do Vea (ristorante pizzeria accanto all’Avisio, dove ci sono i campi da tennis), che è poco oltre il parcheggio.

Il primo tratto, verso sud fino a Soraga, è lungo la ciclabile asfaltata in sinistra idrografica del torrente: si passa davanti all’Antico Bagno e si arriva alle vasche della centrale. Passando a destra di queste si evita una brusca rampetta. Si scende poi (con pendenze che per brevi tratti sono di tutto rispetto) fino al bivio per Soraga, dopo il ponte si passa fra torrente e parco giochi per poi andare ad imboccare, dal lato opposto della statale, la strada per Palua, percorrendo l’ultimo tratto del tour 203 (cartelli per Moena).

Si sale su asfalto e, dopo aver corteggiato la fabbrica di giochi in legno si svolta a sinistra verso Moena. Dopo un breve tratto con pendenze dolcissime la strada scende in picchiata verso Moena. Attenzione che alla fine della discesa ci si innesta su una strada e qui non si devono seguire i cartelli del tour 203 direzione Moena: ci si immette infatti sul primo tratto del tracciato segnalato, svoltando a destra… in salita! E pure tosta! I cartelli “tour 203 Costalunga” sono infatti visibili salendo dal centro di Moena.

Qui, mentre smadonno, mi sorpassa allegramente una ragazza con bici da donna. Maledette bici elettriche…

Si continua su asfalto (a tratti rovinato) fin quasi a Malga Roncac (oltre il transito è vietato alle auto). Qui la strada spiana, si addentra inizialmente bosco per poi tagliare, praticamente in piano, un versante molto scosceso. Si attraversa un torrente (qui c’è il percorso sensoriale Ischiez) e si ricomincia a salire.

La strada, generalmente con fondo ottimo, sale alternando tratti abbastanza tranquilli a rampe che mandano il cardiofrequenzimetro a fondo scala, incrociando alcune strade forestali (attenzione ai cartelli). Dopo un tratto in discesa ci si dirige verso un altro ponte e ricomincia a salire su fondo un po’ ghiaioso. Sempre alternando strappi bruschi a tratti soft si arriva ad una salita impegnativa al termine della quale c’è un bivio: qui si deve tenere la sinistra, con un nuovo strappo (ocio alle indicazioni… seguire sempre Tour 203 Costalunga, anche se col crapone chino sul manubrio non è facile).

Diciamo che a questo punto il grosso è fatto. Con pendenze mediamente più contenute si prosegue nel bosco per poi affacciarsi sui pascoli sotto l’Agritur Malga Secine. Un po’ di saliscendi e ci si dirige verso la statale, a poca distanza dal Passo di Costalunga, con davanti agli occhi il gruppo della Roda di Vael.

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Il sentiero verso Tamion

Arrivati sulla statale si scende in direzione di Vigo per qualche chilometro. Sulla destra si trova poi il cartello del tour 203, direzione Soraga – Moena. La strada sterrata da imboccare in discesa non è particolarmente visibile dalla strada, ma ha un buon fondo. La “pacchia” però dura poco: percorso un centinaio di metri o poco più si deve deviare a sinistra e il cartello non è molto visibile. Nemmeno il sentiero (segnavia 556, tour 203) lo è: si deve seguire una traccia poco evidente a monte di un prato, che poi diventa un sentiero vero e proprio (attenzione alle radici). Si passa a guado un torrente, sopra una briglia (eviterei di passare di qui dopo piogge abbondanti), da qui il sentiero si allarga a mulattiera e scende verso Tamion, all’altezza dell’Agriturismo Weiss. Questo tratto è “particolare” nel senso che sembra di essere isolati, nel bosco, qui ci passano in pochi oltre ai locali che vanno a radunare il bestiame, invece si è solo una decina di metri sotto la statale che scende dal passo.

A Tamion il tracciato segnalato scende verso Soraga, inizialmente con ampie curve fra pascoli, poi in picchiata su fondo parzialmente cementato e con un po’ di ghiaietto. Io però devo scendere in direzione di Pozza, quindi seguo le indicazioni per Larcioné. La forestale, dopo un primo tratto relativamente tranquillo, si fa ripida e molto sconnessa, dove il fondo è più regolare c’è comunque parecchia ghiaia: io che in discesa sono totalmente incapace la faccio con un pedale sganciato, pronta a saltar giù, se non direttamente a piedi. Lo so, sono una frana… ma gli ultraquarantenni hanno qualche problema a farsi passare la fifa.

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Da Larcioné a Vigo

Attraversato il torrente si risale verso Larcioné, arrivati alla fontana si gira a destra. Uscendo dall’abitato ci si trova davanti ad un bivio: si prosegue dritti su un bello sterrato (il cartello per Vigo potrebbe essere seminascosto da una pianta), con alcune curve fra bei prati al cospetto della catena della Vallaccia si arriva a Vigo. Si risale su asfalto e al bivio sotto al muro della statale si gira a sinistra, la si attraversa e si percorre la strada principale passando davanti alla stazione della funivia. All’incrocio dopo l’Hotel Corona si gira a destra e poi a sinistra passando sul ponte in prossimità della fermata dell’autobus, si passa davanti al minigolf e, dopo la curva, si svolta a sinistra in una strada a traffico limitato.

Si giunge così a Pozza: si svolta a sinistra percorrendo un breve tratto di statale (parzialmente evitabile svoltando a destra e percorrendo alcune strade secondarie), al ponte si gira a destra e, passando accanto al “Leon d’Oro”, si imbocca la strada che riporta al punto di partenza.

Dati tecnici

Lunghezza: 24km circa – quota min 1200mslm, quota max 1756mslm

Lunghezza percorso 203 (tracciato): 19,650km

Fatto ultima volta: 05/08/2015

Nb. alcuni dati sul percorso integrale, così come segnalato in valle, potete trovarli qui.

Una considerazione: non ho ancora trovato il posto per “far merenda” al passo. E questo.. è un problema… 🙂

Categorie: i miei giri, mtb | Tag: , , , , | 2 commenti

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