i miei giri

Gioiellino Vallunga

Da Vallunga verso il Sassolungo e l’Alpe di Siusi

Eccoci qui, per il secondo anno consecutivo a Selva in occasione della Hero.

Al nostro arrivo, i gestori del Garni in cui alloggiamo ci raccontano che, dal punto di vista del meteo, è un periodaccio, perché piove praticamente tutti i giorni… magari anche solo un paio di acquazzoni al pomeriggio, giusto per rompere le scatole, non far asciugare la biancheria, ritardare i lavori di preparazione per la stagione estiva… e causare liti coi bimbi, che vorrebbero tanto andare a giocare al parco, ma con i giochi fradici è impossibile. Noi incrociamo le dita, fiduciosi dell’attendibilità delle previsioni meteo, riviste in meglio nelle ultime ore.

Beh, al nostro risveglio, il venerdì mattina, ci accoglie un cielo strepitoso. Dai, che forse pure sta volta ci va di culo… Già, perché sciropparsi tutti sti km per beccare il tempo brutto è una gran rottura, e, soprattutto, ognuno di noi ha un suo piccolo progettino: la Hero kids per il cucciolo di casa (che è sempre meno cucciolo…), la Hero percorso “medio” per Massimo… e la” Hero della schiappa” per la sottoscritta, che vuole ritagliarsi qualche ora per fare, finalmente, un giro decente a dispetto della preparazione fisica pressoché nulla.

E quindi… Massimo parte prestissimo per scaldare la gamba provando la Dantercepies, nel pomeriggio c’è la gara del figlio… e in mezzo io ho poco più di due ore per fare un giro soft, con zero rischi di cannare strada, cosi se per sfiga la domenica dovesse guastarsi il tempo, almeno non dovrei tornare a casa a bocca asciutta. E quindi la scelta ricade su Vallunga, il cui imbocco è proprio sopra Selva. Ecco, se capitate da queste parti, andateci (a piedi o in bici, come volete), perché merita. Diciamo che è una versione della Val Contrin senza quasi dislivello verso fondovalle, con pareti rocciose altrettanto verticali ma mooolto più verde.

Escursione in Vallunga indicata sulla mappa interattiva (www.valgardena.it). In realtà si può risalire la valle ben oltre il punto indicato (io sono arrivata fino al bivio col sentiero 16).

Parto, ben bardata vista la stagione e la quota, e prendo la ciclabile che corre a monte della strada che da Selva porta a Plan de Gralba. E all’ombra ho pure freddo. Arrivata in paese comincio a risalire alcuni strappetti, alla ricerca del sentiero da seguire. Devo cercare il segnavia 14, e finalmente lo trovo, staccandosi dal sentiero per Dantercepies corre un po’ imboscato, lungo una staccionata accanto ad un residence. E qui esco al sole, che comincia a scaldarmi dandomi l’opportunità di ammirare le vette che si stagliano fra i boschi verdissimi e il cielo azzurro intenso. E, verso il Sassolungo, le vele colorate dei parapendii scendono dolcemente verso Selva.

Il Sassolungo

Le indicazioni mi portano verso il centro di fondo. Seguo la strada asfaltata e mi trovo davanti al cancello del centro di addestramento dei Carabinieri. Mannaggia, ste caserme in posti strepitosi… e il sentiero dove è? Torno indietro di qualche decina di metri e mi accorgo che davanti ad un punto di ristoro (Baita Ciampac) c’è un passaggio. Proseguo e arrivo ad una staccionata: varco il cancello e mi trovo nel Parco Puez-Odle, in mezzo alle mucche al pascolo. Risalgo la piana lungo una forestale ben tenuta, passo accanto ad una chiesetta e proseguo, su strada molto agevole. Prendo quota abbastanza agevolmente, finché non vedo una escursionista davanti a me che, gesticolando come un matta, chiede a tutti i transitanti nel raggio di duecento metri di non far rumore.

Scendo dalla bici e mi guardo intorno. e lo vedo: un camoscio sta pascolando in tutta tranquillità, mentre la signora prova ad avvicinarsi dolcemente per fare delle foto. L’animale decide di sottrarsi alle foto della signora, e si allontana, mentre uno squadrone in mtb si avvicina e passa oltre.

Nel Parco Puez-Odle

La salita è pedalabilissima, con solo una brusca rampa sassosa a rompere le scatole. Il paesaggio è incantevole, alternando radure verdissime a tratti un po’ più brulli per i sassi trascinati da un torrente in piena.; il tutto delimitato da pareti verticali di roccia tendente al rosa. Sulla strada, alcuni escursionisti, una ragazza che corre (o meglio, trotterella) e tanti, tanti bikers: gruppi con divisa sociale, con divise delle varie edizioni della Hero, uomini e donne, ragazzi e persone diversamente giovani… un campionario di umanità su due ruote che si prepara fisicamente a fare la Hero… o a guardare gli amici arrancare sulle salite della gara, e ti chiedi se fra questi, soprattutto quelli con divisa sponsorizzata o con il fisico migliore c’è qualcuno che domani spaccherà, se qualcuno è veramente forte (oddio, magari quelli forti non si allenano in un posto così tranquillo, ma non si sa mai). Se poi ti capita di tenere aperto il cancellino di un pascolo ad un tizio con barba e ciuffo di capelli castano-rossicci che sbuca dal caschetto, che per un nanosecondo ti fa illudere di aver incontrato (quel gran figo di) Peter Sagan…

A parte qualche gradevole incontro su due ruote, proseguo il tragitto, da sola ma allo stesso tempo insieme a tutti quelli che salgono qui discorrendo del più e del meno, scambiandosi pareri sulle granfondo nelle Alpi.

Ma la Alta Valtellina è meglio come organizzazione o no? E il paesaggio?

Più selvaggio, questo è più da cartolina

Ecco, la considerazione sul paesaggio da cartolina è quello che più “ci azzecca” con il panorama al termine della sterrata, in prossimità del bivio col sentiero 16: una piana verde tempestata di fiori, una baita sulla destra, qualche masso erratico sparso qua e là, mucche al pascolo, mentre il gruppo che mi ha preceduto qui si lancia in foto artistiche all’amico che, con indosso gli scarpini di ordinanza, prova a scalare il masso accanto alla sterrata… e poi si domanda come scendere.

Arrivati!

Il problema è scendere…

Mentre due bikers si avventurano oltre, una mucca osserva incuriosita due mtb abbandonate sul prato. Chissà, magari si chiede a che specie appartengono quegli esseri cornuti… e se anche loro hanno il campanello come il suo…

Incontro fra esseri cornuti…

Per me è ora di tornare. Inverto la marcia e scendo. Il camoscio è definitivamente sparito, e io scelgo di fare una piccola variante al percorso mantenendomi un po’ in quota per poi scendere veloce sul pascolo sottostante, poco dietro il centro di addestramento dei carabinieri.

Sulla strada del ritorno

Scendo cercando un punto da cui scattare una foto alla sagoma dello Sciliar che si staglia in lontananza… e mi fiondo in paese alla ricerca del resto della famigliola.

Sciliar e Punta Santner

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Anello Gerundo – extended version

Canale Vacchelli fra Crema e Izano

Venerdì a casa.

Il figlio da portare a scuola (e da andare a riprendere), le commissioni da fare.

Un tempo fantastico.

‘fanculo le commissioni. Vado a fare un giro in bici.

Preparo la bici, e intanto penso a dove andare. Ho voglia di fare qualcosa di un po’ diverso dal solito ma ho comunque un vincolo di tempo, non posso sperimentare troppo.

E quindi?

E quindi rifaccio l’Anello Gerundo, che ben conosco, non è corto, e provo ad aggiungerci qualcosina. Da Ripalta Arpina in su, lungo il Serio si può raggiungere Crema, da qui, lungo il Canale Vacchelli, ci si può dirigere verso Genivolta, ma senza bisogno di andare così lontano si può tagliare da Izano verso Castelleone e, da qui, verso Cascina Stella, sul percorso già fatto. Consultando la app che ho sul cellulare trovo delle strade sterrate che fanno al caso mio… ma è comunque un’incognita. Ad occhio, dovrei farcela senza problemi a tornare e andare a prendere il marmocchio a scuola. Certo che l’allenamento è quello che è.

Massì, ci provo. Al limite taglio prima.

Anello Gerundo – In rosso la versione originaria del percorso, in blu la versione estesa

Dati tracciato

Lunghezza: 67km circa

D+: 158m circa

Gombito

Descrizione percorso

Aziono il gps all’altezza del cimitero di Grumello. Procedo in direzione Pizzighettone e scendo sulla strada sterrata che porta alla cascina Campagnola. Raggiungo l’argine della Roggia Marchesa, la costeggio fino al ponte in mattoni, qui giro a sinistra e poi, con una serie di curve secche, raggiungo un gruppo di cascine nei pressi di Regona. Attraverso la provinciale e, giunta in paese, imbocco la vecchia strada che porta a Ferie. Al ponte sul Serio, in corrispondenza della cascina Vallate Ponte, mi immetto sul percorso dell’Anello Gerundo, che percorro in senso orario.

Ripalta Arpina – Vecchio forno

Dal portico del Santuario, vista verso la cappellina e la “Scala Santa”, che porta alla cappella dell’apparizione

Tocco Ferie, Formigara, da qui all’Adda e poi raggiungo Gombito. Arrivo a Montodine e, lungo il percorso ciclabile, costeggio il Serio, salgo la scarpata e raggiungo Ripalta Arpina.

Da qui, lungo la strada d’argine che costeggia il Serio (bella e abbastanza ombreggiata, decisamente poco trafficata), arrivo al Santuario del Marzale. Si tratta di una piccolissima chiesa risalente al XI secolo, in mattoni, costruita sul ciglio della scarpata che sovrasta il Serio. Anzi, a voler essere pignoli, si trova fra la vallata del Serio Vivo e quella del Serio Morto (ora ridotto al rango di scolmatore). Sorge in un luogo dove in epoca romana esisteva un cimitero. La sua costruzione è dovuta ad un impegno testamentario assunto da un signore locale; il sito, che ha subito alcuni danneggiamenti a causa delle iene del Serio, E’ stato luogo di eventi storici importanti per il Cremasco.

Storia e curiosità su questo sito si possono trovare sulla pagina dedicata del sito del comune di Madignano.

Proseguendo verso Nord raggiungo Ripalta Vecchia, dove spero di trovare il modo di scendere verso il fiumo. Mi va maluccio, proseguo quindi passando sotto il nuovo tracciato della Paullese e raggiungendo un incrocio sul vecchio tracciato della statale. Attraverso, imbocco un passaggio ciclopedonale e proseguo lungo via Marzale in direzione centro, immettendomi sulla strada che arriva da Cremona. Svolto a destra per imboccare via Cadorna, passo sotto la ferrovia costeggiando un lungo murales e poi percorro via Brescia.

Santuario del Marzale – il portico

Al ponte sul Canale Vacchelli svolto a destra seguendo le indicazioni per il percorso ciclabile. Costeggio inizialmente il canale lungo uno steratto poco frequentato, po i cartelli mi “spediscono” sulla provinciale per farmi attraversare, grazie ad un sottopasso, una strada trafficata ed immettermi successivamente su un tratto di ciclabile ampia e su sede protetta, che costaggia la strada per Izano.

Sempre seguendo i cartelli della ciclabile, all’altezza di Vergonzana svolto a sinistra e raggiungo nuovamente il canale, lungo un tratto dal fondo ben tenuto, con ampi boschi di pioppi lateralmente al tracciato e frequenti ponti in mattoni a scavalcare il canale. Proseguo verso Est.

Canale Vacchelli fra Crema e Izano

Da Cascina Giacinta a Villa Abbadia

Attraverso il canale ed entro in Izano da via Gerardo da Izano, percorro via San Rocco e Via Manzoni e svolto a sinistra (verso Est) portandomi su una sterrata ben tenuta, con una curva a gomito mi dirigo verso Sud. Sulla sinistra, fra gli alberi, fa capolino un laghetto. Con una serie di curve a 90° verso destra e sinistra, si raggiunge Casina Giacinta (comune di Fiesco): la si aggira verso Est, proseguendo successivamente in direzione Sud. In questa azienda si nota un edificio in mattoni, dallo stile un po’ “retrò”. Si tratta di una scuola rurale di epoca fascista (ma dallo stile decisamente meno “quadrato”, attualmente utilizzata come stalla.

Le scuole rurali, nel periodo fra fine ‘800 e il fascismo, erano probabilmente l’unico luogo di “cultura” a disposizione della società rurale, ma la loro funzione non andava molto oltre la lotta all’analfabetismo.

Un lungo rettilineo costeggiato da alti alberi porta a Villa Abbadia, anch’essa da aggirare verso Est con una serie di curve ad angolo retto.  Si giunge così sulla SP20 in corrispondenza dii una pizzeria, sotto un voltone si può scorgere una ruota di mulino azionata da una roggia che corre parallela alla provinciale.

Nei pressi di Villa Abbadia

Si percorre la provinciale in direzione Sud, verso Castelleone. Da lontano si scorge la sagoma della Torre Isso. Superato l’abitato di Le Valli, è consigliatissima una deviazione verso la chiesa di Santa Maria in Bressanoro. E’ un piccolo gioiellino in mattoni a vista, con elementi decorativi anch’essi in cotto. L’ho visitata in occasione del matrimonio di un mio zio, tanti anni fa (23, anno più, anno meno…), e, per chi ci crede (in Dio…e nel matrimonio), è veramente un bel posto per sposarsi, perché è intima, raccolta, senza fronzoli. Poi, per chi vuole c’è pure un agriturismo, eh…

Santa Maria in Bressanoro

Santa Maria in Bressanoro

Torno sulla provinciale e proseguo verso Castelleone, che si attraversa in direzione di Gombito, attraversando la Paullese (che qui si chiama Castelleonese) all’altezza della rotonda del Famila. Seguendo una strada poco frequentata, per poi deviare su sterrato per il Bosco didattico e Cascina Stella, mi riporto sul tracciato del percorso originario.

Passo da San Giacomo e San Bassano. Qui, temendo di essere troppo in ritardo (e cominciando a farsi sentire la stanchezza, associata a mal di piedi (le scarpe sono un po’ strettine) e di lato B, preferisco seguire le indicazioni per la ciclabile delle città murate in direzione Soresina, ovvero uscendo dal paese seguendo i cartelli per il depuratore (e non costeggiando il Serio Morto in direzione di Regona). Arrivata in via Molini imbocco la SP84 in direzione Sud (verso Regona e Pizzighettone). Percorro poco più di un chilometro e svolto a sinistra verso Zanengo (il cartello non è molto visibile). Attraverso il centro abitato in direzione Grumello, uscita dalla frazione svolto a destra per seguire la vecchia strada, superato il Molino nuovo imbocco una sterrata sulla destra, inconfondibile perché avanti qualche centinaio di metri c’è un albero isolato sulla sinistra della strada e perché in lontananza si scorge il castello. Lo si raggiunge e costeggia seguendo via Roma, poi si imbocca via Fermi svoltando a destra. Si sale passando accanto alla parrocchiale, giunta in piazza svolto a destra e, lungo via Martiti, posso raggiungere il punto di partenza. io però mi fermo qui, perché mia madre mi aspetta…con la sacca della palestra per il figlio.

I doveri familiari incombono.

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A mente sgombra (forse…)

Inforcare una bici, andare a correre… mica lo si fa “solo” per buttar giù qualche etto (e già sarebbe un successo). E’ anche un modo per “buttar giù” i pensieri, nel senso di liberarsene, sgomberare la mente. Poi, ovvio che a correre, se non si è abbastanza allenati, dopo un po’ subentra il pensiero “no, cazzo, non ce la faccio”. Ma questo è un altro discorso.

Con la bici, invece, è più facile, perché, se non si vuole battere il record personale, ci si può rilassare di più, e le tensioni se ne vanno. Per me questo funziona soprattutto se mi muovo seguendo il flusso d’acqua di un fiume, o di un canale.

Ma una testa non riesce a stare a lungo vuota, l’eliminazione delle tensioni riattiva le connessioni, e le suggestioni del paesaggio, le piccole cose che si notano guardandosi intorno si mescolano ad altri pensieri che riaffiorano, e ti ritrovi, nuovamente, a ripensare ai tuoi casini, ma analizzandoli con spirito diverso, cambiando punto di osservazione, a fare qualche piccolo bilancio.

E allora, mentre ti fai una piccola uscita nella campagna cremonese, tagliando inizialmente per campi per poi riportarti su asfalto a fare un giro tranquillo, di quelli che sai quanto ci metti e quanto margine puoi prenderti per fermarti a scattare qualche foto, prende avvio il processo di rimozione, miscelazione e rielaborazione. E lo sguardo sulla natura che sta completando il risveglio primaverile, questo processo lo aiuta. E così, passando accanto alla cascina disabitata lungo lo sterrato verso la Roggia Marchesa, scopri l’immancabile gatto nero, ma anche qualche cucciolotto nato da poco. E le rogge che non sono ancora state riempite d’acqua, mentre l’acqua caduta nei giorni precedenti qualche segno sulla vicinale lo ha lasciato, e tu un po’ smadonni, perché non hai voglia di infangarti troppo.

Cascina Vallate Ponte

E via, lungo lo sterrato, fino a Regona, e da qui verso Formigara, dove la Cascina Vallate Ponte, col suo inconfondibile rosa-rosso, un tempo tipico delle abitazioni della mia zona, sta a presidiare il ponticello sul Serio Morto. Ed ecco che l’acqua, elemento essenziale di questo paesaggio, trasporta pensieri, riflessioni… Potesse rimuovere completamente anche le frustrazioni sarebbe una gran bella cosa… e invece non è proprio così. E dal muro rosa carico ai muri di gomma contro i quali ti sei imbattuto durante la settimana il passo è breve…

Il Serio Morto

E arrivi a Ferie, lungo la scarpata del Lago Gerundo… territorio modellato da un corso d’acqua un tempo ampio e ora rientrato nell’alveo dell’Adda. Cascine più o meno grandi, villette… un sacco di case vuote, l’osteria del paese, l’oratorio (ma ci sono i bambini qui? in quanti usano i giochini di lato al parchetto?), l’immancabile asinello nel recinto lungo la strada per Formigara… I discorsi fatti in ufficio, a casa… che si mescolano nella testa senza un ordine logico mentre affronti la salitella, e insieme ai pensieri, le canzoni. Già, perché non puoi mai sapere che canzone ti verrà in mente, per qualche stranissimo scherzo della mente. Per associazione di idee (in ufficio era stato nominato Vasco Rossi, un paio di giorni prima) ti viene in  mente la Mannoia e la sua bellissima interpretazione di Sally. Una canzone che associ ad un periodo poco divertente della vita. Un periodo di decisioni drastiche.

Sally cammina per la strada senza nemmeno / guardare per terra

Sally è una donna che non ha più voglia / di fare la guerra

No, ma io per terra devo guardare, mica che poi prendo una buca. E non avrei certo voglia di fare la guerra, ma mi ci trovo dentro, cazzo, nella mia piccola guerra personale…

La musica esce dalla testa, svolti per imboccare la strada “di argine” verso Pizzighettone (in pratica, è il primo tratto della “ciclabile delle città murate” fatto al contrario). E sono le piccole cose che ti colpiscono…

Ma da quanto tempo non vedevo un orto con le bustine di sementi infilate su un bastoncino? Si lo so, è una cavolata… ma fa molto orto della nonna. Il mio vicino, che ha un orto immenso, non le mette. La mappa dell’orto ce l’ha stampata in testa.

E man mano che incontri viottoli laterali, ti dici che una qualche volta devi venire in perlustrazione per cercare percorsi alternativi. Anche da Ferie ce ne sono di vicinali che scendono giù verso la valle dell’Adda… totalmente sconosciute.

Uno scheletro…in golena

Però una deviazione la fai, in corrispondenza di un vecchio impianto a servizio di una cava. Deviazione si fa per dire, perché dopo nemmeno 100 metri ti trovi in riva all’Adda, che dalla strada nemmeno si vede. Quello che vedi invece sono le solite taniche di plastica blu abbandonate fra i rovi. Che schifo… ma avere cura per il proprio territorio è così da radical chic? Gli agricoltori proprio se ne sbattono, eh…

Attrezzatura di cava in disuso

L’Adda fra Formigara e Pizzighettone

Riprendi la ciclabile in direzione sud. In un campo preparato a puntino spuntano le prime piante, ma alcuni mucchietti di terra alterano la geometria perfetta del terreno perfettamente rullato e rigato dalle file di germogli. Una talpa? Talpa topografo, cazzarola, sono tutti allineati manco li avessero tracciati col laser. E qui ci scapperebbe una battuta da  ingegnere, ma non la capirebbe nessuno (addetti ai lavori a parte)…

Ecco, ci risiamo….

Sally ha già visto che cosa / ti può crollare addosso

Sally è già stata punita

Cappellina votiva

In un certo senso… sarà perché mi fido troppo delle persone, poi quando ci sbatto il naso fa molto male… Fa male vedere le persone diventare il peggio che prima detestavano… Fa male vedere la mediocrità fatta carriera (o presunta tale). E zitta non ci so stare, prima o poi mi spediranno a casa di Dio per punizione…

Sul curvone (no, la Coppa Cobram non c’entra), dove si stacca una sterrata che conduce ad un maneggio, sorge l’immancabile cappellina votiva. Ma chissà perché sono tutte dedicate alla Madonna? Le rose di lato all’ingresso, le sedie di plastica per sostare a prendere il fresco nelle giornate afose, questa ha sull’altare un dipinto che, almeno agli ignoranti in materia di religione, fa pensare alla Madonna di Lourdes che appare alla pastorella. Ma magari non c’entra un tubo…

Sally cammina per la strada sicura / senza pensare a niente

Di sicuro c’è solo la morte, ma sinceramente questa certezza spero di provarla il più tardi possibile. A pensare a niente un bel tubo… 

Quando la vita era più facile…

Ma perché caspita la vita è così un casino, che se non lo è sembra che te la complichino apposta, giusto per farti un dispetto? Perché si riempiono tutti la bocca di parole fighe, poi alla resa dei conti sono ottusi? Perché impongono agli altri delle scelte totalmente prive di senso solo perché devono far vedere che comandano loro, perché ti considerano una pedina nello scacchiere dei loro premi aziendali, e chissenefotte se ne va della tua vita familiare, e pure (diciamolo) dell’efficienza aziendale?

Mobbasta, però, eh…

Le mura di Pizzighettone

Prosegui seguendo i cartelli della Ciclabile delle Città murate, arrivi a Pizzighettone. Il sole che illumina radente la parete della torre d’angolo crea un contrasto di colori ed ombre. E per la prima volta ti fermi a guardare, da questa angolazione, le mura, ancora ben conservate (grazie anche all’appassionato lavoro di un gruppo di volontari), e noti le torrette di avvistamento presenti sul lato nord. Ma non solo… ai piedi delle mura, il percorso un po’ tortuoso di ciò che rimane di una lanca del Serio Morto, in questo periodo asciutta. Alcuni pannelli illustrano la vegetazione presente e inquadrano la zona all’interno della antica valle fluviale.

Lato Nord della cinta muraria di Pizzighettone: le torrette di avvistamento. A i piedi, la Lanca del Becco

Chiesa di San Bassiano

Attraversi il centro abitato: il Palazzo Comunale esattamente di fronte alla Chiesa di San Bassiano, la cerchia delle mura, la Polveriera, Porta Soccorso.

Poco fuori le mura, oltre il ponte della ferrovia, l’Alveo dell’Adda è stato in passato rimodellato. In corrispondenza delle “rapide” alcuni anni fa è stata costruita una centrale elettrica in riva destra. Da poco è stata inaugurata quella in sinistra, durante la realizzazione dell’opera sono stati trovati i resti di un antico mulino.

Oltre l’incrocio con la provinciale scendi lungo l’argine verso Crotta.

Bello lasciar correre le ruote… una volta tanto posso avvicinarmi ai 30km/h 😀 😀 😀

Le centrali di Pizzighettone

Prosegui, incontrando alcuni ciclisti e qualche “camminatore”, uno sguardo a sinistra su cascinali e campi e uno a destra sul fiume, le opere idrauliche, le ripide scarpate sabbiose. Costeggi la torbiera e poi su, verso Crotta. Svolti a destra e, da via Cavallatico, sovrasti l’ansa del fiume. E ancora il flusso dell’acqua accompagna quello dei pensieri.

Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso / del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire / alla fine un po’ male
Forse alla fine di questa triste storia / qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa / e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento / con ogni suo turbamento
e come se fosse l’ultimo

Sensi di colpa, errori, “omissioni”… o meglio, cose su cui si è lasciato troppo correre. Per poi pentirsene. E no, non li cancelli. Però puoi trarre insegnamento, forse. Provare a cercare soluzioni. Poco diplomaticamente, dire le cose in faccia. che almeno è liberatorio. O forse, semplicemente (si fa per dire), tirare delle belle somme, e poi decidere del futuro. Ma forse quello che mi fa star veramente male è veder trattare di merda chi la possibilità di dire le cose in faccia non ce l’ha.

Ti riporti sulla strada per Acquanegra passando davanti a Villa Stanga. Sulla cascina accanto, una mano ardita ha coperto con vernice bianca una frase di stampo fascista, che, bastarda, riaffiora in trasparenza.

Sembra quasi una metafora dell’attualità… e ciò non mi piace per nulla.

Villa Stanga

Di nuovo in sella, imbrocchi la provinciale che arriva dal ponte sul fiume.

ed un pensiero le passa per la testa / forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s’è salvato / forse davvero non è stato poi tutto sbagliato

Bah, speriamo. Un pizzico di ottimismo, ogni tanto, ci vuole. Almeno al prossimo giro mi verrà in mente una canzone più allegra. 

Rientri a casa, che la famiglia aspetta.

*****

Bonus track

 

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(In)civili

Un viottolo inesplorato lungo un giro super collaudato.

Diamo un’occhiata

E giù dall’argine di Adda, verso il fiume. Si, so più o meno dove si sbuca… Ma non ci sono mai andata, quindi…

E, soprattutto, lo faccio ora che la strada è in buone condizioni, prima che si sminchi causa irrigazioni massicce e letame gettato ad minchiam. Ma chissà se in fondo ci sono problemi, dato che qualche settimana fa il fiume era salito di livello…

Supero il primo filare di alberi, arrivato al secondo “parcheggio” la MTB. Scendo la massicciata a protezione dell’ansa del fiume. Ben nascosti fra robinie, ortiche e sabbia, i massi affiorano, qua e là.

Ecco, un po’ di acqua c’è ancora sopra al livello normale del fiume, e i gorghi creati dalla corrente fanno un po’ impressione, soprattutto perché fanno rumore, dove smuovono gi arbusti che spuntano dall’acqua bassa.

Crotta d’Adda

L’abitato di Crotta si affaccia dalla ripida scarpata, sulla quale si vedono i nastri bianchi che delimitano il percorso della gara di XC organizzata per il 1°maggio. Attraccata, si vede una barchetta che ricorda quella dei cartoni animati…quella guidata dalla nonnina canterina, con Tweety che cinguettava nella gabbietta e Silvestro che le tentava tutte per raggiungere l’ambita preda.

Sullo spiaggione in ombra, all’interno dell’ansa, alcuni pescatori intenti a manovrare le canne.

Adda, verso la foce nel Po

Tutto bello, vero?

No, per niente.

Abbasso lo sguardo.

Una bombola del gas, di quelle grosse. Dubito possa essere stata trascinata lì dalla corrente, soprattutto perché accanto c’è un sacco della spazzatura pieno di piatti di plastica, e un congruo numero di lattine di Bavaria vuote. Capisco che il materiale trascinato dalla corrente tenda ad accumularsi nei punti dove la riva è bassa, ma che “casualmente” i resti di un pic nic finiscano tutti nello stesso punto, sacco pieno aperti compreso, mi sembra poco verosimile.

Sorpresa #1

Sorpresa #2

E schifezze simili se ne trovano ovunque, sacchi pieni abbandonati nei fossi lungo la provinciale, bottiglie di plastica che si accumulano nei navigli in corrispondenza di grate e sifoni, residui di ogni tipo nei campi coltivati, per non parlare delle TV abbandonate nei fossi a 20m dall’ingresso della piazzola ecologica (si, visto pure quello).

Ma cosa vi costa riportarvi a casa quello che vi siete portati appresso? Meno di quello che vi è costato portarlo lì, visto che ora è vuoto. Servono obblighi, divieti, multe, vigli sguinzagliati in orari poco urbani armati di blocchetto contravvenzioni (cosa improponibile per i piccoli comuni)? Non dovrebbe bastare un po’ di testa?

A questo punto spero che si moltiplichino iniziative come quello del sindaco delle Isole Tremiti, che, dopo aver visto le analisi relativi alle microplastiche presenti nel mare dell’arcipelago, ha vietato l’impiego di stoviglie usa e getta. Ma dovremmo andare oltre, affrontare la realtà e abbandonare l’usa e getta, la plastica, i contenitori non biodegradabili i non riutilizzabili.

Ma senza usare la testa non si va da nessuna parte. Senza l’educazione e il rispetto dei beni comuni siamo condannati.

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Al Gardeccia in mtb – video

Finalmente sono riuscita ad assemblare il video dell’escursione di questa estate al Gardeccia, di cui avevo parlato in questo post.

Eccolo qua.

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Al cospetto del Catinaccio

Dove andiamo oggi?

La Conca del Gardeccia è un punto nodale in val di Fassa. Situata in un anfiteatro naturale costituito dalle Cigolade, dal Catinaccio, dal Dirupi di Larsech, è il punto di partenza (o di transito) per numerose escursioni in questi gruppi (Torri del Vajolet, Passo Principe e Catinaccio d’Antermoja, Passo Coronelle, Passo Scalette e Lago Antermoja). E’ servita da servizio bus navetta ed è raggiungibile dal Ciampedie (circa 45 min di gradevole passeggiata nel bosco) o mediante seggiovia da Pera, che al momento non è utilizzabile: è stata smantellata per essere sostituita con un impianto moderno. Ci si può arrivare anche in inverno, con le ciaspole, neve permettendo… ma negli ultimi anni le ciaspole si sono rivelate del tutto superflue.

Il Vajolet

La zona è però critica dal punto di vista idrogeologico: la conca dove sono situati i rifugi Gardeccia e Stella Alpina è stata più volte interessata da colate di fango e sassi trascinati dai torrenti che scendono dalle montagne circostanti, e anche la strada di accesso non è da meno. Locali mi hanno raccontato che, quando è stata realizzata quella strada, i “vecchi” dicevano che era una fesseria realizzarla su quei versanti. Ricordo che i primi anni che venivo qui in vacanza si poteva arrivare in macchina fino al Gardeccia, ed era un delirio. Macchine che si incrociavano sulla strada stretta e che venivano parcheggiate ovunque nei pressi del rifugio. Poi la strada ha avuto cedimenti, è stata chiusa per essere sistemata e da quel momento (primi anni novanta) è stato istituito il servizio bus navetta. Indubbiamente ciò ha portato benefici, alla strada, all’ambiente, al benessere di chi viene qui perché avere la zona antistante un rifugio di montagna ridotta ad un parcheggio stile centro commerciale non è proprio ciò che ci si aspetta da una caratteristica valle dolomitica. Periodicamente però si verificano frane e dissesti, l’ultimo episodio è questa estate, quando tre diverse frane hanno interessato la strada (ripristinata, peraltro, in temi rapidissimi). Mi vien però da dire che questi luoghi sono belli, paradossalmente, proprio grazie al loro essere fragili, perché le guglie frastagliate dei Dirupi di Larsech non sarebbero così se il materiale non tendesse a sgretolarsi sotto l’azione degli agenti atmosferici, e prati e boschi ai loro piedi si sono formati con i detriti caduti dall’alto. Il problema è, semmai, umano. Siamo noi che costruiamo in territori delicati, e siamo sempre noi che acceleriamo gli eventi causando l’estremizzazione degli eventi atmosferici.

Ma torniamo a noi. Stavolta voglio parlare di questa valle da un punto di vista diverso, ovvero… sopra a due ruote. Qualche anno fa il Gardeccia è stato arrivo di tappa del Giro d’Italia, in una giornata con un tempo abbastanza infame che non ha consentito agli spettatori di apprezzare la bellezza dei luoghi, ai tifosi presenti lungo la strada di godersi appieno la giornata… e ai ciclisti di arrivare asciutti e non infreddoliti al traguardo. Ma, oltre con la strada asfaltata (che presenta pendenze di tutto rispetto), qui ci si può arrivare in mtb, sfruttando le forestali che risalgono i pendii della valle, ai piedi del Ciampedie e delle Cigolade. E non solo…

Come ci arriviamo?

Il percorso che propongo qui è segnalato in valle con il numero 208. Io, purtroppo, ho dovuto fare una variazione a causa dei lavori in corso per il rifacimento della seggiovia. Mi avevano segnalato la chiusura di un tratto di forestale, quindi mi sono sobbarcata un lungo tratto a spinta per evitare di beccarmi insulti dagli operai (che in realtà erano impegnati altrove, ma ovviamente non potevo saperlo).

Il tracciato

Profilo altimetrico

Parto, come mio solito, da Meida, strada de Ciancoal. La percorro in discesa fino ad immettermi sulla strada bianca che porta, in sinistra Avisio, al parco giochi di Pera e poi verso Canazei. Arrivo fino al bivio che porta in Mazzin, attraverso l’Avisio e imbocco la ripida salita che porta in paese. E qui ho una piacevole sorpresa. Dovete sapere che proprio lungo la strada principale di Mazzin (non la statale, quella più a monte) c’è un edificio è vuoto da anni e fatiscente. Fino a qualche anno fa, sulla facciata si leggeva ancora il nome “Jackob Cassan”: è un edificio denominato Cèsa Battel, Casa Cassàn, Casa del Moro, o “castello” per la presenza di una torre cuspidata. Si tratta di uno dei pochi esempi superstiti di edificio rustico-signorile. Ha impronta romanica. Nel XIX secolo ospitava la “Locanda dell’uomo nero” (Gasthaus zum schwarzen Mann), di proprietà di Jackob Cassan. Si raccontano molte cose relativamente alla storia di questo edificio. Le testimonianze parlano di un mercante proveniente dall’Africa, Jakob Cassan, e per questo detto, appunto, “uomo nero”, dal colore della pelle. Sembra che in questa antica costruzione si udissero nottetempo lamenti, sospiri, passi, porte che sbattevano, finestre che si aprivano improvvisamente nel cuore della notte. Varie le ipotesi per i fenomeni riportati nel tempo. Alcuni parlano di un soldato morto in quella casa. Altri ancora ritengono responsabile dei fatti misteriosi la stessa figlia di Jakob Cassan, che in seguito a una delusione amorosa si uccise gettandosi dal terrazzino dell’ultimo piano.

Da Mazzin vista verso la Val Udai, chiusa dal Sas Mantèl

Casa Cassan, particolare delle decorazioni a tempera. Sullo sfondo Sas Mantel

Casa Cassan pre-ristrutturazione

Il Comune aveva, in passato, chiesto alla Provincia aiuto per rilevare l’edificio e ristrutturarlo, ma senza risultato. Ora qualcuno si è cimentato nell’impresa di recuperarlo per ricavare appartamenti. Sono ben contenta che si prosegua nel lavoro di recupero dell’esistente senza occupare nuovo terreno, in particolare di un edificio che in origine doveva essere veramente bello e che stava diventando pericoloso per i passanti. Spero solo che non ne venga alterato l’impianto.

Ritorniamo al percorso. Si svolta a sinistra per uscire dal paese, in leggera discesa, e si imbocca il viottolo per Ronch. Questa mulattiera fa parte della rete di sentieri Troi di Ladins, che veniva utilizzata dai valligiani per spostarsi fra i paesi di mezzacosta e le valli laterali senza dover necessariamente scendere a fondovalle. Lo sterrato presenta numerosi strappi, a tratti la ruota tende a slittare. L’ultimo tratto, che si immette su un tornante della strada asfaltata che sale al Gardeccia, è particolarmente ripido e con fondo un po’ sabbioso.

Raggiunti la strada asfaltata la si percorre in salita verso Ronch, e oltre fino a Mazzin. Qui, seguendo i cartelli, si svolta a destra imboccando una strada asfaltata che è un piccolo balcone con vista sul gruppo del Sella. La strada, entrando nel bosco, diventa sterrata, con alcuni tratti in acciottolato, e si sa, acciottolato vuol dire ben ripido….

L’alta Val di Fassa da Ronch

Nel complesso, comunque, la forestale è abbastanza pedalabile, si prosegue inizialmente verso la Val Udai, con un tornante si riprende la direzione de direzione Gardeccia, attraverso i boschi ai piedi dei Dirupi di Larsech. E’ un percorso bello e poco frequentato: non è una strada che rientra dei tradizionali percorsi escursionistici, anzi mi pare che non sia nemmeno segnata sulle mappe. Porta fino ad uno spiazzo dove si trovano una mangiatoia per gli animali selvatici e un crocefisso, spesso usato per accatastare la legna. Si comincia poi a scendere, su un fondo generalmente regolare… ma che si fa piuttosto sassoso man mano che si scende.

Ai piedi del Larsech

Ci si immette sulla strada asfaltata che sale al Gardeccia, poco dopo quella che, qualche anno fa, era la Baita Regolina (anni fa ero venuta qui per cena, e avevo mangiato veramente bene, io avevo scelto un profumatissimo orzotto con fiori di campo). Si passa il “guado”, si sale ancora per un breve tratto e poi si svolta a sinistra seguendo le indicazioni, lungo la vecchia strada per Gardeccia. Si passa il ponte…e si trova il muro. Una salita molto ripida (a tratti raggiunge il 30%) e che non molla assolutamente. In teoria si dovrebbe percorrere un tratto piuttosto breve, per poi svoltare a sinistra, verso Pera ed imboccare la forestale che risale lungo la pista da sci. Per i motivi che ho spiegato prima io ho tirato dritto, quindi ho spinto la mtb fino in cima. I tentativi di salire in sella, fatti approfittando di qualche punto meno ripido e con un viottolo laterale a fare da corsia di immissione, si sono rivelati fallimentari, come ampiamente previsto…

Lungo la pista da sci

Si arriva così sulla pista da sci e si svolta a destra. E tutte le volte che arrivo qui, percorrendo questo tratto di forestale, faccio sempre lo stesso pensiero. Mi ricordo di quanto percorrevo questa pista da principiante, con la tavola, e le madonne che tiravo perché in alcuni tratti non riuscivo a far scorrere la tavola e mi impiantavo. Ecco, a farla in salita sono comunque madonne, ma per motivi totalmente diversi. Le rampette che in discesa erano una benedizione per riprendere velocità, a farle in senso contrario strappano non pochi insulti…

Dirupi di Larsech

Si arriva a Pian Peccei, un ampio prato da cui partono le seggiovie che servono le piste da sci del Ciampedie: una di queste ha, più a monte, la variante “Tomba”, che già ad attraversarla in estate, lungo il sentiero che collega Gardeccia e Ciampedie, fa abbastanza impressione per quanto è ripida, mentre le altre sono comunque tutte piste rosse.

Ex Rifugio Catinaccio

Si rimane sulla destra, salendo fino a dove si trova una sbarra verde che chiude una forestale. La si imbocca in direzione Gardeccia. Da qui in poi c’è pochissimo dislivello; qualche tratto un po’ rognoso, magari perché il fondo è sconnesso, lo si trova comunque, ma nel complesso è un bel tratto pedalabile, pur se parecchio frequentato in agosto. Il tratto più antipatico è in corrispondenza dell’immissione del sentiero che arriva dal Ciampedie. Da qui manca poco, e si raggiunge il rifugio Catinaccio, chiuso da 4-5 anni. E’ un peccato perché si trova in una posizione tranquilla. Certo, aveva bisogno di (consistenti) lavori di ristrutturazione, ma poteva comunque mantenere una sua “fetta di mercato”, rinnovandosi mantenendo il suo carattere di rifugio, senza diventare, cioè, l’ennesimo “albergo in quota” come invece è successo a molte strutture.

Piccola divagazione. Qualche anno fa (ovvero l’ultimo anno che l’ho trovato aperto) sono venuta qui a piedi, salendo dal paese, insieme alla mia famiglia, ad un amico e alla sua compagna. Ai tempi mio figlio faceva ancora l’asilo. Troviamo posto all’interno, ci sediamo. Arriva una signora a servirci, che, mentre prende gli ordini, mi fissa e se ne esce con un “…camping Catinaccio?!?!?”. La fisso. Orco boia… Arianna!!! Milanese, qualche anno più di me, era nella compagnia del campeggio di Pozza, quando eravamo ggiovani. Dopo la scuola aveva cominciato a lavorare qui in estate (i suoi si fermavano qui praticamente tutto l’anno), e qui si era sposata. Da allora, credo di averla vista per caso una volta in giro per il paese (mentre i genitori, che sicuramente di me non si ricordano, li ho incrociati spesso). E la ritrovo qui, dopo tanti anni, che gestisce il rifugio, mentre i tre figli giocano sul prato e sulle rive del “laghetto” sul retro (ora interrato). E mi viene un po’ da ridere a vedere questi marmocchi che crescono allo stato brado (esagero, ovviamente…), mentre da noi ci sono genitori che corrono dietro ai figli per pulir loro le mani con l’amuchina… Ok, fine divagazione.

Ex Rifugio Catinaccio

In ricordo del “Diavolo”

Si passa dietro al rifugio, dove già si cominciano a vedere le cime del Vajolet, si passa il torrente e si percorre l’ultimo tratto fino al Gardeccia.

Intendiamoci, da qui non si vedono le Torri del Vajolet come nelle foto da cartolina (per quello bisogna camminare ancora un’ora e mezzo circa, l’ultimo tratto è un sentiero su roccette), ma l’anfiteatro merita comunque, con le cime del Larsech verso Nord, talmente vicine che nelle foto non entrano tutte, e la parete del Catinaccio, inconfondibile con le sue macchie scure, verso Ovest.

Vista verso le cime fra la Marmolada e Costabella

La torta alla ricotta ha il suo perché

Generalmente la merenda ristoratrice la prendo al bar Edelweiss, perché è più tranquillo e ha una bella terrazza in legno, con vista su Larsech e, in lontananza, Marmolada. Il tempo di gironzolare un po’ di fare qualche foto, e di verificare cos’è quell’assembramento di persone sul prato, fa molto gita della parrocchia, o gruppo scout. Guardo meglio: c’è il prete che dice messa. OK, meglio mettersi in sella prima della benedizione finale, perché se li becco sul sentiero al ritorno è un bel casino.

Ripercorro la strada dell’andata (beh, in discesa è una bella goduria), svolto a sinistra lungo la discesa ripida che mi ha portato qui. Causa fifa, e non solo (ho problemi alla regolazione del sellino, non riesco ad abbassarlo in discesa e mi sembra di ribaltarmi) scendo e la faccio a piedi fino alla deviazione per Pera. Risalgo in sella e mi faccio l’ultimo pezzo, passando sotto la seggiovia e sbucando sulla paseggiata “sora i prè”. Scendo fino alla statale, la attraverso e vado verso il lungo Avisio che attraverso di fronte ai prati di Fraines: l’appuntamento è al parco giochi di Pera, dove la famigliola mi attende.

Dati tracciato

Lunghezza:          18.7km

D+:                        810m

Quota minima:   1357m slm

Quota massima: 1994m slm

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Il lago che non c’è e il confine scomparso

Approfittando di qualche ora libera, sono andata a rifare l’Anello Gerundo, stavolta con le foglie ingiallite che cominciano a cadere e il mais tagliato da poco.

L’Adda a Gombito

Ho dovuto fare qualche variante per causa di forza maggiore, ma, oltre a qualche foto, stavolta ho girato il video. E, soprattutto, ho fatto una “scoperta”. Accanto a Cascina Saragozza c’è un cippo in granito, indicante il confine fra lo stato Veneto e Milano: di qui sono passata un sacco di volte, ma non ci avevo mai fatto caso. L’agricoltore con cui mi sono fermata a parlare mi ha detto che ce n’è un altro, poco lontano, lungo la strada per Castelleone. Sto cercando di trovare dei riscontri storici: nel periodo precedente la nascita della Repubblica Cisalpina Crema era sotto Venezia, una specie di enclave nel Granducato di Milano. Ma la data sul cippo sembra essere 1798. Indagherò…

“Stato di Milano”, presso Cascina Saragozza

“Stato Veneto”, presso Cascina Saragozza

Intanto che ravano in rete, vi propongo il video…

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All’Alpe di Siusi in mtb

Gruppo del Sassolungo

Oggi tocca a me

Il moroso si deve ripigliare dalle fatiche della Hero, così la domenica, dopo aver liberato la stanza, lo lascio a ben altre fatiche (la gestione dello gnomo) e inforco la mia bici. Destinazione: Alpe di Siusi. Non ci sono mai stata nemmeno a piedi, e, stando alla mappa, le strade sembrano invitanti. Inoltre, da Passo Duron qualche volta da questa parte l’occhio l’ho buttato, e mi è sempre sembrato tutto molto “intrigante”.

Mappa dell’area

Dato che parto da La Selva, sono già di strada. Proseguo in leggera salita (segnavia 30B), affronto una rampa su asfalto e da qui comincia il divertimento. Si passa un torrente in corrispondenza di un borgo denominato Ciaslat (…dice nulla?), poi inizia una bella mulattiera che, con ottima vista sul paese e sulle vette circostanti, mantenendosi in quota porta fino alla strada asfaltata che porta a Monte Pana. Giunti ai parcheggi si prosegue lungo il segnavia 30.

Pedalando verso Monte Pana – vista su Santa Cristina

Al cospetto del Sassolungo

Si passa accanto al centro fondo e si entra nel bosco.

Le strade hanno un ottimo fondo e non sono molto ripide, ma la mia totale assenza di allenamento  al di sopra dei 50 m.s.l.m. si fa sentire. E a poco vale il pensiero che quella forestale per un tratto è percorsa da chi fa la Hero, percorso lungo: arrivando dal Duron la si fa in discesa, ed è indubbiamente uno dei tratti in cui si va in scioltezza..

Mentre mi concedo una piccola pausa, vedo arrivare due ragazzi che salgono agevolmente in bici. Uno dei due è un marcantonio di uno, e indossa una divisa dell’Italia. Non ha il fisico da ciclista e nemmeno da sciatore di fondo, immagino che faccia sci alpino. Gli suona il cellulare, lo sfila dalla tasca e risponde allegramente. Ok, penso io, lui con una mano sale tranquillamente e parla al telefono, e io faccio fatica a stargli dietro. Siam messi bene… Ma il mio disappunto aumenta quando, alla fine della telefonata, mi accorgo che guida sempre con una mano, mentre con l’altra scrive un messaggio. E a momenti mi semina…

Mentre stramaledico la mia pessima forma fisica esco dal bosco, e mi trovo al cospetto del Gruppo del Sassolungo, con vista sul canalone che porta al Rifugio Vicenza. E niente, anche da qui è uno spettacolo. Due ciclisti mi chiedono di fotografarli con le cime sullo sfondo, ne approfitto per chiedere di ricambiare il favore (mica che poi qualcuno pensa che qui non ci sia mai stata…).

Proseguo salendo molto dolcemente attraverso pascoli e ammirando il panorama, che spazia dal già citato Sassolungo, al Sassopiatto, all’Alpe di Susi e allo Sciliar con Punta Santner, mentre, verso Nord, l’orizzonte è chiuso dalle Odle. Qui mi fermo per fare qualche foto e un filmato, ma evidentemente attiro l’attenzione di una specie “autoctona”, che vedo voltarsi e avvicinarsi mentre sto filmando…

A Saltria ci si immette sulla strada asfaltata, salendo verso Compatsch con qualche rampa e alcuni tornanti raggiungo un piccolo rifugio sulla destra (mi pare si chiami Rauchhutte), dove mi fermo per un caffé. E qui riprendo il discorso già fatto sulle finiture nei bagni: se avanza un lavandino lo metto nel bagno di casa mia…

Di certo non lo hanno arredato da Mondo Convenienza…

Proseguo la salita, completamente al sole, fra pascoli verdissimi e vette aguzze, sotto un cielo azzurrissimo. Tutto attorno, si spazia dalle Odle al Gruppo del Sella, Sassolungo e Sassopiatto, il Molignon, i Denti di Terrarossa, lo Sciliar. Raggiungo una zona pianeggiante, costeggiando anche alcune strutture ricettive, poi svolto a destra, alla ricerca del segnavia 6B.

Sassolungo e Sassopiatto; sullo sfondo, il Gruppo del Sella

Il panorama da qui è splendido, con qualche baita che compare qua e là in mezzo ai pascoli punteggiati di fiori. Essendo una zona sostanzialmente pianeggiante, negli avvallamenti si possono formare degli stagni. Al bivio per il rifugio Sanon tengo la destra, segnavia 19.

Le Odle

Negritella

Proseguo su ottimo fondo lungo il percorso che avevo individuato in precedenza. Fra saliscendi e qualche pausa foto mi metto alla ricerca della traccia che mi deve riportare a Saltria. La prima possibilità è quella di imboccare il sentiero 9, che, pressoché lungo la linea di massima pendenza, riporta alla strada per Ortisei, ma il suddetto sentiero attraversa un pascolo per cavalli, è cintato e c’è un cartello di divieto di transito per le bici grande così. Vado oltre, alla ricerca della forestale che avevo visto sulla cartina, con fondo che peggiora un po’ e qui ho una brutta sorpresa: la strada finisce in un appezzamento cintato, con cancello chiuso da mega lucchetto, cartello “Proprietà privata” impossibile da non notare. Mo’ che faccio? E’ un po’ tardi, e di tornare indietro fino alla strada asfaltata non ne ho voglia, di farmi bici a spinta il sentiero interdetto alle due ruote men che meno… Intendiamoci, a riguardare la carina con calma, a casa, viene un dubbio: forse la “proprietà privata” può essere aggirata, in modo da raggiungere la forestale indicata dal segnavia 11… Se ricapito qui un’altra volta riguardo meglio, ma stavolta mi adeguo e imbocco il sentiero che scende diretto a Ortisei, sperando che la parte non pedalabile sia limitata.

Scendo così su un sentiero per escursionisti, risalendo in sella per qualche breve tratto non troppo costellato di sassi e radici, o per qualche panoramico single track. Ma il dislivello che faccio accompagnando la bici non è poco…. poi finalmente giungo su una forestale, che in alcuni punti richiede un po’ di attenzione per i sassi (tra l’altro, deve esserci stato qualche smottamento risistemato da poco), poi però corre via bene fino ad arrivare in fondo alla discesa, dove mi immetto sulla strada asfaltata che mi porta ad Ortisei, in sinistra del torrente, dove ho appuntamento con i due maschietti di casa.

Lo Sciliar, con Punta Santner

Dati percorso

I dati sono calcolati con partenza da Selva di Val Gardena, al bivio della strada per La Selva (dove c’è l’ufficio postale). Rispetto a quanto scritto in precedenza va aggiunto circa 1km e mezzo su asfalto, con un paio di salite.

Lunghezza: 21.5km

Quota partenza 1530m circa, quota massima 1885m, quota arrivo 1219m.

D+ 510m circa

Il tracciato

Altimetria

 

 

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Da Pozza a Pian Trevisan

Penia

Dopo qualche anno in val di Fassa, a sbattere il naso su percorsi corti ma con dislivello “concentrato”, ho trovato il percorso ideale per iniziare le mie vacanze sulle “ruote grasse”: si tratta di un anello fra Canazei e Pian Trevisan, non molto lungo e con dislivello contenuto, divertente perché alterna tratti molto diversi fra loro e in parte decisamente poco frequentati, con qualche “difficoltà” tecnica (ovvero strappettini nel bosco su fondo sassoso e con radici, ostici per chi arriva dalla pianura e pure poco allenato) e che consente di attraversare alcuni piccoli borghi che, essendo piuttosto fuori mano, sono rimasti abbastanza fedeli alla loro struttura originaria.

Il percorso è, in sostanza, quello che in loco è identificato come “Tour 212”, sul quale io mi innesto arrivando da Pozza, lungo il percorso sterrato che passa in sinistra Avisio (il “ritorno” della Marcialonga di fondo). Anzi, volendo dirla tutta, ora che ho rifatto tutto il giro (lo scorso anno mi ha fregato una foratura) lo posso dire: il tratto fisicamente più impegnativo è proprio lungo questo tratto, dalle parti di Mazzin.

Descrivo qui l’intero percorso, distinguendo fra avvicinamento (e rientro) e l’anello vero e proprio.

Planimetria

Andata

La strada sterrata che porta da Pozza verso Canazei può essere imboccata in più punti, attraversando il Rio San Nicolò nei pressi del parco giochi o della chiesa di San Nicolò. Io generalmente preferisco la seconda opzione, risalendo Streda del Piz e svoltando a sinistra in Streda de Ciancoal, seguendo le indicazioni del tour in mtb che porta al Gardeccia. Da qui si percorre un breve tratto in discesa fino ad uscire dal paese e poi, con una serie di curve, si passa da Fraines (dove c’è il campo scuola di sci) e dal parco giochi di Pera, con vista sui Dirupi di Larsech e sugli abitati di Ronch e Muncion.

Fra Pozza e Pera – i Dirupi di Larsech

Fra Pozza e Pera – scorcio verso il Sassolungo

Si prosegue verso Nord, lungo l’Avisio, affrontando di tanto in tanto qualche breve strappo, fino al ponte in corrispondenza di Mazzin, da dove si vede la stratta Val Udai con il Sass Mantèl a fare da chiusura. Proseguendo oltre, si incontra la prima vera difficoltà: qui il tracciato della forestale si allontana dal torrente e risale lungo il pendio, con pendenze di tutto rispetto. La salita è suddivisa in tre rampe, intervallate da brevi spezzoni nei quali si può tirare un po’ il fiato. Al termine del primo si arriva al parchetto di Mazzin, da qui, volendo, si può evitare il resto della salita: sulla sinistra si stacca uno sterrato nel bosco che, su fondo a tratti sconnesso (radici, sassi) o un po’ fangoso causa attraversamento di un prato spesso zuppo d’acqua, si ricongiunge più avanti allo sterrato principale. Arrivati in cima, la discesa è bella ripida… intanto ci si fa un’idea di quello che ci aspetta al ritorno…

Superata questa asperità, la sterrata prosegue poi tranquilla, attraversando o passando accanto ai vari parchi giochi della valle, al maneggio, al mini campo da golf, alla palestra di arrampicata “ADEL” di Campitello, dedicata ai quattro ragazzi del soccorso alpino morti sotto una valanga nel 2009, mentre cercavano due ragazzi investiti da un’altra valanga mentre si avventuravano nella Val Lastiès (con rischio valanghe altissimo). La visuale sulle vette circostanti cambia in continuazione, dato che la Val di Fassa compie una curva: l’abitato di Campitello è caratterizzato dalla presenza del Gruppo del Sassolungo e dal Col Rodella, e, muovendosi verso Canazei, dal Gruppo del Sella.

Sassolungo e Sassopiatto, da Campitello

Superato il piccolo parco giochi del campo scuola di Canazei ci si immette sul percorso ad anello.

Canazei – “Ecomostro” incompiuto

Anello

Si prosegue sullo sterrato in sinistra Avisio, passando accanto ad un piccolo bike park dove si possono apprendere ed affinare le tecniche di conduzione della mtb, con la parete del Piz Ciavazes a sinistra e il Gran Vernel davanti. Raggiunta la statale la si attraversa girando a sinistra e, subito dopo il ponticello, si svolta a destra lungo la ciclabile. Con un bel percorso prevalentemente all’ombra si costeggia il torrente raggiungendo Alba (visibile il palazzo del Ghiaccio sulla destra), passando accanto ad un (altro!) parco giochi e sotto la palestra di arrampicata (sulla parete scura sulla sinistra sono tracciate alcuni monotiri).

Si giunge nuovamente la statale, che si attraversa in corrispondenza della stazione di valle della funivia. Si imbocca una sterrata lungo il torrente, in destra idrografica, e poco dopo lo si attraversa grazie ad un ponticello in legno. Qui comincia la parte divertente, perché ci si ritrova nel bosco, su un sentiero non troppo largo che, con alcuni saliscendi, passaggi su passerelle in legno o su fondo naturale, qualche tratto più ampio e sassoso, risale il corso del torrente. L’ultimo tratto è quello più impegnativo, perché gli strappi sono più ripidi e sconnessi (radici e rocce affioranti), poi si sbuca sulla strada per Passo Fedaia, poco prima del tornante 1.

Gran Vernèl

Pian Trevisan

Villetta Maria

Dalla statale per il Fedaia a Lorenz. Sullo sfondo, la Crepa Neigra

Si percorre, in salita, un tratto di statale, fino ad incontrare uno spiazzo sulla destra, dove c’è un crocefisso in legno: qui si imbocca la strada, inizialmente asfaltata, che percorre Pian Trevisan, il vallone ai piedi del Gran Vernel. Oltre la cava si prosegue su sterrato, agevole e su ottimo fondo, prima di rientrare sulla strada asfaltata che porta al Villetta Maria passando accanto ad alcune delle stazioni della via Crucis che sale verso il Fedaia (prosegue lungo un sentiero che parte dal piazzale dell’albergo).

Si percorre la strada asfaltata che dall’albergo riporta sulla statale, poco prima del tornante 2. Si prosegue e, esattamente in corrispondenza del tornante 3, si imbocca una bella forestale sulla sinistra (sbarra verde). Si sale nel bosco, in una zona scarsamente frequentata. Da qui si deve raggiungere Penia: ho il dubbio che il cartello che segnala la deviazione sia saltato, o forse basta proseguire lungo la forestale? Io imbocco un sentiero sulla sinistra con indicazione per Penia: passando di qui si segue un ripido sentiero in discesa nel bosco, su fondo reso soffice dagli aghi di pino, ma con qualche radice o roccia che affiora qua e là. Si supera un torrente in corrispondenza di una stretta incisione e da qui si segue una mulattiera, che alterna tratti quasi pianeggianti a discese più ripide, fino ad immettersi su una strada che, con vista su Gran Vernel, Colac e Crepa Neigra, raggiunge il villaggio di Lorenz.

Verso Lorenz

Panorama da Lorenz

Penia

Si attraversa questo piccolo villaggio (i borghi di mezza costa sono quelli che hanno subito di meno l’impatto del turismo, mantenendosi sostanzialmente fedeli alla struttura originaria) e si scende, su ripido sterrato, a tratti acciottolato, fino a Penia. Questa frazione di Canazei ha subito i cambiamenti dati dal turismo (alberghi e residence, soprattutto verso la statale), ma arrivando da Lorenz sembra ancora di piombare in un vecchio paesino di montagna, oltretutto la posizione defilata (e più esposta al sole rispetto ai paesi sottostanti) lo fanno restare un luogo tuttora tranquillo e godevole. Da qui però si ripiomba presto sulla statale, che si percorre in discesa fino alla ciclabile (quella della palestra di roccia), che si imbocca in direzione opposta.

Giunti nuovamente sulla statale in prossimità della caserma dei Vigili del Fuoco, la si attraversa percorrendo il lungo Avisio destro (all’andata ci si era mantenuti sul lato opposto), passando accanto al campeggio. Al ponticello in legno si attraversa, passando (bici a mano) dietro al parchetto del campo scuola.

Penia

Ritorno

Si ripercorre esattamente la strada seguita all’andata. Occhio però… che stavolta a Mazzin il salitone non concede tregua, o quasi. Affrontato da qui è decisamente più impegnativo (e a tratti può slittare la ruota).

Un consiglio gastronomico. Per chi volesse far merenda, a Mazzin potete dirigervi verso il paese e portarvi sulla statale. Nello spiazzo del mercato c’è un tendone, con scritto “sagra del dolce locale”: ecco, è lo spaccio della vicina Dolciaria Fassana (il laboratorio mi pare sia a Fontanazzo, vicino al fiume, se passate nel momento giusto potete sentire il profumo degli strudel appena sfornati). Vi avviso, hanno roba “porca”.

Rientro a Pozza

Dati percorso

Lunghezza: 33km

Quota min-max (*): 1372 – 1826 mslm

D+: 615m

(*) Valori da gps (va tarato meglio)

Tracciato – curve di livello

Profilo

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Sempre santi e madonne…

Scorcio sul Catinaccio e i Dirupi di Larsech

E niente, sarà anche corto, ma il percorso da Pozza di Fassa alla Baita alle Cascate (Val San Nicolò) mi bastona sempre. Sarà la partenza pronti-via, sarà lo scarso allenamento, ma gli strappi su sterrato fra il Soldanella e Malga Crocefisso mi fanno sempre sanguinare le orecchie. E non è che il tratto in asfalto prima di Sauch sia una passeggiata…

Stavolta però, come per gli altri giri di quest anno, ho approfittato per provare il “baracchino” nuovo, il ciclocomputer che fa anche dei video di lunghezza limitata (9 secondi al massimo).

Questo è il primissimo esperimento di assemblaggio. Ho dovuto smadonnare un po’, perché uno dei programmi di assemblaggio non i importava i filmanti perché risultavano protetti, li ho dovuti importare prima con un altro programma. E comunque non mi ha fatto tagli e giunzioni in modo impeccabile, e, dulcis in fundo, alcune parti vanno a scatti e altre no… Insomma, devo ancora capire bene come “domare” il software (o se è il caso di passare ad altro). Però… sono soddisfatta della scelta musicale!!! 😀

Speriamo che il prossimo riesca meglio…

I Maerins e il Catinaccio dal prato antistante Baita alle Cascate

Col Ombert

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