Anello del Lusia (variante Sottosassa)

Atto secondo

Torniamo sul Lusia.

La salita lato Moena l’ho descritta QUI, ma le possibilità di arrivare quassù in mtb aumentano se si considera la salita lato val Travignolo. Ci sono tre possibili percorsi di accesso, in particolare voglio descrivere qui un percorso ad anello che ho “scovato” questa estate, e che collega Moena, Predazzo e il Lusia, percorrendo la vecchia strada che passa nel canyon del Travignolo.

Verso Zaluna

I luoghi

Moena

Il nome del comune deriva da un termine veneto e ladino che è traducibile con “mollica”: va quindi inteso come “prati molli”. Il nome “Moena” lo si ritrova anche nell’antica leggenda di Re Laurino e della figlia Ladina che, innamorata del principe Latemar, si trasferisce a Rancolin per stargli più vicino mentre è in guerra, e decide di farsi chiamare Moena.

Pur facendo parte della Val di Fassa, Moena è da secoli aggregata alla Magnifica comunità di Fiemme. E’ un paesino grazioso, con i suoi 2700 abitanti è uno dei più grandi della valle, che con l’incremento del turismo si è ampliato forse troppo, e in alcuni casi con scelte stilistiche un tanticchia discutibili. Io l’ho sempre “schifata” perché, essendo costruita sullo snodo fra la val di Fassa e la valle San Pellegrino ed attraversata dalla statale, in piena stagione era troppo caotica. Ora invece la circonvallazione devia tutto il traffico in attraversamento, e il centro è decisamente più vivibile. Presso il teatro Navalge si può visitare la mostra La Gran Vera, dedicata alla Prima Guerra Mondiale.

Da Moena parte la Marcialonga di Fiemme e Fassa (notissima gara di fondo)

Predazzo

Si trova alla confluenza delle valli di Fiemme e Fassa. Il nome deriva da “prato grande”, il paese si è sviluppato a partire dalle baite costruite da contadini e pastori di Tesero. Ora ha 4500 abitanti. Attraversandolo ho avuto la sensazione che qui sia stato conservato più che in val di Fassa l’aspetto originale del centro abitato. Gli edifici di vecchia costruzione, dalla struttura massiccia, hanno conservato i colori originali e, in alcuni casi, le pareti affrescate, senza troppi orpelli in legno (in altre località ci si è fatti un po’ prendere la mano). Qui ha sede un museo geologico.

Predazzo era anche stazione di arrivo della ferrovia che saliva da Ora, smantellata negli anni sessanta.

La Val Travignolo e Forra di Sottosassa

Il torrente Travignolo nasce sulle Pale di San Martino, percorre la Val Venegia (consigliatissima, sia per escursioni tranquille sia per mtb) e poi percorre l’omonima valle fino a Predazzo. Forma il lago di Paneveggio (artificiale). La Forra di Sottosassa si trova fra la diga di Forte Buso e Predazzo, qui si può andare in mtb, fare semplici camminate anche con bambini piccoli, e si può arrampicare.

ll parco di Paneveggio

Il territorio del Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino è situato nelle Alpi Orientali (Dolomiti Trentino Orientale) e si sviluppa intorno ai bacini idrografici dei torrenti Cismon, Vanoi e Travignolo, comprendendo la Val Venegia, la Foresta di Paneveggio, un’ampia porzione del Gruppo delle Pale di San Martino, l’estremità orientale della catena del Lagorai e una parte della catena Lusia – Cima Bocche, aree che costituiscono Siti di Importanza Comunitaria e Zone di Protezione Speciale all’interno della Rete Europea «Natura 2000».

Nella foresta di Paneveggio cresce l’abete rosso di risonanza, da secoli utilizzato per le tavole armoniche di strumenti musicali a causa delle sue capacità di trasmettere le onde sonore attraverso la fibra legnosa. In Italia cresce anche nella zona del Latemar e a Tarvisio, ma dalla val di Fiemme arrivava il legno utilizzato da Antonio Stradivari per la realizzazione dei suoi strumenti.

A Paneveggio c’è un centro Visitatori.

Planimetria percorso

Profilo altimetrico

Il percorso

Io sono partita da Soraga, quindi lo descrivo a partire da qui, anche se l’anello vero e proprio lo si percorre da Moena. Avendo perso la registrazione gps, l’ho ritracciato a mano. Non è precisissimo, ma più o meno ci siamo. Le caratteristiche sono

L = 44km

D+ = 1275m

Segnalo che sul posto è tracciato un itinerario di salita al Lusia, e io, per l’ultimo tratto, ho seguito le indicazioni. L’unico tracciato che ho trovato in rete con queste caratteristiche è il 932, che però viene descritto in discesa dal Lusia

Il torrente Costalunga a Moena

Partendo dall’ufficio turistico di Soraga mi immetto sulla ciclabile che porta in direzione Moena, mantenendosi sulla sinistra del lago. Appena fuori dal centro abitato si sale per un breve tratto, il tracciato prosegue poi in falsopiano, per poi buttarsi in picchiata verso Moena, con tratti al 12%-13% e qualche tornante. Si passa accanto al minigolf e ad un bar, si torna a salire fino alla caserma della Polizia (qui c’è un centro di addestramento), si prosegue dritto e, seguendo i cartelli, si imbocca una discesa in pavé che porta in centro a Moena, nella zona pedonale fra l’Avisio e il ponte sul rio Costalunga.

Questa è la piazza immortalata in numerosi video girati in occasione dell’alluvione di luglio (la sagoma dell’ex Albergo Corona è inconfondibile): mentre qui non ci sono segni visibili di ciò che è successo, basta spostarsi un po’ e vicino al ponte sul Costalunga sono presenti ancora alcune transenne, ci sono tratti di muretto danneggiati, ancora alcuni sacchi di sabbia forniti dalla Protezione Civile. Volgendo lo sguardo verso valle, si può anche capire il motivo di tanto disastro, in quanto il ponte adiacente è bassissimo e può fare da tappo in caso di piene violente.

Moena

Mi rimetto in sella, raggiungo la sponda destra dell’Avisio e percorro un viottolo sterrato fra il fiume e gli edifici adiacenti. E qui faccio una piccola stupidaggine, nel senso che non riesco a beccare l’inizio del percorso ciclabile verso Predazzo, e mi ritrovo a percorrere un tratto di statale. Probabilmente dovevo passare accanto al Navalge, sulla sponda opposta. Poco male… proseguo tranquilla, tanto è presto è ci sono in giro poche macchine. In corrispondenza di un punto di ristoro svolto a sinistra e imbocco un tratto in sede protetta in direzione sud, imbocco così un tratto di ciclabile asfaltata che si mantiene in destra Avisio, passando sotto la statale per San Pellegrino e proseguendo finché i cartelli non indicano di imboccare un ponte. Da qui in poi si alternano le due sponde dell’Avisio, il percorso si srotola come un nastro sinuoso lungo le sponde del torrente e in mezzo ai prati sui quali cominciano ad arrivare i primi raggi di sole, e viene percorso da runners, signore che si fanno la loro passeggiata mattutina, coppie di mezza età (ovvero poco più grandi della sottoscritta) che praticano il nordic walking, bikers. Certo che a muoversi ci si scalda, ma uscire di casa con l’aria così frizzantina non è facile, soprattutto perché il percorso è quasi interamente all’ombra… e io sono in discesa…

Moena – C’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

Si passa ai piedi dei trampolini per il salto con gli sci (sui quali sono in corso dei lavori), a Predazzo manca poco. Con un percorso un po’ tortuoso si entra in paese. Predazzo è un paesotto piuttosto grande, e a quest’ora c’è già un bel movimento, anche di auto. Anzi, devo dire che ho avuto conferma del motivo per cui preferisco andare su sterrato piuttosto che percorrere le strade asfaltate: a me i diesel che mi passano accanto danno veramente fastidio, anche se qui basta poco per disperdere i fumi di scarico.

La gola del Travignolo

Dopo aver attraversato Predazzo seguendo le indicazioni per Passo Valles e Passo Rolle, si arriva sulla statale. La si attraversa e ci si porta su uno sterrato che costeggia il Travignolo: si passa accanto al entro sportivo proseguendo in destra idrografica, risalendo la corrente si arriva così in prossimità le campeggio. Dato che proseguendo dritti ci si infila in un viottolo dove non passa nessuno da una vita, con erba alta e qualche arbusto, è opportuno deviare a sinistra poco prima del campeggio, seguendo una ripida stradina asfaltata con indicazioni per Zaluna. Si imbocca poi un viottolo sterrato, sulla destra, con indicazione Sottosassa.  Qui si attraversano pascoli, si passa accanto a cascinali e a masi portandosi verso l’imboccatura della Forra del Travignolo. Questa zona è estremamente caratteristica: il torrente scorre in una gola scavata all’interno del porfido, modellando in parte, con la sua azione, le pareti. Ciò è ben visibile dal ponte in pietra (Ponte Lizata) che si trova proprio all’inizio della gola. Le pareti sono pressoché verticali, soprattutto su questo lato del torrente. La strada (che da qui ha segnavia 660) è ricavata nell’alveo del torrente, direttamente da questa strada si parte per affrontare le vie di arrampicata attrezzate su queste pareti. E le mie manine da ex climber si mettono per un attimo a frugare gli appigli di partenza dei monotiri, immaginando i movimenti per arrivare a moschettonare ai primi rinvii…

Chiudo qui l’attimo nostalgia e risalgo in sella.

La falesia di Sottosassa

Proseguendo lungo il torrente, il canyon si allarga un po’, ma la strada lungo il torrente finisce. ci si trova però davanti una mega rampa pavimentata dalla pendenza extra strong, chiusa da una sbarra (si entra in una proprietà privata), in fondo alla quale c’è un tornante. Ebbene si, si deve salire di lì. Mentre sburlavo, con le tacchette che tendevano a scivolare sulle piastrelline in porfido, mi ha superato mtb elettrica, condotta da una donna che soffiava come un mantice e smoccolava dei “Puttana Eva” come se non ci fosse un domani.

In fondo al salitone epocale le indicazioni per Scofa e per il ponte sospeso fanno imboccare un single track, che ad per superare uno strappo un po’ cattivo si biforca in due percorsi, per i pedoni e per le bici, . Ingnorando le indicazioni che indicano a sinistra per proseguire sul sentiero 660. Segue poi un tratto di sterrato ampio e agevole da percorrere, fino ad uscire dal bosco. Qui parte il sentierino che porta al ponte, mentre lo sterrato (342a) prosegue costeggiando alcune belle baite, con curve inizialmente ampie, che si fanno tornanti man mano che la strada si impenna per raggiungere la statale per il Rolle. Ammetto che questo pezzo mi ha un po’ stroncato, mi sono chiesta un paio di volte se poi sarei stata in grado di affrontare la salita (quella vera).

In cima alla salita c’è una sbarra, si percorre ancora un tratto di sterrato e si sbuca oltre Bellamonte, si raggiunge a statale e, dopo un paio di curve, si imbocca la strada che porta alla partenza degli impianti per il Lusia (indicazioni per Castelir).

Si sale su asfalto, dopo una curva a sinistra si incontra, sulla destra, una forestale con ottimo fondo, riconoscibilissima perché all’imbocco c’è un pannello esplicativo relativo agli itinerari storico naturalistici che si possono percorrere nell’area.

La Val di Fiemme dalla forestale fra Castelir e Paneveggio

Ci si dirige verso Est, alternando tratti tranquilli a strappi più o meno decisi, attraversando un ambiente vario: boschi, pascoli, baite (con o senza barbecue acceso). Volendo andare a Forte Dossaccio, si può prendere una deviazione sulla destra.

Si sale… e poi si scende. Dalla cartina lo avevo capito, ma non avevo valutato attentamente l’entità della discesa.

Ma sarò sul percorso giusto? Non è che sto scendendo troppo?

No, sono giusta, i cartelli indicano chiaramente per il Lusia. E quando, più indietro, avevo letto il dislivello che dovevo ancora superare mi, era venuto un colpo perché non mi tornavano i conti. Ora invece capisco da dove arrivano i 150m che mancano all’appello. Tra l’altro, mi tocca una variante: un ampio settore del bosco è recintato per taglio alberi, ad un certo punto si deve deviare dalla strada perché ci sono i macchinari che bloccano il passaggio. I forestali hanno individuato un breve percorso alternativo nel bosco: terreno sofficissimo e muschio, sembra di camminare su un piumone, e mi spiace quasi passarci sopra con la bici, ho paura di rovinare qualcosa…

Ripreso il tracciato originale, si scende ancora un po’, ma dopo un ponte, finalmente, compare il cartello che indica la deviazione per il passo. Inizia qui il tratto tosto, una strada che a vederla sulla mappa fa temere parecchio, con questi zig zag che risalgono il versante e sembrano tracciati con la squadra da uno studente di quinta geometri alle prese con il progetto stradale. Inizio a salire… e devo dire che mi aspettavo peggio. Intendiamoci, ho sempre temuto le strade “monopendenza”, e qui si viaggia, per tutta la tratta con tornanti, ad una pendenza quasi costante dell’11-12%, però riesco ad azzeccare subito rapporto e ritmo giusti, e ne esco in modo decisamente dignitoso. Già, perché fino alla sbarra che si trova all’incrocio con la forestale che arriva da Malga Bocche non metto giù il piede (e non è da me), complice la strada, che è completamente nel bosco e non mi concede nemmeno la scusa di fermarmi a fare foto. Supero alcuni gruppetti a piedi, e qualcuno ha pure l’ardire di chiedermi info sui tempi di percorrenza per “il lago”, io però glisso anche perché non ho la più pallida idea di dove si trovi questo lago (mi vengono in mente solo i laghi di Lusia e di Bocche, ma sono parecchio più in alto). Trovo parecchie mtb in discesa, ma a salire, almeno qui, non trovo nessuno.

Le Pale di San Martino

Alla sbarra, dove si incrocia una forestale contrassegnata dal n°623, posso quasi dire di essere arrivata, anche se manca ancora qualche chilometro: da qui infatti si svolta a sinistra e la salita è molto più dolce, oltretutto il paesaggio si apre consentendo di volgere lo sguardo verso Pale di San Martino e Lagorai, fra pascoli e baite graziose. Facendo lo slalom fra famigliole e passeggini, aggirando gruppi di amici che si concedono una pausa foto durante la salita con e-bike dalle parti di Malga Canvere, si arriva in vista del passo.

IMG_2693

Baite lungo la strada che sale da Paneveggio

Il rifugio si trova proprio sotto il colle delle Cune, i vasti pascoli consentono all’occhio di spaziare dalla catena di Cima Bocche al Lagorai e, come ho detto nell'”Atto primo“, al suo interno conserva una piccola collezione di reperti (geologici e bellici) trovati nelle zone limitrofe. Da qui è visibile la mulattiera che risale il versante in direzione Cima Lastè e Cima Bocche, mentre, poco distante dal rifugio, lungo la strada da me percorsa, si trova un monumento ai caduti del moenese. Spostandosi di qualche decina di metri si raggiunge il passo, e da qui si vede il gruppo del Catinaccio e della Roda di Vaèl. Aguzzando la vista si distinguono le Torri del Vajolet.

Il Catinaccio visto dal Lusia

Qui, anche se c’è parecchia gente, riesco a trovare un posto in un tavolo in condivisione, fuori sul terrazzo. Si, perché è decisamente ora di pranzo, e ho una voragine al posto dello stomaco, oltre che parecchia sete. E non ho voglia di dolce… quindi… mi butto su una zuppa di orzo (con speck sedano e carote, a me piace un sacco) e un bicchiere di “integratore salino a base di luppolo”, che ordino al gestore, un tizio pelato con due bicipiti più grandi delle mie cosce. E devo dire che si è trattato di una scelta azzeccata. La zuppa è saporita il giusto, e aiuta a reintegrare i liquidi. E la birra è frasca, va giù bene, ed piccola, quindi non rischio di raddrizzare le curve in discesa (quantomeno, non più di quanto possa fare la mia scarsa capacità di gestire il mezzo). Mentre aspetto il mio piatto, scambio quattro chiacchiere con il mio compagno di tavolo, che ha al suo attivo qualche Rampilonga (è il vecchio nome della Val di Fassa bike), con qualche dritta sui percorsi che si possono fare in zona, possibilmente asfalto free.

…ci sta!!!

Una volta rifocillata, il tempo di scattare qualche foto e via, in discesa lungo la forestale che scende a La Rezila e, da qui, verso Moena. In sostanza, percorro in discesa il tragitto descritto nel post precedente. E devo dire che è veramente ripido… allora non avevo smadonnato solo perché sono scarsa, il motivo concreto c’era! Arrivata sulla statale non posso riprendere la forestale che sbuca in Streda de Longiarif perché è chiusa causa frana, percorro così un tratto di statale. Qua e là è riconoscibile qualche segno lasciato dal nubifragio di luglio, e sul ciglio della strada è ancora presente una fila di sacchi di sabbia a protezione delle abitazioni retrostanti.

L’Avisio a Moena

Passo accanto al Navalge e, costeggiando l’Avisio, torno in piazza per poi risalire fino alla caserma della Polizia, da dove ci si porta sulla ciclabile. E qui la stanchezza si fa sentire: ok, ci sono tratti al 13%, ma le gambe proprio non vanno…

L’ultimo tratto è tutto in discesa fino al sottopasso della statale, da qui posso raggiungere il punto di partenza.

Possibili varianti e concatenamenti

Salita da Malga Bocche

E’ possibile salire al Lusia seguendo una strada diversa rispetto a quella qui descritta: c’è infatti una forestale che consente di salire da Paneveggio fino a Malga Bocche e che per un tratto è indicata con il segnavia 626. La si può imboccare dalla statale per il Rolle, o dalla forestale Castelir-Paneveggio: in questo caso, dopo il ponte in legno non si seguono le indicazioni per il Passo Lusia, ma si prosegue fino ad intercettare la forestale di cui sopra. Poco dopo Malga Bocche si incontra lo sterrato 623 e si svolta a sinistra, ricongiungendosi, poco dopo, col tracciato già descritto.

Concatenamento con Val Venegia

Prendendo spunto dalla guida Val di Fassa e Dolomiti in MTB segnalo che è possibile percorrere un itinerario a 8 che consente di concatenare la salita alla Baita Segantini con quella al Lusia. Parcheggiando al Centro Visitatori e dirigendosi verso Passo Valles, si percorre la Val Venegia fino a Baita Segantini, per poi scendere passando per Malga Juribello e la statale di Passo Rolle. La salita al Lusia può avvenire per uno dei due percorsi descritti, per poi scendere a Bellamonte su comodo sterrato, segnavia 660 e rientrare al punto di partenza. Anni fa, non conoscendo la zona abbiamo affrontato separatamente le due salite, invece devo dire che il concatenamento è fattibile anche per persone non esageratamente allenate.

Val Venegia

Categorie: i miei giri, mtb | Tag: , , , , , | 1 commento

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