Camminare

 c/o CasciNet – via Cavriana 38, Milano

Il primo festival del Social Walking a Milano, organizzato da ViaggieMiraggi con gli amici di CasciNet e Altreconomia. Due giorni dedicati al viaggio lento e condiviso. Racconti di esperienze di viaggio insoliti, presentazione di libri sui cammini, attività per bimbi e famiglie, risto-bar e proiezioni.

Parleremo di turismo responsabile e conosceremo le esperienze di chi ha fatto del viaggio a piedi uno stile di vita.

Si inizia SABATO 14 OTTOBRE con focus sui cammini accessibili:

18:00
🐾 Alberto Conte (Movimento Lento) e Pietro Scidurlo (Free Wheels onlus): l’esperienza dei cammini accessibili per tutti

19:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

20:00
🎥 Proiezione dei film dal Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina
“Buona fortuna Trophy” (dalla raccolta di cortometraggi 3 Fables à l’usage des blancs en Afrique) di Luis Marquès e Claude Gnakouri
“Ailleurs” di Othman Naciri

20:30
🐾 Anna Rastello “Il cammino di Marcella”. Più di 13.000 chilometri di cammini-inchiesta e cammini-evento per creare una grande rete di buone pratiche per cambiare lo sguardo sulla disabilità.
🎥 A seguire il docufilm “Il Cammino di Marcella”

La giornata e gli incontri di sabato sono moderati in collaborazione con Radio Francigena – La voce dei cammini

DOMENICA 15 OTTOBRE la cascina sarà animata da incontri con viaggiatori e autori:

11:00
🐾 presentazione mostra ERSAF “Cammina Foreste Lombardia 2017”: un trekking di 42 giorni attraverso le foreste lombarde
🐾 Enrico De Luca e Massimo Acanfora presentano “L’Italia selvaggia. Guida alla scoperta di luoghi incontaminati per tutti i piedi” di Elisa Nicoli, Altreconomia edizioni

13:00
🍔 Risto-bar a cura di CasciNet 🍷

14:30 inizio tavola rotonda
🐾 Sabrina Bergamo racconta l’esperienza del Cammino di Oropa
🐾 Fabrizio Teodori racconta l’ esperienza di cammino nelle Marche, ad un anno dal sisma, e le nuove mete programmate con ViaggieMiraggi
🐾 incontro con Grazia Andriola – autrice di “#steptostopviolence Un cammino in memoria delle vittime di femminicidio”: un’esperienza di oltre 5000 km a piedi per dire basta alla violenza contro le donne
🐾 i terranauti marchigiani Maurizio Silvestri e Paolo Merlini, amanti dei mezzi locali di trasporto quale chiave per conoscere il territorio

15:00
🍂 attività per bambini (6-10 anni) “Foliage d’autunno”: un laboratorio scientifico e creativo per scoprire giocando come cambiano gli alberi in autunno e preparare un erbario speciale.

Durante il festival sarà presente anche l’Ape-Libreria di Terre di mezzo Editore

INGRESSO LIBERO

Prenotazione consigliata per pranzo/cena e laboratorio bambini scrivendo a rete@viaggiemiraggi.org

Per info

Evento Facebook

www.viaggiemiraggi.org

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Ladri di biciclette

Ladri di biciclette: restituite la bici al giramondo Etienne Godard

di Gianluca Nicoletti – lastampa.it, 09/10/2017

Ladri di biciclette mettetevi una mano sulla coscienza. Quanto potrete mai farci con quella bici impolverata che avete rubato al signor Etienne Godard, il giramondo che aveva già pedalato in quasi un anno per 15.000 partendo da Hong Kong per tornare a casa sua in Francia…Gli mancava poco, ma appena è arrivato dalle nostre parti…L’ha persa di vista un minuto e si è volatilizzata. Riporto per intero il suo appello su Facebook…Vi conviene tutto sommato fargliela riavere, meglio la sua lauta ricompensa che i quattro soldi di un ricettatore…

Amici di Facebook. Ieri pomeriggio 30 settembre 2017, sono stato derubato della mia bicicletta da viaggio sulla spiaggia di Castel Volturno (Lido Costazzurra). Stavo viaggiando da 11 mesi per 15.000 km da Hong Kong al nord della Francia, dove vivo. Per me è stato un brutto colpo perché questa bicicletta e tutto l’ equipaggiamento nelle 4 borse verdi avevano un grande valore sentimentale oltre che finanziario.Vi chiedo aiuto per trovarla con i suoi bagagli (fotocamera, Iphone, attrezzi da campeggio, vestiti, occhiali da vista e da sole …) Offro una lauta ricompensa a chi mi aiuterà a trovare la mia bici e il mio materiale. Pubblico alcune foto della bici carica per potervi aiutare nella ricerca. Vi prego di inviare questo messaggio a chiunque sia interessato o sulla vostra bacheca di FB se lo desiderate. Grazie di cuore !puoi raggiungere il mio amico italiano al 348 415 7276

QUI il video-annuncio su LaStampa

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L’Eroico Nello

Sono solo in cinque gli ‘eroici’ che hanno completato tutte le 21 edizioni dell’iconica corsa di biciclette d’epoca a Gaiole in Chianti. Nello Ribichini ha 81 anni e viene da Monte Urano, a Fermo. Dalla prima edizione non ha rinunciato a nessuna Eroica e, nonostante un leggero raffreddore, ha deciso di partecipare anche quest’anno almeno fino alla salita del Castello di Brolio, la prima scalata che impegna i corridori dopo la partenza. L’Eroica, infatti, non è una corsa a cui si partecipa per vincere e per competere ma, piuttosto, per godersi la vista del paesaggio e la compagnia di amici e appassionati

video.repubblica.it, 02/10/2017

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Requiem per un ghiacciaio

«Il ghiacciaio dei Forni non c’è più»

Il ghiacciaio dei Forni : la lingua centrale

Il glaciologo Claudio Smiraglia in Valfurva per monitorare l’andamento: «Situazione peggiore del solito, una cosa che ritenevo impensabile fino a vent’anni fa»

laprovinciadisondrio.it, 20/08/2017

«Il ghiacciaio dei Forni non esiste più». È questa l’amara constatazione del glaciologo Claudio Smiraglia, professore ordinario presso il dipartimento di Scienze della terra “Ardito Desio” dell’università degli Studi di Milano, in questi giorni a Santa Caterina Valfurva anche per tenere monitorato quello che, fino a qualche anno fa, era considerato il più grande ghiacciaio vallivo composto a livello nazionale. «Purtroppo – commenta – l’ho trovato peggio del solito. Quel ghiacciaio unitario, formato da una bella lingua verso il Branca e da due bacini laterali che confluivano, per un totale di oltre 10 kmq, non esiste più, ma si è spaccato in tre ghiacciai più piccoli, uno vallivo e due montani, con un collasso continuo del suo settore inferiore. Quella vista in questi giorni è una situazione che, personalmente, ritenevo impensabile vent’anni fa». E i dati in tal senso sono davvero eloquenti. Basti pensare che, nei primi dieci giorni di questo mese, il ghiacciaio dei Forni, come spessore, ha perso tre volte tanto rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, un dato davvero negativo. «Si nota anche un regresso importante sullo Sforzellina – sottolinea il glaciologo -. La situazione è drastica: bastava guardare, nei giorni scorsi, il Frodolfo (torrente che scorre da Santa Caterina verso Bormio, nda) caratterizzato da grosse cascate che uscivano dal ghiacciaio una situazione che, personalmente, non ho mai visto da quarant’anni a questa parte».

*****

L’articolo è di questa estate. Quella che è la situazione dei ghiacciai alpini, Forni compreso, e previsioni relative alla ritirata del fronte, l’avevo riportata qui. Per completezza riporto la sequenza di foto e la previsione futura.

Ghiacciaio dei Forni

La situazione attuale del ghiacciaio della Marmolada è invece riprodotta nella foto qui sotto.

Ghiacciaio della Marmolada, agosto 2017

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Mo’ bike!

Le bici Ofo e Mobike

Titolo idiota (lo ammetto) per parlare di una cosa serissima: a Milano (e non solo) il bike sharing sta prendendo ulteriormente il largo, grazie a due nuove società che gestiscono una corposissima flotta di bici con il sistema “a flusso libero”, ovvero senza uso di postazioni fisse per prelievo e deposito del mezzo. Queste nuove bici (molto made in china) vanno ad aggiungersi a quelle gestite da ATM (bike.mi), che però non coprono tutta la città (le aree periferiche sono sprovviste di rastrelliere, come ad esempio Lambrate-Ortica-Forlanini o Crescenzago-Turro).

Delle due, ho provato quelle di mobike, e devo dire che mi sono trovata bene.

Come si usano? In estrema sintesi, i passaggi sono questi:

  • si installa la app e si fa la registrazione
  • si carica il “borsellino”
  • col gps acceso (ovvio…. ma se lo attivate prima di lanciare la app è meglio, altrimenti fa casino) visualizzate la mappa, appaiono le bici più vicine
  • cliccate sul pallino relativo a quella più comoda, volendo potete prenotarla (consigliato), avete 15 min per ritirarla
  • quando la raggiungete, cliccate su “sblocca” e  inquadrate il QRcode (o attivate il bluetooth, se ve lo chiede), così i lucchetto si apre
  • regolatela e cominciate a pedalare
  • quando non vi serve più, lasciatela in un posto dove non “rompe” (non nel Naviglio, l’altro giorno ne hanno ripescata una) e chiudete a mano la levetta del lucchetto, sentite un “bip-bip”
  • attendete qualche secondo e sentirete un nuovo segnale sonoro (bip-bip-bip), a quel punto la bicicletta è disponibile per qualcun altro

Per informazioni più dettagliate potete leggere l’articolo pubblicato su urban.bicilive.it, oppure visitate il sito ufficiale di Mobike.

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Trieste – Vojnic | 400 km in bicicletta per la solidarietà

AGENDA DEGLI APPUNTI

Partirà il 5 ottobre da Trieste la “sfida” di solidarietà in bicicletta per raccogliere fondi da donare ai pulcini della squadra di calcio del Petrova Gora

Il gruppo, composto da sei ragazzi di Busto Arsizio, dopo aver ricevuto la benedizione in Piazza Unità d’Italia a Trieste, partirà alla volta di Lubjana, prima tappa di questo viaggio per la solidarietà.

Effettuare una una donazione è semplicissimo: basta cliccare sul link https://www.paypal.me/LOVEonlus, scegliere l’importo da donare, scrivere il nome del “pedalatore” che si vuole sostenere nello spazio apposito, confermare l’importo ed il gioco è fatto.

Dal 5 al 8 ottobre sei ragazzi di Busto Arsizio saranno in viaggio da Trieste a Vojnic (Croatia) in bicicletta 

Viaggeranno e si sfideranno per 400 km con l’unico scopo di sostenere il progetto “un calcio al passato, un goal per il futuro, coniugando così passione per la bicicletta, impegno civico e…

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Frana sul Latemar, piovono massi dalla Torre Pederiva

Filmata da un escursionista. Una nuvola di polvere in cima alla foresta del Latemar

altoadige.geolocal.it, 28/09/2017

NOVA LEVANTE. Frana, a metà mattina del 28 settembre, dalla parete Nord del Latemar.

A filmare e a fotografare la scena è stato un escursionista, che si trovava sui cosidetti prati del Latemar, sopra Carezza.

Dalla parete della Torre Pederiva, uno dei contrafforti della parete nord del Latemar, sopra il lago di Carezza, si è staccata una frana, con conseguente nuvola di polvere che si è notata da centinaia di metri di distanza.

Un evento storicamente piuttosto usuale, come testimonia la presenza, in zona, del sentiero del Labirinto del Latemar, una sorta di percorso attraverso una città dei Sassi, proprio come quella assai celebre del passo Sella, dovuta a ripetute frane verificatesi negli ultimi secoli, per via della precarietà delle pareti.

Siccome pare che la frana abbia lambito i sentieri escursionistici 20 e 21 dal passo Costalunga a Mitterleger, il Comune di Nova Levante ha disposto la chiusura dei sentieri medesimi, lungo i quali il Brd di Nova Levante ha effettuato dei controlli per verificare che nessuno fosse rimasto coinvolto dalla frana.

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Fra Porta Vescovo e il Padon

La Marmolada vista dal sentiero per Porta Vescovo

Le montagne lungo la cresta che separa la zona di Passo Fedaia dal Livinallongo (la zona di Arabba) e i sentieri che passano per i pascoli sottostanti sono carichi di storia. Già nei secoli passati la zona era importante per il commercio: il panoramico Viel del Pan (sentiero del pane) era il tragitto lungo il quale venivano trasportate le merci fra la Val Cordevole e la Val di Fassa, in quanto era considerato più sicuro di quello di fondovalle.  Caduto in disuso, è stato recuperato nei primi anni 900 dall’alpinista tedesco Karl Bindel e con il nome “Bindelweg” è ancora oggi ricordato.

Ma questa zona è diventata di importanza cruciale durante la Grande Guerra, perché segnava il confine fra la Val di Fassa, che era sotto il dominio austriaco, e le valli venete, sotto il Regno d’Italia. Le truppe austriache erano arroccate lungo questa cresta, il confine passava per Passo Fedaia e proseguiva verso la Marmolada e oltre, fino a Passo San Pellegrino. Camminamenti, postazioni, gallerie sono accessibili percorrendo la Ferrata delle Trincee. Alcune gallerie sono visitabili partendo da Passo Padon, muniti solo di torcia.

Io sono stata da queste parti più volte, e su sentieri differenti. Di seguito riporto alcune note su alcuni itinerari che è possibile seguire in questa parte di mondo.

Mappa generale dell’area

Viel del Pan

Il tracciato del Viel del Pan si sovrappone a quello dell’Alta Via n°2.

Si parte da Passo Pordoi: spalle alla Val di Fassa, sulla sinistra si imbocca il sentiero contrassegnato dal segnavia 601, che, diretto verso sud, passa ai piedi del Sass Becé fino al rifugio omonimo e, successivamente, a Baita Fredarola. Da qui, sempre seguendo il n°601, si passa sul versante meridionale della cresta che separa la parte alta del Livinallongo (con il lato veneto della salita al Pordoi) dal Fedaia: il sentiero, molto panoramico, è agevole e si mantiene sostanzialmente in quota, raggiungendo il Rifugio Viel del Pan e passando sotto il Sass Ciapèl (vista dal Pordoi, la sua nera sagoma è inconfondibile). Si prosegue fino ad incontrare una deviazione, mantenendo la sinistra si raggiunge Porta Vescovo, continuando lungo il 601 si scende verso la diga del Fedaia, inizialmente in modo dolce per poi perdere quota piuttosto rapidamente.

Della versione “da Arabba” di questo percorso si trova traccia su questa pagina.

Su questo sito invece si possono trovare belle foto scattate lungo il Viel del Pan.

Stralcio mappa Tabacco – 1:25000

Ferrata delle trincee

L’attacco della ferrata è a poca distanza da Porta Vescovo, dalla stazione di monte della funivia si prende il sentiero in direzione Padon e si seguono le indicazioni per la ferrata. La maggior parte delle persone parte quindi da Arabba, sale con la funivia e, ultimato il percorso, rientra a Porta Vescovo dal sentiero. Come alternativa, si può salire a piedi da Passo Fedaia, come dirò più avanti.

Io e il mio compagno l’abbiamo fatta nel 2008, con un avvicinamento ben diverso. Con partenza da Canazei, tramite i due tronconi della funivia, siamo saliti a Col dei Rossi. Da qui abbiamo raggiunto Baita Fredarola, e poi abbiamo percorso il Viel del Pan fino a Porta Vescovo. Lunga? Si. Io inizialmente non volevo, poi mi sono fatta convincere. Diciamo che il tempo che serviva per andare da Canazei ad Arabba e prendere la funivia noi lo abbiamo impiegato raggiungendo a piedi Porta Vescovo (forse aggiungendoci qualcosa). All’andata non sarebbe stato un problema, ma il ritorno…beh, lì qualche problemino avremmo potuto anche averlo.

Ma passiamo ora alla descrizione del percorso, e della nostra avventura

La ferrata non è per nulla banale, anzi. Soprattutto ha una partenza pronti-via che può mettere in difficoltà anche chi è abituato a destreggiarsi con imbrago, moschettoni e cavi metallici. Il primo tratto è piuttosto verticale, con pochi appigli, e la mattina è in ombra. Tirarsi su a braccia, con le mani fredde a stringere il cavo freddo, non è proprio semplice. Io e il mio compagno avevamo un passato da climbers, seppur di non troppe pretese, ma qui qualche timore lo abbiamo avuto.

Il Gruppo del Sella col Piz Boè. Sullo sfondo, il Gruppo del Sassolungo

Passaggio “aereo”

Il percorso si snoda fra i resti degli appostamenti delle truppe austriache: posti di avvistamento, ripari, camini quasi totalmente diroccati ma ancora anneriti dal fumo. E’ spettacolare dal punto di vista del paesaggio, con il gruppo del Sella e il Piz Boè a sinistra e Gran Vernèl e Marmolada a destra… e questo limitandosi alle vette più vicine. Fa meditare, su ciò che siamo stati e su ciò che siamo adesso, con tutti i conflitti che ci sono nel mondo: pensare alle condizioni nelle quali hanno combattuto cento anni fa giovani ragazzi, strappati alla loro vita per essere mandati a combattere in un ambiente ostile, dovrebbe farci riflettere sulla sofferenza che ancora c’è ovunque ci siano popoli che imbracciano le armi.

Oltre al tratto iniziale, la ferrata presenta qualche altro passaggio un pochino esposto. Non è per principianti, insomma… però noi sul tragitto abbiamo trovato una ragazza bloccata dalla paura su una scaletta, in un tratto in discesa, e il signore che la accompagnava non riusciva a tranquillizzarla a sufficienza. Max ha sfoderato la sua (ormai lontana) esperienza da istruttore di arrampicata, le ha dato un po’ di suggerimenti su come muoversi e la ragazza, finalmente, si è calmata. Proseguendo l’itinerario con i nostri nuovi compagni, abbiamo scoperto che la tipa era alla sua prima (!!!) ferrata, e il tizio ha ben pensato di portarla qui perché è “bella e abbastanza facile”…no comment…

Il tratto già percorso, verso Porta Vescovo

I resti del camino

Resti dei manufatti

La parte finale della ferrata passa attraverso le gallerie scavate al di sopra di Passo Padon. E’ assolutamente necessario portarsi una torcia, la distanza fra prese d’aria e feritoie è notevole e il buio è totale. Muoversi in questi budelli è inquietante. Doveva essere alienante rimanere qui dentro, con fuori neve e colpi di granate.

Le gallerie

Si esce dall’ultima galleria proprio sopra Passo Padon. Si scende lungo un ripido sentiero fino al rifugio. Noi, lungo questo tratto, incontriamo una coppia di francesi muniti dell’attrezzatura completa per scalare, e qui mi assale la curiosità…chissà che tipo di vie sono tracciate su queste scure pareti. Nei pressi del rifugio, passando accanto ad un cannone molto ben conservato, una mente malata per l’arrampicata non può non pensare ad una celebre foto scattata in Israele, con Wolfgang Gullich appeso alla canna di un cannone. E la tentazione di fare un boulder su questo pezzo di storia è notevole…mettete i talloni nei vostri cannoni, insomma…

Il rifugio Padon è luogo ideale per rilassarsi un attimo e rifocillarsi. Noi però non abbiamo tempo per prendercela comoda. Il rientro dal sentiero è luungo, ed è tardi.

Prendiamo il sentiero in direzione Porta Vescovo, e lo percorriamo di buona lena. I cartelli danno 1h15′, noi ne impieghiamo molti meno. Eh, la (ex) gioventù…

Proseguiamo oltre, direzione Col dei Rossi, e ogni volta che guadiamo l’orologio acceleriamo. Il passo molto veloce diventa corsetta, e poi corsa. L’ultimo tratto lo facciamo gambe in spalla.

Mentre ci avviciniamo alla stazione di monte della funivia, l’occhio all’orologio ci getta nello sconforto. L’ultima corsa se ne sta andando…poi guardiamo meglio e vediamo delle persone. Arriviamo lingua a terra, gli operatori della funivia ci guardano e ci dicono: “è da un po’ che vi teniamo d’occhio, certo che avete un bel passo! Se non vi avessimo visto viaggiare  quel modo non vi avremmo aspettato”.

Scendiamo a valle con l’ultima corsa della giornata, grazie ai ragazzi che hanno ritardato la partenza di pochi minuti, risparmiandoci la scarpinata in discesa fino a Canazei.

Stralcio mappa geologica 1:50000

Sentiero geologico Arabba – “quasi anello” dal Fedaia

On the road

Il sentiero di collegamento fra Porta Vescovo e Passo Padon è indicato sulle mappe come “Sentiero geologico Arabba”. Non è numerato, ma in loco è contrassegnato da segnali a vernice gialli e rossi. Lo avevo già percorso con il mio compagno, al ritorno dalla ferrata delle Trincee, stavolta decido di rifarlo con mio figlio.

L’itinerario scelto parte dal lago Fedaia-diga e si chiude a Passo Fedaia, località servite dalla linea di autobus che sale dalla Val di Fassa, così evitiamo di utilizzare l’auto (anche se l’uso dei mezzi pubblici in piena alta stagione non è proprio cosa semplice). Scesi alla fermata “impongo” la pausa caffé  al Rifugio Castiglioni. Lo dico perché di fronte al bancone del bar, sul muro, c’è un dipinto “strano”: qualcuno ha avuto la bella idea di far dipingere la sezione geologica in corrispondenza del lago, fra il Padon e la Marmolada, con tanto di indicazione delle formazioni geologiche e delle faglie. Peccato non averla fotografata, perché è decisamente in tema con il nome del sentiero.

Lago Fedaia

Imbocchiamo quindi il sentiero 698, che dal lago sale fino a Porta Vescovo: l’attacco è lungo la statale, proprio di fronte alla strada che percorre il coronamento della diga. Ci si porta sopra alla galleria artificiale che protegge la statale e poi si inizia a salire con tratti ripidi alternati ad altri più dolci. E subito ci imbattiamo nell’origine del nome “Fedaia”: in ladino infatti “feida” significa “pecora”, e proprio all’inizio del sentiero ci imbattiamo in un recinto, qualche pecorella qua e là mentre il grosso del gregge è al pascolo.

La Crepa Neigra

Si prende quota rapidamente, mentre il panorama si allarga. Oltre all’incombente parete della Marmolada e al suo ormai striminzito ghiacciaio, verso Fassa si vedono le cime che circondano la conca del Ciampac e, più lontano, il Catinaccio. Sul lato opposto fa capolino la Civetta.

Il Belvedere. Sulla cima, lato Fedaia, c’è un posto di osservazione

Croce commemorativa

Sotto i nostri piedi, rocce di vari colori. Come si può vedere dalla planimetria sopra riportata, la geologia dell’area è infatti piuttosto complessa. E qui faccio una puntualizzazione: la Marmolada, considerata la regina delle dolomiti, dal punto di vista geologico non fa parte delle dolomiti. E’ infatti costituita da calcare, e diverse formazioni calcaree sono presenti lungo la strada che sale al Fedaia dalla Val di Fassa e in corrispondenza della diga. Dalle creste sovrastanti però sono rotolati a valle sassi e massi di una roccia scura, qui sopra infatti si trovano colate laviche e conglomerati costituiti da frammenti di varia natura in matrice lavica. Man mano che saliamo possiamo vedere la sovrapposizione delle due tipologie di roccia (in zona capita spesso di trovare rocce vulcaniche, formatesi in seguito ad eruzioni sottomarine, sopra alla dolomia).

Arriviamo ad una piccola stalla, poco oltre ci fermiamo per uno spuntino. Da qui, verso Est vediamo alcune cavità nel versante (zona di Pescul), mentre verso ovest, in cima al colle che sovrasta Porta Vescovo, è visibile una delle postazioni del Belvedere, con una finestra che serviva da posto di osservazione: le prime postazioni austriache che vediamo.

Raggiungiamo poi Porta Vescovo, incrociando prima il sentiero che si ricongiunge con il Viel del Pan.

Svoltiamo a destra imboccando il Sentiero Geologico. Da qui in poi ci teniamo grossomodo in quota, con qualche saliscendi, passando ai piedi della cresta della Ferrata delle Trincee (l’attacco si raggiunge, come dicevo prima, proprio da questo sentiero). Il percorso è piuttosto agevole, solo qualche tratto si rivela piuttosto sdrucciolevole, si passa fra massi erratici e resti di appostamenti bellici, croci in ricordo dei soldati dell’esercito austroungarico morti qui. Alzando lo sguardo, scorgiamo le sagome colorate degli escursionisti sulla ferrata (anche se mezzogiorno e mezzo non mi pare l’orario ideali per attaccare percorso di questo tipo). Il sentiero è una grande balconata fronte Marmolada e sovrasta verdi pascoli, dove vediamo un numeroso gregge di pecore.

In lontananza, il Catinaccio.

Esploditore per distacchi controllati

“Incontri” in aria, con i corvi che svolazzano sulle nostre teste, e incontri sul sentiero, con gli escursionisti che incrociamo o che ci sorpassano, ma anche con qualcuno che si avventura in mtb. Sinceramente… non mi pare il periodo per passare di qui in bici. A parte che bisogna essere bravi, perché ci sono alcuni punti scivolosi (e ripidi) o sconnessi, e si tratta comunque di un single track…ma ad agosto ci sono tanti escursionisti, e anche se sei bravo ti diverti poco. All’inizio del sentiero ci supera una coppia di stranieri, abbastanza giovani, ma nel punto più rognoso abbiamo incrociato due signori di una certa età. Sentiero stretto su pendio ripido, siamo dovuti salire, un po’ in bilico, sul ciglio del sentiero, ma uno dei due, con la bici in spalla, ha colpito mio figlio con il pedale. E, sinceramente, mi sono girati un po’ i maroni…

Man mano che proseguiamo, avvicinandoci all’ultimo tratto verso il Padon, ci raggiungono anche alcuni “e-bikers”, che con il loro mezzo superano pendenze decisamente non banali. Qualche tratto un po’ sdrucciolevole, e siamo quasi alla fine. A ridosso del rifugio ci imbattiamo in un qualcosa di “strano”: pali metallici sormontati da una struttura stranissima, un disco metallico, profili ricurvi e delle “rotelle” metalliche. Mi chiedo a cosa possa servire un aggeggio di questo tipo, poi mi accorgo che non è “solitario”, ma ne contiamo altri 4, allineati fra il sentiero e la pista da sci. Il mistero lo svelo al rientro al lavoro, con la complicità di un collega: si tratta di “cannoncini” per il distacco di masse di neve instabile, che possono essere comandati a distanza. Sono recenti, e il motivo lo capisco ripensando a ciò che c’è al rifugio (ne riparliamo dopo…). Dal sito di Aineva si può scaricare un articolo che spiega il funzionamento del sistema.

Crepe Rosse; sullo sfondo, Pelmo e Civetta.

Raggiungiamo infine il Rifugio Padon, dove facciamo il “secondo tempo” del pranzo e il marmocchio si può gustare la meritata fetta di Sacher (fettona… a dispetto del suo appetito non riesce a finirla). Siamo su un vero e proprio terrazzo vista Marmolada (e Pelmo, e Civetta…), mentre verso Est c’è Cima Padon. Dal Passo, il panorama spazia invece verso Lagazuoi, Tofana, la zona di Fanes, Col di Lana e Sief. Mentre mangio, mi viene in mente “E l’obice?” Si, perché, come dicevo prima, vicino al rifugio ricordavo di aver visto un cannone, la volta scorsa, ma ero convinta fosse sotto al rifugio. Penso “beh, sarà dietro, dopo se non lo trovo chiedo”, e invece mi passa totalmente dalla mente. Visto l’orario infatti rinuncio, in accordo con il bimbo, ad andare a vedere le gallerie, e probabilmente il cannone si trova proprio lì sopra.

Col di Lana-Sief e Setsass. Sullo sfondo, Conturines, Lagazuoi e la Tofana

Nessuno è straniero…

Dentro al rifugio c’è un pannello con le foto relative alle nevicate dell’inverno 2013-2014. Impressionanti, soprattutto in confronto alla situazione disastrosa (nel senso che la neve non l’hanno proprio vista) degli ultimi inverni. In particolare, mi colpisce una foto scattata in primavera, raffigurante i pali della seggiovia abbattuti dalla furia di una valanga che si è abbattuta sulla pista da sci per Malga Ciapela, sfiorando Capanna Bill, distruggendo una baita e mettendo fuori uso due impianti di risalita (erano stati preventivamente chiusi proprio per l’elevato rischio valanghe).

Scendiamo lungo la pista da sci (segnavia 699), con sulla sinistra il Monte Padon e il Laste?. Non lo sappiamo, ma siamo nella zona che era occupata dalle postazioni italiane (ahi, potevo documentarmi meglio). Perdiamo quota seguendo la ripida (e un po’ scivolosa) sterrata, puntando al sottostante Passo Fedaia. Poco sopra al passo, vediamo un cartello che indica un cippo di confine. L’erba, altrove alta, è qui corta ad individuare un sentierino che porta fino ad un “masso che sorride” di pietra lavica, circondato da massi più piccoli e attorno al quale l’erba è ben tagliata. Suppongo sia questo (anche se le foto che trovo poi in rete raffigurano massi di altra forma), ma l’ora tarda e il figlio che scalpita fanno desistere dalla tentazione di guardarsi meglio intorno. Stiamo infatti facendo un tentativo disperato, l’autobus passa di lì a pochi minuti…

Cippo di confine?

Ci rendiamo poi conto che l’unica speranza è che l’autobus parta in ritardo… e, visto che il mio ginocchio comincia a protestare, rallentiamo un attimo. Mentre scendiamo verso la “galleria” con la quale la pista da sci scavalca la statale, vediamo un enorme gregge di pecore, poco sopra al lago. Arriviamo al passo e ci fermiamo al bar, in attesa del bus successivo. E ci capita di “intercettare” la conversazione fra una cliente e la signora al bancone; “Ma dove è tuo figlio?” “Eh, quando c’è da lavorare sparisce. Sarà in giro con le pecore insieme alla sua amica, la piccola Heide”. Mi sa che lo abbiamo appena visto, il figlio della signora…

Sentiero degli obici

Scendendo dal Padon ho notato i cartelli per questo percorso: poco sotto al rifugio segnavano una deviazione sulla sinistra rispetto alla strada che scende lungo la pista da sci. Ho cercato in giro qualche informazione relativamente al tracciato, e a dire il vero non ho trovato molto. Una descrizione l’ho trovata su Pèdia davò pèdia, le foto si trovano anche sulla pagina facebook di Severino Rungger (che credo sia uno dei gestori del sito sopra citato).

Tanto per intenderci, il sentiero passa attraverso le postazioni italiane, fra fortini e postazioni di vedetta (alcune sono citate al paragrafo “Per saperne di più). La traccia è riprodotta nello schema sottostante, e par la parte bassa si sovrappone al percorso di discesa da Passo Padon.

Fonte: pagina facebook di Severino Rungger

Per sapere di più

Sul sito fassafront.com sono riportate numerose note relativamente ai siti interessati dagli eventi bellici e agli itinerari che è possibile seguire per raggiungerli. In particolare, per quanto riguarda il fronte austriaco sono riportati le postazioni di Pescul e del Belvedere a Porta Vescovo, per la linea italiana la “collinetta della morte” sotto al Padon e le postazioni di Ciamp de lo Stanzon (peccato aver scoperto questo sito solo dopo aver fatto l’escursione).

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Ammappa l’Italia

…figo!!!

Ammappa l’Italia, la guida del trekking ora la scrivono gli escursionisti. Grazie agli open data

Dal Viterbese un progetto di turismo “collaborativo”: mappare strade pedonali, sentieri e percorsi sparsi per l’Italia. Una sorta di enciclopedia libera dell’escursionismo dove tutti possono segnalare una nuova via. Il risultato è una mappa interattiva open source, consultabile e modificabile da ogni utente.

di Marcello Gelardini – repubblica.it, 25/09/2017

“Ammappa l’Italia!”: non è la solita espressione di stupore, usata spesso quando si parla del nostro Paese e delle sue bellezze, ma è un’esortazione alla partecipazione. A cosa? A un originale progetto di ‘turismo collaborativo’. Un invito rivolto soprattutto a chi conosce cammini che non siano quelli sulla bocca di tutti, sentieri che permettano di scoprire la provincia italiana spostandosi a piedi, strade antiche (oggi raramente battute) che possano diventare collegamenti alternativi tra borghi, campagne e vallate, mulattiere e sterrati panoramici. Con una domanda di fondo: perché non mettere tutte queste risorse a disposizione degli altri? È stato proprio questo lo sprone che ha spinto Marco Saverio Loperfido – documentarista, guida ambientale e organizzatore di attività culturali – a lanciare la proposta di far ‘mappare’ direttamente agli escursionisti (non necessariamente di professione) ogni angolo del nostro territorio. In che modo? Semplicemente passandoci a piedi. Chi meglio di loro, in fondo, può sapere come trasformare una passeggiata in un’esperienza di viaggio a tutti gli effetti.

Nasce la libera enciclopedia del trekking – Nasce così Ammappa l’Italia, un sito e una App (attualmente disponibile solo per iOS) che ha l’ambizione di scovare e mostrare tutti i sentieri nascosti nel cuore delle nostre regioni. Spinti dall’idea che non siano indispensabili automobili, treni e autobus per percorrere la Penisola. Basta avere le giuste coordinate. Quelle date dagli utenti che hanno deciso di animare il portale. Un blog collettivo in cui tutti collaborano per dare nuova risonanza alle cosiddette ‘strade bianche’: vie non asfaltate che da secoli caratterizzano l’entroterra. Un tempo erano l’unico tramite tra i centri abitati e le zone rurali ma, ancora adesso, sono depositarie di una funzione fondamentale: raccontare le nostre radici, da dove veniamo, per collegare l’Italia al suo passato. Il risultato è una sorta di ‘Wikipedia del trekking’ – o, come la definisce il fondatore, una wikiPIEDIA – dove non si condividono i saperi universali ma i mille sentieri di cui si compone da Nord a Sud uno dei Paesi più ricchi del mondo dal punto di vista culturale. Un modo utile, tra l’altro, anche presidiare e proteggere il territorio: passo dopo passo, infatti, si possono segnalare abusi, discariche, scempi edilizi, situazioni di abbandono. Offrendo un servizio alla collettività.

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IronDiabetic

Al traguardo della gara dell’Ironman di Zurigo nonostante il diabete

L’esperienza di Samuele Fenu, 38enne di origini sarde

ansa.it, 19/09/2017

Al traguardo di una delle gare più massacranti, quella dell’Ironman, anche con il diabete. E che problema c’è? Nessuno. Samuele Fenu, di 38 anni, di origine sarde, affetto da diabete mellito di tipo 1 dall’età di 12 anni, ha concluso a Zurigo la gara regina del triathlon. Dimostrando che anche con questa patologia si possono compiere delle vere imprese sportive. Le difficoltà sono tutte nei numeri: 4 chilometri di nuoto, 180 in bicicletta e 42 di corsa finali.
“Ci sono volute 13 ore per arrivare alla finish line, tanti mesi di preparazione, con 12/15 ore di allenamento settimanale, dove mi sono concentrato sempre sullo scopo mai pensando al risultato – spiega Fenu – studiando le reazioni del mio corpo, capire di cosa avesse bisogno, ma soprattutto adattarlo ad uno sforzo simile tenendo sotto controllo la glicemia”.
Un’esperienza indimenticabile.
“E’ stato uno dei giorni più intensi della mia vita, una grande festa – racconta Fenu -. Ho fatto quasi tutta la preparazione da solo, per cui ritrovarmi a nuotare, correre e pedalare insieme a tante persone ha trasformato la fatica in energia positiva (almeno per gran parte della gara), e nei momenti di difficoltà che ho attraversato durante la corsa soprattutto negli ultimi 20 km, la mia famiglia, la mia ragazza e amici lungo il percorso mi hanno supportato, e aiutato mentalmente a trovare le risorse necessarie per arrivare alla tanto sognata finish line”.
Uno sforzo, ma anche un messaggio. Fenu ha gareggiato con il logo dell’associazione ‘I love diabete’. E’ una Onlus che si occupa, a livello nazionale e nelle singole regioni, di promuovere l’attività sportiva in casi di patologia. “Il messaggio che vorrei condividere – precisa Fenu – è che con cuore, determinazione e sacrificio si può arrivare ovunque, con il diabete si può fare tutto e molto di più, preparandosi bene senza sottovalutare nessun particolare ed ascoltando sempre il nostro corpo”.

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