Articoli con tag: terremoti

I sentieri della rinascita

Cerchiamo volontari per recuperare la rete di sentieri escursionistici nell’area dei Parchi colpiti dal sisma in centro Italia. Parti con noi per aiutare le comunità locali a rimettere in moto l’offerta turistica 

legambiente.it, 11/08/2017

Partiranno da metà settembre una serie di campi di volontariato, “I sentieri della rinascita”,  organizzati da Legambiente per ripristinare e rendere di nuovo fruibili i percorsi escursionistici nel Parco Nazionale del Gran Sasso e nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

A un anno di distanza dal sisma che ha devastato il centro Italia le ferite nel territorio sono ancora aperte e profonde. Secondo gli esperti del Cnr e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), le tre scosse più importanti, oltre alla tragica perdita di vite umane e ai danni su edifici e infrastrutture, hanno deformato il suolo, causando profonde modifiche del sistema idrogeologico e ambientale dell’Appennino centrale provocando diffuse situazioni di dissesto e di rischio. La rete dei sentieri e dei percorsi escursionistici presenti nei due Parchi interessati è stata sconvolta dagli effetti del sisma, ma se da una parte alcune aree risultano ancora inaccessibili, altre possono essere già frequentate ed è proprio su queste che si vuole intervenire.

I campi di volontariato contribuiranno alla rinascita economica del territorio, a partire proprio dal rilancio del settore turistico che potrà fare da volano per l’intera economia dell’area mettendo in moto l’indotto agricolo, agrituristico e delle produzioni tipiche locali.

I campi si svolgeranno nell’arco di un mese a partire dalla seconda metà di settembre; sono previsti 4 campi nell’area del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e 4 campi nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini.  Ogni campo avrà la durata di una settimana, i volontari potranno scegliere di partecipare a uno o più turni se lo vorranno. I campi sono aperti a volontari italiani e stranieri provenienti dalla rete internazionale dell’Alliance of European Voluntary Service Organization con cui già collaboriamo da anni. Non è prevista alcuna quota di partecipazione.

Per maggiori informazioni chiamaci dal 1° settembre a questi numeri 06 86268323/324/326/403 

o scrivi a volontariato@legambiente.it

Può interessarti anche: campi di volontariato con Legambiente 

 

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L’Aquila-Amatrice in bicicletta

A febbraio 2017 Bikeitalia.it ha lanciato la campagna Dal terremoto alla bici, invitando i lettori a viaggiare in bicicletta nelle regioni colpite dal terremoto per contribuire a risollevarne il turismo e l’economia locale.

Propongo un itinerario su asfalto da L’Aquila ad Amatrice, una distanza di 62 km. Due luoghi ultimamente simbolo dello sfascio dei terremoti, sono molto più di questo.

di Ezio Colanzi – bikeitalia.it

L’Aquila, per partire, invito a visitarla. È la testimonianza che una città è fatta di chi vuole stare, da persone più che luoghi. Si esce da l’Aquila verso Paganica e si sale ad Assergi lungo la SS 17 bis, vale la pena pedalare nei vicoli del vecchio borgo.

Continuando verso Campotosto sulla SP 86 s’incontra la svolta per San Pietro della Ienca. Può essere l’occasione per una sosta e per il panorama. Volendo, c’è una mulattiera in discesa che riporta ad Assergi. Oppure si può proseguire ancora verso il valico delle Capannelle, a quota 1300 m s.l.m., passo di collegamento di due versanti del Gran Sasso d’Italia. Il nome sembra derivi dalle capannelle che erano riparo notturno dei pastori in viaggio con le greggi. Il tratto del valico è transitabile dalla primavera all’autunno, può essere coperto di neve nei mesi invernali. In generale si tratta di una tipica strada di montagna poco frequentata da automobili, poco più trafficata da l’Aquila ad Assergi.

Oltre il valico restano poco più di venti chilometri per Campotosto, percorrendo la SS 80 e poi la SS 577 che costeggia la riva sud – est del lago dalla tipica forma a V. Propongo di assaggiare la mortadella di Campotosto, chiamata coglioni di mulo.
La SS 577 porta ad Amatrice, che era Abruzzo fino alla fine degli anni venti del novecento. Oggi è in provincia di Rieti.

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Cose che in Abruzzo ci sono ancora

L’Abruzzo è il luogo dove l’altitudine dell’Appennino raggiunge quasi i tremila metri sul Corno Grande – Gran Sasso d’Italia. Sono presenti tre parchi nazionali: il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, il Parco Nazionale della Majella. Il Parco Naturale Sirente-Velino e altre 38 riserve naturali.

È regione verde d’Europa, oltre il 36% del territorio è tutelato da aree protette.
Molto di più, l’Abruzzo è una terra intima, una di quelle che rivelano novità solo se cercate a fondo, con sorprese piccole, uniche e modeste. Come i paesi di pietra che resistono in bilico sui versanti dei monti. Abitati con insistenza, restano isolati con le nevicate intense e fanno pensare che sono cambiate le abitudini di chi vive in Appennino. Gli uomini hanno smesso di fare scorte per i mesi freddi, si lasciano assistere e contano sui supermercati vicini. Una neve abbondante fa decadere il patto di assistenza, ricorda che la montagna si abita prima di tutto in autonomia. Gli uomini del passato si concedevano un tempo di riposo in inverno, vivevano come la terra, nelle stagioni. I vecchi dicevano sotto la neve pane, sotto l’acqua fame.

Propongo ai cicloviaggiatori di fermarsi nei paesi lungo l’itinerario, di cercare persone. Di ascoltare le voci di chi resta. Chi pedala tanto per sudare tralascia le cose, in questo Appennino non basta. Conviene avere tempo per i racconti, dire e sentire due parole. Cercare un bar per chiedere indicazioni, iniziare conversazione sulle mulattiere con i giocatori di tressette. Sapere come vive chi sta nei luoghi di sempre.
Agli amanti delle ruote grasse propongo di improvvisare, ogni alternativa è buona, in Appennino si è a casa ovunque. E di uscire dall’itinerario, di provare sentieri trasversali, di pedalare sull’erba corta dei pascoli dove le mandrie passano e ripassano.

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Quell’apocalisse nove secoli fa

Un tema, purtroppo maledettamente attuale. L’analisi delle fonti storiche è stata molto importante ai fini della definizione della “storia” di un luogo dal punto di vista sismico, e quindi della sua pericolosità.

Quell’apocalisse nove secoli fa. Il primo terremoto che fu misurato

Con i suoi 9 gradi Mercalli seminò morte da Cividale a Milano, da Bergamo a Pisa

di Gian Antonio Stella – corriere.it, 19/01/2017

Fu il terremoto assai terribile. Per cui crollarono molte chiese coi campanili, e innumerevoli case e torri e castelli e moltissimi edifici, sia antichi che nuovi; per il quale anche i monti con le rupi crollarono e devastarono e in molti luoghi la terra si aprì ed emanava acque solfuree…

La scossa

La cronaca degli Annales Venetici breves offre un’immagine nitida di cosa fu lo spaventoso scossone del 3 gennaio 1117. Nove secoli fa. «Fu il più antico evento sismico del mondo per il quale si abbia un quadro dei danni tale da consentire oggi di stimarne l’area epicentrale e la magnitudo con tecniche analitiche rigorose, le stesse usate per analizzare terremoti di secoli più vicini», spiega Emanuela Guidoboni, tra i promotori del convegno di oggi all’Istituto Veneto di Venezia sul tema «Novecento anni dal più grande terremoto dell’Italia Settentrionale».

L’area padana

Fu così devastante quel cataclisma, coi suoi 9 gradi di intensità della scala Mercalli-Cancani-Sieberg e «una magnitudo calcolata, a partire dal quadro complessivo del danneggiamento, tra 6.5 e 6.9» (quello in Friuli del 1976 fu di «appena» il 6,4 e ogni aumento di 0,2 punti di magnitudo corrisponde al raddoppio della potenza) da seminare morte e rovine il tutta l’area padana, da Cividale a Milano, da Bergamo a Pisa.

Le parole

«Per due volte fra il giorno e la notte avvenne in tutto il mondo un terremoto tanto terribile che molti edifici crollavano e gli uomini a stento riuscivano a fuggire; ma soprattutto in Italia, dove fu tanto pericoloso e orribile, che gli uomini aspettavano su di sé il manifesto giudizio di Dio», si legge negli Annales Sancti Disibodi, «e all’improvviso, per le spaccature della terra, crollarono città, castelli, ville, con gli uomini che ivi indugiavano [a fuggire]. Infatti anche i monti furono spaccati e i fiumi, la terra inghiottente, si essiccarono tanto che chi voleva poteva attraversarli a piedi».

Il Po

Il fiume Po, aggiunge il cronista, «erigendosi dal suo alveo, si levò in alto a guisa di arco in modo da aprire la via tra la terra e l’acqua e da dare a intendere apertamente che minacciava la fine al mondo con i suoi flutti alti. E l’acqua essendo rimasta sospesa così a lungo, finalmente si rimise in se stessa con tanto suono, che il suo fragore si udiva per miglia».

Trentamila morti

Furono trentamila, stando ad alcune stime, le vittime di quell’evento, generato da una «sorgente sismica piuttosto profonda, mascherata dalla spessa copertura di sedimenti che ricopre tutta la pianura-padano-veneta e perciò finora imperscrutabile». Un’apocalisse. Paragonabile rispetto alla popolazione di oggi, tanto per capirci, a trecentomila morti.

L’epicentro

L’epicentro fu probabilmente a Ronco all’Adige, a sud di Soave. La città più colpita fu Verona dove collassò la cinta esterna dell’Arena e, scrisse Pietro Diacono, «le chiese furono rovesciate dalle fondamenta e le alte torri precipitarono» ma i danni furono gravissimi anche alla cattedrale di Parma, a quella di Cremona, alla Basilica padovana di Santa Giustina…

Le testimonianze

Devastazioni di cui restano memorie preziose: 72 fonti memorialistiche coeve (60 annali monastici e 12 cronache cittadine) più tre dozzine di atti processuali, libri di conti, epigrafi… Mancano, perché arriveranno solo successivamente, testimonianze autobiografiche come quelle che lascerà fra’ Salimbene de Adam sul sisma del 1222: «Mia madre soleva ricordarmi che durante quel grande terremoto io ero bambino ancora nella cuna, ed essa prese sottobraccio le mie due sorelle (erano piccine) e, abbandonando me nella cuna, riparò nella casa dei suoi parenti. Temeva infatti che rovinasse su di lei il battistero, poiché la mia casa era vicina ad esso. E per questo che io non l’amavo eccessivamente, perché avrebbe dovuto preoccuparsi più di me che ero maschio, ma lei rispondeva che era più facile portare le due sorelle perché più grandicelle».

La mano di Dio

I resoconti a tinte forti, però, sono molti. Come quello di Landolfo Iuniore (o Landolfo di San Paolo), che nella Historia Mediolanesis vede nello sconvolgimento la mano di Dio: « E il terremoto (…) smosse e sconvolse profondamente il Regno dei Longobardi. In quel tempo la gente, che vedeva grandi rovine per le città e in genere per i luoghi, particolarmente per le chiese, diceva che gocce di sangue cadevano come pioggia dal cielo e di vedere parti mostruosi e molti altri prodigi in aria, acqua, monti, pianure e selve, e di sentir tuoni sotterranei. E in questa prova divina anche coloro, che apparivano essere sacerdoti, non sapevano dove fuggire».

In Germania

Il botto fu tale, si legge negli Annales Remenses et Colonienses, da essere avvertito in Germania: «Il 3 gennaio ai vespri», le sei di sera, «nelle chiese furono scosse le immagini del Signore e molte cose pendenti in esse». E l’Annalista Sassone insiste apocalittico in Monumenta Germaniae Historica: «Non minore che una volta quello di Sodoma e Gomorra giunse un clamore di tal fatta alle celesti schiere di Dio. Per la qual cosa, durante la festa stessa della natività del Signore il 3 gennaio all’ora del vespro, mentre tanti sprezzavano oltremodo il giudizio divino, la terra fu scossa e tremò per l’ira tremenda del furore divino, tanto che non si è trovato nessuno sulla terra che dichiari di aver mai sentito un terremoto tanto grande. (…) Ma soprattutto in Italia questo minaccioso pericolo imperversò continuamente per molti giorni, tanto che il corso del fiume Adige fu ostruito per alcuni giorni dalla collisione e dalla rovina dei monti; Verona città d’Italia nobilissima, scrollati gli edifici, sepolti anche molti uomini, crollò. Similmente a Parma a Venezia e in molti altre città, borghi e castelli perirono non poche migliaia di uomini. (…) Il 17 febbraio all’ora del vespro vedemmo nubi infuocate o sanguigne sorgere da nord e estendendosi in mezzo al firmamento incutere al mondo non poco terrore. Infatti a ciascuna città sembrava tanto vicino, che sembrava minacciare la fine di tutte le cose…»

Lo spavento del visconte

Il visconte Rodolfo di Verona si prese un tale spavento, dice un documento conservato all’Archivio di Stato, che diventò meno avido. E pur essendo «solito chiedere e pretendere la decima», venne «toccato e commosso da un pio turbamento dell’animo» e «presenti e testimoni i rappresentanti della comunità, convocato il figlio, rinunciò alla decima della suddetta chiesa…».

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Il terremoto che rivoluzionò il corso del Po

Proprio qualche giorno fa ho ritrovato questo articolo, e, visti gli scenari di distruzione che ci arrivano tramite TV e social, mi sembra giusto postarlo. La natura ha una forza immensa e non dobbiamo mai dimenticare che, più che governare questa forza, dobbiamo adeguarci ad essa, tenerne conto quando dobbiamo intervenire sull’ambiente ed evitare azioni che possano aumentarla, questa forza…

17 novembre 1570: il  terremoto che rivoluzionò il corso del Po

di Paolo Rumiz – repubblica.it, 09/08/2015 (tramite blueplanetheart.it, 12/08/2015)

L’hanno trovata, nella pancia della pianura, più di quattro secoli dopo, la faglia madre del terremoto che ha fatto entrare il Po nel suo letto attuale. Che lo ha spostato di 40 km sul ramo principale del delta. Era il 17 novembre del 1570 e la botta, ben documentata dai contemporanei, seminò il panico a Ferrara, provocando morte e distruzione. Ma il danno più grave fu che il fiume abbandonò rapidamente la città degli Estensi privandola del suo secolare ruolo portuale. Fino ad allora il braccio principale del Po aveva tagliato in diagonale la pianura dal meandro di Stellata (confluenza col Panaro) fino alle grandi dune a Nord di Ravenna. Dopo il sisma, nulla fu più come prima e l’acqua prese a incanalarsi nel ramo di Venezia, fino ad allora marginale nell’immensità del Delta.

Si tratta di una sorta di cartolina illustrata per informare la famiglia sui rilevanti danni del terremoto che l’autore, un militare svizzero, aveva visto di persona. Gli effetti sismici a Ferrara furono descritti in corrispondenze diplomatiche, documenti amministrativi e cronache. (Zentralbiliothek Zurich, E. Guidoboni e J. Ebel, 2009)

Questo del 1570 è, da oggi, il terremoto più antico a livello mondiale di cui si sia riusciti a risalire alla forma della frattura in profondità e al suo meccanismo di rottura, rileggendo matematicamente le testimonianze d’epoca sui danni provocati. Del lavoro, portato a termine grazie a un “algoritmo genetico” da due sismologi dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di geofisica Sperimentale, Livio Sirovich e Franco Pettenati, ha dato notizia una delle riviste scientifiche più attendibili del Pianeta, il Journal of Geophysical Research, che con un comunicato stampa ha pubblicizzato i calcoli e le spiegazioni dell’Ogs, compresa l’appendice di carattere storico fornita dai due ricercatori, fatto del tutto inusuale nel panorama scientifico statunitense.

“Fù detto dopo ancor per gli Munari (mugnai) che mentre trete (avvenne) questo quarto terremoto (la quarta scossa, che fu la più forte) il Po gonfiette e fermette il corso suo e tanto crescette l’acqua che era a pari delle rive, e dopo cessato il terremoto calete l’acqua al basso con tanta velocità che quasi tutti li molini che erano alla Stellata nel Po se spicorono dai loro pali dove erano attaccati”. All’origine di tutto sta questo documento dell’epoca, “Memoria de’ gran Terremoti, e Ruine causate da essi nella cità di Ferrara l’anno 1570”, la cui trascrizione settecentesca è stata rinvenuta alcuni anni fa dalla storica della sismologa Emanuela Guidoboni negli archivi della Biblioteca comunale ariostea di Ferrara.

Che il terremoto del 1570 e lo spostamento del Po potessero essere collegati tra loro, era già stato ipotizzato nel 2003 dal geologo Pierfrancesco Burrato, sulla base dello stesso manoscritto e della geologia della regione. Un innalzamento del letto — oggi si sa che potrebbe essere stato anche di soli 10-20 centimetri — poteva aver rallentato e impaludato momentaneamente il fiume prima di fargli riprendere il corso con una piccola onda di piena. In fondo, era da millenni che Po subiva spostamenti verso Nord per via del lento sollevamento dell’Appennino al di sotto delle alluvioni. A Sud dell’attuale corso del fiume, la pianura è segnata da numerosi meandri abbandonati e in secca, come quelli tra Guastalla e Ferrara, ricchi di manufatti antichissimi legati al commercio fluviale.

In questo quadro “errabondo” del Po, i terremoti, assieme alle grandi piene (la più famosa quella che generò la cosiddetta “Rotta di Ficarolo” nel 1152), diventano eventi di rottura di un processo lento, millimetrico, in atto da tempi immemorabili. È la stessa spinta dell’Appennino che ha provocato il doppio sisma del maggio 2012 tra Mirandola e Ferrara e che fa ballare la pianura da sempre. Nel 1117, tanto per dare un’idea, ci fu un terremoto che, secondo un manoscritto trovato in Germania, gonfiò il Po al punto da “formare un arco” fra cielo e terra, “finché l’acqua ripiombò nel suo alveo con un rumore così grande che si sentì per miglia”.

È certo che già prima del terremoto in questione gli Estensi vivessero con allarme una lenta perdita di portata del corso principale sotto le mura di Ferrara e, a causa di questa emorragia, avessero intrapreso, proprio alla vigilia del sisma, importanti lavori di dragaggio. Altrettanto certo è che nel 1580, dieci anni dopo il botto, il corso del fiume aveva già abbandonato la città, decretandone la decadenza, come certifica l’iniziativa di papa Gregorio XIII di far dipingere due mappe (oggi nella Galleria delle carte geografiche dei Musei vaticani), una col nuovo corso del Po e una con il suo tracciato precedente.

Per costruire solidamente il nesso fra sisma e trasloco del fiume a partire dal 1570 bisognava individuare la faglia. Una base di partenza esisteva, ed erano i rapporti dell’epoca sui danni: resoconti immediati di ambasciatori e relazioni diaristiche manoscritte di testimoni diretti, di cui le più importanti sono i tre libri sul terremoto pubblicati in ebraico dal medico ferrarese Azaria Min Haadumim e le testimonianze del grande architetto Pirro Ligorio, successore di Michelangelo alla fabbrica di S. Pietro.

Partendo da qui, si era già arrivati a individuare la distribuzione dei danni nella regione, classificati in intensità tipo Mercalli. È partendo da questa banca dati, curata dall’Ingv, che oggi si è trovata la frattura profonda che riproduce al meglio i danni del 1570. Sirovich e Pettenati ci sono riusciti ipotizzando 4000 faglie possibili e poi altre ancora, fino a trovare la migliore in assoluto: un piano inclinato verso sud-sud-ovest lungo il quale l’Appennino da sotto alle alluvioni risale verso nord-nord-est nell’area fra Rovigo e Ferrara, e del tutto scollegato dalla linea di rottura del terremoto del maggio 2012.

Padania inquieta dunque, da sempre. E il curioso è che quel terremoto provocò anche i suoi sconvolgimenti politici. Il Papa tuonò che il sisma e la fuga del fiume verso Nord erano stati il castigo di Dio contro gli Estensi, rei di aver accolto gli Ebrei in fuga dalla Spagna. Pochi anni dopo il Vaticano si sarebbe riappropriato di Ferrara.

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