Articoli con tag: Prov. VCO

Effetto trail

Un sostegno al turismo con l’alleanza dei trail

Vco top race si amplia per la seconda edizione con 13 eventi da aprile a ottobre

L’arrivo di Giulio Ornati al Bettelmatt ultra trail 2016 in Val Formazza, uno degli eventi più attesi in calendario

di Valeria Matli – lastampa.it, 27/03/2017

Raddoppia e rilancia «Vco top race», il campionato di trail e sky race che alla seconda edizione si arricchirà di tre nuove corse. Inaugurato l’anno scorso con il proposito di gemellare dieci tra gli appuntamenti più importanti del panorama podistico provinciale, il circuito 2017 con tutte le novità è stato presentato giovedì a Ornavasso alla presenza dei vincitori della scorsa edizione, Alice Modignani Fasoli e Massimo Ragazzoni, e dei rappresentanti dei vari comitati organizzatori.

Ai dieci appuntamenti del campionato 2016, il cui successo è stato sancito da un numero totale di 4.339 iscrizioni, si aggiungeranno tre nuove corse, Grand Bucc race di Trasquera, Val Brevettola race di Montescheno e Ultra trail del Lago d’Orta che segnerà anche il gran finale. «L’anno scorso grazie al circuito abbiamo avuto un gran numero di partecipanti e speriamo nel 2017 di crescere ancora grazie all’aggiunta di queste tre nuove gare – ha spiegato Stefano Trisconi, atleta e organizzatore dell’Orna Trail -. L’obiettivo principale sarà di incrementare la partecipazione di concorrenti provenienti da fuori provincia».

Oltre 800 km previsti

Vco top race verterà su 13 eventi per un totale di 800 km di sentieri e 4.000 metri di dislivello, un vero e proprio viaggio alla scoperta della fitta rete escursionistica del Vco. Eventi sportivi che promuovono il territorio, permettendo in alcuni casi anche il recupero di antichi sentieri ormai in disuso, e che non a caso avranno l’appoggio dal punto di vista comunicativo e pubblicitario del Distretto turistico.

«Saremo presenti con materiale informativo alla Maratona di Vienna e ad altri importanti eventi – ha spiegato Andrea Lometti, in rappresentanza comitato di Vco top race -. Verrà inoltre realizzato un video promozionale per ogni gara che, oltre alla parte sportiva, illustrerà il lato paesaggistico del territorio su cui si svolge».

Si comincia domenica 9 aprile con l’edizione numero 11 dell’Ossola trail di Mergozzo: già raggiunto il tetto massimo (350) delle iscrizioni su ambedue le distanze (17 e 27 km).

Ecco tutti gli appuntamenti

Ecco qui di seguito tutti gli appuntamenti di Vco Top Race:

  • 9 aprile Ossola trail (Mergozzo);
  • 22 aprile Orna trail (Ornavasso);
  • 7 maggio Trail del Motty (Armeno);
  • 4 giugno Maratona della Valle Intrasca (Verbania); 18 giugno Grand Bucc race (Trasquera);
  • 25 giugno Stràgrandamonterosa (Macugnaga);
  • 9 luglio Mozzafiato sky race (Cannobio);
  • 15/16 luglio Bettelmatt ultra trail (Formazza);
  • 23 luglio Val Brevettola race (Montescheno);
  • 20 agosto Rampigada (San Domenico);
  • 27 agosto International Veia sky race (Bognanco);
  • 17 settembre Lago Maggiore zip line trail (Alpe Segletta di Aurano);
  • 20-22 ottobre Ultra trail del Lago d’Orta con base a Omegna.

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Gradini d’acqua

Una rete di “gradini d’acqua”, per ripopolare il lago d’Orta

Progetto da un milione di euro: «Così torneranno i pesci»

Il fiume Toce e il Lago Maggiore

di Vincenzo Amato – lastampa.it, 27/03/2017

Dall’Adriatico al lago d’Orta, passando per il Po, il Ticino, il lago Maggiore, il Toce e i torrenti Strona e Nigoglia. Non è fantascienza, ma l’antico percorso che pesci, e uomini, hanno compiuto per millenni e che da un secolo, nell’ultimo tratto, si era interrotto a causa della presenza di briglie e sbarramenti – muri pressoché invalicabili per la fauna ittica – realizzati per le centraline idroelettriche.

Il progetto, valore 991 mila euro, finanziato in massima parte dalla Fondazione Cariplo nell’ambito del bando di «connessione ecologica», è stato voluto dai Comuni di Omegna, Casale Corte Cerro, Gravellona Toce, Baveno e Stresa con la direzione scientifica dell’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Cnr, che ha sede a Verbania. «E’ un progetto particolarmente significativo di recupero ambientale e per questo ha avuto il nostro sostegno – dice la commissaria Cariplo per il Vco Francesca Zanetta -: significa ridare vita ai torrenti e far uscire il lago d’Orta dall’isolamento in cui si trova da quasi un secolo. In questo modo verrà ricollegato al bacino fluviale del quale storicamente fa parte, che comprende il lago Maggiore e tutti i fiumi fino al mare».

Al momento i pesci che si trovano nel lago d’Orta arrivano dal Maggiore, prelevati dai ricercatori del Cnr, con un’immissione forzata. L’idea sviluppata dagli scienziati, invece, è ri pristinare corridoi di risalita per i pesci nel torrente Strona e nel canale Nigoglia, che collegano i due laghi, consentendo alla fauna ittica di circolare liberamente. Un’idea apparentemente semplice, ma ora il corso naturale dello Strona è interrotto da 10 sbarramenti con salti che nemmeno i salmoni riuscirebbero a superare, figurarsi persici e lavarelli.

«E’ un esperimento mai fatto prima in Italia – osserva Pietro Volta del Cnr -: si tratta di frammentare questi sbarramenti, costruendo accanto dei “gradini” che i pesci sono in grado di risalire». Per essere sicuri che ciò avvenga non solo nelle prove di laboratorio e nei calcoli scientifici i ricercatori faranno un duplice monitoraggio: su alcuni pesci verrà installato un microchip che permetterà di seguire il percorsi di andata e ritorno tra i due laghi.

Tra lago d’Orta e Nigoglia verrà invece piazzata una speciale telecamera in grado di tenere sotto controllo i transiti. Scienza e turismo in questo caso si sposano. In un’area degradata di Casale Corte Cerro dove scorre il torrente Strona verrà realizzato un laghetto artificiale, una sorta di area di sosta per i pesci migratori, e di conseguenza un parco fluviale con percorsi pedonali e pannelli descrittivi.

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Il treno del foliage

di Dominella Trunfio – greenme.it, 03/11/2016

E’ definita come la ferrovia più panoramica d’Italia perché guardando fuori dal finestrino, lo spettacolo è assicurato e in questo periodo autunnale anche il foliage.

Se avete voglia e tempo di immergervi tra i colori del bosco, saltate a bordo del treno del foliage, sulla linea Vigezzina-Centovalli che attraversa la Valle Vigezzo, detta anche Valle dei pittori e che collega Piemonte e Canton Ticino in Svizzera, tra le Alpi e il Lago Maggiore.

Tra settembre e novembre, l’atmosfera è davvero magica: un tripudio di colori tinteggia boschi, paesini e valli illuminati dalla stagione più suggestiva dell’anno.

Non rimane che salire su uno di questi trenini bianchi e blu, chi invece vuole viaggiare con la fantasia può perdersi in questi splendidi scatti.

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Dai campi abbandonati le erbe magiche delle nonne

Iniziativa nell’Ossola, presto sarà un’ e-commerce

di Cristina Pastore – lastampa.it, 26/08/2016

Né lei né le socie si sentono epigoni delle «streghe del Cistella», montagna dell’Ossola che porta con sé tante leggende. Niente sabba ma la conoscenze delle proprietà curative delle erbe sì, che in valle Antigorio, dove ha sede il loro consorzio, è patrimonio comune.

Vittorina Prina è la figura di riferimento di questa esperienza di piccola imprenditoria femminile alpina, nata per riscattare appezzamenti agricoli dall’abbandono e contribuire all’integrazione al reddito superando il frazionamento dei terreni. Tanti proprietari per un piccolo campo, conseguenza di passaggi ereditari di cui si è persa memoria, che vanno rintracciati tutti prima di procedere.

La maggioranza acconsente volentieri a cederli alle coltivazioni del consorzio Erba Böna, evoluzione dell’associazione costituita nel 2001 grazie a un progetto di cooperazione transfrontaliera con la Svizzera. Da un primo essiccatoio a Cavaglio Spoccia, in valle Cannobina, si è passati a quello di Verampio di Crodo.

Qui i quindici soci conferiscono le specie coltivate a diverse altitudini. Mentre in alta Formazza la produzione è tipica di montagna con l’achillea moscata, la genziana lutea, il genepì, l’arnica e le stelle alpine, scendendo a valle si è riusciti – con l’aiuto dell’agrotecnico Antonello Bergamaschi – a far crescere ciò che in natura si trova ad altre fasce climatiche.

Le sette socie lavoratrici di Erba Böna hanno come materia prima anche melissa, menta piperita e citrata, iperico, arnica, calendula, lavanda, timo, malva, rosmarino, salvia e nei campi più esposti al sole – sulle rive del Lago Maggiore a Cannero e Cannobio – origano e lippia. Con il supporto del farmacista Eugenio Maddaloni tutto ciò diventa filtri di tisane digestive, dissetanti, per la tosse e, novità di quest’anno, «di cui siamo particolarmente orgogliose» bevande per combattere i disturbi femminili dice Vittorina Prina.

Nel piccolo spaccio ricavato nell’essiccatoio di Verampio – dove si è creato un campetto didattico per le scolaresche – Prina elenca tutti i prodotti. Caramelle, liquori, oli per massaggi e poi cuscini che conciliano il sonno (alcuni con versi in lingua walser della formazzina Anna Bacher), aromatizzatori per vivande, scalda-collo, sacchettini riempiti di fieno ed erbe da appoggiare sulle parti doloranti.

«Abbiamo per ora una distribuzione limitata a negozi delle zona, ma l’intento è di partire con l’e-commerce. Tra noi sette ci siamo distribuite le mansioni, ognuna seguendo una propria attitudine», aggiunge Prina, che indica come negli ultimi anni il bilancio è sempre positivo, con 60/70 mila euro di utile da reinvestire, risultato dell’impiego di un raccolto fresco di 6 quintali che, essiccato, si riduce a due.

La coltivazione si estende su 5 ettari, uno «in conversione», che significa ancora nel periodo di prova di tre anni richiesto per rientrare nella produzione certificata «bio». Un valore aggiunto che costa molta fatica. La rinuncia all’utilizzo di fertilizzanti chimici impone la rotazione delle coltivazioni: in media dopo tre anni le piantine di una specie vanno strappate, per ricominciare da capo da un’altra parte. E in queste zone il ricorso a macchinari è impossibile: non si può far altro che chinare la schiena e usare le mani.

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La diga in bianco e nero

Tra il 1949 e il 1953 l’opera fu realizzata sul Ghiacciaio del Sabbione Per Ermanno Olmi fu l’occasione del debutto con la macchina da presa.

di Marco Albino Ferrari – lastampa.it, 08/08/2016

«Io qui tutto bene, e così pure spero per voi» c’era scritto in una delle migliaia di cartoline che, come in trincea al fronte, partivano e arrivavano per tener conforto agli uomini. «Ti aspettiamo, torna presto». «Riguardati, fai attenzione». Ma la guerra era finita da quattro anni e lassù si andava per edificare la nuova Italia, non per distruggere.

Tra il 1949 e il 1953, 1200 uomini si accalcavano al Ghiacciaio del Sabbione: quota 2500 metri. Operai, dirigenti, ingegneri, tutti insieme per erigere la grande diga: la più grande del Piemonte in quanto a capacità d’invaso (49 milioni di metri cubi), la seconda delle Alpi. Il punto prescelto per ancorare il colosso, dopo calcoli e lavori preparatori ai fianchi della montagna, si trovava vicinissimo alla lingua del ghiacciaio. Così, con l’innalzamento del muro, l’acqua avrebbe iniziato a sua volta a salire e soprattutto a fondere il ghiacciaio, scalzandolo verso l’alto, sbriciolandolo in tanti piccoli iceberg, relitti di un immenso cataclisma prima che il «global warming» facesse sentire i suoi effetti.

Mine esplodevano, martelli pneumatici bucavano la roccia, intere placche di gneiss franavano, divenendo pietre destinate a soddisfare il fabbisogno di calcestruzzo del muro. Gli uomini erano ridotti a formichine accanto alla grandiosità della loro opera.

Siamo in alta Val Formazza, dove l’estremo Nord del Piemonte si incunea tra le Alpi svizzere. E la storia di questo prodigio ingegneristico ne contiene un’altra, più piccola e delicata, che ci dà il pretesto per tornare a quei tempi, quando il Ghiacciaio del Sabbione veniva fissato in bianco e nero da un regista alle prime armi.

In cordata sulla distesa del ghiacciaio

Tutto parte da un teatro milanese, il Litta. Un giovane bergamasco dai capelli rossi, tal Ermanno Olmi, lavora come attore e dirige alcune riviste. Rimasto orfano del padre ferroviere, ha abbandonato il liceo scientifico per tentare una vita d’attore. Si trasferisce a Milano con la madre impiegata all’Edison e si inscrive alla Filodrammatici. Ma a quel tempo recitare non basta, bisogna anche lavorare: c’è l’Italia che chiama per rialzarsi dalle macerie della guerra appena finita. Grazie alla madre, anche lui trova impiego alla Edison, nell’ufficio approvvigionamenti. La sera, però, il ragazzo dai capelli rossi non molla con il teatro. E al Litta prende gli applausi anche da alcuni dirigenti della sua azienda. «Lei di giorno è dei nostri, perché non usa questa sua vena artistica per fare qualche cosa di utile anche per noi?», gli chiede un pezzo grosso della Edison. «Mi serve una macchina da presa. Possiamo anche provare con una 16 millimetri. Poi vedremo». Poco dopo, nasce la Sezione Cinema della Edisonvolta con il compito di documentare il lavoro nelle dighe, nelle centrali, negli impianti di produzione.

Il giovane ha tutto da imparare con bobine, cineprese, microfoni. Ma, provando e riprovando, la strada può aprirsi, soprattutto se si sbircia cosa fanno gli amici della nascente televisione Rai. Olmi mette insieme una squadra: lui è il capo, ne ha la tempra. Con i suoi aiutanti si intende in dialetto mezzo bergamasco e mezzo milanese. In azienda vengono chiamati «I ragazzi di Olmi». E l’alto dirigente Bruno Janni (figlio di Ettore Janni, ex direttore del «Corriere della Sera»), vedendo i progressi, gli conferma la fiducia. «Sù Olmi, vada in Val Formazza, c’è il cantiere da filmare».

La «Diga del Ghiacciaio», oggi in Dvd, è il primo film di Olmi, girato a 23 anni

 Olmi parte senza sapere quanto sarebbe rimasto su al Ghiacciaio del Sabbione, né cosa avrebbe visto. Ma non gli sfugge l’occasione per fare un colpo di mano. Si procura dai suoi amici della Rai una Arriflex 35 millimetri, che non ha niente a che vedere con il giocattolo da 16 millimetri datogli in dotazione. Se ne andrà in giro sul cantiere nella luce abbagliante del ghiacciaio a caccia di informazioni e immagini per tre settimane. «Curiosava, parlava con gli operai e dirigenti, cercava di ambientarsi. Ogni tanto impugnava la cinepresa e filmava a mano un’immagine, un personaggio, una testimonianza. Spesso sembrava dimenticarsi il motivo per cui era là», ricorda l’amico Tullio Kezich.

Tornato con il carniere pieno di pellicola, si chiude nel laboratorio di montaggio in via Mac Mahon 16 e affida la voce fuoricampo a Silvano Rizza, speaker della Rai, che, finito il lavoro, ricambierà portando una copia alla televisione. Alla Edison pochi sanno e, quando il film viene trasmesso in tv, il giorno dopo in ufficio esplode l’entusiasmo. Un film così su un cantiere nessuno l’ha mai visto. Eccezionale! Meraviglioso! Si intitola «La diga del ghiacciaio», è lungo 10 minuti e 35 secondi. Ed è letteralmente un capolavoro, soprattutto per l’intensità emotiva che trasmette. La bolgia organizzata dell’immane cantiere nelle inquadrature di Olmi pare l’apoteosi estetica dell’Homo Faber.

Le prime inquadrature si soffermano sulla natura arcadica dell’alta Formazza, con gli alpeggi, e la chiesetta di Riale eretta in memoria dell’antico borgo di Morasco inghiottito dalle acque di una diga poco più a valle di quella «dei ghiacciai». Poi il ritmo si fa incalzante: vengono snocciolati dati, informazioni tecniche sulla potenza dell’impianto che andrà a irrorare di energia la nuova Italia.

La diga, alta 64 metri e lunga 279, produce 44700 kilowatt. Si passa ora a inquadrature strette sui volti degli operai stagliati sullo sfondo del ghiacciaio, mentre, come in trincea, aspettano con gli occhi socchiusi l’esplosione di una mina; e ancora si vedono braccia che spingono carrelli pieni di pietre; in fine le dita forti che girano e rigirano l’ultima cartolina ricevuta dai propri cari, unico conforto nella solitudine della sera: «Noi stiamo bene e così pure speriamo di te». La “diga del Ghiacciaio” (oggi si trova in Dvd pubblicato da Feltrinelli) è il vero film di esordio di Ermanno Olmi nel cinema professionale in 35 millimetri. Uno dei 19 girati tra il 1953 e il ’61 per la Edison, ai quali negli anni seguiranno capolavori a soggetto come «L’albero degli zoccoli», «Il mestiere delle armi»: poi premi, riconoscimenti alla carriera.

Olmi, partito dal ghiacciaio sulla punta estrema del Piemonte, diventerà il grande maestro che tutti conoscono. Fino all’ultimo film di due anni fa, ancora una storia di trincea e di montagna, anche se questa volta la guerra è quella vera: «Torneranno i parati» (prodotto da Cinemaundici, Ipotesi Cinema, Rai).

Da quella moltitudine di operai filmati da Olmi, oggi sul colosso si alternano solo turni di due uomini. Salgono in funivia a 2500 metri, dove si trova il piccolo alloggio. Quasi tutto è automatizzato. Lavorano nel silenzio assoluto dell’alta quota. Il grande muro sembra quasi sparire accanto al lago e al ghiacciaio. O meglio, ai ghiacciai, perché, ritirandosi, il Sabbione nel frattempo si è diviso in più corpi distinti.

La montagna è tornata selvaggia e persino la lince è stata vista aggirarsi da queste parti dopo che era data estinta dal 1920. Volendo, è possibile percorrere a piedi il coronamento della diga che collega i sentieri situati sulle sponde opposte. Passando da lassù, si potrà salire al rifugio Claudio e Bruno, dove tutto prenderà una luce diversa, se negli occhi si avranno le prime, poetiche inquadrature del giovane regista dai capelli rossi. Immaginando che da questo ghiacciaio è partito il suo cammino.

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