Il mio Giro visto dal fondo

Maglia nera Giuseppe Fonzi, l’eroe al contrario: “Il mio Giro visto dal fondo”

Giro d’Italia 2017. Primo, Tom Dumoulin. Centosessantunesimo, e ultimo l’italiano a cinque ore, quarantotto minuti e quaranta secondi dall’olandese. A una media di 39,843 all’ora, più o meno 225 chilometri di distacco.

di Marco Pastonesi – repubblica.it, 30/06/2017

Tom Dumoulin ha conquistato la maglia rosa precedendo Nairo Quintana di 31 secondi. Roba da dilettanti, se si pensa che Giuseppe Fonzi si è impadronito della maglia nera scavando fra sé e Zhandos Bizhigotov un baratro di 22 minuti e 12 secondi. Dorsale 214, anni 25, altezza 180, peso 63 alla partenza ad Alghero e 61 all’arrivo a Milano, anni da professionista quattro, vittorie zero. Eppure aveva buon sangue: “Papà zii, nonno, tutti corridori, fino ai dilettanti”. Eppure prometteva benissimo: “A due anni andavo su una biciclettina senza rotelle”. Eppure proseguiva meglio: “La mia prima bici da corsa a sette anni, fucsia e azzurra”. Eppure aveva le idee chiare: “Fin da piccolo ho sempre voluto fare il corridore”. Poi l’impatto con il mondo del ciclismo: “La prima corsa, in provincia di Teramo. Mio padre si raccomandò di prestare la massima prudenza, ché sarei potuto cadere. Lo ascoltai con attenzione, e la prima curva feci cadere una decina di avversari”. Tanta passione sarebbe stata, prima o poi, ripagata: “Alla fine di quell’anno, categoria G2, finalmente primo, da solo”.

Da allora Fonzi non ha mai smesso di crederci: “L’importante è partecipare, almeno quando non vinci. L’importante è esserci e rimanerci, soprattutto quando vedi chi molla o cade o abbandona o si ritira. L’importante è aiutare, il ciclismo è uno sport di squadra, anche se su quella bici ci sono soltanto io”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di godere: “La volata è un attimo, la salita è un’eternità, ed è una sofferenza eterna, la discesa è un brivido, il rifornimento una resurrezione, la borraccia è acqua, l’acqua è vita, la vita è amicizia, come dimostra la borraccia fra Coppi e Bartali, il mio record di borracce è 10, tre nelle tasche, quattro sulla schiena e altre tre qua e là”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di pedalare: “Il momento più difficile sullo Stelvio, la prima volta, da Bormio. Ma non ho mai pensato di mollare, e non mi sono mai detto chi me l’ha fatta fare, perché la risposta la conoscevo già, a farmela fare sono sempre stato io”. Da allora Fonzi non ha mai smesso di lottare: “Cotte e crisi sono una questione più di testa che di gambe”. E non smetterà neanche di sognare: “Una vittoria. Magari al Giro d’Italia. Secondo me si può fare”.

Solo una volta Fonzi si è confuso: “Quando sono andato in fuga davanti, e non dietro, cioè dalla parte che tutti considerano giusta. Mi sono chiesto che cosa ci facessi lì. Quando il gruppo mi ha ripreso, ho ritrovato la mia dimensione”. E solo una volta Fonzi si è offeso: “Quando il mio compagno di squadra Ilia Koshevoy ha insidiato il mio primato. Eh no, Ilia, l’ultimo è uno solo, e quello sono io”.

Fonzi navigava nei fondali del plotone, sprofondava negli ordini di arrivo, galleggiava nel tempo massimo: “Sono un regolarista. Andavo piano in salita e perfino in discesa, a crono e allo sprint. A dire la verità, non è che andassi poi così piano: andavo più piano, o meno forte, degli altri. Ma strada facendo ho trovato tifosi e sostenitori. Nella crono da Monza a Milano c’era gente che urlava il mio cognome. E mi faceva volare. Bellissimo”. I primi della classifica? “Qualche volta li ho visti anch’io. Con Dumoulin e Pinot non ho mai parlato. Quintana non solo non parla, ma neanche sorride”.

E adesso? “Porto a casa il dorsale che avevo in Sardegna, il Garibaldi e la vittoria in un gran premio della montagna, anche se la montagna era piccola. Un paio di giorni di riposo, una bistecca alta quattro centimetri, poi azzero tutto e ricomincio la preparazione”. All’arrivo c’erano i suoi: “Mio padre Giovanni, mia mamma Daniela, la mia ragazza Elisa, che mi aveva portato un giubbotto di pelle”. Più da Fonzie – ehi, wow – che da Fonzi.

Fonzi, il bello della bici? “L’estetica”. Fonzi, il bello del ciclismo? “Qui, al Giro d’Italia”. Fonzi, chi era Malabrocca? “Chi?”. Fonzi, e Dio? “Sono credente, ma non praticante. Noi corridori abbiamo poco tempo, siamo sempre in bicicletta”. Fonzi, e la Madonna? “Lei appare, spesso in cima alle salite, qualche volta anche più in basso”.

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