Nicky, Julia e gli altri

35 anni. Una vita vissuta a 300 all’ora, pieghe e contropieghe, per poi morire a 30 all’ora in giro in bici.

E’ stato con queste parole, dette dal mio compagno, che ho saputo che Nicky Haiden non ce l’aveva fatta. Al dolore per la morte di un ragazzo di 10 anni più giovane di me, che se si tratta di persona famosa (o di un bambino) la morte di un estraneo la senti un po’ anche tua, si affiancano i ricordi di altre persone che, dopo una vita vissuta pericolosamente, sono arrivati al capolinea facendo cose “normali”. Da appassionata di montagna e fassana mancata mi viene in mente Tita Piaz, che si è schiantato contro la fontana di Pera di Fassa perché i freni della bici non funzionavano, e poi il mio mito Patrick Edlinger, vittima di un incidente domestico.

Ma la bici… di incidenti che coinvolgono ciclisti ne capitano tanti, troppi. Quando ho saputo di Michele Scarponi, investito (a quanto pare) da un amico di famiglia, sono rimasta pietrificata. La notizia del rischio corso da Chris Froome in allenamento a Montecarlo mi ha fatto incazzare. Poi Haiden. E la triatleta Julia Viellehner, agganciata da un camion mentre si allenava e deceduta nello stesso ospedale dove è morto Haiden. E le tante persone comuni di cui nessuno parla… la memoria torna alla fine degli anni ’70, quando il fratello di una mia amica è stato investito da un camion. Aveva solo 7 anni.

Io ho sempre avuto paura ad andare in bici su strada. Poche piste ciclabili (le poche che trovi magari hanno pure i cordoli pericolosi), i camion e le macchine che ti passano accanto senza farsi troppi problemi. E poi senti i ciclisti professionisti che ti parlano della differenza culturale fra l’Italia ed altre nazioni, dove la regola del metro e mezzo di distanza da tenere in fase di sorpasso è un dogma, mentre da noi siamo ancora in alto mare, sia dal punto di vista normativo che dell’atteggiamento di buona parte degli automobilisti. Lo scorso anno, nel lodigiano, un sabato mattina è stato falciato un intero gruppo di ciclisti…

Ma, diciamolo, spesso anche i ciclisti ci mettono del loro. Niente caschetto, fari spenti la sera, cuffiette mentre si va in giro, tratti percorsi contromano in allegria. La pista ciclabile fatta da poco e ti trovi il nonno (col piccolo sul seggiolino) sulla stretta banchina dall’altro lato della carreggiata. Per non parlare della mamma fenomeno che ho insultato un paio di anni fa perché, in bici con bimbetto sul seggiolino anteriore, stava rispondendo al cellulare mentre percorreva una rotonda. E, se non ho capito male, Haiden era uscito un po’ troppo allegramente da uno stop.

Bisogna investire in sicurezza, in infrastrutture che consentano una netta separazione fra traffico motorizzato e percorsi ciclopedonali. Ma bisogna investire anche a livello formativo, perché ai bambini deve venire spontaneo mettere il caschetto, i catarifrangenti, rispettare le regole del codice della strada…così magari fanno un bel cazziatone ai genitori esuberanti. Ci vogliono più controlli, perché spesso si lascia correre…. che vuoi che sia, è uno in bici…

Il rischio, per quanto lo si possa ridurre, non si può abbattere. Prudenza e buon senso in ogni caso, anche perché un Nibali non si può certo allenare su una ciclabile facendo lo slalom fra vecchietti e passeggini, e te lo potesti trovare accanto al prossimo stop.

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