La diga in bianco e nero

Tra il 1949 e il 1953 l’opera fu realizzata sul Ghiacciaio del Sabbione Per Ermanno Olmi fu l’occasione del debutto con la macchina da presa.

di Marco Albino Ferrari – lastampa.it, 08/08/2016

«Io qui tutto bene, e così pure spero per voi» c’era scritto in una delle migliaia di cartoline che, come in trincea al fronte, partivano e arrivavano per tener conforto agli uomini. «Ti aspettiamo, torna presto». «Riguardati, fai attenzione». Ma la guerra era finita da quattro anni e lassù si andava per edificare la nuova Italia, non per distruggere.

Tra il 1949 e il 1953, 1200 uomini si accalcavano al Ghiacciaio del Sabbione: quota 2500 metri. Operai, dirigenti, ingegneri, tutti insieme per erigere la grande diga: la più grande del Piemonte in quanto a capacità d’invaso (49 milioni di metri cubi), la seconda delle Alpi. Il punto prescelto per ancorare il colosso, dopo calcoli e lavori preparatori ai fianchi della montagna, si trovava vicinissimo alla lingua del ghiacciaio. Così, con l’innalzamento del muro, l’acqua avrebbe iniziato a sua volta a salire e soprattutto a fondere il ghiacciaio, scalzandolo verso l’alto, sbriciolandolo in tanti piccoli iceberg, relitti di un immenso cataclisma prima che il «global warming» facesse sentire i suoi effetti.

Mine esplodevano, martelli pneumatici bucavano la roccia, intere placche di gneiss franavano, divenendo pietre destinate a soddisfare il fabbisogno di calcestruzzo del muro. Gli uomini erano ridotti a formichine accanto alla grandiosità della loro opera.

Siamo in alta Val Formazza, dove l’estremo Nord del Piemonte si incunea tra le Alpi svizzere. E la storia di questo prodigio ingegneristico ne contiene un’altra, più piccola e delicata, che ci dà il pretesto per tornare a quei tempi, quando il Ghiacciaio del Sabbione veniva fissato in bianco e nero da un regista alle prime armi.

In cordata sulla distesa del ghiacciaio

Tutto parte da un teatro milanese, il Litta. Un giovane bergamasco dai capelli rossi, tal Ermanno Olmi, lavora come attore e dirige alcune riviste. Rimasto orfano del padre ferroviere, ha abbandonato il liceo scientifico per tentare una vita d’attore. Si trasferisce a Milano con la madre impiegata all’Edison e si inscrive alla Filodrammatici. Ma a quel tempo recitare non basta, bisogna anche lavorare: c’è l’Italia che chiama per rialzarsi dalle macerie della guerra appena finita. Grazie alla madre, anche lui trova impiego alla Edison, nell’ufficio approvvigionamenti. La sera, però, il ragazzo dai capelli rossi non molla con il teatro. E al Litta prende gli applausi anche da alcuni dirigenti della sua azienda. «Lei di giorno è dei nostri, perché non usa questa sua vena artistica per fare qualche cosa di utile anche per noi?», gli chiede un pezzo grosso della Edison. «Mi serve una macchina da presa. Possiamo anche provare con una 16 millimetri. Poi vedremo». Poco dopo, nasce la Sezione Cinema della Edisonvolta con il compito di documentare il lavoro nelle dighe, nelle centrali, negli impianti di produzione.

Il giovane ha tutto da imparare con bobine, cineprese, microfoni. Ma, provando e riprovando, la strada può aprirsi, soprattutto se si sbircia cosa fanno gli amici della nascente televisione Rai. Olmi mette insieme una squadra: lui è il capo, ne ha la tempra. Con i suoi aiutanti si intende in dialetto mezzo bergamasco e mezzo milanese. In azienda vengono chiamati «I ragazzi di Olmi». E l’alto dirigente Bruno Janni (figlio di Ettore Janni, ex direttore del «Corriere della Sera»), vedendo i progressi, gli conferma la fiducia. «Sù Olmi, vada in Val Formazza, c’è il cantiere da filmare».

La «Diga del Ghiacciaio», oggi in Dvd, è il primo film di Olmi, girato a 23 anni

 Olmi parte senza sapere quanto sarebbe rimasto su al Ghiacciaio del Sabbione, né cosa avrebbe visto. Ma non gli sfugge l’occasione per fare un colpo di mano. Si procura dai suoi amici della Rai una Arriflex 35 millimetri, che non ha niente a che vedere con il giocattolo da 16 millimetri datogli in dotazione. Se ne andrà in giro sul cantiere nella luce abbagliante del ghiacciaio a caccia di informazioni e immagini per tre settimane. «Curiosava, parlava con gli operai e dirigenti, cercava di ambientarsi. Ogni tanto impugnava la cinepresa e filmava a mano un’immagine, un personaggio, una testimonianza. Spesso sembrava dimenticarsi il motivo per cui era là», ricorda l’amico Tullio Kezich.

Tornato con il carniere pieno di pellicola, si chiude nel laboratorio di montaggio in via Mac Mahon 16 e affida la voce fuoricampo a Silvano Rizza, speaker della Rai, che, finito il lavoro, ricambierà portando una copia alla televisione. Alla Edison pochi sanno e, quando il film viene trasmesso in tv, il giorno dopo in ufficio esplode l’entusiasmo. Un film così su un cantiere nessuno l’ha mai visto. Eccezionale! Meraviglioso! Si intitola «La diga del ghiacciaio», è lungo 10 minuti e 35 secondi. Ed è letteralmente un capolavoro, soprattutto per l’intensità emotiva che trasmette. La bolgia organizzata dell’immane cantiere nelle inquadrature di Olmi pare l’apoteosi estetica dell’Homo Faber.

Le prime inquadrature si soffermano sulla natura arcadica dell’alta Formazza, con gli alpeggi, e la chiesetta di Riale eretta in memoria dell’antico borgo di Morasco inghiottito dalle acque di una diga poco più a valle di quella «dei ghiacciai». Poi il ritmo si fa incalzante: vengono snocciolati dati, informazioni tecniche sulla potenza dell’impianto che andrà a irrorare di energia la nuova Italia.

La diga, alta 64 metri e lunga 279, produce 44700 kilowatt. Si passa ora a inquadrature strette sui volti degli operai stagliati sullo sfondo del ghiacciaio, mentre, come in trincea, aspettano con gli occhi socchiusi l’esplosione di una mina; e ancora si vedono braccia che spingono carrelli pieni di pietre; in fine le dita forti che girano e rigirano l’ultima cartolina ricevuta dai propri cari, unico conforto nella solitudine della sera: «Noi stiamo bene e così pure speriamo di te». La “diga del Ghiacciaio” (oggi si trova in Dvd pubblicato da Feltrinelli) è il vero film di esordio di Ermanno Olmi nel cinema professionale in 35 millimetri. Uno dei 19 girati tra il 1953 e il ’61 per la Edison, ai quali negli anni seguiranno capolavori a soggetto come «L’albero degli zoccoli», «Il mestiere delle armi»: poi premi, riconoscimenti alla carriera.

Olmi, partito dal ghiacciaio sulla punta estrema del Piemonte, diventerà il grande maestro che tutti conoscono. Fino all’ultimo film di due anni fa, ancora una storia di trincea e di montagna, anche se questa volta la guerra è quella vera: «Torneranno i parati» (prodotto da Cinemaundici, Ipotesi Cinema, Rai).

Da quella moltitudine di operai filmati da Olmi, oggi sul colosso si alternano solo turni di due uomini. Salgono in funivia a 2500 metri, dove si trova il piccolo alloggio. Quasi tutto è automatizzato. Lavorano nel silenzio assoluto dell’alta quota. Il grande muro sembra quasi sparire accanto al lago e al ghiacciaio. O meglio, ai ghiacciai, perché, ritirandosi, il Sabbione nel frattempo si è diviso in più corpi distinti.

La montagna è tornata selvaggia e persino la lince è stata vista aggirarsi da queste parti dopo che era data estinta dal 1920. Volendo, è possibile percorrere a piedi il coronamento della diga che collega i sentieri situati sulle sponde opposte. Passando da lassù, si potrà salire al rifugio Claudio e Bruno, dove tutto prenderà una luce diversa, se negli occhi si avranno le prime, poetiche inquadrature del giovane regista dai capelli rossi. Immaginando che da questo ghiacciaio è partito il suo cammino.

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3 pensieri su “La diga in bianco e nero

  1. Hai un grande talento nel raccontare storie, complimenti! 🙂

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