70 anni inseguendo l’estremo

 

Il mito dei “ragni”. Settant’anni inseguendo l’estremo

Festa per gli alpinisti di Lecco famosi per i maglioni rossi
di Enrico Martinet – lastampa.it, 05/06/2016

Dicono che fu «il diavolo delle Dolomiti», Tita Piaz, a battezzare uno scalatore come «ragno» e con lui un intero gruppo di amici lecchesi. L’abile alpinista che pareva avere mani e piedi uncinati sulla pallida roccia di dolomia era uno dei tanti Vitali legati al mondo dell’alpinismo, Gigi, e il gruppo di amici diventò «Ragni della Grignetta» o «di Lecco». I «maglioni rossi» che hanno sulla manica sinistra il loro simbolo, un ragno nero in una circonferenza, ragno speciale, con sette zampe, una in meno delle otto che contraddistingue la famiglia degli aracnidi. Sette, numero legato alla cabala, al mito e a tutte le religioni, monoteiste e non. Dall’Apocalisse di San Giovanni alle virtù, ai vizi capitali; dal numero dei bracci del candelabro ebraico al numero degli attributi di Allah, fino ai sette dei della felicità del buddismo.

La storia

Numero felice anche per la matematica perché è un «numero primo sicuro». E quest’anno i «Ragni» fanno 70. A guidarli è un alpinista che di numeri se ne intende, Fabio Palma, ingegnere nucleare. Scrittore, cineasta, ha dato forte impulso alla comunicazione dei «Ragni»: la sua «tela» è affidata soprattutto ai video. Per il compleanno di uno dei gruppi alpinistici più forti e famosi al mondo il Festival di Trento ha dedicato una serata che ha richiamato un pubblico di 600 persone. E mercoledì 8 giugno c’è da giurarci che piazza Garibaldi di Lecco sarà stretta agli spettatori. Alle 21,30 qualche parola dal palco di un presidente come Palma che ha abolito «ogni retorica, il coraggio, l’eroismo lasciamoli a chi affronta la vita di ogni giorno, noi siamo dei privilegiati», quindi un’ora e 40 minuti di «Ragni», film firmato da Filippo Salvioni. È il regista della «Ferrari Corse» e di tanti documentari su terre remote, di avventura, come Alaska e Groenlandia o i deserti asiatici.

La storia dei «Ragni» ha un luogo, il Pian dei Resinelli, piede verde della Grignetta, pinnacoli di rocce rotte, pareti lisciate dall’erosione, palestre per un alpinismo estremo e di ricerca. Il luogo scelto da Riccardo Cassin, che il maglione rosso lo indossò come «ragno onorario», così come Walter Bonatti che su quegli spigoli aerei saggiò la sua voglia di avventura. Da quell’arcipelago di verticalità rocciosa spuntò il gruppo di scalatori che prese le strade del mondo, dopo qualche significativa tappa dolomitica. Il loro luogo è fatto di frange lontane, frattali gelidi e da vertigini, come la Patagonia, il Karakorum e l’Himalaya, le Ande, l’Alaska o la Groenlandia. In questi giorni i «maglioni rossi» sono nella Terra di Baffin, Canada. Sono a caccia di una parete estrema, in un fiordo.

C’era già stato uno dei pionieri dei «Ragni», Luigino Airoldi, oggi ottantenne. Ande e Afghanistan, Antartide e Canada, Airoldi è uno degli alpinisti che per primi nel 1961 arrivarono in vetta al McKinley superando l’inviolata parete Sud. Capo spedizione era Riccardo Cassin e quando fra i tanti simboli al vento della vetta più alta del Nord America sventolò anche il ragno nero a sette zampe in campo rosso, il presidente Usa J. F. Kennedy indirizzò a Cassin un telegramma di congratulazioni. Nell’arcipelago artico del Canada ci sono i maglioni rossi di Matteo Della Bordella, uno dei più forti alpinisti al mondo, di Luca Schiera e Matteo De Zaiacomo. Con loro i due Piolet d’Or Nico Favresse e Sean Villanueva. Destinazione, un «big wall», una delle pareti verticali di quelle gelide isole del Nord del mondo.

L’idea

Fin dal 1946, anno di nascita del gruppo, i «Ragni» cercano l’estremo. La Patagonia con le sue pareti granitiche spazzate dai ghiacci portati dai venti del la fine del mondo, ha messo in evidenza un piccolo grande uomo, Casimiro Ferrari. Dopo pionieri come Romano Perego (prima italiana alla Nord dell’Eiger), Luigino Airoldi o Carlo Mauri (in vetta con Bonatti al Gasherbrum IV nella spedizione Cassin), Ferrari ha fatto la storia dei «Ragni». Ne ha scritto lo spirito di avventura. Nel 1974 la grande impresa al Cerro Torre e due anni dopo il Pilastro Est del Fitz Roy. «Miro», detto anche «il burbero», con il suo carattere deciso, aveva eletto la Patagonia come sua seconda terra. Dopo gli anni delle arrampicate estreme si era ritirato nella sua «estancia» non distante da El Chalten. Tornò in Italia alla fine dei suoi giorni, nel 2001. Della Bordella è salito sulla Est del Fitz lo scorso febbraio. La salita su due torri, la Egger in Patagonia e l’Uli Biaho, in Pakistan, hanno decretato il valore suo e del maglione rosso che indossa. Per i 70 anni Fabio Palma ricorda: «Il nostro è un alpinismo etico. Elicottero neanche a pensarci, bandite le corde fisse e in parete non si lascia nulla».

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Categorie: alpinismo, iniziative | Tag: , | Lascia un commento

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